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Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Noi albanesi indignati

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La comunità albanese in Italia è composta da oltre 500 mila cittadini che lavorano, studiano e contribuiscono da due decenni al benessere del Bel paese. Negli anni la nostra comunità è stata oggetto di una stigmatizzazione negativa da parte dei media al punto che l’aggettivo albanese è diventato sinonimo di criminale e prostituta. Tuttavia, grazie all’incessante impegno quotidiano di ciascuno di noi, portato avanti con dignità, la nostra comunità è perfettamente integrata nel tessuto sociale, economico e culturale italiano e molti albanesi hanno raggiunto punti di eccellenza in moltissimi settori socio economici.
Siamo profondamente indignate e offese dalle parole usate dal Primo Ministro italiano, durante la conferenza stampa congiunta con il suo omologo albanese Berisha tenutasi a Roma, Venerdì 12 febbraio 2010, a seguito di un summit bilaterale tra i governi dei due paesi. Mentre si parla della lotta contro i famigerati scafisti e gommoni, Berlusconi afferma : «Faremo un’eccezione per chi porta belle ragazze». Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da lui dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una della piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta degli esseri umani.
Il Premier italiano dovrebbe sapere che c’è già chi porta in Italia “le belle ragazze albanesi”, e le mette a lavorare come carne fresca sui marciapiedi italiani, oppure in finti centri benessere. Sono i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento della prostituzione. Elevare un argomento cosi delicato e doloroso a inopportune battute sessiste e maschiliste, offende il lavoro e l’impegno di quanti lottano affinché la donna non sia trattata come un oggetto, ma goda di pari opportunità.
Siamo profondamente dispiaciuti e addolorati che il Premier del paese in cui viviamo e aspiriamo a diventarne pieni cittadini, dimostri un atteggiamento altamente offensivo nei confronti del nostro paese di origine e dia un immagine così arretrata dell’Italia. Chiediamo una rettifica e scuse formali a tutte le donne albanesi che vivono e lavorano in Italia.
Tra i primi firmatari professionisti, intellettuali e responsabili di associazioni albanesi in Italia e centinaia di cittadini albanesi e non.
(da: Albanianews.it)


Pur non essendo cittadino e donna albanese, la “battuta” del Presidente Berlusconi, ha provocato anche in me indignazione. Su quelle parole mi dissocio e non mi riconosco rappresentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Una semplice battuta spiritosa? Certo, e per questo ancora più grave in quanto pronunciata durante la conferenza stampa ufficiale (da palazzo Chigi) tra Berlusconi e Berisha, dove i contenuti non possono e non devono essere resi frivoli da affermazioni prive di rispetto umano, di buon senso politico e di pudore sociale, e che, ancora una volta, riducono la donna a merce di piacere. Purtroppo queste battute sono uno strumento necessario, fanno parte di una metodologia ben collaudata per stornare e distrarre l’informazione e l’opinione pubblica: così nel caso dell’incontro tra Berlusconio e Berisha, la battuta sulle belle ragazze albanesi fa parlare e discutere evitando di approfondire i contenuti e gli obiettivi stipulati dall’accordo di partenariato strategico tra Italia e Albania firmato lo scorso 12 febbraio a Roma (il termine “strategico” mi incuriosisce!).

A differenza delle belle ragazze albanesi, il testo di questo accordo rimane misterioso e introvabile; posso solo estrapolare i contenuti emersi durante la suddetta cerimonia delle firme di accordo e la seguente conferenza stampa (la si può vedere sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri nella sezione audiovisivi: www.governo.it): Berlusconi e Berisha hanno messo in risalto che le relazioni tra i due Stati sono buone in tutti gli ambiti, e questo permetterà di sviluppare un partenariato su vari settori “strategici” quali il turismo, il sostegno per un rapido ingresso nell’UE dell’Albania, la collaborazione nella produzione di energia elettrica (nucleare), lo sviluppo e l’investimento industriale in Albania da parte degli imprenditori italiani. Su quest’ultimo aspetto voglio spendere qualche riga.

L’invito di Berisha agli industriali italiani a capitalizzare sempre di più in Albania è allettante in quanto l’Albania risulta essere lo Stato con la quota fiscale più bassa d’Europa. Un buon affare dunque per gli investitori italiani calcolato anche che in Albania la manodopera la si può benissimo sottopagare senza troppe noie sindacali (non è una novità: ci sono già molte industrie italiane impiantate in Albania ed è risaputo il grado di sfruttamento lavorativo). Se poi queste industrie italiane in Albania sono inquinanti e producono rifiuti tossici, non dobbiamo più preoccuparci dello smaltimento: basta lasciarli lì sul posto, evitando così noie legali. Già perché forse è tempo di cercarci un nuovo contenitore di spazzatura dal momento che la Somalia, che per anni ha avuto questo onore, al momento non è disponibile in quanto martoriata dalla fine del 1990 è in uno stato perenne di guerra civile, in mano a bande armate, sempre in lite tra loro, che controllano fette di territorio più o meno grandi e con i mari infestati da pirati, diventa difficile, anche per la criminalità organizzata italiana, stabilire accordi per scaricare i nostri rifiuti tossici. E gestire i rifiuti tossici all’interno del nostro territorio è sempre più difficile perché ci sono troppi magistrati che non sapendo come occupare il loro tempo, perseguitano onesti cittadini che si occupano del bene del Paese (vedi riquadri). Che fare dunque? Ecco che nel momento del bisogno gli amici quelli veri e disinteressati si rendono disponibili. Ringraziamo quindi l’amico Berisha che in maniera disinteressata accetta “strategicamente” di offrire all’altrettanto disinteressato amico Berlusconi una soluzione per questi rifiuti tossici facendo dell’Albania la nostra nuova discarica (non affronto qui l’argomento riguardante l’energia nell’accordo firmato: accenno solo al fatto che si prevede da parte dell’Italia la costruzione di centrali nucleari in Albania dove potremo lasciare a smaltire le barre di uranio).
In questo caso oltre la beffa (le belle ragazze albanesi) il danno!

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Betuel

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Betuel era infuriato perché da tre giorni seguiva la folla con l’intento di  avvicinare Gesù e non vi era riuscito. Lo aveva sentito parlare a Magdala, e tutto sommato, quel nazareno lo aveva stuzzicato tanto da esaudire il desiderio della moglie che assolutamente voleva anche lei ascoltarlo. Senza dubbio ciò gli avrebbe confermato il suo giudizio negativo. Per lui, dottore del tempio, questo Rabbi, come lo chiamava la gente, era soltanto un arruffa popolo, borioso e troppo sicuro di sé. Buon parlatore certo, ma da tenere d’occhio, perché di stranezze ne diceva molte. Lo aveva ascoltato a lungo e se ne era fatto un’idea precisa convincendosi che, in una maniera o nell’altra, qualcuno doveva farlo tacere. Era sicuro che quel presuntuoso Rabbi fosse convinto di possedere la verità, ed uno che ha questa convinzione è  pericoloso.

“Capisci, testa di capra, diceva alla moglie, dove mi hai trascinato? Siamo qui a tentare di parlare, o perlomeno di capire, questo presunto maestro che sostiene di essere lui stesso la verità. Cosa si può chiedere e cosa si può ottenere da un uomo che dice di essere la personificazione della verità? Noi siamo la menzogna e lui, lui solo, la verità. Tipi così lasciano soltanto due possibilità a chi vuole parlare con loro: dire sempre: “Sì, signore”, “va bene, va bene”; oppure prenderli per pazzi e mandarli a quel paese. Questo strano personaggio, cara mia, disorientando le coscienze, fa del male a sé, ed a chi lo ascolta, perché il suo parlare incoraggia disordini. Osa deridere la Torah sostenendo che non è l’uomo per la legge, ma è la legge per l’uomo!
Betuel, accalorandosi, cercava di convincere la moglie che questo Gesù si serviva del dono della parola facile per scardinare la tradizione dei padri. “ Ha la pretesa, terrificante per un uomo pio, di affermare che o si sta con lui o contro di lui. Non si deve seguire più Javhé e neppure Abramo o Mosè,  ma solo lui. Dovrebbe bastarti questa sua dichiarazione che abbatte la legge e l’istituzione, per farti cambiare idea su di lui, ma tu hai la testa dura! Dimmi, che faresti se io osassi deridere la Torah e sostenessi, come lui: “Non è l’uomo per la legge, ma è la legge per l’uomo?”.
  La donna non aveva argomenti per controbattere il marito, ma questo suo attaccamento alla legge non la convinceva. Alla sinagoga aveva ascoltato con attenzione il rabbino che spiegava l’importanza della legge. La gioia che vedeva in tanti nell’osservarla e viverla quotidianamente, lei non l’aveva mai provata, e non l’aveva neanche vista in suo marito. Capiva che Mosè, nel trasmettere la legge di Dio, voleva dare garanzia e dignità al popolo, ma lei era consapevole dei suoi limiti. Più volte aveva parlato di questo argomento con il marito sostenendo che la legge non poteva essere un assoluto. Comprendeva, seppure vagamente, che spesso la legge si rivelava non amica ma nemica dell’uomo; avrebbe dovuto tutelare e non schiavizzare l’uomo. In pratica, dove la legge si considera santa e immutabile, stabilisce rapporti di dipendenza e arbitrii che diventavano legali, perciò invincibili. Lei non riusciva ad accettare che la legge del sabato fosse più importante della legge dell’amore e non capiva perché in quel giorno non potesse muoversi di casa neppure per andare a curare la madre malata. Scuoteva perciò la testa agli argomenti del marito e rinunciava, come spesso accadeva, a discutere con lui, tanto non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea. Riuscì tuttavia a trascinarlo a Cafarnao. Durante il tragitto Betuel ribadì  le sue idee e lei le sue. A Cafarnao però non riuscirono a parlare con Gesù e la donna dovette ammettere: “Hai ragione; non capisco certi discorsi di Gesù, però non mi interessa capire con la testa. A me basta guardarlo. I suoi occhi non mentiscono, il suo sorriso riempie il vuoto del mio cuore. Non ho nulla da chiedergli. Non mi guardare così - soggiunse con aria afflitta - non sono innamorata di lui come donna, ma la sua parola ha cambiato la vita di molti, perché non potrebbe cambiare la nostra?”.
 Betuel si asciugò il sudore e rinunciò a capire la moglie. La vedeva troppo distratta dalla folla accalcata in quella stradina dove doveva passare il Nazareno. Il pover’uomo, d’altronde, da tempo aveva rinunciato a capire le donne. Il loro fanatismo, però, lo mandava  su tutte le furie.
 Di donne ve ne erano molte intorno al Nazareno. Sembravano tutte  impazzite. C’era chi elogiava la sua voce, chi ne ammirava il portamento, chi lo trovava affascinante come uomo, chi rimaneva incantata dal suo modo di parlare. Da quando poi si era sparsa la voce che aveva difeso e perdonato una adultera, lo consideravano un campione di modernità, un difensore delle donne. Da che mondo è mondo nessun uomo, nessun maestro, nessun sacerdote aveva mai preso le difese di una donna. Che stava succedendo in Israele? Betuel non sapeva darsi una spiegazione. Capiva che le cose non avrebbero potuto continuare così. Gli sembrava ingiusto che alle donne fosse negato quasi tutto e, se sbagliavano, poche volte venissero perdonate. Al contrario gli uomini avevano sempre ragione e venivano perdonati, scusati, compresi e riabilitati quasi sempre. Nessun uomo veniva lapidato se tradiva la moglie. A Betuel non andava giù che la parola o la testimonianza di un ragazzo valesse più della testimonianza di cento donne. Questa legge gli sembrava assurda. Nel suo intimo, almeno per ciò che riguardava le donne, dava ragione a Gesù di Nazareth. Niente distinzioni tra uomini e donne. Rimaneva interdetto, tuttavia, quando il Rabbi sosteneva che ogni persona, ricca o povera, uomo o donna, nobile o plebea, credente o atea, buona o cattiva avesse gli stessi diritti. Su questo non era d’accordo. Facendo di ogni erba un fascio si eliminava il merito, la buona volontà, la diversità, che Jahvé aveva ben specificato. Era perciò normale che alcuni uomini accusassero il Rabbi di essere un rivoluzionario. Non si poteva  abolire la legge di Dio e scalzare le tradizioni che avevano retto per secoli.
 Tutto sommato a Betuel quel Rabbi era anche simpatico e se era rimasto a Cafarnao lo aveva fatto, certamente per esaudire un desiderio della moglie, ma anche perché quel Galileo stuzzicava la sua intelligenza. Anche lui desiderava parlargli. Avrebbe voluto consigliarlo di moderare i suoi discorsi altrimenti avrebbe fatto una brutta fine. Era, però, impossibile avvicinare Gesù. La folla era tanta e tutti pretendevano di parlare con lui e Betuel non era  uomo paziente. Così dopo tre giorni, non vedeva l’ora di ritornare alla sua casa.
“Le donne e i fanatici”, brontolava, “hanno il cervello come quello di una capra e quando si mettono in testa qualcosa bisogna accontentarle altrimenti  devastano l’orto”. Molti, era certo, erano lì soltanto sperando di vedere un qualche prodigio. Conosceva la fame di cose meravigliose del popolo e il miracolo, vero o presunto, attirava più del miele le mosche. I prodigi o miracoli di cui si parlava a proposito di Gesù, a lui non dicevano molto. Per Betuel un uomo non può essere stimato per i prodigi che riesce a fare, ma per la coerenza tra le sue parole e la sua vita. Malgrado questi pensieri qualche dubbio gli frullava per la testa. Doveva infatti ammettere che il Nazareno non chiedeva mai nulla per sé e nessuno lo aveva mai accusato di ubriachezza o di essere di facili costumi, e tutti sostenevano che viveva poveramente. Inoltre se era vero che Gesù aveva sfamato qualche migliaio di persone con pochi pani e qualche pesce, allora tutte le sue obiezioni andavano in malora.
Queste riflessioni gli mettevano in subbuglio la testa e così scaricava sulla moglie la sua invidia per quel Gesù che aveva molti ascoltatori mentre lui non riusciva a farsi ascoltare neppure dalla sua donna. Al quarto giorno Betuel non ne poteva più. Non era riuscito a dire una sola parola, né a farsi notare non solo da Gesù, ma neppure da uno dei suoi discepoli. Così decise: “Ora basta, si torna a casa”. Cercò tra la folla la moglie e la trascinò via brontolando: “E’ ora di finirla con questo pazzo visionario. Torniamo a Gerusalemme!”.
Le lamentele della donna non servirono a niente e l’uomo la costrinse a seguirlo. Per la strada la donna iniziò un pianto così disperato da non poter proseguire oltre. Betuel s’infuriò, la minacciò, la percosse persino con il bastone, ma non ottenne nulla. La moglie non voleva tornare a casa. Tra un singhiozzo e l’altro continuava a ripetere: “Voglio almeno toccare il suo mantello!”.
“Bestia che non sei altro - ripeteva Betuel - ti ho accontentata ed hai visto tu stessa che è impossibile.”
La donna però non si dava pace e per calmarla le promise che si sarebbero fermati a Nazareth.
 “Ti farò parlare con la madre di questo Gesù. Mi dicono che è più abbordabile del figlio”.
 L’idea  di andare a trovare la Madre di Gesù la consolò e, senza indugio, si mise in cammino dietro il marito.
Nazareth era un piccolo villaggio e tutti conoscevano Maria, per cui non fu difficile trovare la sua abitazione. Betuel e sua moglie vi arrivarono quando il sole stava tuffandosi dietro le colline. Il primo impatto li lasciò stupiti. Maria, infatti, non aveva una vera casa e la sua abitazione consisteva in una grotta scavata nella roccia con un cortiletto esterno. La povertà di quel luogo aumentò le perplessità di Betuel. Per il dottore della legge era inconcepibile che un maestro avesse abitato per più di trent’anni in quella grotta. Scuotendo la testa Betuel fece l’ultimo sforzo ed entrò.
La madre di Gesù abbracciò la moglie, fece sedere Betuel e subito mise sul fuoco l’acqua per offrire agli ospiti una bevanda calda. Intanto il dotto fariseo guardava Maria e non riusciva a trovare in lei alcuna qualità. “Certo, si diceva, è gentile, ma che differenza da mia madre! Non è possibile che questo suo figlio sia il Messia promesso! La mia era una casa dove si vedeva l’amore per lo studio e mia madre era una donna colta. Qui non vedo nessun libro e senza studio, niente scienza... Si fa presto a sparare sentenze, ma queste lasciano il tempo che trovano se non sono fondate su lunghi anni di fatica!”.
Quando la bevanda fu pronta Maria mise davanti agli ospiti due ciotole. Versò prima alla donna e, quando stava per versarlo a Betuel, lo guardò  fisso negli occhi. Riempì la tazza e continuò a versare la bevanda tanto che il liquido si sparse per terra. Il dottore allora protestò: “Signora, stia attenta, non vede che la ciotola è colma?”.
 Maria lo guardò dolcemente e con voce sommessa gli disse: “Figlio mio, a me sembra che tu sia come questa ciotola. Sei un uomo tutto ricolmo di te, del tuo sapere, delle tue certezze. A che sarebbe servito parlare a mio figlio? Neppure se Gesù ti avesse parlato per anni ed anni saresti stato capace di comprendere una sola parola. La tua ciotola è piena, non vi si può aggiungere nulla. Per riuscire ad ascoltare Gesù è necessario fare il vuoto dentro di te! Egli predica l’avvento di un regno riservato ai poveri e ai piccoli. Tu sei troppo ricco delle tue idee e troppo grande per abbassarti ad ascoltare!”.
Betuel stupito lasciò parlare Maria, ma in cuor suo pensava che la donna fosse folle come suo figlio. In silenzio portò la tazza alla bocca e bevve. La bevanda scottava in un modo strano. Il liquido attraversava il suo stomaco come se fosse un metallo fuso.Ogni sorsata scendeva bruciando e gli sembrava che quel fuoco distruggesse non solo le sue viscere ma anche e sopratutto le sue convinzioni; nello stesso tempo una dolcezza mai provata saliva al cuore e all’intelligenza. Quando finì di bere Betuel era cambiato. La bevanda della madre di Gesù aveva lavato non solo le sue viscere ma anche il suo orgoglio, facendolo ritornare piccolo e capace di rinascere. Era iniziato per lui il cammino della fede.

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

In fuga

C’è una immagine molto famosa, dipinta dal Beato Angelico, che rappresenta San Domenico ai piedi della Croce nell’atto di abbracciarla. Sembra volermi dire che non è possibile comprendere il Calvario, senza sentirsi coinvolti e partecipare all’evento della morte di Gesù. Occorre stare sotto la croce per capirla, personalmente e comunitariamente. Occorre contemplarla in silenzio, staccando lo sguardo da noi stessi, per fissarlo solo in lui: “Io, quando sarò elevato da terrà, attirerò tutti a me” (Gv. 12, 32). Si tratta di lasciarci attrarre dal Crocifisso, permettergli di parlare, agire, trasformarci e liberarci, accogliendo il suo dono.
“È risorto!”.
Dopo le parole dell’angelo le donne sono in fuga. E noi con loro.
Lo avevano seguito e servito quando era ancora in Galilea, erano salite con lui a Gerusalemme “sul monte”, per quell’ultima Pasqua drammatica, lo avevano “contemplato da lontano” mentre sulla croce offriva la sua vita per l’umanità, ed ora sono venute a rendere omaggio al suo corpo sepolto.
“È risorto, non è qui”. Il vuoto lasciato rievoca tutto lo spessore umano e storico della personalità di Gesù. D’altra parte, queste donne, come ogni uomo, non potevano far altro che attendersi la morte nella tomba! È proprio lì che avranno una rivelazione ben diversa da ogni attesa umana. Una rivelazione, riservata a loro perché l’hanno seguito e servito dalla Galilea, ed erano salite con lui a Gerusalemme fin sul monte dove l’hanno contemplato sulla croce.
Ora “hanno paura”: è lo sgomento dell’uomo dinanzi all’irrompere di Dio nella sua storia. Messe di fronte ad un annuncio incredibile, non comprensibile dalla intelligenza perché la supera di molto e pretende un abbandono totale all’Altro, le donne, pronte a ricordare il maestro morto, a rendere omaggio con i balsami al corpo di colui che sempre le ha trattate con una considerazione ed una tenerezza inusuali tra i loro contemporanei, fuggono. Del loro Signore non è rimasto che il luogo della sua sepoltura, una tomba vuota ed un annuncio che fanno fatica a credere, e che anche gli altri crederanno con difficoltà.
 Per questo non dicono niente a nessuno, perché hanno paura di essere considerate pazze. Già la testimonianza della donna non aveva nessun valore giuridico, figurarsi il testimoniare una risurrezione!
“Non abbiate paura”: le prime parole pronunciate dal Signore sono espressioni che infondono fiducia e pace. E dal timore e dal silenzio passano all’annuncio.
A queste tre donne, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome, protagoniste delle ultime pagine del racconto di Marco, e a chi fa come loro, è riservata la rivelazione: ciò che esse fanno è la descrizione di ciò che deve fare ogni discepolo. Hanno percorso fino alla fine il cammino di Gesù, che è “venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita”. Quando esse entrano nel sepolcro si accorgono finalmente che l’enorme pietra che opprime l’uomo nella tomba “è rotolata via”.
Dallo stupore di questa scoperta nasce l’annuncio del vangelo: la morte, l’attesa ultima dell’uomo, è stata vinta dalla promessa di Dio e dalla fedeltà di “Gesù il Nazareno, il Crocifisso, il Risorto!”.
Non è che la risurrezione di Cristo ci tolga la fatica di vivere, ci faccia evitare ogni pena e respirare una atmosfera rarefatta. Il Crocifisso Vivente ci invita a seguire l’uomo Gesù nel suo cammino di fedeltà al Padre ed ai fratelli, che l’ha portato sulla croce.
La tentazione della fuga è lì, ci attende ogni volta che il Signore viene a noi con una parola diversa, ogni volta che mostra di non condividere le regole del nostro gioco, che non si sottopone alle nostre consuetudini e al nostro conformismo, alla inesorabilità dei nostri giudizi e delle nostre condanne, ai nostri silenzi allusivi o alla nostre parole mortificanti.
Allora, Signore, fermaci nella nostra fuga, apri i nostri occhi, donaci il coraggio di essere con te perché Tu sei con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Mangiare con i peccatori

“Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?».”

Anche io come i discepoli mi sono posta la domanda, dove vuoi Signore che io prepari? A loro hai indicato dei segni precisi, almeno così mi pare di capire.
“Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo  e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?  Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi».  I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.”
Io sono molto più confusa, brocche d’acqua, stanze già pronte, non mi è facile decifrare i segni che tu mi metti a disposizione.
Beh! Che sia o no preparata, Pasqua sarà.
“Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».”
Certo, bella compagnia ti sei scelto per fare la prima Eucaristia, lo sapevi pure; quello che ti avrebbe tradito, Pietro, che si sarebbe vergognato di appartenere al tuo gruppo di fronte a una servetta, e tutti gli altri che non hanno dimostrato un grande coraggio e nemmeno un grande interesse nei tuoi confronti.
Ci saranno pure stati degli uomini un po’ perbene anche ai tuoi tempi, qualcuno con qualche capacità in più; mentre sceglievi, forse un occhio un po’ più critico avresti anche potuto averlo.
“Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».”
Finita la cena. Mi resta, come la Cananea, di implorare, perché anche i cani si cibano delle briciole che cadono sotto la tavola dei loro padroni. Allora fossero anche solo le briciole di questo mistero, anche se non rientrano nella mia comprensione, basteranno per la mia salvezza; non diciamo sempre come il centurione prima di accostarci alla mensa “non sono degno di accostarmi alla tua mensa  ma dì solo una parola ed io sarò salvato”?
Piego il cuore. Ecco la briciola, la spolvero e, schizzinosa come sono, resto a guardarla: mangiare con i peccatori.
No, sono disposta a lavorare come uno scaricatore di porto, però, per favore non ditemi di mangiare con gli scaricatori; al momento di mangiare preferisco lavarmi bene le mani, e mangiare il mio pasto in pace senza il rischio di sentire qualche sconceria.
Sporcarsi le mani, compromettersi, scendere… l’hai fatto tu che sei Dio, ma noi? Non è bene che usiamo un po’ più di giudizio?
Certo, sono consapevole che distinguere il bene e il male non è del tutto facile, però almeno si può tentare.
Quo Vadis? Dove vai, mio Signore? Anche io, come Pietro nel film, ti vedo tornare indietro e sento chiara la risposta: vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo.
Fate questo in memoria di me, sì, tutto sembra fatto per benino, la liturgia, le riflessioni, possiamo andare in pace. Ora pensiamo al pranzo, possiamo sederci con qualcuno che ci fa simpatia, scambiare due chiacchiere e, perché no, concludere con qualche dolcetto.
Ite missa est, meno male che adesso il prete nel salutarci dice più esplicitamente: andate la messa è finita, ce ne accorgiamo anche da soli, ma detto ci rassicura maggiormente, e, più o meno soddisfatti, ci avviamo alle nostre occupazioni.
Si potrebbe mica insinuare che c’è un’altra messa, una messa che sta da un’altra parte, sarebbero complicazioni inutili; il tempo corre veloce e volenti o nolenti tutti dobbiamo essere sempre più sbrigativi.
Perché tutto non torna come prima?
Che non sia perché non è stato solo un film? La luce del giorno dopo rischiara e fa strada, la primavera dischiude il tepore e i mandorli spaccano la dura scorza e si tingono di rosa, gli uccelli cinguettano e la vita, non più trattenuta dalla roccia del sepolcro, scioglie le campane a festa.
Qualcosa è cambiato nel mondo e nella storia, e nella mia storia? Continuo a guardare la mia briciola e sento che il tutto può cambiare solo dal frammento.
Che ognuno è innanzitutto Parola del Padre da restituire e attraverso la tua Croce diventa possibile. Possibile per tutti e solamente a condizione che sia per tutti. (1)
Il nostro mangiare deve comprendere necessariamente l’altro e la maggiore alterità è quella del peccatore. (2)
Seguirò la vita, quella che tu mi hai restituita, sì, andrò io a Roma (o ciò che vuole significare) e la briciola diventa pane, pane che rende la Vita.
Acquista senso rispondere: Rendiamo grazie a Dio.

Buona Pasqua

(1) “Spetta al Signore segnare i confini e le condizioni della sua pasqua. Noi siamo troppo inclini ai compromessi e ai raccorciamenti. È la pasqua se con Cristo vengono tutti i suoi. Se uno solo resta fuori, anche l’ultimo, anche il nemico, Egli non entra a far pasqua con noi.”
Don Primo Mazzolari, Farò la pasqua da te coi miei discepoli.

(2)cfr. Giuseppe Ruggeri, La verità crocifissa. Il pensiero cristiano di fronte all’alterità, ed. Carocci, 2007.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Chi nasce tunno...

Ci sono rapporti che una volta creati continuano, nonostante la lontananza e magari anche la mancanza di comunicazioni. Succede di ritrovarsi dopo anni con alcune persone con cui si è condiviso un tratto di strada e di avere l’impressione che il tempo non abbia cancellato né indebolito la relazione. Così è stato con il pastore della Chiesa Valdese Sergio Manna, che non rivedevo da dodici anni. L’avevo conosciuto grazie al SAE e negli anni della sua attività a Novara avevo avuto la possibilità di apprezzare la sua  cultura e la sua fede. Dopo la sua partenza da Novara, Manna, ha vissuto a Napoli, dove, tra l’altro ha svolto servizio di accompagnamento spirituale presso il carcere di Secondigliano. Ora è tornato in Piemonte, nella Val Pellice; è pastore di una comunità e si occupa di formazione per la pastorale clinica, la pastorale per l’accompagnamento dei malati e dei morenti.
Il 20 maggio scorso è tornato nella nostra città per guidare l’ultimo incontro organizzato dal SAE sul problema della violenza (l’intero programma è pubblicato nel sito di Agognate alla pagina “Ecumenismo”), con una relazione sul tema “Violenza e Redenzione o Resilienza”.
Riporto una sintesi dell’intervento, ben consapevole di non poter restituire l’intensità delle sue parole e tanto meno il pathos che ci ha comunicato.

Manna ha iniziato chiarendo il concetto di resilienza, un concetto nato nella scienza dei materiali ed esteso alla biologia e a alla psicologia. Resilienza – che deriva dal verbo latino resilere, rimbalzare - indica la capacità di un materiale di recuperare la propria forma dopo aver subito una pressione. In ambito biologico esprime la capacità dell’organismo di autoripararsi in seguito ad un danno, come il cicatrizzarsi di una ferita, in psicologia la capacità dell’essere umano di riprendersi dopo un trauma, ad esempio un lutto o una violenza subita. In base agli studi condotti, sono stati individuati alcuni fattori che favoriscono la resilienza nella vita psichica. È importante innanzitutto avere un figura di riferimento, un amico, un esperto o anche una fede. Spesso chi riemerge da un trauma, proprio perché ha vissuto il trauma, é in grado di essere d’aiuto agli altri: è il principio su cui si basano i gruppi di auto-aiuto, come quello degli alcolisti anonimi; in tal senso anche la comunità dei credenti è un luogo di guarigione.
Fondamentale, tra i “tutori della resilienza” è l’ascolto. La società in cui viviamo sembra non lasciare spazio all’ascolto: molti parlano, impongono la loro voce, ma pochi sono disposti ad ascoltare l’altro. Eppure la Bibbia è centrata sull’invito all’ascolto: “Shemà Israel”, “Ascolta, Israele”. Ascoltare l’altro è impegnativo, comporta la disponibilità a immedesimarsi in lui, a sentire la sua sofferenza.
Un altro “tutore” di resilienza, questo per chi ha commesso del male, è l’assunzione della responsabilità. Manna ha raccontato alcune esperienze vissute presso il carcere di Secondigliano. Ha incontrato persone che non sono uscite da una comprensione di sé come vittima dell’educazione o dell’ambiente e che non sono state capaci di riconoscere la propria responsabilità per ciò che avevano compiuto, persone chiuse in una lettura fatalistica della vita, una lettura di un pessimismo senza speranza, efficacemente resa da un proverbio napoletano: “Chi nasce tunno, nun po’ murì quadro” (chi nasce tondo non può morire quadrato).
Il Vangelo ci annuncia che tutti possono cambiare, che per tutti c’è una speranza.
Ha incontrato, però, anche persone, che, grazie alla scoperta che c’era qualcuno disposto ad ascoltarle senza alcun tornaconto, hanno modificato la propria immagine negativa dell’uomo e di Dio: hanno compreso il volto del Dio di misericordia, hanno avuto il coraggio di guardare a se stesse con realismo e, nel riconoscere la propria colpa, hanno scoperto di essere amate.
Nella Bibbia sono molte le figure che ci parlano della resilienza, del cambiamento. Si pensi a Paolo, che sulla strada di Damasco constata il crollo delle proprie certezze, si scopre cieco e giunge poi a riconoscere che “quando sono debole allora sono forte”. Alla figura di Noemi, nel libro di Ruth; a Giuseppe, che avrebbe avuto tutti i motivi per odiare i fratelli, ma quando li incontra si commuove e piange e giunge a leggere la storia della propria sofferenza come un processo salvifico per gli altri; alla vicenda del figlio prodigo…
Tre sono i bisogni fondamentali dell’uomo, che stanno alla base della resilienza: il bisogno di autostima, intesa non come compiacimento di sé, ma come percezione di essere stimato nonostante tutto; il bisogno di amare e di essere amato e il bisogno di senso. Bisogni su cui fa leva la prassi di Gesù, che incontra le persone per quelle che sono, le ascolta e ridona loro la dignità perduta.
Emblematico è l’episodio di Zaccheo, il capo dei pubblicani, il “peccatore”: Gesù va in casa sua, ricorda che “anch’egli è un figlio di Abramo” e Zaccheo cambia vita. Gesù si prende cura degli uomini, si mette al loro servizio: è questo il significato originario del verbo greco “terapeuo”.
Il bisogno di senso è al centro della teoria psicologica di Viktor Frankl, lo psichiatra viennese sopravvissuto alla deportazione ad Auschwitz; come scrisse nel libro Uno psicologo nei lager, riuscivano a far fronte all’orrore dei campi coloro che nella sofferenza non avevano perso la speranza, non avevano rinunciato ad un senso della vita.
A conclusione della sua relazione, Manna ha riportato una citazione di Lutero, che può valere come sintesi dell’incontro: “I peccatori non sono amati perché sono belli, sono belli perché sono amati”.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Lettera a Fausta da Sandra

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Lettera a Fausta da Sandra
Fausta, Fausta, che voglia di gridare all’infinito il tuo nome, è l’urlo del dolore e del distacco.
Fausta il 12 maggio  se n’è andata “in quella meravigliosa casa dove non esiste la morte” (S.Agostino).
Fausta, sei stata un esempio per tutti noi, sei stata la pietra d’angolo per la tua famiglia, sei stata tanto altro… ma come ogni essere umano anche tu eri fatta di debolezze e fragilità, certo è che di te ricorderò sempre la grande forza, l’energia nel relazionarti con la tua malattia e con le prove che la vita ti ha chiesto di affrontare.
La vita non è stata benigna con te, come facevi a ringraziare sempre il Signore di tutto? L’amore che tu sentivi - “lui mi ama” dicevi - ti bastava?
P.Raffaele nell’omelia al tuo funerale ha detto che tu ti sei saputa immedesimare in Cristo e che solo così si sente e si capisce l’Amore e si dà un senso a tutto. Questa è stata la tua forza, questa tua forza non mi ha tuttavia impedito di vedere le tue fragilità, la tua solitudine. Ora ti chiede perdono.
    Perdono per tutte le volte che hai chiesto aiuto e non sono stata capace di “sentire” questo tuo grido
    Perdono per averti lasciata sola
    Perdono per non averti capita sino in fondo
    Perdono per ogni mia mancanza
Ti ringrazio per la tua amicizia, per il tuo affetto, per avermi voluta accanto gli ultimi giorni della tua vita e aver voluto donare e condividere con me la tua serenità nell’affrontare la morte.
La morte, questo grande e pauroso mistero...
“Vorrei conoscere il segreto della morte
Ma come potrete trovarlo se non cercate nel cuore della vita?
Se davvero volete contemplare lo spirito della morte,
spalancate il cuore al corpo della vita
Perché la vita e la morte sono una cosa sola, come il fiume e il mare
Perché cos’è morire se non essere nudi nel vento e prendersi il sole?
E che altro è non respirare, se non liberare il respiro dalle sue insonni maree perché possa levarsi ed espandersi e cercare Dio senza ingombri?
Solo se berrete al fiume del silenzio canterete davvero
E quando avrete raggiunto la sommità del monte comincerete a salire
E quando la terrà esigerà le vostre membra solo allora danzerete veramente”. (da “Il Profeta” di Gibran)

Ecco io credo che tu abbia raggiunto tutto questo.
Un abbraccio Sandra

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

L'acqua è uguale per tutti

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L’acqua è uguale per tutti
ma non tutti hanno diritto all’acqua
L’acqua è un bene per tutti
ma è dovere di ognuno gestirla al meglio
L’acqua è vitale per tutti
ma sta diventando una proprietà di pochi
Da alcuni mesi le Poste Italiane hanno quintuplicato le spese in abbonamento postale (la spedizione di questo numero ci costerà 5 volte più di prima). La ragione di questo rincaro è dovuta ai tagli dei contributi statali a questo tipo di spedizione. La causa non riside solo nella crisi economica e nello Stato che non ha più soldi e cerca in tutti i modi di far cassa (blocco pensioni, blocco stipendi statali, nuove tasse, tagli alla scuola, alla sanità, tagli, tagli, tagli, tasse, tasse, tasse); dietro questa decisione politica c’è un processo di privatizzazione dei beni dello Stato a vantaggio dei pochi che approfitteranno delle condizioni favorevoli di svendita di quei beni. Nel 2011 le Poste Italiane potranno essere interamente privatizzate, senza più l’obbligo della partecipazione statale; pertanto è inutile che lo Stato continui a sborsare soldi per un servizio che da pubblico diventerà privato (e poi se si penalizza il circuito di distribuzione/spedizione della carta stampata si riduce il rischio che la gente possa pensare diversamente da quanto ci impone la TV). È il processo inevitabile della vecchia nobildonna caduta in disgrazia che per sopravvivere è costretta a vendere, poco alla volta, l’argenteria, i quadri, i mobili di casa. Chi sta nel giro di questa svendita fa affari d’oro. E perché i pochi privati ne traggano il maggior vantaggio, le vie illegali sono d’uopo: appalti, agevolazioni, pagamenti in nero...
Tutto ciò che è dello Stato viene privatizzato, è la legge del libero mercato: trasporti e vie di comunicazione, sanità, istruzione, servizi. Persino le spiagge e i lidi del demanio verranno privatizzati. E tra i beni del demanio ci sono ovviamente i laghi, i fiumi, gli acquedotti. Privatizzazione dell’acqua? Certo che no, è la risposta dei nostri saggi e disinteressati politici: «l’acqua è un bene comune e non è possibile privatizzarlo». È vero, infatti, tecnicamente non è l’acqua ad essere privatizzata ma la gestione e la distribuzione dell’acqua. Tecnicamente.
La crisi idrica investe tutto il pianeta, in una forma sempre più grave e, invece di cercare soluzioni, si elaborano speculazioni (le crisi, economiche, energetice, idriche, alimentari, sono sempre una buona occasione di speculazione: c’è la crisi edilizia? bene! mi posso comprare un appartamento con pochi spiccioli!). Per gli speculatori questa è la vera soluzione: la scarsità idrica è una crisi derivante dall’assenza di commercio dell’acqua; se si gestiscono le risorse idriche attraveso il libero mercato, con prezzi elevati, la gente imparerà presto che l’acqua è un bene prezioso e non va sprecato: al crescere smisurato del prezzo di una merce, si tende a ridurrne il consumo. Quindi la privatizzazione dell’acqua è necessaria per una migliore gestione. E perché l’Italia dovrebbe andare in controtendenza e opporsi alle leggi del libero mercato? Detto fatto (quando c’è un Governo efficiente, le leggi si fanno e si approvano in poche ore!): giovedì 19 novembre 2009 con l’approvazione dell’art. 15 del decreto 135/09 (Decreto Ronchi) il Governo ha sottratto l’acqua potabile ai cittadini per consegnarla, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati. I prezzi per l’uso domestico in alcune città italiane è già raddoppiato e i rincari continueranno a crescere. Anche il costo dell’acqua per uso industriale e agricolo è in impennata e, ovviamente, è un aumento di prezzo che si ripercuoterà e pagheranno i consumatori.
L’ACQUA NON È UNA RISORSA RINNOVABILE!...
Oggi sulla Terra c’è la stessa quantità d’acqua di tre milioni d’anni fa.
La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è quella che è, non possiamo aggiungerne o toglierne, è come se fosse un circuito chiuso.
- Il volume totale d’acqua sulla terra è di 1.4 miliardi di Km3;
- Il volume delle risorse d’acqua dolce è di 35 milioni di Km3, o il 2,5% del totale;
- Di queste risorse d’acqua dolce 24 milioni di Km3 o il 68,9% è sotto forma di ghiaccio e di neve permanente in regioni di montagna, nelle regioni dell’Antartico e dell’Artico;
- 8 milioni di Km3 o il 30% è situato sottoterra. Questo costituisce circa il 97% di tutta l’acqua dolce che potenzialmente può essere utilizzata dagli uomini;
- L’acqua dolce contenuta nei fiumi e nei laghi è di 105.000 Km3 o lo 0,3% del totale dell’acqua dolce mondiale;
- Il totale dell’acqua dolce disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini è di 200.000 Km3 d’acqua, che è l’1% di tutte le risorse d’acqua dolce e solo lo 0,01% di tutta l’acqua della terra.

La differenza tra ieri ed oggi è che oggi la domanda d’acqua dolce è aumentata e continuerà ad aumentare.
- 1,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile;
- 2,6 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari di base;
- 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua;
-1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno per malattie connesse alla mancanza d’acqua potabile (4.900 bambini al giorno, in 8 mesi tutti i bambini d’Italia);
- un bambino nato in un paese industrializzato consuma acqua da 30 a 50 volte più di un bambino di un paese povero;
- In Italia si perdono dalle condutture 104 litri d’acqua per abitante al giorno, pari al 27% dell’acqua prelevata;
- 1/3 degli italiani non ha un accesso regolare e sufficiente di acqua potabile;
- ogni italiano consuma in media 213 litri di acqua al giorno: 39% per bagno e doccia, 20% per sanitari, 12% per bucato, 10% per stoviglie, 6% per cucina, 6% per giardino e lavaggi auto, 1% per bere e 6% per altri usi.

... L’ACQUA È UNA RISORSA RICICLABILE!
L’acqua può essere riciclata un numero infinito di volte. È possibile utilizzarla nuovamente a volte nel giro di una settimana in altri casi dopo anni: dipende da come, e quanto è inquinata.
Per mantenere l’acqua sicura e salubre, è indispensabile una corretta gestione di tutta la filiera dell’acqua attraverso la sua protezione e salvaguardia in tutte le fasi del ciclo. Più inquino l’acqua e le falde acquifere e più saranno lunghi i tempi affinché ritorni ad essere utilizzabile dall’uomo.
Ma se la quantità di acqua è sempre la stessa come mai oggi si parla di crisi idrica?
In parte la crisi idrica è causata dai cambiamenti climatici creando aree di siccità e aree di frequenti alluvioni ed inondazioni. In parte la causa è dell’uomo che modifica i processi naturali: deforestazioni, dighe, corsi e letti dei fiumi modificati.
Attraverso queste modifiche ed attraverso il processo di privatizzazione il controllo e la distribuzione dell’acqua graverà sempre più sui consumatori: prendete come esempio la Sicilia, una delle regioni italiane più ricche di acqua dolce; ma anche una regione dove il controllo da parte di privati (mafiosi) da molti anni causa una distribuzione mirata. Con il Decreto Ronchi, l’appropriazione indebita della gestione dell’acqua viene così legalizzata.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

La brontolona

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la brontolona
di Atoni Denis

C’erauna donna che a­veva quattro figlioli e un marito che da qualche anno amava bere più di quanto fosse concesso all’organismo umano. Era più il tempo in cui lo si vedeva ubriaco che quello passato come uomo cosciente del dono della vita. Non era sempre stato così. L’uomo aveva incominciato a bere da quando l’aria di casa s’era resa così irrespirabile da snervarlo fino all’esasperazione. La causa principale era stata il continuo brontolare della mo­glie, che sotto altri aspetti era davvero una brava donna. Essa non si stancava mai di pulire, di cucinare, di rammendare... di svolgere tut­te quelle faccende  proprie d’una mamma con un marito e quat­tro figli. L’uomo non si spiegava perché, dopo il matrimonio, la sua donna fosse cambiata e fosse  diventata sempre più tetra e brontolona.  Non la si sentiva più cantare, come faceva da ragaz­za,  e diventava sempre più sciatta, più triste, più chiusa in se stessa.
La donna, soprannominata dai vicini “Maria, la brontolona”, sembrava una pentola in continua ebollizione. Non le andava bene nulla, borbottava sempre, anche quan­do era sola: «Guarda che disor­dine, è impossibile vivere in questa casa. Proprio a me dovevano capitare quattro figli così irrequieti! Che razza di marito mi sono andata a pe­scare. Se avessi saputo che il matrimonio mi avrebbe trasformata in una serva, sarei rimasta piuttosto zitella… ».
E la litania andava avanti tutto il santo giorno.
Fuori casa, era la stessa mu­sica. Persino alla Messa della domenica non faceva che brontolare: «Questi chierichetti non stanno mai fer­mi. Il prete non si capisce che cosa voglia dire. Ma si deve venire in chiesa vestiti come quella lì?». Aveva da ridire su tutto e su tutti. E giù a criticare ogni compaesano. Il suo Rosario era più una sfilza di brontolii che una sequenza di Ave Maria.
Si capisce che, di questo pas­so, anche le cose in famiglia andavano di male in peggio. Denaro ne gi­rava poco, i figli crescevano male e del tutto trascurati perché, col babbo sempre ubriaco e la mamma tutta presa a lamentarsi, nessuno si curava della loro educazione.
In casa c’era un quadretto che rappresentava la Sacra Famiglia: tre volti sorridenti dei santi per­sonaggi, che proprio non si addi­cevano a quell’ambiente. Spes­so la Brontolona se la prendeva anche con la Madonna: «Bea­ta te che sorridi sempre! Con un Figlio buono e bravo come Gesù e un marito san­to come Giuseppe, non hai fatto molta fatica; guarda me, invece, in che condizioni mi tocca vivere… ».
 Era un modo strano di rivolgersi alla Vergi­ne, anche se Maria la Brontolona, in fondo, voleva un gran bene alla Madonna. Ma era fatta così; nutriva ormai una sorta di invidia per tutte le altre donne, come se solo lei avesse da faticare.
Passavano gli anni e le cose andavano sempre peggio. La Brontolona aspettava sempre che il mondo cambiasse, ma lei non si  sognava neppure di  modificare  se stessa.
Un giorno, non potendone più, dopo l’ennesima litigata col marito, riempì un sacco con i suoi stracci e lasciò la casa. Prima di andarsene  sostò un istante davanti all’immagine sacra, e  rivolgendosi alla Madonna col solito cipiglio le gridò: «E’ inutile che mi guardi storto; qui non reggo più. Se sei madre di tut­ti, prova a starci tu in questa baraonda. Me ne vado, non so dove e come vivrò, ma credo di avere diritto di vivere un po’ in pa­ce!».
Si sbatté l’uscio alle spalle, lasciò il paese e si rifugiò all’estero, senza che nes­suno sapesse dove.
Vagò per giorni e mesi, arran­giandosi a fare i mestieri più umili, tanto che in breve tempo si era ridotta pelle e ossa. Ogni tanto si sentiva salire lacrimoni grossi grossi, che invano tentava di ricacciare giù. Rivedeva la sua casetta e la ricordava piena di luce, baciata dal sole. Rivedeva  il marito, paziente e com­prensivo come quando erano fi­danzati. Il solo pensare ai figlioli la faceva tremare di emozione e di dolore, vedeva quei quattro volti così belli che la fissavano con uno sguardo che non riusciva a sostenere: occhi vispi e affettuosi che le sorridevano. Le sembrava di udire la loro voce e li vedeva correre verso di lei festanti.
 Dopo qualche mese la povera Maria non ce la fece più e decise di ritornare a casa. Così man mano che si avvicinava al suo paese, della sua famiglia ricordava solo le cose buone, mentre trovava sciocchi i motivi che l’avevano spinta a partire.
Arrivò al paese in un giorno di maggio, quando la natura si rinnova e perfino le er­bacce si vestono d’un verde così intenso che viene voglia di ac­carezzarle. Era l’ora di pranzo e per le strade non si vedeva anima viva.
Maria la Brontolona si avvi­cinò alla sua casa, quasi in pun­ta di piedi, non vista né sentita da alcuno. Il cuore le batteva tanto forte che le sembrava  scoppiasse. S’aggrappò al muretto del giardino per non cadere e si mise ad osservare la casa.
Che stupore! Pareva un so­gno. Il giardinetto era tutto pulito e  ridente di fio­ri, e l’orto offriva ai raggi del sole le più belle verdure di stagione.
Dalla finestra s’udiva la vo­ce di una donna che cantava. La Brontolona si av­vicinò esitante. La stanza era in per­fetto ordine. La mensa ap­parecchiata e la famiglia sedu­ta a tavola. Vide  i suoi  figli e il marito ridere felici mentre mangiavano una minestra fumante e profumata. Nella cucina, dietro la tenda,  si vedeva la sagoma di una donna affaccendata, che can­tava con una voce così dolce da penetrare nel profondo dell’a­nima. Chi era mai quella donna che cantava? Possibile che qualcuno avesse preso il suo posto? Dette ancora uno sguardo disperato in quella che era stata la sua casa e si accingeva a ripartire con il cuore a pezzi, quando il suo sguardo cad­de sul quadretto della Sacra Famiglia. « Sogno o sono sveglia? », si chiese la povera donna, stro­picciandosi gli occhi. San Giusep­pe e il Bambino stavano al loro posto. Ma la Madonna non c’era, era come cancellata e si vedeva bene il posto vuoto.
La Brontolona fissò di nuovo quell’ombra di donna che sfac­cendava in cucina, poi guardò nuovamente il quadro e comprese di colpo. In tutti quei mesi la Madre di Gesù l’aveva sostituita. La Brontolona cadde in ginocchio e scoppiò in un pianto dirotto.
Ma una mano delicata le ac­carezzò i capelli, come faceva sua madre quando era bambina e sentì una voce sussurrarle: “Vieni, entra serena: questa è la tua casa ed a tavola siede la tua famiglia. Nessuno si è ac­corto della tua partenza.  Devi solo sorridere, dimenticare questo lungo periodo di sofferenza e ricordarti che la gente ti ha da­to un altro nome. Ora tutti ti chiamano: Maria, la Can­terina ».
Dice la storia che quella mamma riprese felice il suo posto e, siccome in lei qualcosa era mutato, tutto si era  trasformato. Aveva compreso che, cambiando se stessa, tutto il mondo intorno a lei era diventato migliore.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Vita e preghiera, pensieri a margine...

“Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc. 18,9-14).

L’evangelista Luca  racconta questa parabola per insegnare come stare al cospetto di Dio, che cosa chiedere al Signore. Dei due protagonisti, il primo si fa forte delle sue innumerevoli osservanze della Legge, presentando a Dio la lista dei propri meriti. Si sente a posto davanti a Lui.
Il secondo, consapevole del suo peccato, non osa neanche avvicinarsi all’altare e riesce solo ripetere “Abbi pietà di me peccatore”.
Ciò che trova misericordia agli occhi del Signore è la nostra povertà umana e spirituale: pregare è presentarci a Lui così come siamo, con la nostra fragilità e con il nostro bisogno di relazione con Lui, con la coscienza che è Lui a venire incontro a noi. A noi spetta solo rispondere alla sua azione verso di noi.
Non è però dare le dimissioni dal difficile mestiere di essere uomini e creature davanti al creatore, è mettersi nella situazione di ascolto e nella disponibilità di rispondere al suo progetto di amore, al quale rispondiamo sia come individui, per mezzo della preghiera personale o segreta, come veniva un tempo definita, sia come comunità attraverso la nostra partecipazione alle celebrazioni liturgiche, come la Liturgia delle Ore, la S. Messa, i Sacramenti.
La Liturgia, soprattutto la celebrazione dell’Eucaristia, è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium, 10).
 Eppure tra gli stessi fedeli più assidui è difficile riscontrare la piena consapevolezza di questa realtà. Spesso si ha l’impressione che la partecipazione alle celebrazioni sia un’abitudine di cui però ben poco si capisce. A volte la liturgia viene vissuta come qualcosa di folkloristico o come modo per soddisfare il bisogno di appartenenza ad un gruppo. Per alcuni significa assistere ad un insieme di riti magici, per altri partecipare ad un musical. Nel migliore dei casi si “assiste” alla Messa sperando di ricavare dall’omelia qualche riflessione utile per le proprie situazioni contingenti.  Molto più raro  è  riscontrare la consapevolezza di  ciò  che la liturgia è realmente.
Essa è in primo luogo “azione di Dio in favore del suo popolo”. Dunque una convocazione di Dio rivolta a ciascuno, per incontrarlo, accogliere la sua grazia ed il dono di se stesso a noi e così divenire il suo popolo. Sta a dirci che il Signore ci ama, è a nostro favore, opera in noi con la potenza dello Spirito Santo.
È anche “azione simbolica della Chiesa” perché in essa la Chiesa proclama a Dio il proprio amore mediante simboli, gesti, parole, canti, vesti liturgiche, segni diversi. Diciamo a Gesù risorto che gli siamo grati per la sua presenza, per il dono della vita attraverso la sua morte in croce, che vogliamo stare con lui.
Inoltre è “azione di popolo”, che supera la nostra coscienza soggettiva, è il Corpo stesso di Gesù che parla, ascolta, risponde, ama, si dona. E tutto avviene nel fluire del tempo, nel rispetto dei tempi del divenire umano. Solo lentamente cresciamo come Corpo del Signore e soltanto in retrospettiva, ripensando agli anni trascorsi ci accorgiamo che siamo cresciuti nel conformarci a Lui, scopo ultimo della liturgia.
La liturgia è una azione comunitaria e deve coinvolgere il cuore e il corpo, i sentimenti e le azioni.
Ringrazio fra Raffaele Quilotti o.p. che in questi mesi ha accompagnato le fraternite domenicane con una riflessione sulla preghiera liturgica, sulle strette relazioni tra vita e preghiera, sulla necessità che la nostra vita sia intessuta di preghiera e che la nostra preghiera irrighi tutti gli ambiti della nostra vita. Altrimenti corriamo il rischio di fare quel che i profeti rimproveravano ad Israele: vivere riti esteriori. Essi sono spesso insorti contro l’ipocrisia religiosa: ci si crede in regola con Dio perché si sono adempiuti certi riti cultuali, sacrifici, digiuni, disprezzando i precetti più elementari di giustizia sociale e di amore del prossimo.
La tentazione è di moltiplicare le parole ed i rituali e tenere lontana l’azione dalle nostre preghiere.
La preghiera, segreta e personale o liturgica e comunitaria, comincia dai piedi. È un fare, un muoversi, che esige piedi e gambe. È l’espressione di una comunità in cammino, itinerante, desiderosa dell’incontro con Dio e con i fratelli, pronta a rispondere alla convocazione. Per questo motivo è uno dei “pilastri” della vita domenicana, a qualunque ramo dell’Ordine si appartenga: frati, monache, laici.  
Non di rado può sembrarci ripetitiva: il pane quotidiano non è più vissuto come la novità e prende il sapore del pane raffermo; come la manna nel deserto: “ora la nostra vita inaridisce, non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna” (Nm. 11,6). La manna, accolta al principio con grande gioia come pane dal cielo, ad un tratto appare arida, “Siamo nauseati da questo cibo così leggero”. Ecco il rischio che può annidarsi nelle celebrazioni che diventano solo abitudini ed in cui il nostro cuore non partecipa.
Come fare se la ripetizione dei gesti e delle parole e la stanchezza prendono il sopravvento?  
Sperimentiamo la difficoltà della preghiera: spesso siamo stanchi, non abbiamo tempo, non ci sono le condizioni esterne adatte alla preghiera.  Il Signore ci chiede di fidarci di Lui anche se non sentiamo il desiderio di pregare.
Il cammino della preghiera è fatto di piccoli passi, di fervore e di aridità che si alternano e che ci permettono di crescere. San Paolo dava questo consiglio ai Romani: “Lo spirito viene in soccorso alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo neppure che cosa chiedere, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili” (8,26).
In ultima analisi, la preghiera è ciò che ci rende più umani, perché significa che riconosciamo che il senso ultimo della vita non sta in noi stessi, ma sta oltre. Il suo scopo non consiste nell’ottenere ciò che domandiamo, ma nel diventare diversi, consapevoli del nostro essere creature e riconoscenti al nostro Creatore.

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