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Lunedì, 01 Giugno 2009 00:00

Una giornata particolare

Scritto da

Spesso basta poco, un gesto, un sorriso, una giornata trascorsa in modo diverso, per farci riprendere vigore nel cammino faticoso di ogni giorno, nei rapporti che con il tempo si cristallizzano, nel desiderio di essere e fare per noi e per gli altri.
Basta:
una giornata fuori porta

di Alessandra Bentivoglio

Qualche volta è necessario rompere gli schemi abituali e così domenica 10 maggio il consueto incontro mensile di fraternita si è svolto “fuori porta”: siamo andati a Vinchio, un paesino del Monferrato, dove si trova la casa che ha dato i natali alla mamma di Pier Paolo (grazie di cuore a lui per la sua ospitalità!).
Arrivati e depositate le scorte alimentari in casa, ci siamo precipitati tutti nell’adiacente prato-cortile dove chi ha iniziato a giocare, chi a chiacchierare, chi a guardare i prati circostanti.
Dopo esserci “ambientati”, ecco arrivata l’ora della Messa, celebrata in casa da Padre Ennio.
Una Messa solo per noi, in casa… avevo la sensazione di essere come  i discepoli di Gesù, nella semplicità e nel raccoglimento intorno ad un tavolo, a celebrare e a condividere l’Eucaristia.
Al momento della preghiera spontanea avrei voluto gridare con tutto il cuore e con tutto il fiato “grazie, grazie, grazie a tutti voi e al Signore che ci (e mi) ha concesso una così semplice, ma profonda ed intensa giornata”, ma le lacrime scorrevano dagli occhi senza controllo (quando sono immersa nella gioia o nel dolore profondo faccio così!!!) e non riuscivo a parlare. Il pranzo all’aperto è stato un’altra scoperta di condivisione: scherzando e ridendo abbiamo pranzato e gustato le squisite torte fatte da Daniela (un grazie anche a lei, che oltre a saperci egregiamente prendere per la gola, è sempre molto sorridente e disponibile).
E dopo aver nutrito il corpo, bisognava “nutrire” la mente: così Padre Ennio ci ha parlato del “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (quest’anno la fraternita ha preparato  tutti gli incontri nell’analisi del Padre Nostro).
È stato bello, seduti tutti nel prato a parlare del Signore, a parlare di noi, della nostra storia. Mi sembrava davvero che le nostre parole non avessero confini e se ne andassero ovunque..lì non c’erano mura..anche in quei momenti, anche lì ho sentito l’emozione del discepolo: tutti riuniti nel Suo Nome!!!
Il resto del pomeriggio è stato libero: qualcuno è rimasto a poltrire sull’erba, altri sono andati a spasso per il paese con Pier Paolo come cicerone.
A concludere la giornata, prima del viaggio di ritorno, abbiamo recitato il rosario, ancora tutti seduti nel prato.
Vorrei essere capace di  trasmettere la profondità di quei momenti così semplici eppure così intensi, in cui avverti di essere alla presenza del Signore.
Tutti stanchi, ma rilassati e sereni e con negli occhi uno sguardo diverso!
E’ stata – secondo me – la giornata più “toccante” che la fraternita abbia avuto da quando ne faccio parte.
Questa prima esperienza “fuori porta” mi auguro non resti isolata, ma che possa ripetersi presto!
Grazie, grazie di cuore a tutti per avermi fatto questo splendido regalo!!

Lunedì, 01 Giugno 2009 00:00

Viaggio in alto mare

 

Nella Bibbia si ripete 365 volte l’invito “Non temere”. Una volta per ogni giorno dell’anno: c’è un progetto per ciascuno di noi, un progetto che prende il via tutte le volte che ci fidiamo di Dio, per il quale “neanche un capello del vostro capo andrà perduto”.
È facile fidarsi quando tutto fila liscio, quando ci sentiamo forti ed al sicuro, problematico quando siamo nelle difficoltà.
Chi di noi non si è mai trovato sballottato da “venti contrari” nel mare della vita? E chi di noi non ha vissuto momenti di paura, di delusione, di scoraggiamento?
“…La violenta tempesta continuava ad infuriare, per cui ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta” (At. 27, 20).
È il racconto dell’ultimo viaggio di Paolo, quello che lo condurrà a Roma per essere sottoposto al tribunale di Cesare, e che ci narra la tempesta ed il naufragio con l’approdo all’isola di Malta.
Un  racconto per noi significativo che fra Antonio Visentin, maestro dei novizi ed assistente della Fraternita di Chieri, ha scelto come riflessione per i partecipanti alla giornata di incontro delle fraternite del Piemonte qualche settimana fa.
Sono stati sottolineati: la situazione di prigionia di Paolo che, nonostante non sia più libero di decidere per sé e per la sua vita, è tuttavia un uomo libero, l’atteggiamento di benevolenza del centurione Giulio, i venti contrari e la navigazione pericolosa, il coraggio di Paolo ed il suo discorso di speranza, l’invito a prendere cibo, necessario per la salvezza, la necessità che tutti si salvino e non solo pochi.
La realtà del laicato e quella di alcune fraternite, come anche la situazione dell’Ordine e della Chiesa cattolica, sembra rappresentare bene l’immagine dei “venti contrari alla navigazione”: età avanzata, numeri sempre più esigui dei membri, senso di abbandono e scoraggiamento.
Nel racconto di Atti è chiaro il capovolgimento della mentalità del numero: basta una persona per salvare l’umanità. La presenza di Paolo salva tutti perché il centurione impedisce ai soldati di buttare in mare ed uccidere gli altri prigionieri. È ancora la presenza e la parola di Paolo che incoraggia tutti a prendere cibo, a prendere dalle sue mani il cibo per la vita spirituale. Paolo celebra “l’eucaristia” davanti a tutti e tutti rende presenti. Ciò che ci unisce è il sapere tutti di avere bisogno di cibo.  
Come applicare tutto questo alla nostra vita di laici domenicani?
Considerando la nostra vocazione ad essere predicatori del vangelo, annunciatori di speranza, come viviamo l’impegno assunto come cristiani e come domenicani?
Nella situazione di disagio, di insicurezza economica e sociale, la tentazione forte è quella di isolarci, chiuderci in una illusoria salvezza personale o familiare e chiudere gli occhi a quanto succede intorno a noi. Ho negli occhi e nel cuore le immagini di tanti gommoni carichi di persone che cercano uno spazio in cui trovare riposo, speranza, respiro per continuare la vita.
Viviamo in una società multietnica dove ormai si mescolano popoli, razze, lingue e culture, ma se apriamo il giornale, o accendiamo la tv, non mancano mai notizie su episodi di razzismo e di intolleranza nei confronti degli stranieri che vivono in Italia, ed ora anche la legge italiana si attrezza per essere più restrittiva e selettiva per l’accoglienza degli stranieri, “persone spesso vittime di pregiudizi ed usate come capri espiatori quando aumentano l’insicurezza economica ed il disagio sociale”. Così cita il manifesto per una campagna nazionale contro il razzismo, l’indifferenza e la paura dell’altro.
Solo riconoscendo a tutti il diritto ad una vita migliore, saremo capaci di vivere noi stessi una vita migliore.
Essere uomini e donne di speranza è essere capaci di mettere le mani là dove c’è il male con la certezza che il male non ci danneggerà. Abbiamo scelto di rispondere liberamente alla chiamata del Signore ad essere domenicani, allora seguiamo l’esempio di San Domenico che visse per anni fra gli eretici del Meridione della Francia, annunciando la Verità,  condividendo con loro il pane della vita e pregando “che ne sarà dei peccatori?”. La nostra salvezza non sarà mai a prescindere da quella di tutti. Buona navigazione!

Lunedì, 01 Giugno 2009 00:00

SAE - Segretariato Attività Ecumeniche

«Disse allora lo Spirito a Filippo: “Va’ avanti, e raggiungi quel carro”: Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: “Capisci quello che stai leggendo?” Quegli rispose: “E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?” E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui…»
        (cfr. At  8, 29-31)

Salire sul carro dell’altro e fare un tratto di strada insieme; il Convegno di Primavera a cui ho partecipato con Francesca, nuova socia del SAE, mi ha lasciato il senso di un ecumenismo che è un tratto di strada insieme. Le strade arrivano alle loro svolte, e ciascuno può continuare la sua perché l’incontro c’è stato, come ha concluso il presidente Meo Gnocchi. Ci resta la capacità di vivere in tensione, di “stare dentro”, cogliendo il Kairòs, il tempo forte, tempo favorevole, che questo Dio ci ha dato per ascoltare la sua Parola nella pluralità in cui si esprime.

Francesca Barbano

Il 9 e 10  maggio scorsi si è tenuto a Pontenure, vicino a Piacenza,  il convegno di primavera del SAE cui quest’anno è stato assegnato un tema particolarmente interessante, oltre che di forte attualità:  “DIRE INSIEME COSE ANTICHE E COSE NUOVE - Un Evangelo, diversi linguaggi.”   In effetti durante le due giornate del convegno gli interventi che si sono susseguiti hanno dato corpo a questo “dire insieme”  ed ai diversi linguaggi che - se da un lato rispecchiano le differenti tradizioni confessionali -  d’altro canto hanno aperto nell’ascolto reciproco un dialogo i cui molteplici spunti e stimoli si sono realmente intrecciati in modo estremamente fecondo. Realmente chi ha partecipato può dire di aver percepito e vissuto quanto ad un certo punto esplicitamente affermato nella relazione del presidente Mario Gnocchi: forse davvero, al di là dell’attuale momento di crisi (ma ripercorrendo la storia del SAE è difficile trovare momenti in cui non si è parlato di crisi!!), l’ecumenismo è ad una svolta; non si tratta di trarre per sottrazione quello (poco o tanto che sia) che rimane in comune, occorre far parlare in reciproco ascolto e dialogo le diverse tradizioni a partire dalle loro più profonde radici senza paura di trovarsi anche profondamente diversi ma accogliendosi invece reciprocamente (Placido Sgroi).
E’ un passaggio nodale quello che stiamo vivendo oggi, anche nel nostro paese, in cui le chiese evangeliche storiche e la chiesa cattolica sono chiamate  a misurarsi con altre realtà cristiane emergenti. Vanno considerate con grande attenzione la sempre più significativa presenza dei fratelli ortodossi (Dionisios Papavasileiou), alle cui espressioni di vita ecclesiale e pastorale non siamo abituati, così come  il dilagare delle esperienze evangelicali e pentecostali, abituate ad esprimersi con altri linguaggi, una realtà carismatica appassionata e viva, lontana talora dai dibattiti teologici e impegnata a vivere con intensità l’esperienza quotidiana dello Spirito (Stefano Bugliolo e Roberto Vacca).
Non a caso il Convegno si è poi chiuso  con una relazione sul futuro della Chiesa in cui sarà sempre più difficile coniugare il messaggio cristiano con le diverse culture che la globalizzazione  rende presenti in ogni angolo della terra (Brunetto Salvarani).

Come di consueto nell’assemblea di primavera la riflessione comune su un particolare aspetto del dialogo ecumenico si è accompagnata con la riflessione sull’appartenenza al SAE. L’assemblea associativa annuale ha visto anche  la discussione sull’attività svolta nei suoi molteplici aspetti, dalle iniziative realizzate nella precedente sessione estiva ed a quelle in programma per la prossima, alle modalità di comunicazione, anche attraverso il lavoro per il nuovo sito. La discussione sul bilancio consuntivo e preventivo è senza dubbio un momento di grande importanza per la vita dell’ associazione:  un momento di conoscenza e di confronto, di valutazione dei risultati conseguiti e  di progettazione del futuro. Anche in questa occasione, forse specie per chi - come me - partecipava per la prima volta, è stato molto interessante ed istruttivo seguire lo svolgersi della vita dell’associazione attraverso la testimonianza ed il dibattito fra le persone che insieme rappresentano le diverse anime e le differenti sensibilità presenti e dialoganti.

Il pensiero va infine con gratitudine agli amici del SAE di Piacenza che con grande dedizione hanno curato l’organizzazione di tutti gli aspetti del soggiorno e che, prima della partenza, ci hanno offerto anche un bella occasione di conoscenza di un sito significativo ed importante del loro territorio:  nel pomeriggio della domenica infatti ci è stata infatti data la possibilità di effettuare una visita al Collegio Alberoni di Piacenza. Si tratta di  un vasto complesso architettonico, adibito a seminario a metà settecento dal Cardinale Alberoni, originario della città, che alla sua morte lasciò all’Istituto una dote  cospicua grazie alla quale il collegio prosperò e - sebbene sorto precipuamente per la formazione del clero -  nel corso degli anni ha annoverato fra i propri alunni  scienziati, ingegneri, giuristi e medici, filosofi, eruditi e uomini politici di nota.
Oltre ad ospitare i seminaristi, l’Istituto dispone di una ricchissima biblioteca e di un osservatorio astronomico (che purtroppo in questa occasione non abbiamo avuto il tempo di vedere!). Interessantissima è stata la visita alla pinacoteca, che comprende un centinaio di quadri fra i quali un “Ecce Homo” di Antonello da Messina davanti al quale ci siamo fermati in un momento di intensa meditazione.

Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Il volto dell'uomo

Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse:  «Dove sei?».  
Rispose:   «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura,
perché sono nudo, e mi sono  nascosto».
(Genesi 3, 9 - 10)

«Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento. Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento “davanti al volto di Dio”, l’uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento, diventa sempre più problematica. È una situazione caratterizzabile con estrema precisione: l’uomo non può sfuggire all’occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso».  
Così Martin Buber (Il cammino dell’uomo) commenta il passo della Genesi citato all’inizio. La fuga da Dio e quindi da se stessi, dalla responsabilità e quindi da ogni relazione con l’altro è connessa con la storia dell’uomo, e mi pare  caratterizzi drammaticamente e veementemente anche, e forse ancor più di altre, la nostra epoca.
Un recente saggio dello psicanalista Luigi Zoja è intitolato La morte del prossimo. Nietzsche alla fine dell’Ottocento aveva parlato della “morte di Dio”, della scomparsa di ogni riferimento ultraterreno, oggi assistiamo alla fine di ogni relazione con l’altro uomo: se la globalizzazione,  i nuovi strumenti di comunicazione ci permettono di entrare in contatto con tutto il mondo, in realtà il nostro sguardo non incontra più nessuno, la distanza dagli altri aumenta fino a farli scomparire.
«L’uomo – scrive Zoja - cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale - è morto il suo Genitore Celeste - ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo».
In questo scenario della nostra attuale condizione umana, si colloca, come ammonizione  e nello stesso tempo come appello alla speranza, l’ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. L’operato del Papa a volte sconcerta (si veda l’articolo di Theo Stoltenberg nel numero 49 dello scorso marzo), a me sembra, tuttavia che il suo insegnamento colga con chiarezza la questione dell’uomo oggi.
L’enciclica, come è noto, riprende la Populorum Progressio di Paolo VI per confrontarsi con le gravi questioni sociali ed economiche del nostro tempo. Nel far ciò getta luce sul volto dell’uomo, quale è voluto da Dio, e sulla nostra autentica destinazione.  Mi pare, a questo proposito, particolarmente pregnante il capitolo 53, che propongo alla vostra attenzione. In un tempo dominato dalla paura, dalla preoccupazione di mantenere le sicurezze acquisite e di difendere la propria identità, rinserrandosi in una fortezza, non solo in senso metaforico, il Papa ci ricorda che ogni chiusura non è al servizio dell’uomo, ci ricorda che l’uomo, nella prospettiva cristiana, non è una monade chiusa in se stessa,  ma è per sua natura in relazione con Dio e con gli altri uomini e soltanto nella vita di comunione può trovare la propria vita.

Dalla Caritas in veritate

«Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese quelle materiali, nascono dall’isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio, da un’originaria tragica chiusura in se medesimo dell’uomo, che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero, uno “straniero” in un universo costituitosi per caso. […]
Paolo VI notava che “il mondo soffre per mancanza di pensiero”. L’affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l’apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell’uomo.
La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. L’importanza di tali relazioni diventa quindi fondamentale. Ciò vale anche per i popoli. È, quindi, molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della relazione tra le persone. A questo riguardo, la ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone l’autonomia, come accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un altro tutto Come la comunità familiare non annulla in sé le persone che la compongono e come la Chiesa stessa valorizza pienamente la “nuova creatura” che con il battesimo si inserisce nel suo Corpo vivo, così anche l’unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e le culture, ma li rende più trasparenti l’uno verso l’altro, maggiormente uniti nelle loro legittime diversità».

Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Bentornati!

Scritto da


Fra Carlos Azpiros Costa, Maestro dell’Ordine dei Frati Predicatori, giunto quasi alla fine del suo mandato alla guida dell’Ordine, ha recentemente inviato ai Domenicani una Lettera con questo titolo.
“Essendo un fratello tra fratelli, desidererei ora presentarvi queste pagine come chi, con semplicità, pensa ad alta voce. Vi invito a contemplare un poco più da vicino “la perla” o “il tesoro” dell’Or­dine, come chi desidera scoprire “la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” della vita fraterna domenicana”.
La vita fraterna, uno dei cardini della vita dell’Ordine insieme alla preghiera, allo studio ed alla predicazione, è definito “il tesoro o la perla” e mi richiama alla mente i racconti evangelici che trattano di questo tesoro  ponendomi tanti interrogativi.  
Ad Agognate, mentre scrivo, ci prepariamo a rinnovare i nostri impegni comunitari, e la Lettera del Maestro giunge al momento opportuno, perché vivere la vita fraterna può essere esaltante e nello stesso tempo può presentare tante difficoltà. Ciascuno sa come anche i rapporti tra fratelli di sangue possano essere a volte faticosi; tanto di più quelli di chi, per scelta, si unisce ad altri uomini e donne  intorno alla Parola, ma provenienti da esperienze e “mondi” differenti, passato il facile entusiasmo degli inizi, si trova a vivere la vita quotidiana e deve cercare di smussare gli spigoli del proprio carattere e ridimensionare le proprie attese ed i propri bisogni per adattarsi alla vita comune. Lo sanno bene gli sposi che con amore si sono lanciati nell’avventura della vita matrimoniale e si trovano a risolvere i primi problemi della convivenza chiedendosi che ne è stato del loro amore e della loro tenerezza di fidanzati; lo sa bene chi entra nella vita religiosa, lo sappiamo bene noi che abbiamo scelto di vivere l’esperienza della vita comune.  
Desidero però, riflettendo su alcuni aspetti della nostra fraternità, pormi alcune domande assieme a voi: “Che significa essere fratello oggi?”
Per rispondere a questo interrogativo fra Carlos si serve di “una icona biblica” che ci aiuti a pregare, meditare, riflettere: la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe (Gn 37ss), un “fratello” molto speciale.
Nella vita di Giuseppe, Dio stesso si avvale dei peccati degli uomini per il bene di questo nostro “fratello”. Ancora di più, attraverso la vita di Giuseppe, Dio prepara segretamente la nascita del suo popolo eletto, un popolo di fratelli, un popolo che egli condurrà alla libertà. Forse che la fraternità e la libertà non sono anche caratteristiche fondamentali della nostra vocazione?
Giuseppe è descritto come il “sognatore” ed i suoi fratelli, figli dello stesso padre, lo odiano e non possono parlargli amichevolmente perché invidiosi dell’amore che il padre mostra per lui. Lo deridono per i suoi sogni, chiamandolo “il signore dei sogni”.
Alla prima occasione lo spoglieranno delle sue vesti, lo venderanno a mercanti che lo condurranno in Egitto. Poi è venduto a Potifar, funzionario del faraone e attraverserà altre prove ed il carcere, l’interpretazione dei sogni dei suoi compagni di prigionia, ed infine diventerà l’amministratore del Faraone, ruolo in cui incontrerà di nuovo i suoi fratelli e alla fine si riconcilierà con loro.  
“Giuseppe, vivendo nella forma più semplice e quotidiana la presenza di Dio, si riconcilia con i suoi fratelli e sa generosamente rapportarsi con i beni della creazione, in un modo giusto, equo e saggio. In effetti, Giuseppe è un uomo onesto, leale, incorruttibile, capace di perdonare, tratta con giustizia gli affari sociali e politici attraverso una distribuzione equa dei beni e dando a tutti da mangiare”.
Che ne ho fatto dei miei sogni? Che ne è stato dei sogni di chi vive con me? Ed i sogni dei destinatari della nostra predicazione?
“Ci può anche accadere che giochiamo a nascondiglio con i fratelli, con la vita, con Dio, occultandoci dietro i diversi modi di autocommiserazione – o di autosufficienza – più o meno camuffate di umiltà. A poco a poco queste attitudini ci vanno alienando da tutto (dalla realtà) e da tutti (dalla comunità fraterna).
Forse, come dice fra Carlos, sto giocando a nascondino, alzo barriere per gli altri invalicabili, vivo come il fantasma di me stessa e passo attraverso la vita fraterna senza più la capacità di sognare né di curarmi dei sogni degli altri, alienandomi da tutti e da tutto.
Forse, se gli altri non hanno voglia di ascoltare i miei sogni, è il momento di mettermi in ascolto dei loro sogni e poco alla volta potrò assumerli come miei.
“Allora Giuseppe si ricordò dei sogni che aveva avuto a loro riguardo… (Gen 42,9).
Nel riconoscere i fratelli, Giuseppe cominciò – malgrado il dolore provocato dalla loro presenza – a risanare la sua storia.
Vi sono molte cose da riconciliare nella famiglia di Giacobbe e di Giuseppe, come in quella di ogni uomo. Occorre tempo ed attesa per farlo.
“ Se i nostri sogni manifestano i nostri progetti, le illusioni, gli ideali,… ascoltare i sogni degli altri può aprirci il cuore ai progetti, alle illusioni, agli ideali ed alle aspettative degli altri… I sogni di Dio per ognuno di noi e per tutti i fratelli segnano però il significato più profondo della nostra vita, della nostra vocazione! Forse che la vocazione personale non è l’espressione concreta dei sogni che Dio ha per ognuno e per tutti noi? I “sogni” di Dio per ognuno di noi sono la nostra vocazione. Sono i nostri fratelli a ricordarcelo. Quando Dio ci rivela i suoi sogni (come lo farà con Giuseppe – promesso sposo a Maria – quando il falegname decise di ripudiarla in segreto) ci fa conoscere un cammino vocazionale che supera tutto quello che avevamo potuto desiderare o pensare, per noi e per gli altri, e tutto quello che gli altri potevano sognare per noi… (cf. Is 55,8)”.
Rispondere al sogno che Dio ha per me spesso mi costa una grande fatica, richiede la capacità di fermarmi ad ascoltare le “parole” che mi dice,  di gustare l’attesa senza essere impaziente di vedere i risultati, di cambiare i miei occhi ed il mio cuore per apprezzare il dono della fraternità, e riconciliata con me stessa e con gli altri, ritrovare la gioia di fare sogni e di condividere i sogni degli altri.
È con questo spirito che, ancora una volta, nonostante  la tentazione umana di cercare modi meno faticosi di seguire il Signore, prometterò di vivere l’avventura della vita comune.

Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Voi siete tutti fratelli


Fra Carlos Azpiros Costa, Maestro dell’Ordine dei Frati Predicatori, giunto quasi alla fine del suo mandato alla guida dell’Ordine, ha recentemente inviato ai Domenicani una Lettera con questo titolo.
“Essendo un fratello tra fratelli, desidererei ora presentarvi queste pagine come chi, con semplicità, pensa ad alta voce. Vi invito a contemplare un poco più da vicino “la perla” o “il tesoro” dell’Or­dine, come chi desidera scoprire “la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” della vita fraterna domenicana”.
La vita fraterna, uno dei cardini della vita dell’Ordine insieme alla preghiera, allo studio ed alla predicazione, è definito “il tesoro o la perla” e mi richiama alla mente i racconti evangelici che trattano di questo tesoro  ponendomi tanti interrogativi.  
Ad Agognate, mentre scrivo, ci prepariamo a rinnovare i nostri impegni comunitari, e la Lettera del Maestro giunge al momento opportuno, perché vivere la vita fraterna può essere esaltante e nello stesso tempo può presentare tante difficoltà. Ciascuno sa come anche i rapporti tra fratelli di sangue possano essere a volte faticosi; tanto di più quelli di chi, per scelta, si unisce ad altri uomini e donne  intorno alla Parola, ma provenienti da esperienze e “mondi” differenti, passato il facile entusiasmo degli inizi, si trova a vivere la vita quotidiana e deve cercare di smussare gli spigoli del proprio carattere e ridimensionare le proprie attese ed i propri bisogni per adattarsi alla vita comune. Lo sanno bene gli sposi che con amore si sono lanciati nell’avventura della vita matrimoniale e si trovano a risolvere i primi problemi della convivenza chiedendosi che ne è stato del loro amore e della loro tenerezza di fidanzati; lo sa bene chi entra nella vita religiosa, lo sappiamo bene noi che abbiamo scelto di vivere l’esperienza della vita comune.  
Desidero però, riflettendo su alcuni aspetti della nostra fraternità, pormi alcune domande assieme a voi: “Che significa essere fratello oggi?”
Per rispondere a questo interrogativo fra Carlos si serve di “una icona biblica” che ci aiuti a pregare, meditare, riflettere: la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe (Gn 37ss), un “fratello” molto speciale.
Nella vita di Giuseppe, Dio stesso si avvale dei peccati degli uomini per il bene di questo nostro “fratello”. Ancora di più, attraverso la vita di Giuseppe, Dio prepara segretamente la nascita del suo popolo eletto, un popolo di fratelli, un popolo che egli condurrà alla libertà. Forse che la fraternità e la libertà non sono anche caratteristiche fondamentali della nostra vocazione?
Giuseppe è descritto come il “sognatore” ed i suoi fratelli, figli dello stesso padre, lo odiano e non possono parlargli amichevolmente perché invidiosi dell’amore che il padre mostra per lui. Lo deridono per i suoi sogni, chiamandolo “il signore dei sogni”.
Alla prima occasione lo spoglieranno delle sue vesti, lo venderanno a mercanti che lo condurranno in Egitto. Poi è venduto a Potifar, funzionario del faraone e attraverserà altre prove ed il carcere, l’interpretazione dei sogni dei suoi compagni di prigionia, ed infine diventerà l’amministratore del Faraone, ruolo in cui incontrerà di nuovo i suoi fratelli e alla fine si riconcilierà con loro.  
“Giuseppe, vivendo nella forma più semplice e quotidiana la presenza di Dio, si riconcilia con i suoi fratelli e sa generosamente rapportarsi con i beni della creazione, in un modo giusto, equo e saggio. In effetti, Giuseppe è un uomo onesto, leale, incorruttibile, capace di perdonare, tratta con giustizia gli affari sociali e politici attraverso una distribuzione equa dei beni e dando a tutti da mangiare”.
Che ne ho fatto dei miei sogni? Che ne è stato dei sogni di chi vive con me? Ed i sogni dei destinatari della nostra predicazione?
“Ci può anche accadere che giochiamo a nascondiglio con i fratelli, con la vita, con Dio, occultandoci dietro i diversi modi di autocommiserazione – o di autosufficienza – più o meno camuffate di umiltà. A poco a poco queste attitudini ci vanno alienando da tutto (dalla realtà) e da tutti (dalla comunità fraterna).
Forse, come dice fra Carlos, sto giocando a nascondino, alzo barriere per gli altri invalicabili, vivo come il fantasma di me stessa e passo attraverso la vita fraterna senza più la capacità di sognare né di curarmi dei sogni degli altri, alienandomi da tutti e da tutto.
Forse, se gli altri non hanno voglia di ascoltare i miei sogni, è il momento di mettermi in ascolto dei loro sogni e poco alla volta potrò assumerli come miei.
“Allora Giuseppe si ricordò dei sogni che aveva avuto a loro riguardo… (Gen 42,9).
Nel riconoscere i fratelli, Giuseppe cominciò – malgrado il dolore provocato dalla loro presenza – a risanare la sua storia.
Vi sono molte cose da riconciliare nella famiglia di Giacobbe e di Giuseppe, come in quella di ogni uomo. Occorre tempo ed attesa per farlo.
“ Se i nostri sogni manifestano i nostri progetti, le illusioni, gli ideali,… ascoltare i sogni degli altri può aprirci il cuore ai progetti, alle illusioni, agli ideali ed alle aspettative degli altri… I sogni di Dio per ognuno di noi e per tutti i fratelli segnano però il significato più profondo della nostra vita, della nostra vocazione! Forse che la vocazione personale non è l’espressione concreta dei sogni che Dio ha per ognuno e per tutti noi? I “sogni” di Dio per ognuno di noi sono la nostra vocazione. Sono i nostri fratelli a ricordarcelo. Quando Dio ci rivela i suoi sogni (come lo farà con Giuseppe – promesso sposo a Maria – quando il falegname decise di ripudiarla in segreto) ci fa conoscere un cammino vocazionale che supera tutto quello che avevamo potuto desiderare o pensare, per noi e per gli altri, e tutto quello che gli altri potevano sognare per noi… (cf. Is 55,8)”.
Rispondere al sogno che Dio ha per me spesso mi costa una grande fatica, richiede la capacità di fermarmi ad ascoltare le “parole” che mi dice,  di gustare l’attesa senza essere impaziente di vedere i risultati, di cambiare i miei occhi ed il mio cuore per apprezzare il dono della fraternità, e riconciliata con me stessa e con gli altri, ritrovare la gioia di fare sogni e di condividere i sogni degli altri.
È con questo spirito che, ancora una volta, nonostante  la tentazione umana di cercare modi meno faticosi di seguire il Signore, prometterò di vivere l’avventura della vita comune.

Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Il futuro in un volto

Ci accingiamo qui ad Agognate, come tanti altri di voi, a proseguire nel cammino intrapreso, in campo ecclesiale, politico, di associazioni, o di lavoro, di famiglia, di rapporti.
Ogni ripresa richiede sempre un discernimento e, spesso, ci si trova più a confermare connivenze che a dire una parola che sia capace di novità rispetto all’esistente.
Non per fare paragoni poco opportuni ma il riferimento è sempre a chi prima di noi ha camminato e ha tracciato strade valide per ogni tempo.
Meo Gnocchi, attuale presidente del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), nel numero di giugno della rivista Notizie, riprendeva Bernanos: per incontrare la speranza, bisogna essere andati al di là della disperazione. Quando si arriva fino al colmo della notte, s’incontra un’altra aurora.
Citava anche Bonhoeffer che esortava a non abbandonare la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.
Meo Gnocchi concludeva che occorre Vivere consapevolmente e responsabilmente questo tempo travagliato e ferito mantenendo aperto l’animo alla gioia. La gioia promessa e donata da Cristo, che non elude le asprezze della storia ma ne sostiene l’urto senza disperare, che non ignora la sofferenza ma la rischiara, che non isola in un cerchio dorato ma apre il cuore alla solidarietà fraterna.
Parole concrete, come concreto deve essere sempre il nostro riferimento, che non può mai essere solo una idea, un progetto, ma deve sempre più incarnarsi.
Gesù ci dice: “Non preoccupatevi dunque dicendo: “che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, innanzi tutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. (Mt 6,31-33).
Questo dunque il punto di oggi e di sempre, essere capaci di nuova giustizia, quella che nostro Signore ha realizzato sconfiggendo la morte e passando alla Vita.
E questo esige la nostra conversione, continua, incessante, non andare in cerca delle cose che vuole il pagano che è dentro ciascuno di noi, non preoccuparci di ciò che ci sostiene, non mettere tutte le nostre energie per continuare a vestirci e a passare il tempo davanti allo specchio del nostro io per vedere cosa ci sta bene per presentarci al meglio.
Il futuro, il nostro futuro, il futuro di ognuno, è in un volto, concreto, reale, con nome e cognome, quello per cui siamo capaci di fuoriuscire dal nostro egoismo, dalla contemplazione della nostra miseria o ricchezza che sia, ma che sempre volge lo sguardo a noi stessi e non all’opera che Dio realizza per noi.
Ci possiamo spendere per i cinesi in Cina, va benissimo, da qualche parte occorre pur cominciare… ma il punto di arrivo è il prossimo, ovvero il Cristo che ci sta davanti e che non riusciamo a vedere se come il fariseo continuiamo a farci domande che hanno già la risposta e da cui non intendono discostarsi.
La fede richiede il rischio: delle sconfitte, delle derisioni, delle incomprensioni; ma non è mai un salto nel vuoto.
E allora benedetto quel volto che a noi si propone, che ci permette di spendere la nostra vita e ci dà come orizzonte l’eterno.

Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

Famiglia domenicana

P. Raffaele è stato nominato promotore della famiglia domenicana e del laicato domenicano della nostra provincia e mi ha suggerito di dare spazio in questa rubrica di testimonianze alle iniziative che i membri della famiglia domenicana hanno messo in opera per quest’anno perché ne veniate a conoscenza e sollecitare così eventuali adesioni e collaborazioni.                       
Non solo, potrebbe essere questo il luogo aperto all’informazione di vostre iniziative che avete il piacere di estendere e promuovere oltre i vostri soliti confini. E’ anche questo un modo per allargare le amicizie ed avvertire di essere partecipi di un cammino che vede già molte altre persone coinvolte negli stessi percorsi.
Per il momento diamo spazio ad un programma di incontri organizzato dall’équipe vocazionale della Provincia che può interessare soprattutto i giovani che vogliono conoscere e avvicinare il carisma e la spiritualità del nostro Ordine. Si tratta di una serie di tappe che, nel loro limite, offrono oltre ad un approfondimento conoscitivo, anche l’esperienza concreta in diversi conventi della Provincia.
In secondo luogo diamo voce ad un’opera missionaria in Albania delle suore del Cenacolo Domenicano.  Come avrete modo di vedere, si tratta di un’opera che, nata dal piccolo seme di una soliderietà umana e cristiana di poche persone, piano piano è cresciuta coinvolgendo e coagulando attorno a sé interesse e partecipazione di molte altre. Ve la presentiamo quale segno di conforto e di speranza che si erge su deserti sempre più ampi di divisioni e paure che in Italia vengono addirittura fomentati contro i cosidetti “extracomunitari”. Abbiamo chiesto al P. Bertolino una “storia” o una semplice presentazione dell’opera e questa pubblichiamo, anticipando che stiamo pensando all’organizzazione di un breve viaggio in Albania che possa esprimere la nostra vicinanza e partecipazione al lavoro delle nostre consorelle.
Eventuali domande o risposte a tali iniziative potete farle pervenire a noi oppure ai rispettivi organizzatori.
Infine... una poesia, una terza piccola opera capace di ascoltare chi non parla e di vedere ciò che non si vede.

Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

Black Christmas

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Quest’anno sulla Terra ci sono 76 milioni di persone in più.
La cifra, ovviamente, è il risultato della differenza tra quanti nascono e quanti muoiono. Secondo i dati ISTAT in Italia nel 2008 sono nati 576.659 bambini (12.726 nati in più rispetto all’anno precedente) e sono morte 585.126 persone (14.325 in più rispetto all’anno precedente). Pertanto il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, è negativo e pari a -8.467. Le previsioni del 2009 indicano una diminuzione delle nascite e un incremento del risultato negativo rispetto al 2008. Quindi, se gli abitanti del mondo devono restringesi per far posto a 76 milioni di nuovi abitanti, in Italia stiamo più larghi. Eppure c’è una mentalità fobica insita negli italiani e inculcata da politici allucinati (e leggi allucinanti) che porta a credere ad un’invasione di stranieri nel nostro paese. Ma dando ancora uno sguardo ai dati, gli immigrati in Italia hanno superato i 4 milioni, il 6,3% della popolazione (fonte: “Rapporto immigrazione 2009” Caritas). Un dato allarmante? No. Un dato relativo. Infatti se consideriamo gli italiani emigrati e residenti all’estero, scopriamo che ad aprile 2009 sono esattamente 3.915.767 (fonte: “Rapporto italiani nel mondo 2009” Fondazione Migrantes CEI).
Pari e patta! L’invasione è compensata dall’evasione.
A ciò va aggiunto un secondo elemento qualificativo: la cifra riportata dalla Caritas di questi stranieri (“extra comunitari” esprime solo parzialmente la realtà migratoria in Italia in quanto il flusso principale proviene dall’est Europa tra cui i “comunitari” romeni) si riferisce a stranieri regolari. Non c’è quindi nessuna invasione, e la clandestinità è marginale. Se oggi però si sente solo parlare di clandestini e di caccia allo straniero è perché c’è una volontà razzista che trova ampio consenso nei devoti cattolici italiani. Sì, bigotti e bigotte di tutta Italia pronti ad attivarsi in difesa del presepe e dei crocifissi in nome delle tradizioni cristiane, ma impassibili, se non accondiscendenti, di fronte al dilagante razzismo; il tutto in nome delle tradizioni cristiane. Partendo dal reato di immigrazione clandestina (legge 15 luglio 2009, n. 94) si è aperta la caccia (e la cacciata) dello straniero. Il caso più eclatante è quello di Coccaglio, paese del bresciano, dove la Giunta Comunale si è inventata l’operazione “WHITE CHRISTMAS” (da qui, per contrapposizione, il titolo di questo articolo): due mesi di controlli a tappeto nelle abitazioni degli extracomunitari con permesso di soggiorno scaduto o in scadenza. L’operazione, partita lo scorso 25 ottobre, dura sessanta giorni e si concluderà proprio il giorno di Natale. Una festa che l’assessore alla Sicurezza Claudio Abiendi definisce “della tradizione cristiana, della nostra identità, non la festa dell’accoglienza”. Una vera e propri dimostrazione di intelligenza e di cultura religiosa da parte di questo assessore alla sicurezza! (sicurezza? Un assessorato del genere in un paese di 7000 abitanti?). Il sindaco, altra mente illuminata, ha risposto alle tante e-mail di disapprovazione che hanno - queste sì - invaso il suo computer spiegando, come al solito, che c’è stata una manipolazione della stampa e che l’intento era quello di avere informazioni sugli stranieri per organizzare in futuro dei corsi di lingua italiana (io propenderei per il dialetto bresciano!), concludendo la sua risposta con questa rivelatrice affermazione: “L’Amministrazione di Coccaglio, dove non ci sono problemi di integrazione e criminalità, non è affatto razzista”. Già, solo dove non ci sono problemi di integrazione e di criminalità non si è razzisti, in tutti gli altri casi invece... (la lettera del sindaco l’ho conservata nelle mie e-mail ricevute, a chi fosse interessato posso mandarne copia).
Spesso la realtà è confusa o viene volutamente alterata, così tra presidenti sporcaccioni, ministri fannulloni, assessori ignorantoni, le trovate come quella di Coccaglio diventano per alcuni elemento volgare per sottrarsi alla responsabilità. Ma Coccaglio non è una mosca bianca: quest’anno l’Ambrogino d’oro il Comune di Milano lo assegnerà al “Nucleo di tutela trasporto pubblico” cioè a quei vigili che fino a un mese fa rinchiudevano i presunti clandestini sui “bus della vergogna”, con grate ai vetri, in attesa dell’identificazione: gli immigrati scoperti senza biglietto, venivano rinchiusi per ore su mezzi blindati ed esposti alla curiosità dei passanti come animali da zoo. Ovviamente questo non è razzismo, è solo buona volontà e impegno per garantire la sicurezza ai cittadini milanesi. E che dire del Comune di San Martino all’Argine, nel mantovano, dove potete trovare affisso ovunque un avviso municipale che dice: “chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all’ufficio di polizia municipale o all’ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti”. Così i 1857 abitanti sono tutelati dalle invasioni di clandestini e hanno l’occasione di dimostrare al mondo il loro senso civico. A Varallo Sesia (Vc) invece potete trovare questo cartello di divieto:


I casi sono molteplici. Anche le scuole devono fornire la lista di studenti stranieri o figli di stranieri. Senza contare i ripetuti episodi di violenza fisica inflitta.
Quando non si garantisco i diritti fondamentali alle persone, e si pretendono solo dei doveri, prima o poi l’anomalia trova sfogo. E il segnale d’allarme viene da coloro che non resistono alla pressione subita.
Ma il Natale non dovrebbe essere l’occasione per allentare la pressione?
La festa del Natale non è un simbolo confinato in statuine del presepio ma è immagine di ciò che prende vita, si incarna. A natale mi verrà nuovamente proposto di abbracciare e baciare una statuetta che rappresenta un uomo appena nato; il venerdì santo, di baciare un’altra statuetta che rappresenta un uomo appena morto. Ma in mezzo c’è tutta vita da abbracciare a da baciare: c’è l’uomo vivente, l’uomo che cresce, fa esperienza, impara, soffre e gioisce. È il contatto e la relazione umana che caratterizza ciò che il Natale deve esprimere. Statuine e plastici crocifissi sono la scelta più innocua e banale di chi afferma le proprie radici cristiane per convenienza. Baciare un gesùbambino di gesso roseo non scomoda nessuno, così come promuovere l’effige di un gesùcrocifisso (da rinchiodare al un muro di un’aula scolastica) è misura di una strumentalizzazione della religione cristiana.
Natale non è celebrare qualcosa, non è rispettare una tradizione, non è adorare le statuine del presepio. Natale è l’umano che incontra l’umano in un mistero divino. Possibile che nel cuore dei cristiani il significato del natale si sia deformato nel disumano che si scontra con il disumano in un dramma diabolico?

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