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Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Mangiare con i peccatori

“Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?».”

Anche io come i discepoli mi sono posta la domanda, dove vuoi Signore che io prepari? A loro hai indicato dei segni precisi, almeno così mi pare di capire.
“Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo  e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?  Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi».  I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.”
Io sono molto più confusa, brocche d’acqua, stanze già pronte, non mi è facile decifrare i segni che tu mi metti a disposizione.
Beh! Che sia o no preparata, Pasqua sarà.
“Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».”
Certo, bella compagnia ti sei scelto per fare la prima Eucaristia, lo sapevi pure; quello che ti avrebbe tradito, Pietro, che si sarebbe vergognato di appartenere al tuo gruppo di fronte a una servetta, e tutti gli altri che non hanno dimostrato un grande coraggio e nemmeno un grande interesse nei tuoi confronti.
Ci saranno pure stati degli uomini un po’ perbene anche ai tuoi tempi, qualcuno con qualche capacità in più; mentre sceglievi, forse un occhio un po’ più critico avresti anche potuto averlo.
“Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».”
Finita la cena. Mi resta, come la Cananea, di implorare, perché anche i cani si cibano delle briciole che cadono sotto la tavola dei loro padroni. Allora fossero anche solo le briciole di questo mistero, anche se non rientrano nella mia comprensione, basteranno per la mia salvezza; non diciamo sempre come il centurione prima di accostarci alla mensa “non sono degno di accostarmi alla tua mensa  ma dì solo una parola ed io sarò salvato”?
Piego il cuore. Ecco la briciola, la spolvero e, schizzinosa come sono, resto a guardarla: mangiare con i peccatori.
No, sono disposta a lavorare come uno scaricatore di porto, però, per favore non ditemi di mangiare con gli scaricatori; al momento di mangiare preferisco lavarmi bene le mani, e mangiare il mio pasto in pace senza il rischio di sentire qualche sconceria.
Sporcarsi le mani, compromettersi, scendere… l’hai fatto tu che sei Dio, ma noi? Non è bene che usiamo un po’ più di giudizio?
Certo, sono consapevole che distinguere il bene e il male non è del tutto facile, però almeno si può tentare.
Quo Vadis? Dove vai, mio Signore? Anche io, come Pietro nel film, ti vedo tornare indietro e sento chiara la risposta: vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo.
Fate questo in memoria di me, sì, tutto sembra fatto per benino, la liturgia, le riflessioni, possiamo andare in pace. Ora pensiamo al pranzo, possiamo sederci con qualcuno che ci fa simpatia, scambiare due chiacchiere e, perché no, concludere con qualche dolcetto.
Ite missa est, meno male che adesso il prete nel salutarci dice più esplicitamente: andate la messa è finita, ce ne accorgiamo anche da soli, ma detto ci rassicura maggiormente, e, più o meno soddisfatti, ci avviamo alle nostre occupazioni.
Si potrebbe mica insinuare che c’è un’altra messa, una messa che sta da un’altra parte, sarebbero complicazioni inutili; il tempo corre veloce e volenti o nolenti tutti dobbiamo essere sempre più sbrigativi.
Perché tutto non torna come prima?
Che non sia perché non è stato solo un film? La luce del giorno dopo rischiara e fa strada, la primavera dischiude il tepore e i mandorli spaccano la dura scorza e si tingono di rosa, gli uccelli cinguettano e la vita, non più trattenuta dalla roccia del sepolcro, scioglie le campane a festa.
Qualcosa è cambiato nel mondo e nella storia, e nella mia storia? Continuo a guardare la mia briciola e sento che il tutto può cambiare solo dal frammento.
Che ognuno è innanzitutto Parola del Padre da restituire e attraverso la tua Croce diventa possibile. Possibile per tutti e solamente a condizione che sia per tutti. (1)
Il nostro mangiare deve comprendere necessariamente l’altro e la maggiore alterità è quella del peccatore. (2)
Seguirò la vita, quella che tu mi hai restituita, sì, andrò io a Roma (o ciò che vuole significare) e la briciola diventa pane, pane che rende la Vita.
Acquista senso rispondere: Rendiamo grazie a Dio.

Buona Pasqua

(1) “Spetta al Signore segnare i confini e le condizioni della sua pasqua. Noi siamo troppo inclini ai compromessi e ai raccorciamenti. È la pasqua se con Cristo vengono tutti i suoi. Se uno solo resta fuori, anche l’ultimo, anche il nemico, Egli non entra a far pasqua con noi.”
Don Primo Mazzolari, Farò la pasqua da te coi miei discepoli.

(2)cfr. Giuseppe Ruggeri, La verità crocifissa. Il pensiero cristiano di fronte all’alterità, ed. Carocci, 2007.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Chi nasce tunno...

Ci sono rapporti che una volta creati continuano, nonostante la lontananza e magari anche la mancanza di comunicazioni. Succede di ritrovarsi dopo anni con alcune persone con cui si è condiviso un tratto di strada e di avere l’impressione che il tempo non abbia cancellato né indebolito la relazione. Così è stato con il pastore della Chiesa Valdese Sergio Manna, che non rivedevo da dodici anni. L’avevo conosciuto grazie al SAE e negli anni della sua attività a Novara avevo avuto la possibilità di apprezzare la sua  cultura e la sua fede. Dopo la sua partenza da Novara, Manna, ha vissuto a Napoli, dove, tra l’altro ha svolto servizio di accompagnamento spirituale presso il carcere di Secondigliano. Ora è tornato in Piemonte, nella Val Pellice; è pastore di una comunità e si occupa di formazione per la pastorale clinica, la pastorale per l’accompagnamento dei malati e dei morenti.
Il 20 maggio scorso è tornato nella nostra città per guidare l’ultimo incontro organizzato dal SAE sul problema della violenza (l’intero programma è pubblicato nel sito di Agognate alla pagina “Ecumenismo”), con una relazione sul tema “Violenza e Redenzione o Resilienza”.
Riporto una sintesi dell’intervento, ben consapevole di non poter restituire l’intensità delle sue parole e tanto meno il pathos che ci ha comunicato.

Manna ha iniziato chiarendo il concetto di resilienza, un concetto nato nella scienza dei materiali ed esteso alla biologia e a alla psicologia. Resilienza – che deriva dal verbo latino resilere, rimbalzare - indica la capacità di un materiale di recuperare la propria forma dopo aver subito una pressione. In ambito biologico esprime la capacità dell’organismo di autoripararsi in seguito ad un danno, come il cicatrizzarsi di una ferita, in psicologia la capacità dell’essere umano di riprendersi dopo un trauma, ad esempio un lutto o una violenza subita. In base agli studi condotti, sono stati individuati alcuni fattori che favoriscono la resilienza nella vita psichica. È importante innanzitutto avere un figura di riferimento, un amico, un esperto o anche una fede. Spesso chi riemerge da un trauma, proprio perché ha vissuto il trauma, é in grado di essere d’aiuto agli altri: è il principio su cui si basano i gruppi di auto-aiuto, come quello degli alcolisti anonimi; in tal senso anche la comunità dei credenti è un luogo di guarigione.
Fondamentale, tra i “tutori della resilienza” è l’ascolto. La società in cui viviamo sembra non lasciare spazio all’ascolto: molti parlano, impongono la loro voce, ma pochi sono disposti ad ascoltare l’altro. Eppure la Bibbia è centrata sull’invito all’ascolto: “Shemà Israel”, “Ascolta, Israele”. Ascoltare l’altro è impegnativo, comporta la disponibilità a immedesimarsi in lui, a sentire la sua sofferenza.
Un altro “tutore” di resilienza, questo per chi ha commesso del male, è l’assunzione della responsabilità. Manna ha raccontato alcune esperienze vissute presso il carcere di Secondigliano. Ha incontrato persone che non sono uscite da una comprensione di sé come vittima dell’educazione o dell’ambiente e che non sono state capaci di riconoscere la propria responsabilità per ciò che avevano compiuto, persone chiuse in una lettura fatalistica della vita, una lettura di un pessimismo senza speranza, efficacemente resa da un proverbio napoletano: “Chi nasce tunno, nun po’ murì quadro” (chi nasce tondo non può morire quadrato).
Il Vangelo ci annuncia che tutti possono cambiare, che per tutti c’è una speranza.
Ha incontrato, però, anche persone, che, grazie alla scoperta che c’era qualcuno disposto ad ascoltarle senza alcun tornaconto, hanno modificato la propria immagine negativa dell’uomo e di Dio: hanno compreso il volto del Dio di misericordia, hanno avuto il coraggio di guardare a se stesse con realismo e, nel riconoscere la propria colpa, hanno scoperto di essere amate.
Nella Bibbia sono molte le figure che ci parlano della resilienza, del cambiamento. Si pensi a Paolo, che sulla strada di Damasco constata il crollo delle proprie certezze, si scopre cieco e giunge poi a riconoscere che “quando sono debole allora sono forte”. Alla figura di Noemi, nel libro di Ruth; a Giuseppe, che avrebbe avuto tutti i motivi per odiare i fratelli, ma quando li incontra si commuove e piange e giunge a leggere la storia della propria sofferenza come un processo salvifico per gli altri; alla vicenda del figlio prodigo…
Tre sono i bisogni fondamentali dell’uomo, che stanno alla base della resilienza: il bisogno di autostima, intesa non come compiacimento di sé, ma come percezione di essere stimato nonostante tutto; il bisogno di amare e di essere amato e il bisogno di senso. Bisogni su cui fa leva la prassi di Gesù, che incontra le persone per quelle che sono, le ascolta e ridona loro la dignità perduta.
Emblematico è l’episodio di Zaccheo, il capo dei pubblicani, il “peccatore”: Gesù va in casa sua, ricorda che “anch’egli è un figlio di Abramo” e Zaccheo cambia vita. Gesù si prende cura degli uomini, si mette al loro servizio: è questo il significato originario del verbo greco “terapeuo”.
Il bisogno di senso è al centro della teoria psicologica di Viktor Frankl, lo psichiatra viennese sopravvissuto alla deportazione ad Auschwitz; come scrisse nel libro Uno psicologo nei lager, riuscivano a far fronte all’orrore dei campi coloro che nella sofferenza non avevano perso la speranza, non avevano rinunciato ad un senso della vita.
A conclusione della sua relazione, Manna ha riportato una citazione di Lutero, che può valere come sintesi dell’incontro: “I peccatori non sono amati perché sono belli, sono belli perché sono amati”.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Lettera a Fausta da Sandra

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Lettera a Fausta da Sandra
Fausta, Fausta, che voglia di gridare all’infinito il tuo nome, è l’urlo del dolore e del distacco.
Fausta il 12 maggio  se n’è andata “in quella meravigliosa casa dove non esiste la morte” (S.Agostino).
Fausta, sei stata un esempio per tutti noi, sei stata la pietra d’angolo per la tua famiglia, sei stata tanto altro… ma come ogni essere umano anche tu eri fatta di debolezze e fragilità, certo è che di te ricorderò sempre la grande forza, l’energia nel relazionarti con la tua malattia e con le prove che la vita ti ha chiesto di affrontare.
La vita non è stata benigna con te, come facevi a ringraziare sempre il Signore di tutto? L’amore che tu sentivi - “lui mi ama” dicevi - ti bastava?
P.Raffaele nell’omelia al tuo funerale ha detto che tu ti sei saputa immedesimare in Cristo e che solo così si sente e si capisce l’Amore e si dà un senso a tutto. Questa è stata la tua forza, questa tua forza non mi ha tuttavia impedito di vedere le tue fragilità, la tua solitudine. Ora ti chiede perdono.
    Perdono per tutte le volte che hai chiesto aiuto e non sono stata capace di “sentire” questo tuo grido
    Perdono per averti lasciata sola
    Perdono per non averti capita sino in fondo
    Perdono per ogni mia mancanza
Ti ringrazio per la tua amicizia, per il tuo affetto, per avermi voluta accanto gli ultimi giorni della tua vita e aver voluto donare e condividere con me la tua serenità nell’affrontare la morte.
La morte, questo grande e pauroso mistero...
“Vorrei conoscere il segreto della morte
Ma come potrete trovarlo se non cercate nel cuore della vita?
Se davvero volete contemplare lo spirito della morte,
spalancate il cuore al corpo della vita
Perché la vita e la morte sono una cosa sola, come il fiume e il mare
Perché cos’è morire se non essere nudi nel vento e prendersi il sole?
E che altro è non respirare, se non liberare il respiro dalle sue insonni maree perché possa levarsi ed espandersi e cercare Dio senza ingombri?
Solo se berrete al fiume del silenzio canterete davvero
E quando avrete raggiunto la sommità del monte comincerete a salire
E quando la terrà esigerà le vostre membra solo allora danzerete veramente”. (da “Il Profeta” di Gibran)

Ecco io credo che tu abbia raggiunto tutto questo.
Un abbraccio Sandra

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

L'acqua è uguale per tutti

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L’acqua è uguale per tutti
ma non tutti hanno diritto all’acqua
L’acqua è un bene per tutti
ma è dovere di ognuno gestirla al meglio
L’acqua è vitale per tutti
ma sta diventando una proprietà di pochi
Da alcuni mesi le Poste Italiane hanno quintuplicato le spese in abbonamento postale (la spedizione di questo numero ci costerà 5 volte più di prima). La ragione di questo rincaro è dovuta ai tagli dei contributi statali a questo tipo di spedizione. La causa non riside solo nella crisi economica e nello Stato che non ha più soldi e cerca in tutti i modi di far cassa (blocco pensioni, blocco stipendi statali, nuove tasse, tagli alla scuola, alla sanità, tagli, tagli, tagli, tasse, tasse, tasse); dietro questa decisione politica c’è un processo di privatizzazione dei beni dello Stato a vantaggio dei pochi che approfitteranno delle condizioni favorevoli di svendita di quei beni. Nel 2011 le Poste Italiane potranno essere interamente privatizzate, senza più l’obbligo della partecipazione statale; pertanto è inutile che lo Stato continui a sborsare soldi per un servizio che da pubblico diventerà privato (e poi se si penalizza il circuito di distribuzione/spedizione della carta stampata si riduce il rischio che la gente possa pensare diversamente da quanto ci impone la TV). È il processo inevitabile della vecchia nobildonna caduta in disgrazia che per sopravvivere è costretta a vendere, poco alla volta, l’argenteria, i quadri, i mobili di casa. Chi sta nel giro di questa svendita fa affari d’oro. E perché i pochi privati ne traggano il maggior vantaggio, le vie illegali sono d’uopo: appalti, agevolazioni, pagamenti in nero...
Tutto ciò che è dello Stato viene privatizzato, è la legge del libero mercato: trasporti e vie di comunicazione, sanità, istruzione, servizi. Persino le spiagge e i lidi del demanio verranno privatizzati. E tra i beni del demanio ci sono ovviamente i laghi, i fiumi, gli acquedotti. Privatizzazione dell’acqua? Certo che no, è la risposta dei nostri saggi e disinteressati politici: «l’acqua è un bene comune e non è possibile privatizzarlo». È vero, infatti, tecnicamente non è l’acqua ad essere privatizzata ma la gestione e la distribuzione dell’acqua. Tecnicamente.
La crisi idrica investe tutto il pianeta, in una forma sempre più grave e, invece di cercare soluzioni, si elaborano speculazioni (le crisi, economiche, energetice, idriche, alimentari, sono sempre una buona occasione di speculazione: c’è la crisi edilizia? bene! mi posso comprare un appartamento con pochi spiccioli!). Per gli speculatori questa è la vera soluzione: la scarsità idrica è una crisi derivante dall’assenza di commercio dell’acqua; se si gestiscono le risorse idriche attraveso il libero mercato, con prezzi elevati, la gente imparerà presto che l’acqua è un bene prezioso e non va sprecato: al crescere smisurato del prezzo di una merce, si tende a ridurrne il consumo. Quindi la privatizzazione dell’acqua è necessaria per una migliore gestione. E perché l’Italia dovrebbe andare in controtendenza e opporsi alle leggi del libero mercato? Detto fatto (quando c’è un Governo efficiente, le leggi si fanno e si approvano in poche ore!): giovedì 19 novembre 2009 con l’approvazione dell’art. 15 del decreto 135/09 (Decreto Ronchi) il Governo ha sottratto l’acqua potabile ai cittadini per consegnarla, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati. I prezzi per l’uso domestico in alcune città italiane è già raddoppiato e i rincari continueranno a crescere. Anche il costo dell’acqua per uso industriale e agricolo è in impennata e, ovviamente, è un aumento di prezzo che si ripercuoterà e pagheranno i consumatori.
L’ACQUA NON È UNA RISORSA RINNOVABILE!...
Oggi sulla Terra c’è la stessa quantità d’acqua di tre milioni d’anni fa.
La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è quella che è, non possiamo aggiungerne o toglierne, è come se fosse un circuito chiuso.
- Il volume totale d’acqua sulla terra è di 1.4 miliardi di Km3;
- Il volume delle risorse d’acqua dolce è di 35 milioni di Km3, o il 2,5% del totale;
- Di queste risorse d’acqua dolce 24 milioni di Km3 o il 68,9% è sotto forma di ghiaccio e di neve permanente in regioni di montagna, nelle regioni dell’Antartico e dell’Artico;
- 8 milioni di Km3 o il 30% è situato sottoterra. Questo costituisce circa il 97% di tutta l’acqua dolce che potenzialmente può essere utilizzata dagli uomini;
- L’acqua dolce contenuta nei fiumi e nei laghi è di 105.000 Km3 o lo 0,3% del totale dell’acqua dolce mondiale;
- Il totale dell’acqua dolce disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini è di 200.000 Km3 d’acqua, che è l’1% di tutte le risorse d’acqua dolce e solo lo 0,01% di tutta l’acqua della terra.

La differenza tra ieri ed oggi è che oggi la domanda d’acqua dolce è aumentata e continuerà ad aumentare.
- 1,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile;
- 2,6 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari di base;
- 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua;
-1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno per malattie connesse alla mancanza d’acqua potabile (4.900 bambini al giorno, in 8 mesi tutti i bambini d’Italia);
- un bambino nato in un paese industrializzato consuma acqua da 30 a 50 volte più di un bambino di un paese povero;
- In Italia si perdono dalle condutture 104 litri d’acqua per abitante al giorno, pari al 27% dell’acqua prelevata;
- 1/3 degli italiani non ha un accesso regolare e sufficiente di acqua potabile;
- ogni italiano consuma in media 213 litri di acqua al giorno: 39% per bagno e doccia, 20% per sanitari, 12% per bucato, 10% per stoviglie, 6% per cucina, 6% per giardino e lavaggi auto, 1% per bere e 6% per altri usi.

... L’ACQUA È UNA RISORSA RICICLABILE!
L’acqua può essere riciclata un numero infinito di volte. È possibile utilizzarla nuovamente a volte nel giro di una settimana in altri casi dopo anni: dipende da come, e quanto è inquinata.
Per mantenere l’acqua sicura e salubre, è indispensabile una corretta gestione di tutta la filiera dell’acqua attraverso la sua protezione e salvaguardia in tutte le fasi del ciclo. Più inquino l’acqua e le falde acquifere e più saranno lunghi i tempi affinché ritorni ad essere utilizzabile dall’uomo.
Ma se la quantità di acqua è sempre la stessa come mai oggi si parla di crisi idrica?
In parte la crisi idrica è causata dai cambiamenti climatici creando aree di siccità e aree di frequenti alluvioni ed inondazioni. In parte la causa è dell’uomo che modifica i processi naturali: deforestazioni, dighe, corsi e letti dei fiumi modificati.
Attraverso queste modifiche ed attraverso il processo di privatizzazione il controllo e la distribuzione dell’acqua graverà sempre più sui consumatori: prendete come esempio la Sicilia, una delle regioni italiane più ricche di acqua dolce; ma anche una regione dove il controllo da parte di privati (mafiosi) da molti anni causa una distribuzione mirata. Con il Decreto Ronchi, l’appropriazione indebita della gestione dell’acqua viene così legalizzata.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

La brontolona

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la brontolona
di Atoni Denis

C’erauna donna che a­veva quattro figlioli e un marito che da qualche anno amava bere più di quanto fosse concesso all’organismo umano. Era più il tempo in cui lo si vedeva ubriaco che quello passato come uomo cosciente del dono della vita. Non era sempre stato così. L’uomo aveva incominciato a bere da quando l’aria di casa s’era resa così irrespirabile da snervarlo fino all’esasperazione. La causa principale era stata il continuo brontolare della mo­glie, che sotto altri aspetti era davvero una brava donna. Essa non si stancava mai di pulire, di cucinare, di rammendare... di svolgere tut­te quelle faccende  proprie d’una mamma con un marito e quat­tro figli. L’uomo non si spiegava perché, dopo il matrimonio, la sua donna fosse cambiata e fosse  diventata sempre più tetra e brontolona.  Non la si sentiva più cantare, come faceva da ragaz­za,  e diventava sempre più sciatta, più triste, più chiusa in se stessa.
La donna, soprannominata dai vicini “Maria, la brontolona”, sembrava una pentola in continua ebollizione. Non le andava bene nulla, borbottava sempre, anche quan­do era sola: «Guarda che disor­dine, è impossibile vivere in questa casa. Proprio a me dovevano capitare quattro figli così irrequieti! Che razza di marito mi sono andata a pe­scare. Se avessi saputo che il matrimonio mi avrebbe trasformata in una serva, sarei rimasta piuttosto zitella… ».
E la litania andava avanti tutto il santo giorno.
Fuori casa, era la stessa mu­sica. Persino alla Messa della domenica non faceva che brontolare: «Questi chierichetti non stanno mai fer­mi. Il prete non si capisce che cosa voglia dire. Ma si deve venire in chiesa vestiti come quella lì?». Aveva da ridire su tutto e su tutti. E giù a criticare ogni compaesano. Il suo Rosario era più una sfilza di brontolii che una sequenza di Ave Maria.
Si capisce che, di questo pas­so, anche le cose in famiglia andavano di male in peggio. Denaro ne gi­rava poco, i figli crescevano male e del tutto trascurati perché, col babbo sempre ubriaco e la mamma tutta presa a lamentarsi, nessuno si curava della loro educazione.
In casa c’era un quadretto che rappresentava la Sacra Famiglia: tre volti sorridenti dei santi per­sonaggi, che proprio non si addi­cevano a quell’ambiente. Spes­so la Brontolona se la prendeva anche con la Madonna: «Bea­ta te che sorridi sempre! Con un Figlio buono e bravo come Gesù e un marito san­to come Giuseppe, non hai fatto molta fatica; guarda me, invece, in che condizioni mi tocca vivere… ».
 Era un modo strano di rivolgersi alla Vergi­ne, anche se Maria la Brontolona, in fondo, voleva un gran bene alla Madonna. Ma era fatta così; nutriva ormai una sorta di invidia per tutte le altre donne, come se solo lei avesse da faticare.
Passavano gli anni e le cose andavano sempre peggio. La Brontolona aspettava sempre che il mondo cambiasse, ma lei non si  sognava neppure di  modificare  se stessa.
Un giorno, non potendone più, dopo l’ennesima litigata col marito, riempì un sacco con i suoi stracci e lasciò la casa. Prima di andarsene  sostò un istante davanti all’immagine sacra, e  rivolgendosi alla Madonna col solito cipiglio le gridò: «E’ inutile che mi guardi storto; qui non reggo più. Se sei madre di tut­ti, prova a starci tu in questa baraonda. Me ne vado, non so dove e come vivrò, ma credo di avere diritto di vivere un po’ in pa­ce!».
Si sbatté l’uscio alle spalle, lasciò il paese e si rifugiò all’estero, senza che nes­suno sapesse dove.
Vagò per giorni e mesi, arran­giandosi a fare i mestieri più umili, tanto che in breve tempo si era ridotta pelle e ossa. Ogni tanto si sentiva salire lacrimoni grossi grossi, che invano tentava di ricacciare giù. Rivedeva la sua casetta e la ricordava piena di luce, baciata dal sole. Rivedeva  il marito, paziente e com­prensivo come quando erano fi­danzati. Il solo pensare ai figlioli la faceva tremare di emozione e di dolore, vedeva quei quattro volti così belli che la fissavano con uno sguardo che non riusciva a sostenere: occhi vispi e affettuosi che le sorridevano. Le sembrava di udire la loro voce e li vedeva correre verso di lei festanti.
 Dopo qualche mese la povera Maria non ce la fece più e decise di ritornare a casa. Così man mano che si avvicinava al suo paese, della sua famiglia ricordava solo le cose buone, mentre trovava sciocchi i motivi che l’avevano spinta a partire.
Arrivò al paese in un giorno di maggio, quando la natura si rinnova e perfino le er­bacce si vestono d’un verde così intenso che viene voglia di ac­carezzarle. Era l’ora di pranzo e per le strade non si vedeva anima viva.
Maria la Brontolona si avvi­cinò alla sua casa, quasi in pun­ta di piedi, non vista né sentita da alcuno. Il cuore le batteva tanto forte che le sembrava  scoppiasse. S’aggrappò al muretto del giardino per non cadere e si mise ad osservare la casa.
Che stupore! Pareva un so­gno. Il giardinetto era tutto pulito e  ridente di fio­ri, e l’orto offriva ai raggi del sole le più belle verdure di stagione.
Dalla finestra s’udiva la vo­ce di una donna che cantava. La Brontolona si av­vicinò esitante. La stanza era in per­fetto ordine. La mensa ap­parecchiata e la famiglia sedu­ta a tavola. Vide  i suoi  figli e il marito ridere felici mentre mangiavano una minestra fumante e profumata. Nella cucina, dietro la tenda,  si vedeva la sagoma di una donna affaccendata, che can­tava con una voce così dolce da penetrare nel profondo dell’a­nima. Chi era mai quella donna che cantava? Possibile che qualcuno avesse preso il suo posto? Dette ancora uno sguardo disperato in quella che era stata la sua casa e si accingeva a ripartire con il cuore a pezzi, quando il suo sguardo cad­de sul quadretto della Sacra Famiglia. « Sogno o sono sveglia? », si chiese la povera donna, stro­picciandosi gli occhi. San Giusep­pe e il Bambino stavano al loro posto. Ma la Madonna non c’era, era come cancellata e si vedeva bene il posto vuoto.
La Brontolona fissò di nuovo quell’ombra di donna che sfac­cendava in cucina, poi guardò nuovamente il quadro e comprese di colpo. In tutti quei mesi la Madre di Gesù l’aveva sostituita. La Brontolona cadde in ginocchio e scoppiò in un pianto dirotto.
Ma una mano delicata le ac­carezzò i capelli, come faceva sua madre quando era bambina e sentì una voce sussurrarle: “Vieni, entra serena: questa è la tua casa ed a tavola siede la tua famiglia. Nessuno si è ac­corto della tua partenza.  Devi solo sorridere, dimenticare questo lungo periodo di sofferenza e ricordarti che la gente ti ha da­to un altro nome. Ora tutti ti chiamano: Maria, la Can­terina ».
Dice la storia che quella mamma riprese felice il suo posto e, siccome in lei qualcosa era mutato, tutto si era  trasformato. Aveva compreso che, cambiando se stessa, tutto il mondo intorno a lei era diventato migliore.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Vita e preghiera, pensieri a margine...

“Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc. 18,9-14).

L’evangelista Luca  racconta questa parabola per insegnare come stare al cospetto di Dio, che cosa chiedere al Signore. Dei due protagonisti, il primo si fa forte delle sue innumerevoli osservanze della Legge, presentando a Dio la lista dei propri meriti. Si sente a posto davanti a Lui.
Il secondo, consapevole del suo peccato, non osa neanche avvicinarsi all’altare e riesce solo ripetere “Abbi pietà di me peccatore”.
Ciò che trova misericordia agli occhi del Signore è la nostra povertà umana e spirituale: pregare è presentarci a Lui così come siamo, con la nostra fragilità e con il nostro bisogno di relazione con Lui, con la coscienza che è Lui a venire incontro a noi. A noi spetta solo rispondere alla sua azione verso di noi.
Non è però dare le dimissioni dal difficile mestiere di essere uomini e creature davanti al creatore, è mettersi nella situazione di ascolto e nella disponibilità di rispondere al suo progetto di amore, al quale rispondiamo sia come individui, per mezzo della preghiera personale o segreta, come veniva un tempo definita, sia come comunità attraverso la nostra partecipazione alle celebrazioni liturgiche, come la Liturgia delle Ore, la S. Messa, i Sacramenti.
La Liturgia, soprattutto la celebrazione dell’Eucaristia, è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium, 10).
 Eppure tra gli stessi fedeli più assidui è difficile riscontrare la piena consapevolezza di questa realtà. Spesso si ha l’impressione che la partecipazione alle celebrazioni sia un’abitudine di cui però ben poco si capisce. A volte la liturgia viene vissuta come qualcosa di folkloristico o come modo per soddisfare il bisogno di appartenenza ad un gruppo. Per alcuni significa assistere ad un insieme di riti magici, per altri partecipare ad un musical. Nel migliore dei casi si “assiste” alla Messa sperando di ricavare dall’omelia qualche riflessione utile per le proprie situazioni contingenti.  Molto più raro  è  riscontrare la consapevolezza di  ciò  che la liturgia è realmente.
Essa è in primo luogo “azione di Dio in favore del suo popolo”. Dunque una convocazione di Dio rivolta a ciascuno, per incontrarlo, accogliere la sua grazia ed il dono di se stesso a noi e così divenire il suo popolo. Sta a dirci che il Signore ci ama, è a nostro favore, opera in noi con la potenza dello Spirito Santo.
È anche “azione simbolica della Chiesa” perché in essa la Chiesa proclama a Dio il proprio amore mediante simboli, gesti, parole, canti, vesti liturgiche, segni diversi. Diciamo a Gesù risorto che gli siamo grati per la sua presenza, per il dono della vita attraverso la sua morte in croce, che vogliamo stare con lui.
Inoltre è “azione di popolo”, che supera la nostra coscienza soggettiva, è il Corpo stesso di Gesù che parla, ascolta, risponde, ama, si dona. E tutto avviene nel fluire del tempo, nel rispetto dei tempi del divenire umano. Solo lentamente cresciamo come Corpo del Signore e soltanto in retrospettiva, ripensando agli anni trascorsi ci accorgiamo che siamo cresciuti nel conformarci a Lui, scopo ultimo della liturgia.
La liturgia è una azione comunitaria e deve coinvolgere il cuore e il corpo, i sentimenti e le azioni.
Ringrazio fra Raffaele Quilotti o.p. che in questi mesi ha accompagnato le fraternite domenicane con una riflessione sulla preghiera liturgica, sulle strette relazioni tra vita e preghiera, sulla necessità che la nostra vita sia intessuta di preghiera e che la nostra preghiera irrighi tutti gli ambiti della nostra vita. Altrimenti corriamo il rischio di fare quel che i profeti rimproveravano ad Israele: vivere riti esteriori. Essi sono spesso insorti contro l’ipocrisia religiosa: ci si crede in regola con Dio perché si sono adempiuti certi riti cultuali, sacrifici, digiuni, disprezzando i precetti più elementari di giustizia sociale e di amore del prossimo.
La tentazione è di moltiplicare le parole ed i rituali e tenere lontana l’azione dalle nostre preghiere.
La preghiera, segreta e personale o liturgica e comunitaria, comincia dai piedi. È un fare, un muoversi, che esige piedi e gambe. È l’espressione di una comunità in cammino, itinerante, desiderosa dell’incontro con Dio e con i fratelli, pronta a rispondere alla convocazione. Per questo motivo è uno dei “pilastri” della vita domenicana, a qualunque ramo dell’Ordine si appartenga: frati, monache, laici.  
Non di rado può sembrarci ripetitiva: il pane quotidiano non è più vissuto come la novità e prende il sapore del pane raffermo; come la manna nel deserto: “ora la nostra vita inaridisce, non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna” (Nm. 11,6). La manna, accolta al principio con grande gioia come pane dal cielo, ad un tratto appare arida, “Siamo nauseati da questo cibo così leggero”. Ecco il rischio che può annidarsi nelle celebrazioni che diventano solo abitudini ed in cui il nostro cuore non partecipa.
Come fare se la ripetizione dei gesti e delle parole e la stanchezza prendono il sopravvento?  
Sperimentiamo la difficoltà della preghiera: spesso siamo stanchi, non abbiamo tempo, non ci sono le condizioni esterne adatte alla preghiera.  Il Signore ci chiede di fidarci di Lui anche se non sentiamo il desiderio di pregare.
Il cammino della preghiera è fatto di piccoli passi, di fervore e di aridità che si alternano e che ci permettono di crescere. San Paolo dava questo consiglio ai Romani: “Lo spirito viene in soccorso alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo neppure che cosa chiedere, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili” (8,26).
In ultima analisi, la preghiera è ciò che ci rende più umani, perché significa che riconosciamo che il senso ultimo della vita non sta in noi stessi, ma sta oltre. Il suo scopo non consiste nell’ottenere ciò che domandiamo, ma nel diventare diversi, consapevoli del nostro essere creature e riconoscenti al nostro Creatore.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Verso Ginevra

Quest’anno, come S.A.E. (Segretariato Attività Ecumeniche) abbiamo deciso di sostituire il consueto Convegno di Primavera, con un viaggio ecumenico.
La meta proposta Ginevra, sia per il Cinquecentesimo anniversario della nascita di Calvino, appena trascorso, sia per tutto l’interesse che queste terre rivestono.
Eravamo circa cento, in due pullman e, dal 14 al 17 aprile, sono stati i primi luoghi di conoscenza reciproca e di presentazione dei temi che ci hanno aiutato nella riflessione e nella comprensione di ciò che è avvenuto.
Il sole, durante tutto il tragitto, ha illuminato la neve delle montagne e ci ha regalato, almeno in visione, un contesto di grande speranza.
Oltre a Calvino, le monache di Grandchamp, il CEC, l’Istituto ecumenico di Bossey, tappe di chi si fa carico delle divisioni e cerca le vie per una possibile unità.
Di Calvino mi pare importante fare memoria delle sue “Discipline”; non tanto come passato, ma come attualità di futuro per ogni singolo e per ogni comunità di credenti.
“…la disciplina ecclesiastica di Calvino è ricca tanto di timore di Dio quanto di amore per l’umanità…Calvino arrischiò la sua riflessione sul rapporto tra Gesù Cristo e la sua sposa, e sul rapporto che i credenti, membra del corpo di Cristo, devono avere tra loro, affinché la loro unità al capo e la comunione di ciascun membro sia testimonianza autentica ed efficace…” (1)
Viviamo in un tempo molto “liberale” e la disciplina è un termine desueto che non trova molti consensi. La Chiesa come corpo di Cristo appartiene, certo, al mistero; ma la Chiesa come comunità dei credenti è visibile. Là dove le difficoltà emergono si avverte anche la necessità di cura. Ne va della nostra testimonianza. Oggi, come ad Edimburgo cento anni fa, quando le chiese protestanti hanno avvertito la necessità di confrontarsi tra loro, proprio perché nelle terre di missione la divisione non rendeva credibile l’annuncio del Vangelo.
Importante la visita al CEC (Consiglio Ecumenico delle Chiese). Questo organismo nasce nel 1948, accoglie le istanze ecumeniche di due cammini: “Vita e azione” e “Fede e Costituzione”. Ha sede a Ginevra. Riunisce 349 chiese, sono presenti ortodossi, anglicani, battisti, luterani, metodisti e le chiese riformate. Rappresentano oltre 560 milioni di cristiani in 110 paesi del mondo.
La Chiesa cattolica non ne fa parte formalmente. Dal 1965, dopo il Vaticano II, è entrata in dialogo con questo organismo; è stato costituito un  “gruppo misto di lavoro” che collabora alle attività del CEC. 
E’ progetto grande e importante, il suo senso si coglie anche nella strutturazione architettonica. La cappella è stata fatta con i gradini dove bisogna scendere, come negli antichi battisteri. All’ingresso un mosaico col Battesimo di Gesù e l’acqua che sgorga e continua col disegno, sul pavimento. Necessario immergersi di nuovo per poter pensare all’unità della Chiesa. Una immersione che risulta particolarmente faticosa soprattutto nei suoi risvolti politici.
Il CEC ed la KEK (2) sono due organismi molto importanti, ma la diversità di composizione e di procedimento vengono a determinare equilibri molto precari.

La comunità delle monache riformate a Grandchamp ci ha aperto il cuore. La loro cappella, ricavata nell’antico essiccatoio del grano, è chiamata l’Arca. Piccole finestre colorate illuminano il buio del legno. E’ un’esperienza singolare all’interno della Chiesa della Riforma. Nel periodo in cui l’Europa armava i suoi eserciti per preparare la seconda guerra mondiale, un gruppo di donne ha avvertito l’esigenza forte di ritrovare la meditazione biblica e i ritiri spirituali. Nei tempi di maggiore fatica, forse, è sensibilità di donne, cercare il “luogo” dove poter custodire la vita.
Nel 1944 si struttura in una comunità di tipo monastico, Geneviève Micheli assume il Ministero di Comunione, titolo che corrisponde a quello cattolico di Priora; mi pare molto significativo. La comunione non è scontata, ci è donata nel sangue di Cristo, ma è necessario poi un vero e proprio ministero per concretizzarla nella vita di ogni giorno. Oggi sono cinquantuno sorelle, vivono secondo la Regola di Taizé, di diversa nazionalità e denominazione di chiesa.  Trentacinque a Grandchamp, altre in Israele, in Algeria o, per un periodo, dove più necessita una presenza di riconciliazione.

Altra tappa importante l’Istituto Ecumenico di Bossey, qui si preparano tutti quelli che avranno un ufficio ecumenico, sono mandati dalle rispettive Chiese e vivono anche l’impegnativa esperienza della convivenza e del confronto. Da alcuni anni c’è anche una comunità ecumenica di suore, due riformate, due ortodosse, due cattoliche. Anch’esse mandate per un periodo dalle rispettive Chiese. Si occupano della preghiera e delle riflessioni. Attualmente le suore cattoliche sono domenicane.

Concludo con le parole di sr. Minke de Vries, priora di Grandchamp per quasi trent’anni: “Col tempo ho compreso sempre meglio che dobbiamo adottare in ogni cosa uno spirito di pellegrinaggio e di “visitazione”; questi sono i sentieri che ci aprono alla fecondità dello Spirito.” (3).
In questo viaggio abbiamo sperimentato che è possibile, ora ci è chiesto di restituirlo nei passi che facciamo.
Affinché “ecumene” sia, cioè “abitata” la terra richiede la presenza dell’uomo e della donna che rispondono alla loro vocazione e rendono storia ciò in cui credono.


(1)  E. Fiume, La disciplina ecclesiastica nel pensiero di Giovanni Calvino, in Libertà e disciplina, Nel 500° anniversario di Giovanni Calvino, a cura di G. Long,  Claudiana – Torino, 2009, pagg 57-58.
(2) La Conferenza delle Chiese Europee (KEK) è una comunione ecumenica di 120 chiese, vi appartengono quasi tutte le Chiese ortodosse, le Chiese protestanti, la Chiesa anglicana, la Chiesa cattolica e 40 organizzazioni di Chiese associate e le chiese indipendenti. Confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore secondo le Scritture. Cercano di realizzare insieme la loro comune vocazione per la gloria di un solo Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo.
La prima Assemblea si è tenuta a Nyborg, dal 6 al 9 gennaio 1959. L’8 ottobre 1964, durante la sua IV Assemblea, la Conferenza ha adottato la sua prima Costituzione. Il Segretariato è a San Gallo in Svizzera, ed ha uffici anche a Ginevra, Bruxelles e Strasburgo. Il numero delle chiese membro è aumentato man mano e si è approfondita anche la comunione tra di loro. E’ aumentata anche la cooperazione con il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), costituito dalle attuali 33 Conferenze episcopali presenti in Europa.
Un documento importante di questa collaborazione è stata la Charta Oecumenica, Linee guida per la crescente cooperazione tra le Chiese in Europa, promulgata a Strasburgo il 22 aprile 2001.
N.B.: Alcune traduzioni utilizzano come sigla della Conferenza delle Chiese Europee: CEC
(3) M. de Vries, Verso una gratuità feconda, L’avventura ecumenica di Grandchamp, Paoline, 2008 pag. 199.

Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Mio figlio, un alieno

“Ogni mese avevo vissuto con sofferenza il ripetersi del mio ciclo; ma dopo un bel pianto riprendevo a ripetere tra me con un’insistenza maniacale: «Io avrò un figlio». Ancora oggi, a più di settanta anni, nei momenti di distrazione, mi accorgo di ripetere tra me questa frase.
E finalmente è arrivato, quando ormai non speravo più: è un bel bambino, sano, robusto, allegro, socievole. Le tappe del suo sviluppo sono quelle di tutti i bambini. All’età di un anno cammina, a un anno e mezzo comincia a dire qualche parolina, a due anni conta fino a cento. A due anni e mezzo si comincia a delineare la tragedia: lo sviluppo si arresta, anzi si nota un lento regredire. Leonardo è sempre più scontroso, rifiuta il contatto anche con me. Non posso neppure dargli un bacio e coccolarlo, perfino vestirlo diventa un problema. Anche dalla scuola materna che frequenta, benché non abbia ancora compiuto i tre anni, torna a casa stanco e irritabile”.

E’ l’inizio della storia di Leonardo, un figlio tanto desiderato, atteso per sei anni; Leonardo, “un alieno che viene dal pianeta autismo, da una galassia lontana, la galassia della solitudine”, e di sua madre, Sandra Lupi Macrì che in un breve ma intenso libro racconta “l’avventura più grande e difficile” della sua vita (Mio figlio, un alieno. Dal pianeta autismo Edizioni Messaggero Padova, 2010. Euro 8,00).
Devo molto a Sandra, a cui mi lega anche un rapporto di parentela (è cugina di mio padre): mi ha sempre comunicato molta serenità e una fede forte. Ricordo che, terminato il liceo, negli anni del mio vagabondare tra una facoltà e un’altra alla ricerca della mia strada, mi spronava ad abbandonare le incertezze e ad impegnarmi con determinazione in un cammino: “scelta una strada, abbracciala e sposala e sii fedele!”; e poi aggiungeva, credo pensando al proprio itinerario, “ma sappi che è la vita che ci guida per i suoi sentieri”.
Le pagine di Mio figlio, un alieno ci fanno ripercorrere i sentieri che la vita ha riservato a Sandra, a Corrado, suo marito, “la sua roccia”, e a Leonardo, sentieri a volte molto aspri, segnati da solitudine ed incomprensioni, anche nell’ambiente religioso, da momenti di smarrimento e sconforto (“Chiusa in bagno, giunsi a sbattere la testa contro il muro; la disperazione era così grande che avrei voluto morire e quasi ci riuscivo”) ma anche da incontri di autentica amicizia, come quello con Giuseppe, il padrone della pensione in Val Badia, dove trascorrevano le vacanze (“secondo me era un filosofo che casualmente faceva l’albergatore... Giuseppe e la sua famiglia avevano adottato Leonardo, accettando la sua diversità e perdonando i suoi capricci e scenate”), di gesti e reti di solidarietà.  
Sono pagine che ci invitano di aprire gli occhi su una realtà, quella dell’autismo, forse ai più sconosciuta, sul mistero delle persone “diverse”, sulle nostre responsabilità sociali nei confronti dei disabili.
Pagine che, soprattutto, provocano alla speranza e all’amore.
“Nel 1975 ci fu il viaggio a Lourdes, il primo che riuscimmo a fare con Leonardo, che allora aveva sette anni, durante le vacanze natalizie.
Il viaggio a Lourdes è rimasto quindi memorabile. Leonardo ne ricorda ancora tutte le tappe, il numero delle camere nei vari alberghi, perfino il menu di tutti i pasti.[…]
Potrei dividere la mia vita in due periodi: prima di Lourdes e dopo Lourdes. Quando una persona visita i santuari e si rivolge a Dio, spera, naturalmente, di ottenere un intervento decisivo e miracoloso che cambi completamente le sue situazioni negative. Anche noi siamo partiti così.
A Lourdes non abbiamo ottenuto il miracolo della guarigione, anche se da quell’epoca Leonardo ha cominciato a migliorare, ma io ho avuto un miracolo anche più grande. Ho accettato Leonardo e ho imparato ad amarlo per quello che è, per il mistero che rappresenta e per l’avventura che potevamo vivere insieme. Non mi sono più vergognata di lui, al contrario ho cominciato ad amare la sua ingenuità, le capacità straordinarie e inutili ai fini pratici della sua mente, la sua diversità.”

Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Dal viaggio Spagna-Francia

Scritto da

Di Gianni e Sandra Bentivoglio

Non avevamo mai fatto nessun viaggio organizzato, abbiamo affrontato questa avventura con entusiasmo: sembravamo due adolescenti, entusiasti di tutto, ridevamo ogni volta che “metti la valigia sul pullman, togli la valigia dal pullman, camera n°…ecc. Ci sono piaciuti gli alberghi, le soste: insomma, siamo stati bene e per questo ringraziamo p. Raffaele. Anche per lui era la prima volta che organizzava, e se l’è cavata benissimo!
Il viaggio ci ha consentito di vedere tante cose, tante città, città che abbiamo trovato piacevoli, ognuna con la propria bellezza e particolarità. Il vero viaggio, per noi, è iniziato però a Palencia. Lì abbiamo cominciato a sentire l’atmosfera giusta per entrare in sintonia con il senso del nostro viaggiare.
Palencia: la città dove Domenico studente vende i suoi libri per aiutare i poveri. Ci siamo chiesti: “noi saremmo capaci di rinunciare a qualcosa di nostro per aiutare un altro?”. Noi diamo sempre il superfluo…
Abbiamo chiesto a san Domenico di farci conoscere la vera carità, la carità che va oltre il dare, la carità del cuore.
Caleruega: qui nasce Domenico. Entrare nella cripta per la Messa, quindi in casa di Domenico: lo abbiamo immaginato bimbo mentre giocava, rideva, piangeva, inconsapevole allora che il Signore lo aveva scelto per essere un grande apostolo di Cristo. La Messa intorno al pozzo di Domenico: svolgere il compito di lettore, in quel luogo, era rendere omaggio a Domenico e ringraziare il Signore di averci chiamato ad essere domenicani.
El Burgo de Osma: si respira aria domenicana nel borgo dove Domenico ha vissuto come canonico e sottopriore della Cattedrale. Nei nostri giri lui è accanto a noi che, escludendo il traffico ed il rumore, abbiamo immaginato Osma ai suoi tempi, e avvertendo il suo abbraccio, abbiamo pregato.
Tolosa: abbiamo visitato la casa da cui è partito l’Ordine, la Chiesa di Les Jacobins dove è sepolto san Tommaso e l’attuale convento dei frati, vicino all’università. Domenico voleva fortemente lo studio, che era per lui un lavoro spirituale e servizio alla predicazione per la salvezza delle anime.
Fanjeaux: nei lunghi anni di solitudine in questo luogo, Domenico comincia a pensare alla necessità della predicazione. Tutt’intorno catari, che con la loro predicazione snaturavano il volto del Dio della misericordia, ma con i quali entra in relazione, in ascolto. Come sarebbe importante per noi se riuscissimo a metterci in ascolto di chi riteniamo diverso, non per convertire ma per condividere!
Prouille: qui ha raccolto le donne più disperate, che nel pensiero comune non valevano nulla e che nessuno voleva e ne ha fatto la prima “Santa Predicazione”.
Il viaggio sulle orme di Domenico ci ha fatto bene all’anima e vogliamo ringraziare quanti abbiamo incontrato e che hanno condiviso con noi dei bellissimi giorni, il loro sorriso ed un po’ della loro storia.
Vorremmo dedicare a tutti questa antica benedizione gaelica
Sul Palmo della sua mano
La strada ti venga sempre dinanzi,
e il vento soffi alle tue spalle
e la rugiada bagni l’erba
su cui poggi i passi.
E il sorriso brilli sul tuo volto
e il cielo ti copra di benedizioni.
Possa una mano amica
tergere le tue lacrime
nel momento del dolore.
Possa il Signore Iddio
tenerti sul palmo della mano
fino al nostro prossimo incontro.

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