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Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

Predicare

Spesso nei nostri incontri di fraternita o tra fraternite laiche domenicane si fa un gran parlare di predicazione. È il fine dell’Ordine dei frati predicatori nel quale come ramo laico siamo inseriti, e dunque è nostro specifico compito. Noi laici non abbiamo un pulpito su cui salire, non possiamo fare l’omelia domenicale come i presbiteri ed i frati, non siamo chiamati frequentemente a trattare argomenti di teologia o Sacra Scrittura. Il nostro pulpito è la quotidianità: la famiglia, la scuola, il lavoro, la parrocchia. È in questi luoghi ed in queste situazioni di “normalità” che siamo chiamati a dire una parola, a condividere la nostra esperienza, ad annunciare ad altri la “Buona Notizia” di un Amore che per primo ci ama e che ci chiama a coinvolgerci con “le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi”.
La testimonianza che segue è la prova di come sia possibile vivere il carisma domenicano nell’ambiente in cui siamo inseriti.
in cammino con le giovani coppie
di Liliana e Romeo Spadoni
Siamo una coppia “anziana” (40 anni di matrimonio) e da 14 anni incontriamo annualmente, assieme ad altre coppie guida, giovani fidanzati per un itinerario di fede in occasione del matrimonio cristiano.
Siamo laici domenicani e questo ci aiuta notevolmente nello svolgimento di questo compito. Un cammino spirituale improntato all’ascolto e all’annuncio trova qui terreno fertile per esprimersi.
E’ un impegno svolto nella parrocchia dove abitiamo, perché qui siamo chiamati in primis dal Signore come famiglia, a sviluppare quel servizio, di cui apprendiamo le bontà e i fondamenti altrove (nella fraternita).
L’itinerario si sviluppa in 8 incontri settimanali tematici:
L’innamoramento
La comunicazione
La sessualità
Il matrimonio sacramento
Il matrimonio trasmissione di vita
La vita in famiglia
Sposi nell’eucaristia e nella società
Sintesi e celebrazione eucaristica
Ogni incontro viene introdotto da un brano della Sacra Scrittura (spiegato brevemente), quindi si affronta il tema dividendo in gruppi di lavoro i presenti, coordinati da una coppia guida.
E’ un lavoro di ascolto e di domanda, di ricerca di significati.
Il primo incontro è importantissimo: nasce una nuova relazione, non singola ma di coppia e si vede pian piano crescere una fiducia, che diventerà poi compagnia e riferimento.
All’inizio c’è curiosità ma anche molta sufficienza, ci si sente adulti e certi di essere a conoscenza di molto; le parole però non escono, vi è ricerca di complicità nel giudizio e  manca assolutamente lo stupore, ma verrà più avanti.

Il cammino non è mai piano. Molte sono le difficoltà sia per le giovani coppie che per noi coppie guida.
I giovani si trovano ad accettare di avere come interlocutori coppie sposate simili ai genitori da cui spesso non si sentono capiti; ed a scoprire il significato di alcuni temi che li sconcerta o li stupisce; a gestire il timore del “per sempre”, un tempo troppo lungo di cui non si sentono di poter garantire nulla.
Da parte nostra dobbiamo essere attenti a mantenere un rapporto amichevole, ma non genitoriale, guardando al nostro vissuto non come esempio da proporre, ma come bagaglio per una creatività nuova. Non considerarci maestri di vita, ma compagni di viaggio, testimoni che amarsi “per sempre” è possibile. Spesso per noi è un problema trovarci di fronte un 50% di coppie conviventi, con figli, che a volte si sentono al di sopra delle situazioni.

Queste difficoltà sono bilanciate dalle gioie.
Per loro la scoperta di una dimensione adulta, che viene confermata dal matrimonio; la consapevolezza di un “noi” che fa sentire meno soli; la qualità degli argomenti che incidono nel profondo dell’essere, anche in quella parte più spirituale ignorata e mai affrontata; ed il sentirsi accettati come sono, grazie al loro amore.
Per noi la riscoperta che in storie diverse tra loro il Signore chiama ciascuno all’amore, invitandoci a valorizzare ciò che abbiamo vissuto per farne gioia condivisa e proposta di nuova speranza; e la consapevolezza che in ogni stagione della vita il nostro amore pur cambiando nei modi e nei gesti è divenuto espressione nuova di un sentimento profondo, che non ha più confini ed impossibilità.

I RISULTATI
- All’inizio un gran silenzio, alla fine dell’itinerario difficile contenere domande e affermazioni.
- Per molti si è aperta una porticina, sono mutati i pensieri, c’è più consapevolezza e meno superficialità.
- Sono nate delle amicizie nuove, e forse per alcune coppie c’è meno solitudine.
- Il Signore è entrato un po’ di più nei loro pensieri.
- Per le coppie già conviventi, una nuova umiltà, che passa sì attraverso la loro esperienza, ma che le conduce con più forza verso la decisione matrimoniale.

CONCLUSIONI
Certo i tempi sono cambiati, ma se si parla ai giovani rispettando le loro individualità e i loro problemi, le difficoltà si superano. Occorre che le coppie di riferimento si preparino prima degli incontri sviluppando e confrontandosi sui temi proposti, perché questo è l’unico modo per rimanere ancorati alle vere esigenze, senza tralasciare i punti fondamentali che un itinerario cristiano deve proporre: il dono ricevuto dell’altro, l’amore depositato nell’amore del Signore, la scoperta dei segni che Lui ci invia nella nostra esistenza, il bene che diventa la condizione di vita, e tanto altro.
Abbracciare questo compito significa volere il bene, e siamo convinti che solo da una condizione di bene, quindi di verità, può arrivare il vero amore.

Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

Imparare a nuotare

Riprendo un’osservazione dell’intervento del pastore Paolo Ribet, tenuto a Torino per l’incontro interregionale del SAE, “finiti i totalitarismi, anziché vivere la libertà, ci troviamo ad essere paralizzati dalle paure”.
Ci ho riflettuto e, come chi è avanti negli anni si ritrova più memoria per il passato remoto che per quello prossimo, sono tornata indietro nel tempo.
Mi sono ritrovata sulla spiaggia, adolescente, incapace di nuotare, a passeggiare lungo la riva; tenevo per mano il mio fratellino recalcitrante, perché lui, nell’acqua ci voleva andare!
Sarà stato perché mi stringeva troppo il cuore quella manina che tirava, sarà stato perché ho ceduto alle risatine dei ragazzi più grandi che un po’ mi prendevano in giro, un po’ mi rassicuravano che ci sarebbero stati attenti, ho lasciato la mano.
E’ stato un movimento dell’animo, la ragione ha seguito, subito dopo, con un vuoto allo stomaco: e se succedeva qualcosa? E la fiducia dei miei genitori riposta in me, così giovane, ma così attenta e responsabile?
Troppo tardi, il bimbo era in acqua e tutti rispolveravano rudimentali lezioni di nuoto… e così man mano negli anni, sempre più lontano da quella zolla di terra che, ognuno di noi vorrebbe essere per chi ama, per potergli garantire un porto di pace.
A trenta anni di distanza vedo mio fratello ridere sicuro mentre scaraventa i suoi due figli nell’acqua e li riprende tra le braccia grondanti e felici.
Lo vedo anche, con il mare grosso, misurare la sua fatica sull’altezza delle onde e sdraiarsi sulla sabbia commentando: non ho più il fiato di una volta!
Ha conosciuto il mare, ha imparato a farci i conti, non sempre gli ha restituito la vita.
Ripenso alla mia paralisi di cuore poco più che bambina e, quasi la tocco, anche io più tardi mi sono iscritta a un corso di nuoto, sto a galla, do qualche bracciata ma sempre col mare tranquillo e vicino alla riva. Tutte le cose imparate da grandi non sono mai ben acquisite.
E ripenso al mio tempo, all’incongruenza di voler ancora che qualcuno cammini… sulla riva del mare: è tempo di imparare a nuotare!
Viviamo in una “società liquida” (1) i criteri che abbiamo appreso non servono a chi ci segue. I nostri punti di riferimento valgono per la terra ferma, ma la terra si muove (lo aveva già detto Galileo), si muove in modo sempre più vorticoso e a tenere fermi i piedi si sprofonda come nelle sabbie mobili.
Ovunque si sente la mancanza dei giovani nella chiesa, io ero, e rimango, tra i giovani anche nelle attività ecumeniche, ma gli anni passano.
Avverto il cuore che stringe mentre registro solo lo scollamento fra le generazioni e, per ora, l’impossibilità di “passare la mano”.
Eppure credo fermamente che è ciò che ha da accadere, e dalla terra ferma è necessario passare al mare!
Abbiamo un bel dire, ma i nostri discorsi fanno sempre più fatica ad incontrarsi con chi cerca, chi ci segue è solo e non trova un contatto.
Solo, a misurarsi con un mondo che luccica, che promette tutto ma che non traccia le strade per raggiungere la luce; solo con un corpo a cui tutto è permesso ma in cui niente è custodito; solo con problemi da adulti e strumenti per giochi da bambini, annaspa, ma non ha altro che il mare.
Possiamo giudicare, condannare, arrabbiarci, sperare; a chi viene dopo di noi è richiesta tutta la sua energia solo per stare a galla.
I più fragili rischiano di soccombere, ma voglio alzare lo sguardo e dal passato volgere gli occhi all’orizzonte del futuro e vedere chi questo mare l’ha conosciuto e ha imparato a farci i conti.
Vedere che gioca felice con i propri figli in quell’ambiente che per noi è solo minaccia e paura.
“La vacca e l’orsa pascoleranno insieme;si sdraieranno insieme i loro piccoli.Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide;il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. (Isaia 11,7-8)
E’ la profezia per i tempi messianici, e il Messia è venuto e questo tempo l’ha inaugurato; e per noi credenti non è secondario!
Prepariamoci allora a vivere questo tempo, non preoccupiamoci solo della nostra autoconservazione; non costituiamoci in gruppi che fagocitano il nuovo e non lasciano lo spazio necessario affinché si esprima; rischiamo l’incontro con chi è diverso da noi.
La nuova umanità potrà essere costituita da chi, avvertito il calore, si schiude docilmente al “tu”; la nuova donna  potrà recidere i cordoni ombelicali dal fondo dell’abisso e restituire figli alla luce del giorno; l’uomo nuovo potrà vivrà la carità di lasciare ognuno al suo posto, sapendo che nelle mani della vita ognuno è accolto e sostenuto.
L’orizzonte non sarà più nel chiuso della propria appartenenza, ma si schiuderà  verso “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (Cfr.  2Pietro 3,13).
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 ( 1) Zygmunt Bauman

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Cristo luce del mondo

di Angelo Talamonti

Gentilissimo Padre Ennio,
stamani abbiamo ricevuto con piacere l’ultimo numero di Agognate. Ho iniziato a leggerlo e lo trovo interessante e propositivo. Gli articoli non chiudono la riflessione personale, anzi direi che quasi la “provocano” e questo fa la differenza con altre pubblicazioni che riceviamo. Mi permetto di inviarle una riflessione di mio marito Angelo: “Gesù Luce del mondo”. E’ stata scritta a seguito degli ultimi avvenimenti sia nazionali che al di fuori dei nostri confini...
Spesso i nostri conoscenti ci dicono di non avere molte speranze riguardo al futuro e di vivere come rassegnati al “tanto non possiamo farci niente se le cose vanno male”. C’è come la ricerca di un comodo sopore che finisce per non interrogare le coscienze, tentando così di restarsene tranquilli e... addormentati.
Vigilate, risponde Gesù, e tenete le lampade accese, da qui la pagina di Angelo che le allego. Cordiali saluti
Stefania (sr Cecilia)

Il tema della luce attraversa tutta la Scrittura. Già nelle  prime righe si legge che in principio la luce era completamente assente e la terra era ricoperta dalle tenebre, che non sono opera di Dio. Nel “primo giorno”,  Dio Creatore con la forza della sua Parola, chiama all’esistenza la luce e la separa dalle tenebre, simbolo di negazione, morte, sventura e lacrime. L’esodo dell’umanità da quel momento si svilupperà tra luci e tenebre. L’Uomo, disubbidendo a Dio, si vergogna e si ripara dalla luce del giorno nascondendosi dal suo Creatore ricercando l’ombra del giardino. Ma tutto ciò che illumina il cammino verso Dio è luce. Lo ha sperimentato il popolo ebraico: quando di notte la nube luminosa guidava la sua marcia di avvicinamento alla Terra Promessa; quando Dio si è manifestato a Mosè sul monte in un roveto ardente, luminoso e inestinguibile; quando, come fari luminosi, dettò la Legge, donò la Sapienza e si comunicò con la sua Parola. E’ Gesù Cristo che ha portato nel mondo la luce vera, simbolo di vita, felicità, gioia, liberazione e salvezza; definendosi  Lui stesso luce per tutti i popoli del mondo. Chi segue questa luce non camminerà più nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. Gli uomini come hanno accolto questa opportunità? Alcuni sono diventati luce di sé stessi, hanno rifiutato la luce vera e camminano nelle tenebre più profonde, prigionieri dei loro pensieri, delle loro passioni, supponendo di fare ogni cosa da soli, schiavi dell’egoismo, della superbia, della prevaricazione! Le opere delle tenebre sono sotto gli occhi di tutti e la crisi, anche economica che stiamo vivendo, è frutto del nostro io e dei nostri stolti desideri. La natura stessa, dietro l’azione deturpante e disgregatrice dell’uomo, collassa e genera danni e distruzione e magari abbiamo anche il coraggio di chiederci “Ma Dio dov’è ?”. Chiediamoci piuttosto dove siamo noi, che cosa siamo diventati, dove vogliamo arrivare con la nostra presunta onnipotenza. La domanda che Dio ha rivolto alla sua creatura nel giardino: “Adamo dove sei?”, risuona terribile, per noi, oggi più che mai. Sappiamo rispondere adeguatamente o dobbiamo continuare a nasconderci nelle tenebre degli aborti, delle manipolazioni genetiche, delle molteplici eutanasie, dei poveri affamati, dei disordini economici e delle conquiste illecite? Il Cristiano, come la luna, vive di luce riflessa, attinge luce da Gesù, dal suo Vangelo e la diffonde ai suoi fratelli per la gloria di Dio. Questo compito ce lo ha consegnato Gesù stesso chiamandoci “luce del mondo”, perciò i figli della luce non possono nascondersi né essere nascosti sotto il “moggio” per illuminare i figli delle tenebre. Siamo tutti pellegrini nella notte e in cerca di Dio, ma alcuni al termine di questa notte riescono a intravvedere un faro che li guida con amore e misericordia, altri purtroppo continuano a preferire le tenebre e le loro opere più malvagie.

Ringrazio Angelo per il suo contributo, che ben si addice al cammino di preparazione alla Pasqua, un cammino di conversione, o come ha ben espresso padre Raffaele nella sua omelia del mercoledì delle ceneri, di riconciliazione, con Dio, con i fratelli e col mondo.
La pagina di Angelo coglie nel segno il dramma dell’uomo di oggi e di sempre: la pretesa di Adamo di realizzarsi senza Dio, senza la relazione con l’Amore, una pretesa che, scriverebbe Kierkegaard, è la radice della disperazione. Siamo invitati in questo tempo quaresimale a chiederci dove siamo, qual è la natura delle nostre relazioni, non per fermarci alla constatazione, magari amara, delle nostre mancanze, ma per  “camminare per strade nuove”, come mi scriveva l’amica Fernanda da Treviso in una sua bella riflessione sull’Epifania.
Aggiungerei a quanto scritto che come cristiani abbiamo il compito profetico di scorgere la luce nelle tenebre, di annunciare in questo nostro mondo, così tormentato e deturpato, la presenza del Regno di Dio.

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Noi albanesi indignati

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La comunità albanese in Italia è composta da oltre 500 mila cittadini che lavorano, studiano e contribuiscono da due decenni al benessere del Bel paese. Negli anni la nostra comunità è stata oggetto di una stigmatizzazione negativa da parte dei media al punto che l’aggettivo albanese è diventato sinonimo di criminale e prostituta. Tuttavia, grazie all’incessante impegno quotidiano di ciascuno di noi, portato avanti con dignità, la nostra comunità è perfettamente integrata nel tessuto sociale, economico e culturale italiano e molti albanesi hanno raggiunto punti di eccellenza in moltissimi settori socio economici.
Siamo profondamente indignate e offese dalle parole usate dal Primo Ministro italiano, durante la conferenza stampa congiunta con il suo omologo albanese Berisha tenutasi a Roma, Venerdì 12 febbraio 2010, a seguito di un summit bilaterale tra i governi dei due paesi. Mentre si parla della lotta contro i famigerati scafisti e gommoni, Berlusconi afferma : «Faremo un’eccezione per chi porta belle ragazze». Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da lui dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una della piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta degli esseri umani.
Il Premier italiano dovrebbe sapere che c’è già chi porta in Italia “le belle ragazze albanesi”, e le mette a lavorare come carne fresca sui marciapiedi italiani, oppure in finti centri benessere. Sono i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento della prostituzione. Elevare un argomento cosi delicato e doloroso a inopportune battute sessiste e maschiliste, offende il lavoro e l’impegno di quanti lottano affinché la donna non sia trattata come un oggetto, ma goda di pari opportunità.
Siamo profondamente dispiaciuti e addolorati che il Premier del paese in cui viviamo e aspiriamo a diventarne pieni cittadini, dimostri un atteggiamento altamente offensivo nei confronti del nostro paese di origine e dia un immagine così arretrata dell’Italia. Chiediamo una rettifica e scuse formali a tutte le donne albanesi che vivono e lavorano in Italia.
Tra i primi firmatari professionisti, intellettuali e responsabili di associazioni albanesi in Italia e centinaia di cittadini albanesi e non.
(da: Albanianews.it)


Pur non essendo cittadino e donna albanese, la “battuta” del Presidente Berlusconi, ha provocato anche in me indignazione. Su quelle parole mi dissocio e non mi riconosco rappresentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Una semplice battuta spiritosa? Certo, e per questo ancora più grave in quanto pronunciata durante la conferenza stampa ufficiale (da palazzo Chigi) tra Berlusconi e Berisha, dove i contenuti non possono e non devono essere resi frivoli da affermazioni prive di rispetto umano, di buon senso politico e di pudore sociale, e che, ancora una volta, riducono la donna a merce di piacere. Purtroppo queste battute sono uno strumento necessario, fanno parte di una metodologia ben collaudata per stornare e distrarre l’informazione e l’opinione pubblica: così nel caso dell’incontro tra Berlusconio e Berisha, la battuta sulle belle ragazze albanesi fa parlare e discutere evitando di approfondire i contenuti e gli obiettivi stipulati dall’accordo di partenariato strategico tra Italia e Albania firmato lo scorso 12 febbraio a Roma (il termine “strategico” mi incuriosisce!).

A differenza delle belle ragazze albanesi, il testo di questo accordo rimane misterioso e introvabile; posso solo estrapolare i contenuti emersi durante la suddetta cerimonia delle firme di accordo e la seguente conferenza stampa (la si può vedere sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri nella sezione audiovisivi: www.governo.it): Berlusconi e Berisha hanno messo in risalto che le relazioni tra i due Stati sono buone in tutti gli ambiti, e questo permetterà di sviluppare un partenariato su vari settori “strategici” quali il turismo, il sostegno per un rapido ingresso nell’UE dell’Albania, la collaborazione nella produzione di energia elettrica (nucleare), lo sviluppo e l’investimento industriale in Albania da parte degli imprenditori italiani. Su quest’ultimo aspetto voglio spendere qualche riga.

L’invito di Berisha agli industriali italiani a capitalizzare sempre di più in Albania è allettante in quanto l’Albania risulta essere lo Stato con la quota fiscale più bassa d’Europa. Un buon affare dunque per gli investitori italiani calcolato anche che in Albania la manodopera la si può benissimo sottopagare senza troppe noie sindacali (non è una novità: ci sono già molte industrie italiane impiantate in Albania ed è risaputo il grado di sfruttamento lavorativo). Se poi queste industrie italiane in Albania sono inquinanti e producono rifiuti tossici, non dobbiamo più preoccuparci dello smaltimento: basta lasciarli lì sul posto, evitando così noie legali. Già perché forse è tempo di cercarci un nuovo contenitore di spazzatura dal momento che la Somalia, che per anni ha avuto questo onore, al momento non è disponibile in quanto martoriata dalla fine del 1990 è in uno stato perenne di guerra civile, in mano a bande armate, sempre in lite tra loro, che controllano fette di territorio più o meno grandi e con i mari infestati da pirati, diventa difficile, anche per la criminalità organizzata italiana, stabilire accordi per scaricare i nostri rifiuti tossici. E gestire i rifiuti tossici all’interno del nostro territorio è sempre più difficile perché ci sono troppi magistrati che non sapendo come occupare il loro tempo, perseguitano onesti cittadini che si occupano del bene del Paese (vedi riquadri). Che fare dunque? Ecco che nel momento del bisogno gli amici quelli veri e disinteressati si rendono disponibili. Ringraziamo quindi l’amico Berisha che in maniera disinteressata accetta “strategicamente” di offrire all’altrettanto disinteressato amico Berlusconi una soluzione per questi rifiuti tossici facendo dell’Albania la nostra nuova discarica (non affronto qui l’argomento riguardante l’energia nell’accordo firmato: accenno solo al fatto che si prevede da parte dell’Italia la costruzione di centrali nucleari in Albania dove potremo lasciare a smaltire le barre di uranio).
In questo caso oltre la beffa (le belle ragazze albanesi) il danno!

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Betuel

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Betuel era infuriato perché da tre giorni seguiva la folla con l’intento di  avvicinare Gesù e non vi era riuscito. Lo aveva sentito parlare a Magdala, e tutto sommato, quel nazareno lo aveva stuzzicato tanto da esaudire il desiderio della moglie che assolutamente voleva anche lei ascoltarlo. Senza dubbio ciò gli avrebbe confermato il suo giudizio negativo. Per lui, dottore del tempio, questo Rabbi, come lo chiamava la gente, era soltanto un arruffa popolo, borioso e troppo sicuro di sé. Buon parlatore certo, ma da tenere d’occhio, perché di stranezze ne diceva molte. Lo aveva ascoltato a lungo e se ne era fatto un’idea precisa convincendosi che, in una maniera o nell’altra, qualcuno doveva farlo tacere. Era sicuro che quel presuntuoso Rabbi fosse convinto di possedere la verità, ed uno che ha questa convinzione è  pericoloso.

“Capisci, testa di capra, diceva alla moglie, dove mi hai trascinato? Siamo qui a tentare di parlare, o perlomeno di capire, questo presunto maestro che sostiene di essere lui stesso la verità. Cosa si può chiedere e cosa si può ottenere da un uomo che dice di essere la personificazione della verità? Noi siamo la menzogna e lui, lui solo, la verità. Tipi così lasciano soltanto due possibilità a chi vuole parlare con loro: dire sempre: “Sì, signore”, “va bene, va bene”; oppure prenderli per pazzi e mandarli a quel paese. Questo strano personaggio, cara mia, disorientando le coscienze, fa del male a sé, ed a chi lo ascolta, perché il suo parlare incoraggia disordini. Osa deridere la Torah sostenendo che non è l’uomo per la legge, ma è la legge per l’uomo!
Betuel, accalorandosi, cercava di convincere la moglie che questo Gesù si serviva del dono della parola facile per scardinare la tradizione dei padri. “ Ha la pretesa, terrificante per un uomo pio, di affermare che o si sta con lui o contro di lui. Non si deve seguire più Javhé e neppure Abramo o Mosè,  ma solo lui. Dovrebbe bastarti questa sua dichiarazione che abbatte la legge e l’istituzione, per farti cambiare idea su di lui, ma tu hai la testa dura! Dimmi, che faresti se io osassi deridere la Torah e sostenessi, come lui: “Non è l’uomo per la legge, ma è la legge per l’uomo?”.
  La donna non aveva argomenti per controbattere il marito, ma questo suo attaccamento alla legge non la convinceva. Alla sinagoga aveva ascoltato con attenzione il rabbino che spiegava l’importanza della legge. La gioia che vedeva in tanti nell’osservarla e viverla quotidianamente, lei non l’aveva mai provata, e non l’aveva neanche vista in suo marito. Capiva che Mosè, nel trasmettere la legge di Dio, voleva dare garanzia e dignità al popolo, ma lei era consapevole dei suoi limiti. Più volte aveva parlato di questo argomento con il marito sostenendo che la legge non poteva essere un assoluto. Comprendeva, seppure vagamente, che spesso la legge si rivelava non amica ma nemica dell’uomo; avrebbe dovuto tutelare e non schiavizzare l’uomo. In pratica, dove la legge si considera santa e immutabile, stabilisce rapporti di dipendenza e arbitrii che diventavano legali, perciò invincibili. Lei non riusciva ad accettare che la legge del sabato fosse più importante della legge dell’amore e non capiva perché in quel giorno non potesse muoversi di casa neppure per andare a curare la madre malata. Scuoteva perciò la testa agli argomenti del marito e rinunciava, come spesso accadeva, a discutere con lui, tanto non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea. Riuscì tuttavia a trascinarlo a Cafarnao. Durante il tragitto Betuel ribadì  le sue idee e lei le sue. A Cafarnao però non riuscirono a parlare con Gesù e la donna dovette ammettere: “Hai ragione; non capisco certi discorsi di Gesù, però non mi interessa capire con la testa. A me basta guardarlo. I suoi occhi non mentiscono, il suo sorriso riempie il vuoto del mio cuore. Non ho nulla da chiedergli. Non mi guardare così - soggiunse con aria afflitta - non sono innamorata di lui come donna, ma la sua parola ha cambiato la vita di molti, perché non potrebbe cambiare la nostra?”.
 Betuel si asciugò il sudore e rinunciò a capire la moglie. La vedeva troppo distratta dalla folla accalcata in quella stradina dove doveva passare il Nazareno. Il pover’uomo, d’altronde, da tempo aveva rinunciato a capire le donne. Il loro fanatismo, però, lo mandava  su tutte le furie.
 Di donne ve ne erano molte intorno al Nazareno. Sembravano tutte  impazzite. C’era chi elogiava la sua voce, chi ne ammirava il portamento, chi lo trovava affascinante come uomo, chi rimaneva incantata dal suo modo di parlare. Da quando poi si era sparsa la voce che aveva difeso e perdonato una adultera, lo consideravano un campione di modernità, un difensore delle donne. Da che mondo è mondo nessun uomo, nessun maestro, nessun sacerdote aveva mai preso le difese di una donna. Che stava succedendo in Israele? Betuel non sapeva darsi una spiegazione. Capiva che le cose non avrebbero potuto continuare così. Gli sembrava ingiusto che alle donne fosse negato quasi tutto e, se sbagliavano, poche volte venissero perdonate. Al contrario gli uomini avevano sempre ragione e venivano perdonati, scusati, compresi e riabilitati quasi sempre. Nessun uomo veniva lapidato se tradiva la moglie. A Betuel non andava giù che la parola o la testimonianza di un ragazzo valesse più della testimonianza di cento donne. Questa legge gli sembrava assurda. Nel suo intimo, almeno per ciò che riguardava le donne, dava ragione a Gesù di Nazareth. Niente distinzioni tra uomini e donne. Rimaneva interdetto, tuttavia, quando il Rabbi sosteneva che ogni persona, ricca o povera, uomo o donna, nobile o plebea, credente o atea, buona o cattiva avesse gli stessi diritti. Su questo non era d’accordo. Facendo di ogni erba un fascio si eliminava il merito, la buona volontà, la diversità, che Jahvé aveva ben specificato. Era perciò normale che alcuni uomini accusassero il Rabbi di essere un rivoluzionario. Non si poteva  abolire la legge di Dio e scalzare le tradizioni che avevano retto per secoli.
 Tutto sommato a Betuel quel Rabbi era anche simpatico e se era rimasto a Cafarnao lo aveva fatto, certamente per esaudire un desiderio della moglie, ma anche perché quel Galileo stuzzicava la sua intelligenza. Anche lui desiderava parlargli. Avrebbe voluto consigliarlo di moderare i suoi discorsi altrimenti avrebbe fatto una brutta fine. Era, però, impossibile avvicinare Gesù. La folla era tanta e tutti pretendevano di parlare con lui e Betuel non era  uomo paziente. Così dopo tre giorni, non vedeva l’ora di ritornare alla sua casa.
“Le donne e i fanatici”, brontolava, “hanno il cervello come quello di una capra e quando si mettono in testa qualcosa bisogna accontentarle altrimenti  devastano l’orto”. Molti, era certo, erano lì soltanto sperando di vedere un qualche prodigio. Conosceva la fame di cose meravigliose del popolo e il miracolo, vero o presunto, attirava più del miele le mosche. I prodigi o miracoli di cui si parlava a proposito di Gesù, a lui non dicevano molto. Per Betuel un uomo non può essere stimato per i prodigi che riesce a fare, ma per la coerenza tra le sue parole e la sua vita. Malgrado questi pensieri qualche dubbio gli frullava per la testa. Doveva infatti ammettere che il Nazareno non chiedeva mai nulla per sé e nessuno lo aveva mai accusato di ubriachezza o di essere di facili costumi, e tutti sostenevano che viveva poveramente. Inoltre se era vero che Gesù aveva sfamato qualche migliaio di persone con pochi pani e qualche pesce, allora tutte le sue obiezioni andavano in malora.
Queste riflessioni gli mettevano in subbuglio la testa e così scaricava sulla moglie la sua invidia per quel Gesù che aveva molti ascoltatori mentre lui non riusciva a farsi ascoltare neppure dalla sua donna. Al quarto giorno Betuel non ne poteva più. Non era riuscito a dire una sola parola, né a farsi notare non solo da Gesù, ma neppure da uno dei suoi discepoli. Così decise: “Ora basta, si torna a casa”. Cercò tra la folla la moglie e la trascinò via brontolando: “E’ ora di finirla con questo pazzo visionario. Torniamo a Gerusalemme!”.
Le lamentele della donna non servirono a niente e l’uomo la costrinse a seguirlo. Per la strada la donna iniziò un pianto così disperato da non poter proseguire oltre. Betuel s’infuriò, la minacciò, la percosse persino con il bastone, ma non ottenne nulla. La moglie non voleva tornare a casa. Tra un singhiozzo e l’altro continuava a ripetere: “Voglio almeno toccare il suo mantello!”.
“Bestia che non sei altro - ripeteva Betuel - ti ho accontentata ed hai visto tu stessa che è impossibile.”
La donna però non si dava pace e per calmarla le promise che si sarebbero fermati a Nazareth.
 “Ti farò parlare con la madre di questo Gesù. Mi dicono che è più abbordabile del figlio”.
 L’idea  di andare a trovare la Madre di Gesù la consolò e, senza indugio, si mise in cammino dietro il marito.
Nazareth era un piccolo villaggio e tutti conoscevano Maria, per cui non fu difficile trovare la sua abitazione. Betuel e sua moglie vi arrivarono quando il sole stava tuffandosi dietro le colline. Il primo impatto li lasciò stupiti. Maria, infatti, non aveva una vera casa e la sua abitazione consisteva in una grotta scavata nella roccia con un cortiletto esterno. La povertà di quel luogo aumentò le perplessità di Betuel. Per il dottore della legge era inconcepibile che un maestro avesse abitato per più di trent’anni in quella grotta. Scuotendo la testa Betuel fece l’ultimo sforzo ed entrò.
La madre di Gesù abbracciò la moglie, fece sedere Betuel e subito mise sul fuoco l’acqua per offrire agli ospiti una bevanda calda. Intanto il dotto fariseo guardava Maria e non riusciva a trovare in lei alcuna qualità. “Certo, si diceva, è gentile, ma che differenza da mia madre! Non è possibile che questo suo figlio sia il Messia promesso! La mia era una casa dove si vedeva l’amore per lo studio e mia madre era una donna colta. Qui non vedo nessun libro e senza studio, niente scienza... Si fa presto a sparare sentenze, ma queste lasciano il tempo che trovano se non sono fondate su lunghi anni di fatica!”.
Quando la bevanda fu pronta Maria mise davanti agli ospiti due ciotole. Versò prima alla donna e, quando stava per versarlo a Betuel, lo guardò  fisso negli occhi. Riempì la tazza e continuò a versare la bevanda tanto che il liquido si sparse per terra. Il dottore allora protestò: “Signora, stia attenta, non vede che la ciotola è colma?”.
 Maria lo guardò dolcemente e con voce sommessa gli disse: “Figlio mio, a me sembra che tu sia come questa ciotola. Sei un uomo tutto ricolmo di te, del tuo sapere, delle tue certezze. A che sarebbe servito parlare a mio figlio? Neppure se Gesù ti avesse parlato per anni ed anni saresti stato capace di comprendere una sola parola. La tua ciotola è piena, non vi si può aggiungere nulla. Per riuscire ad ascoltare Gesù è necessario fare il vuoto dentro di te! Egli predica l’avvento di un regno riservato ai poveri e ai piccoli. Tu sei troppo ricco delle tue idee e troppo grande per abbassarti ad ascoltare!”.
Betuel stupito lasciò parlare Maria, ma in cuor suo pensava che la donna fosse folle come suo figlio. In silenzio portò la tazza alla bocca e bevve. La bevanda scottava in un modo strano. Il liquido attraversava il suo stomaco come se fosse un metallo fuso.Ogni sorsata scendeva bruciando e gli sembrava che quel fuoco distruggesse non solo le sue viscere ma anche e sopratutto le sue convinzioni; nello stesso tempo una dolcezza mai provata saliva al cuore e all’intelligenza. Quando finì di bere Betuel era cambiato. La bevanda della madre di Gesù aveva lavato non solo le sue viscere ma anche il suo orgoglio, facendolo ritornare piccolo e capace di rinascere. Era iniziato per lui il cammino della fede.

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

In fuga

C’è una immagine molto famosa, dipinta dal Beato Angelico, che rappresenta San Domenico ai piedi della Croce nell’atto di abbracciarla. Sembra volermi dire che non è possibile comprendere il Calvario, senza sentirsi coinvolti e partecipare all’evento della morte di Gesù. Occorre stare sotto la croce per capirla, personalmente e comunitariamente. Occorre contemplarla in silenzio, staccando lo sguardo da noi stessi, per fissarlo solo in lui: “Io, quando sarò elevato da terrà, attirerò tutti a me” (Gv. 12, 32). Si tratta di lasciarci attrarre dal Crocifisso, permettergli di parlare, agire, trasformarci e liberarci, accogliendo il suo dono.
“È risorto!”.
Dopo le parole dell’angelo le donne sono in fuga. E noi con loro.
Lo avevano seguito e servito quando era ancora in Galilea, erano salite con lui a Gerusalemme “sul monte”, per quell’ultima Pasqua drammatica, lo avevano “contemplato da lontano” mentre sulla croce offriva la sua vita per l’umanità, ed ora sono venute a rendere omaggio al suo corpo sepolto.
“È risorto, non è qui”. Il vuoto lasciato rievoca tutto lo spessore umano e storico della personalità di Gesù. D’altra parte, queste donne, come ogni uomo, non potevano far altro che attendersi la morte nella tomba! È proprio lì che avranno una rivelazione ben diversa da ogni attesa umana. Una rivelazione, riservata a loro perché l’hanno seguito e servito dalla Galilea, ed erano salite con lui a Gerusalemme fin sul monte dove l’hanno contemplato sulla croce.
Ora “hanno paura”: è lo sgomento dell’uomo dinanzi all’irrompere di Dio nella sua storia. Messe di fronte ad un annuncio incredibile, non comprensibile dalla intelligenza perché la supera di molto e pretende un abbandono totale all’Altro, le donne, pronte a ricordare il maestro morto, a rendere omaggio con i balsami al corpo di colui che sempre le ha trattate con una considerazione ed una tenerezza inusuali tra i loro contemporanei, fuggono. Del loro Signore non è rimasto che il luogo della sua sepoltura, una tomba vuota ed un annuncio che fanno fatica a credere, e che anche gli altri crederanno con difficoltà.
 Per questo non dicono niente a nessuno, perché hanno paura di essere considerate pazze. Già la testimonianza della donna non aveva nessun valore giuridico, figurarsi il testimoniare una risurrezione!
“Non abbiate paura”: le prime parole pronunciate dal Signore sono espressioni che infondono fiducia e pace. E dal timore e dal silenzio passano all’annuncio.
A queste tre donne, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome, protagoniste delle ultime pagine del racconto di Marco, e a chi fa come loro, è riservata la rivelazione: ciò che esse fanno è la descrizione di ciò che deve fare ogni discepolo. Hanno percorso fino alla fine il cammino di Gesù, che è “venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita”. Quando esse entrano nel sepolcro si accorgono finalmente che l’enorme pietra che opprime l’uomo nella tomba “è rotolata via”.
Dallo stupore di questa scoperta nasce l’annuncio del vangelo: la morte, l’attesa ultima dell’uomo, è stata vinta dalla promessa di Dio e dalla fedeltà di “Gesù il Nazareno, il Crocifisso, il Risorto!”.
Non è che la risurrezione di Cristo ci tolga la fatica di vivere, ci faccia evitare ogni pena e respirare una atmosfera rarefatta. Il Crocifisso Vivente ci invita a seguire l’uomo Gesù nel suo cammino di fedeltà al Padre ed ai fratelli, che l’ha portato sulla croce.
La tentazione della fuga è lì, ci attende ogni volta che il Signore viene a noi con una parola diversa, ogni volta che mostra di non condividere le regole del nostro gioco, che non si sottopone alle nostre consuetudini e al nostro conformismo, alla inesorabilità dei nostri giudizi e delle nostre condanne, ai nostri silenzi allusivi o alla nostre parole mortificanti.
Allora, Signore, fermaci nella nostra fuga, apri i nostri occhi, donaci il coraggio di essere con te perché Tu sei con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

Mangiare con i peccatori

“Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?».”

Anche io come i discepoli mi sono posta la domanda, dove vuoi Signore che io prepari? A loro hai indicato dei segni precisi, almeno così mi pare di capire.
“Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo  e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?  Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi».  I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.”
Io sono molto più confusa, brocche d’acqua, stanze già pronte, non mi è facile decifrare i segni che tu mi metti a disposizione.
Beh! Che sia o no preparata, Pasqua sarà.
“Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».”
Certo, bella compagnia ti sei scelto per fare la prima Eucaristia, lo sapevi pure; quello che ti avrebbe tradito, Pietro, che si sarebbe vergognato di appartenere al tuo gruppo di fronte a una servetta, e tutti gli altri che non hanno dimostrato un grande coraggio e nemmeno un grande interesse nei tuoi confronti.
Ci saranno pure stati degli uomini un po’ perbene anche ai tuoi tempi, qualcuno con qualche capacità in più; mentre sceglievi, forse un occhio un po’ più critico avresti anche potuto averlo.
“Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».”
Finita la cena. Mi resta, come la Cananea, di implorare, perché anche i cani si cibano delle briciole che cadono sotto la tavola dei loro padroni. Allora fossero anche solo le briciole di questo mistero, anche se non rientrano nella mia comprensione, basteranno per la mia salvezza; non diciamo sempre come il centurione prima di accostarci alla mensa “non sono degno di accostarmi alla tua mensa  ma dì solo una parola ed io sarò salvato”?
Piego il cuore. Ecco la briciola, la spolvero e, schizzinosa come sono, resto a guardarla: mangiare con i peccatori.
No, sono disposta a lavorare come uno scaricatore di porto, però, per favore non ditemi di mangiare con gli scaricatori; al momento di mangiare preferisco lavarmi bene le mani, e mangiare il mio pasto in pace senza il rischio di sentire qualche sconceria.
Sporcarsi le mani, compromettersi, scendere… l’hai fatto tu che sei Dio, ma noi? Non è bene che usiamo un po’ più di giudizio?
Certo, sono consapevole che distinguere il bene e il male non è del tutto facile, però almeno si può tentare.
Quo Vadis? Dove vai, mio Signore? Anche io, come Pietro nel film, ti vedo tornare indietro e sento chiara la risposta: vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo.
Fate questo in memoria di me, sì, tutto sembra fatto per benino, la liturgia, le riflessioni, possiamo andare in pace. Ora pensiamo al pranzo, possiamo sederci con qualcuno che ci fa simpatia, scambiare due chiacchiere e, perché no, concludere con qualche dolcetto.
Ite missa est, meno male che adesso il prete nel salutarci dice più esplicitamente: andate la messa è finita, ce ne accorgiamo anche da soli, ma detto ci rassicura maggiormente, e, più o meno soddisfatti, ci avviamo alle nostre occupazioni.
Si potrebbe mica insinuare che c’è un’altra messa, una messa che sta da un’altra parte, sarebbero complicazioni inutili; il tempo corre veloce e volenti o nolenti tutti dobbiamo essere sempre più sbrigativi.
Perché tutto non torna come prima?
Che non sia perché non è stato solo un film? La luce del giorno dopo rischiara e fa strada, la primavera dischiude il tepore e i mandorli spaccano la dura scorza e si tingono di rosa, gli uccelli cinguettano e la vita, non più trattenuta dalla roccia del sepolcro, scioglie le campane a festa.
Qualcosa è cambiato nel mondo e nella storia, e nella mia storia? Continuo a guardare la mia briciola e sento che il tutto può cambiare solo dal frammento.
Che ognuno è innanzitutto Parola del Padre da restituire e attraverso la tua Croce diventa possibile. Possibile per tutti e solamente a condizione che sia per tutti. (1)
Il nostro mangiare deve comprendere necessariamente l’altro e la maggiore alterità è quella del peccatore. (2)
Seguirò la vita, quella che tu mi hai restituita, sì, andrò io a Roma (o ciò che vuole significare) e la briciola diventa pane, pane che rende la Vita.
Acquista senso rispondere: Rendiamo grazie a Dio.

Buona Pasqua

(1) “Spetta al Signore segnare i confini e le condizioni della sua pasqua. Noi siamo troppo inclini ai compromessi e ai raccorciamenti. È la pasqua se con Cristo vengono tutti i suoi. Se uno solo resta fuori, anche l’ultimo, anche il nemico, Egli non entra a far pasqua con noi.”
Don Primo Mazzolari, Farò la pasqua da te coi miei discepoli.

(2)cfr. Giuseppe Ruggeri, La verità crocifissa. Il pensiero cristiano di fronte all’alterità, ed. Carocci, 2007.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Chi nasce tunno...

Ci sono rapporti che una volta creati continuano, nonostante la lontananza e magari anche la mancanza di comunicazioni. Succede di ritrovarsi dopo anni con alcune persone con cui si è condiviso un tratto di strada e di avere l’impressione che il tempo non abbia cancellato né indebolito la relazione. Così è stato con il pastore della Chiesa Valdese Sergio Manna, che non rivedevo da dodici anni. L’avevo conosciuto grazie al SAE e negli anni della sua attività a Novara avevo avuto la possibilità di apprezzare la sua  cultura e la sua fede. Dopo la sua partenza da Novara, Manna, ha vissuto a Napoli, dove, tra l’altro ha svolto servizio di accompagnamento spirituale presso il carcere di Secondigliano. Ora è tornato in Piemonte, nella Val Pellice; è pastore di una comunità e si occupa di formazione per la pastorale clinica, la pastorale per l’accompagnamento dei malati e dei morenti.
Il 20 maggio scorso è tornato nella nostra città per guidare l’ultimo incontro organizzato dal SAE sul problema della violenza (l’intero programma è pubblicato nel sito di Agognate alla pagina “Ecumenismo”), con una relazione sul tema “Violenza e Redenzione o Resilienza”.
Riporto una sintesi dell’intervento, ben consapevole di non poter restituire l’intensità delle sue parole e tanto meno il pathos che ci ha comunicato.

Manna ha iniziato chiarendo il concetto di resilienza, un concetto nato nella scienza dei materiali ed esteso alla biologia e a alla psicologia. Resilienza – che deriva dal verbo latino resilere, rimbalzare - indica la capacità di un materiale di recuperare la propria forma dopo aver subito una pressione. In ambito biologico esprime la capacità dell’organismo di autoripararsi in seguito ad un danno, come il cicatrizzarsi di una ferita, in psicologia la capacità dell’essere umano di riprendersi dopo un trauma, ad esempio un lutto o una violenza subita. In base agli studi condotti, sono stati individuati alcuni fattori che favoriscono la resilienza nella vita psichica. È importante innanzitutto avere un figura di riferimento, un amico, un esperto o anche una fede. Spesso chi riemerge da un trauma, proprio perché ha vissuto il trauma, é in grado di essere d’aiuto agli altri: è il principio su cui si basano i gruppi di auto-aiuto, come quello degli alcolisti anonimi; in tal senso anche la comunità dei credenti è un luogo di guarigione.
Fondamentale, tra i “tutori della resilienza” è l’ascolto. La società in cui viviamo sembra non lasciare spazio all’ascolto: molti parlano, impongono la loro voce, ma pochi sono disposti ad ascoltare l’altro. Eppure la Bibbia è centrata sull’invito all’ascolto: “Shemà Israel”, “Ascolta, Israele”. Ascoltare l’altro è impegnativo, comporta la disponibilità a immedesimarsi in lui, a sentire la sua sofferenza.
Un altro “tutore” di resilienza, questo per chi ha commesso del male, è l’assunzione della responsabilità. Manna ha raccontato alcune esperienze vissute presso il carcere di Secondigliano. Ha incontrato persone che non sono uscite da una comprensione di sé come vittima dell’educazione o dell’ambiente e che non sono state capaci di riconoscere la propria responsabilità per ciò che avevano compiuto, persone chiuse in una lettura fatalistica della vita, una lettura di un pessimismo senza speranza, efficacemente resa da un proverbio napoletano: “Chi nasce tunno, nun po’ murì quadro” (chi nasce tondo non può morire quadrato).
Il Vangelo ci annuncia che tutti possono cambiare, che per tutti c’è una speranza.
Ha incontrato, però, anche persone, che, grazie alla scoperta che c’era qualcuno disposto ad ascoltarle senza alcun tornaconto, hanno modificato la propria immagine negativa dell’uomo e di Dio: hanno compreso il volto del Dio di misericordia, hanno avuto il coraggio di guardare a se stesse con realismo e, nel riconoscere la propria colpa, hanno scoperto di essere amate.
Nella Bibbia sono molte le figure che ci parlano della resilienza, del cambiamento. Si pensi a Paolo, che sulla strada di Damasco constata il crollo delle proprie certezze, si scopre cieco e giunge poi a riconoscere che “quando sono debole allora sono forte”. Alla figura di Noemi, nel libro di Ruth; a Giuseppe, che avrebbe avuto tutti i motivi per odiare i fratelli, ma quando li incontra si commuove e piange e giunge a leggere la storia della propria sofferenza come un processo salvifico per gli altri; alla vicenda del figlio prodigo…
Tre sono i bisogni fondamentali dell’uomo, che stanno alla base della resilienza: il bisogno di autostima, intesa non come compiacimento di sé, ma come percezione di essere stimato nonostante tutto; il bisogno di amare e di essere amato e il bisogno di senso. Bisogni su cui fa leva la prassi di Gesù, che incontra le persone per quelle che sono, le ascolta e ridona loro la dignità perduta.
Emblematico è l’episodio di Zaccheo, il capo dei pubblicani, il “peccatore”: Gesù va in casa sua, ricorda che “anch’egli è un figlio di Abramo” e Zaccheo cambia vita. Gesù si prende cura degli uomini, si mette al loro servizio: è questo il significato originario del verbo greco “terapeuo”.
Il bisogno di senso è al centro della teoria psicologica di Viktor Frankl, lo psichiatra viennese sopravvissuto alla deportazione ad Auschwitz; come scrisse nel libro Uno psicologo nei lager, riuscivano a far fronte all’orrore dei campi coloro che nella sofferenza non avevano perso la speranza, non avevano rinunciato ad un senso della vita.
A conclusione della sua relazione, Manna ha riportato una citazione di Lutero, che può valere come sintesi dell’incontro: “I peccatori non sono amati perché sono belli, sono belli perché sono amati”.

Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Lettera a Fausta da Sandra

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Lettera a Fausta da Sandra
Fausta, Fausta, che voglia di gridare all’infinito il tuo nome, è l’urlo del dolore e del distacco.
Fausta il 12 maggio  se n’è andata “in quella meravigliosa casa dove non esiste la morte” (S.Agostino).
Fausta, sei stata un esempio per tutti noi, sei stata la pietra d’angolo per la tua famiglia, sei stata tanto altro… ma come ogni essere umano anche tu eri fatta di debolezze e fragilità, certo è che di te ricorderò sempre la grande forza, l’energia nel relazionarti con la tua malattia e con le prove che la vita ti ha chiesto di affrontare.
La vita non è stata benigna con te, come facevi a ringraziare sempre il Signore di tutto? L’amore che tu sentivi - “lui mi ama” dicevi - ti bastava?
P.Raffaele nell’omelia al tuo funerale ha detto che tu ti sei saputa immedesimare in Cristo e che solo così si sente e si capisce l’Amore e si dà un senso a tutto. Questa è stata la tua forza, questa tua forza non mi ha tuttavia impedito di vedere le tue fragilità, la tua solitudine. Ora ti chiede perdono.
    Perdono per tutte le volte che hai chiesto aiuto e non sono stata capace di “sentire” questo tuo grido
    Perdono per averti lasciata sola
    Perdono per non averti capita sino in fondo
    Perdono per ogni mia mancanza
Ti ringrazio per la tua amicizia, per il tuo affetto, per avermi voluta accanto gli ultimi giorni della tua vita e aver voluto donare e condividere con me la tua serenità nell’affrontare la morte.
La morte, questo grande e pauroso mistero...
“Vorrei conoscere il segreto della morte
Ma come potrete trovarlo se non cercate nel cuore della vita?
Se davvero volete contemplare lo spirito della morte,
spalancate il cuore al corpo della vita
Perché la vita e la morte sono una cosa sola, come il fiume e il mare
Perché cos’è morire se non essere nudi nel vento e prendersi il sole?
E che altro è non respirare, se non liberare il respiro dalle sue insonni maree perché possa levarsi ed espandersi e cercare Dio senza ingombri?
Solo se berrete al fiume del silenzio canterete davvero
E quando avrete raggiunto la sommità del monte comincerete a salire
E quando la terrà esigerà le vostre membra solo allora danzerete veramente”. (da “Il Profeta” di Gibran)

Ecco io credo che tu abbia raggiunto tutto questo.
Un abbraccio Sandra

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