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Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Il volto dell'uomo

Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse:  «Dove sei?».  
Rispose:   «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura,
perché sono nudo, e mi sono  nascosto».
(Genesi 3, 9 - 10)

«Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento. Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento “davanti al volto di Dio”, l’uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento, diventa sempre più problematica. È una situazione caratterizzabile con estrema precisione: l’uomo non può sfuggire all’occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso».  
Così Martin Buber (Il cammino dell’uomo) commenta il passo della Genesi citato all’inizio. La fuga da Dio e quindi da se stessi, dalla responsabilità e quindi da ogni relazione con l’altro è connessa con la storia dell’uomo, e mi pare  caratterizzi drammaticamente e veementemente anche, e forse ancor più di altre, la nostra epoca.
Un recente saggio dello psicanalista Luigi Zoja è intitolato La morte del prossimo. Nietzsche alla fine dell’Ottocento aveva parlato della “morte di Dio”, della scomparsa di ogni riferimento ultraterreno, oggi assistiamo alla fine di ogni relazione con l’altro uomo: se la globalizzazione,  i nuovi strumenti di comunicazione ci permettono di entrare in contatto con tutto il mondo, in realtà il nostro sguardo non incontra più nessuno, la distanza dagli altri aumenta fino a farli scomparire.
«L’uomo – scrive Zoja - cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale - è morto il suo Genitore Celeste - ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo».
In questo scenario della nostra attuale condizione umana, si colloca, come ammonizione  e nello stesso tempo come appello alla speranza, l’ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. L’operato del Papa a volte sconcerta (si veda l’articolo di Theo Stoltenberg nel numero 49 dello scorso marzo), a me sembra, tuttavia che il suo insegnamento colga con chiarezza la questione dell’uomo oggi.
L’enciclica, come è noto, riprende la Populorum Progressio di Paolo VI per confrontarsi con le gravi questioni sociali ed economiche del nostro tempo. Nel far ciò getta luce sul volto dell’uomo, quale è voluto da Dio, e sulla nostra autentica destinazione.  Mi pare, a questo proposito, particolarmente pregnante il capitolo 53, che propongo alla vostra attenzione. In un tempo dominato dalla paura, dalla preoccupazione di mantenere le sicurezze acquisite e di difendere la propria identità, rinserrandosi in una fortezza, non solo in senso metaforico, il Papa ci ricorda che ogni chiusura non è al servizio dell’uomo, ci ricorda che l’uomo, nella prospettiva cristiana, non è una monade chiusa in se stessa,  ma è per sua natura in relazione con Dio e con gli altri uomini e soltanto nella vita di comunione può trovare la propria vita.

Dalla Caritas in veritate

«Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese quelle materiali, nascono dall’isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio, da un’originaria tragica chiusura in se medesimo dell’uomo, che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero, uno “straniero” in un universo costituitosi per caso. […]
Paolo VI notava che “il mondo soffre per mancanza di pensiero”. L’affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l’apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell’uomo.
La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. L’importanza di tali relazioni diventa quindi fondamentale. Ciò vale anche per i popoli. È, quindi, molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della relazione tra le persone. A questo riguardo, la ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone l’autonomia, come accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un altro tutto Come la comunità familiare non annulla in sé le persone che la compongono e come la Chiesa stessa valorizza pienamente la “nuova creatura” che con il battesimo si inserisce nel suo Corpo vivo, così anche l’unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e le culture, ma li rende più trasparenti l’uno verso l’altro, maggiormente uniti nelle loro legittime diversità».

Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Bentornati!

Scritto da


Fra Carlos Azpiros Costa, Maestro dell’Ordine dei Frati Predicatori, giunto quasi alla fine del suo mandato alla guida dell’Ordine, ha recentemente inviato ai Domenicani una Lettera con questo titolo.
“Essendo un fratello tra fratelli, desidererei ora presentarvi queste pagine come chi, con semplicità, pensa ad alta voce. Vi invito a contemplare un poco più da vicino “la perla” o “il tesoro” dell’Or­dine, come chi desidera scoprire “la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” della vita fraterna domenicana”.
La vita fraterna, uno dei cardini della vita dell’Ordine insieme alla preghiera, allo studio ed alla predicazione, è definito “il tesoro o la perla” e mi richiama alla mente i racconti evangelici che trattano di questo tesoro  ponendomi tanti interrogativi.  
Ad Agognate, mentre scrivo, ci prepariamo a rinnovare i nostri impegni comunitari, e la Lettera del Maestro giunge al momento opportuno, perché vivere la vita fraterna può essere esaltante e nello stesso tempo può presentare tante difficoltà. Ciascuno sa come anche i rapporti tra fratelli di sangue possano essere a volte faticosi; tanto di più quelli di chi, per scelta, si unisce ad altri uomini e donne  intorno alla Parola, ma provenienti da esperienze e “mondi” differenti, passato il facile entusiasmo degli inizi, si trova a vivere la vita quotidiana e deve cercare di smussare gli spigoli del proprio carattere e ridimensionare le proprie attese ed i propri bisogni per adattarsi alla vita comune. Lo sanno bene gli sposi che con amore si sono lanciati nell’avventura della vita matrimoniale e si trovano a risolvere i primi problemi della convivenza chiedendosi che ne è stato del loro amore e della loro tenerezza di fidanzati; lo sa bene chi entra nella vita religiosa, lo sappiamo bene noi che abbiamo scelto di vivere l’esperienza della vita comune.  
Desidero però, riflettendo su alcuni aspetti della nostra fraternità, pormi alcune domande assieme a voi: “Che significa essere fratello oggi?”
Per rispondere a questo interrogativo fra Carlos si serve di “una icona biblica” che ci aiuti a pregare, meditare, riflettere: la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe (Gn 37ss), un “fratello” molto speciale.
Nella vita di Giuseppe, Dio stesso si avvale dei peccati degli uomini per il bene di questo nostro “fratello”. Ancora di più, attraverso la vita di Giuseppe, Dio prepara segretamente la nascita del suo popolo eletto, un popolo di fratelli, un popolo che egli condurrà alla libertà. Forse che la fraternità e la libertà non sono anche caratteristiche fondamentali della nostra vocazione?
Giuseppe è descritto come il “sognatore” ed i suoi fratelli, figli dello stesso padre, lo odiano e non possono parlargli amichevolmente perché invidiosi dell’amore che il padre mostra per lui. Lo deridono per i suoi sogni, chiamandolo “il signore dei sogni”.
Alla prima occasione lo spoglieranno delle sue vesti, lo venderanno a mercanti che lo condurranno in Egitto. Poi è venduto a Potifar, funzionario del faraone e attraverserà altre prove ed il carcere, l’interpretazione dei sogni dei suoi compagni di prigionia, ed infine diventerà l’amministratore del Faraone, ruolo in cui incontrerà di nuovo i suoi fratelli e alla fine si riconcilierà con loro.  
“Giuseppe, vivendo nella forma più semplice e quotidiana la presenza di Dio, si riconcilia con i suoi fratelli e sa generosamente rapportarsi con i beni della creazione, in un modo giusto, equo e saggio. In effetti, Giuseppe è un uomo onesto, leale, incorruttibile, capace di perdonare, tratta con giustizia gli affari sociali e politici attraverso una distribuzione equa dei beni e dando a tutti da mangiare”.
Che ne ho fatto dei miei sogni? Che ne è stato dei sogni di chi vive con me? Ed i sogni dei destinatari della nostra predicazione?
“Ci può anche accadere che giochiamo a nascondiglio con i fratelli, con la vita, con Dio, occultandoci dietro i diversi modi di autocommiserazione – o di autosufficienza – più o meno camuffate di umiltà. A poco a poco queste attitudini ci vanno alienando da tutto (dalla realtà) e da tutti (dalla comunità fraterna).
Forse, come dice fra Carlos, sto giocando a nascondino, alzo barriere per gli altri invalicabili, vivo come il fantasma di me stessa e passo attraverso la vita fraterna senza più la capacità di sognare né di curarmi dei sogni degli altri, alienandomi da tutti e da tutto.
Forse, se gli altri non hanno voglia di ascoltare i miei sogni, è il momento di mettermi in ascolto dei loro sogni e poco alla volta potrò assumerli come miei.
“Allora Giuseppe si ricordò dei sogni che aveva avuto a loro riguardo… (Gen 42,9).
Nel riconoscere i fratelli, Giuseppe cominciò – malgrado il dolore provocato dalla loro presenza – a risanare la sua storia.
Vi sono molte cose da riconciliare nella famiglia di Giacobbe e di Giuseppe, come in quella di ogni uomo. Occorre tempo ed attesa per farlo.
“ Se i nostri sogni manifestano i nostri progetti, le illusioni, gli ideali,… ascoltare i sogni degli altri può aprirci il cuore ai progetti, alle illusioni, agli ideali ed alle aspettative degli altri… I sogni di Dio per ognuno di noi e per tutti i fratelli segnano però il significato più profondo della nostra vita, della nostra vocazione! Forse che la vocazione personale non è l’espressione concreta dei sogni che Dio ha per ognuno e per tutti noi? I “sogni” di Dio per ognuno di noi sono la nostra vocazione. Sono i nostri fratelli a ricordarcelo. Quando Dio ci rivela i suoi sogni (come lo farà con Giuseppe – promesso sposo a Maria – quando il falegname decise di ripudiarla in segreto) ci fa conoscere un cammino vocazionale che supera tutto quello che avevamo potuto desiderare o pensare, per noi e per gli altri, e tutto quello che gli altri potevano sognare per noi… (cf. Is 55,8)”.
Rispondere al sogno che Dio ha per me spesso mi costa una grande fatica, richiede la capacità di fermarmi ad ascoltare le “parole” che mi dice,  di gustare l’attesa senza essere impaziente di vedere i risultati, di cambiare i miei occhi ed il mio cuore per apprezzare il dono della fraternità, e riconciliata con me stessa e con gli altri, ritrovare la gioia di fare sogni e di condividere i sogni degli altri.
È con questo spirito che, ancora una volta, nonostante  la tentazione umana di cercare modi meno faticosi di seguire il Signore, prometterò di vivere l’avventura della vita comune.

Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Voi siete tutti fratelli


Fra Carlos Azpiros Costa, Maestro dell’Ordine dei Frati Predicatori, giunto quasi alla fine del suo mandato alla guida dell’Ordine, ha recentemente inviato ai Domenicani una Lettera con questo titolo.
“Essendo un fratello tra fratelli, desidererei ora presentarvi queste pagine come chi, con semplicità, pensa ad alta voce. Vi invito a contemplare un poco più da vicino “la perla” o “il tesoro” dell’Or­dine, come chi desidera scoprire “la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” della vita fraterna domenicana”.
La vita fraterna, uno dei cardini della vita dell’Ordine insieme alla preghiera, allo studio ed alla predicazione, è definito “il tesoro o la perla” e mi richiama alla mente i racconti evangelici che trattano di questo tesoro  ponendomi tanti interrogativi.  
Ad Agognate, mentre scrivo, ci prepariamo a rinnovare i nostri impegni comunitari, e la Lettera del Maestro giunge al momento opportuno, perché vivere la vita fraterna può essere esaltante e nello stesso tempo può presentare tante difficoltà. Ciascuno sa come anche i rapporti tra fratelli di sangue possano essere a volte faticosi; tanto di più quelli di chi, per scelta, si unisce ad altri uomini e donne  intorno alla Parola, ma provenienti da esperienze e “mondi” differenti, passato il facile entusiasmo degli inizi, si trova a vivere la vita quotidiana e deve cercare di smussare gli spigoli del proprio carattere e ridimensionare le proprie attese ed i propri bisogni per adattarsi alla vita comune. Lo sanno bene gli sposi che con amore si sono lanciati nell’avventura della vita matrimoniale e si trovano a risolvere i primi problemi della convivenza chiedendosi che ne è stato del loro amore e della loro tenerezza di fidanzati; lo sa bene chi entra nella vita religiosa, lo sappiamo bene noi che abbiamo scelto di vivere l’esperienza della vita comune.  
Desidero però, riflettendo su alcuni aspetti della nostra fraternità, pormi alcune domande assieme a voi: “Che significa essere fratello oggi?”
Per rispondere a questo interrogativo fra Carlos si serve di “una icona biblica” che ci aiuti a pregare, meditare, riflettere: la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe (Gn 37ss), un “fratello” molto speciale.
Nella vita di Giuseppe, Dio stesso si avvale dei peccati degli uomini per il bene di questo nostro “fratello”. Ancora di più, attraverso la vita di Giuseppe, Dio prepara segretamente la nascita del suo popolo eletto, un popolo di fratelli, un popolo che egli condurrà alla libertà. Forse che la fraternità e la libertà non sono anche caratteristiche fondamentali della nostra vocazione?
Giuseppe è descritto come il “sognatore” ed i suoi fratelli, figli dello stesso padre, lo odiano e non possono parlargli amichevolmente perché invidiosi dell’amore che il padre mostra per lui. Lo deridono per i suoi sogni, chiamandolo “il signore dei sogni”.
Alla prima occasione lo spoglieranno delle sue vesti, lo venderanno a mercanti che lo condurranno in Egitto. Poi è venduto a Potifar, funzionario del faraone e attraverserà altre prove ed il carcere, l’interpretazione dei sogni dei suoi compagni di prigionia, ed infine diventerà l’amministratore del Faraone, ruolo in cui incontrerà di nuovo i suoi fratelli e alla fine si riconcilierà con loro.  
“Giuseppe, vivendo nella forma più semplice e quotidiana la presenza di Dio, si riconcilia con i suoi fratelli e sa generosamente rapportarsi con i beni della creazione, in un modo giusto, equo e saggio. In effetti, Giuseppe è un uomo onesto, leale, incorruttibile, capace di perdonare, tratta con giustizia gli affari sociali e politici attraverso una distribuzione equa dei beni e dando a tutti da mangiare”.
Che ne ho fatto dei miei sogni? Che ne è stato dei sogni di chi vive con me? Ed i sogni dei destinatari della nostra predicazione?
“Ci può anche accadere che giochiamo a nascondiglio con i fratelli, con la vita, con Dio, occultandoci dietro i diversi modi di autocommiserazione – o di autosufficienza – più o meno camuffate di umiltà. A poco a poco queste attitudini ci vanno alienando da tutto (dalla realtà) e da tutti (dalla comunità fraterna).
Forse, come dice fra Carlos, sto giocando a nascondino, alzo barriere per gli altri invalicabili, vivo come il fantasma di me stessa e passo attraverso la vita fraterna senza più la capacità di sognare né di curarmi dei sogni degli altri, alienandomi da tutti e da tutto.
Forse, se gli altri non hanno voglia di ascoltare i miei sogni, è il momento di mettermi in ascolto dei loro sogni e poco alla volta potrò assumerli come miei.
“Allora Giuseppe si ricordò dei sogni che aveva avuto a loro riguardo… (Gen 42,9).
Nel riconoscere i fratelli, Giuseppe cominciò – malgrado il dolore provocato dalla loro presenza – a risanare la sua storia.
Vi sono molte cose da riconciliare nella famiglia di Giacobbe e di Giuseppe, come in quella di ogni uomo. Occorre tempo ed attesa per farlo.
“ Se i nostri sogni manifestano i nostri progetti, le illusioni, gli ideali,… ascoltare i sogni degli altri può aprirci il cuore ai progetti, alle illusioni, agli ideali ed alle aspettative degli altri… I sogni di Dio per ognuno di noi e per tutti i fratelli segnano però il significato più profondo della nostra vita, della nostra vocazione! Forse che la vocazione personale non è l’espressione concreta dei sogni che Dio ha per ognuno e per tutti noi? I “sogni” di Dio per ognuno di noi sono la nostra vocazione. Sono i nostri fratelli a ricordarcelo. Quando Dio ci rivela i suoi sogni (come lo farà con Giuseppe – promesso sposo a Maria – quando il falegname decise di ripudiarla in segreto) ci fa conoscere un cammino vocazionale che supera tutto quello che avevamo potuto desiderare o pensare, per noi e per gli altri, e tutto quello che gli altri potevano sognare per noi… (cf. Is 55,8)”.
Rispondere al sogno che Dio ha per me spesso mi costa una grande fatica, richiede la capacità di fermarmi ad ascoltare le “parole” che mi dice,  di gustare l’attesa senza essere impaziente di vedere i risultati, di cambiare i miei occhi ed il mio cuore per apprezzare il dono della fraternità, e riconciliata con me stessa e con gli altri, ritrovare la gioia di fare sogni e di condividere i sogni degli altri.
È con questo spirito che, ancora una volta, nonostante  la tentazione umana di cercare modi meno faticosi di seguire il Signore, prometterò di vivere l’avventura della vita comune.

Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Il futuro in un volto

Ci accingiamo qui ad Agognate, come tanti altri di voi, a proseguire nel cammino intrapreso, in campo ecclesiale, politico, di associazioni, o di lavoro, di famiglia, di rapporti.
Ogni ripresa richiede sempre un discernimento e, spesso, ci si trova più a confermare connivenze che a dire una parola che sia capace di novità rispetto all’esistente.
Non per fare paragoni poco opportuni ma il riferimento è sempre a chi prima di noi ha camminato e ha tracciato strade valide per ogni tempo.
Meo Gnocchi, attuale presidente del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), nel numero di giugno della rivista Notizie, riprendeva Bernanos: per incontrare la speranza, bisogna essere andati al di là della disperazione. Quando si arriva fino al colmo della notte, s’incontra un’altra aurora.
Citava anche Bonhoeffer che esortava a non abbandonare la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.
Meo Gnocchi concludeva che occorre Vivere consapevolmente e responsabilmente questo tempo travagliato e ferito mantenendo aperto l’animo alla gioia. La gioia promessa e donata da Cristo, che non elude le asprezze della storia ma ne sostiene l’urto senza disperare, che non ignora la sofferenza ma la rischiara, che non isola in un cerchio dorato ma apre il cuore alla solidarietà fraterna.
Parole concrete, come concreto deve essere sempre il nostro riferimento, che non può mai essere solo una idea, un progetto, ma deve sempre più incarnarsi.
Gesù ci dice: “Non preoccupatevi dunque dicendo: “che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, innanzi tutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. (Mt 6,31-33).
Questo dunque il punto di oggi e di sempre, essere capaci di nuova giustizia, quella che nostro Signore ha realizzato sconfiggendo la morte e passando alla Vita.
E questo esige la nostra conversione, continua, incessante, non andare in cerca delle cose che vuole il pagano che è dentro ciascuno di noi, non preoccuparci di ciò che ci sostiene, non mettere tutte le nostre energie per continuare a vestirci e a passare il tempo davanti allo specchio del nostro io per vedere cosa ci sta bene per presentarci al meglio.
Il futuro, il nostro futuro, il futuro di ognuno, è in un volto, concreto, reale, con nome e cognome, quello per cui siamo capaci di fuoriuscire dal nostro egoismo, dalla contemplazione della nostra miseria o ricchezza che sia, ma che sempre volge lo sguardo a noi stessi e non all’opera che Dio realizza per noi.
Ci possiamo spendere per i cinesi in Cina, va benissimo, da qualche parte occorre pur cominciare… ma il punto di arrivo è il prossimo, ovvero il Cristo che ci sta davanti e che non riusciamo a vedere se come il fariseo continuiamo a farci domande che hanno già la risposta e da cui non intendono discostarsi.
La fede richiede il rischio: delle sconfitte, delle derisioni, delle incomprensioni; ma non è mai un salto nel vuoto.
E allora benedetto quel volto che a noi si propone, che ci permette di spendere la nostra vita e ci dà come orizzonte l’eterno.

Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

Famiglia domenicana

P. Raffaele è stato nominato promotore della famiglia domenicana e del laicato domenicano della nostra provincia e mi ha suggerito di dare spazio in questa rubrica di testimonianze alle iniziative che i membri della famiglia domenicana hanno messo in opera per quest’anno perché ne veniate a conoscenza e sollecitare così eventuali adesioni e collaborazioni.                       
Non solo, potrebbe essere questo il luogo aperto all’informazione di vostre iniziative che avete il piacere di estendere e promuovere oltre i vostri soliti confini. E’ anche questo un modo per allargare le amicizie ed avvertire di essere partecipi di un cammino che vede già molte altre persone coinvolte negli stessi percorsi.
Per il momento diamo spazio ad un programma di incontri organizzato dall’équipe vocazionale della Provincia che può interessare soprattutto i giovani che vogliono conoscere e avvicinare il carisma e la spiritualità del nostro Ordine. Si tratta di una serie di tappe che, nel loro limite, offrono oltre ad un approfondimento conoscitivo, anche l’esperienza concreta in diversi conventi della Provincia.
In secondo luogo diamo voce ad un’opera missionaria in Albania delle suore del Cenacolo Domenicano.  Come avrete modo di vedere, si tratta di un’opera che, nata dal piccolo seme di una soliderietà umana e cristiana di poche persone, piano piano è cresciuta coinvolgendo e coagulando attorno a sé interesse e partecipazione di molte altre. Ve la presentiamo quale segno di conforto e di speranza che si erge su deserti sempre più ampi di divisioni e paure che in Italia vengono addirittura fomentati contro i cosidetti “extracomunitari”. Abbiamo chiesto al P. Bertolino una “storia” o una semplice presentazione dell’opera e questa pubblichiamo, anticipando che stiamo pensando all’organizzazione di un breve viaggio in Albania che possa esprimere la nostra vicinanza e partecipazione al lavoro delle nostre consorelle.
Eventuali domande o risposte a tali iniziative potete farle pervenire a noi oppure ai rispettivi organizzatori.
Infine... una poesia, una terza piccola opera capace di ascoltare chi non parla e di vedere ciò che non si vede.

Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

Black Christmas

Scritto da

Quest’anno sulla Terra ci sono 76 milioni di persone in più.
La cifra, ovviamente, è il risultato della differenza tra quanti nascono e quanti muoiono. Secondo i dati ISTAT in Italia nel 2008 sono nati 576.659 bambini (12.726 nati in più rispetto all’anno precedente) e sono morte 585.126 persone (14.325 in più rispetto all’anno precedente). Pertanto il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, è negativo e pari a -8.467. Le previsioni del 2009 indicano una diminuzione delle nascite e un incremento del risultato negativo rispetto al 2008. Quindi, se gli abitanti del mondo devono restringesi per far posto a 76 milioni di nuovi abitanti, in Italia stiamo più larghi. Eppure c’è una mentalità fobica insita negli italiani e inculcata da politici allucinati (e leggi allucinanti) che porta a credere ad un’invasione di stranieri nel nostro paese. Ma dando ancora uno sguardo ai dati, gli immigrati in Italia hanno superato i 4 milioni, il 6,3% della popolazione (fonte: “Rapporto immigrazione 2009” Caritas). Un dato allarmante? No. Un dato relativo. Infatti se consideriamo gli italiani emigrati e residenti all’estero, scopriamo che ad aprile 2009 sono esattamente 3.915.767 (fonte: “Rapporto italiani nel mondo 2009” Fondazione Migrantes CEI).
Pari e patta! L’invasione è compensata dall’evasione.
A ciò va aggiunto un secondo elemento qualificativo: la cifra riportata dalla Caritas di questi stranieri (“extra comunitari” esprime solo parzialmente la realtà migratoria in Italia in quanto il flusso principale proviene dall’est Europa tra cui i “comunitari” romeni) si riferisce a stranieri regolari. Non c’è quindi nessuna invasione, e la clandestinità è marginale. Se oggi però si sente solo parlare di clandestini e di caccia allo straniero è perché c’è una volontà razzista che trova ampio consenso nei devoti cattolici italiani. Sì, bigotti e bigotte di tutta Italia pronti ad attivarsi in difesa del presepe e dei crocifissi in nome delle tradizioni cristiane, ma impassibili, se non accondiscendenti, di fronte al dilagante razzismo; il tutto in nome delle tradizioni cristiane. Partendo dal reato di immigrazione clandestina (legge 15 luglio 2009, n. 94) si è aperta la caccia (e la cacciata) dello straniero. Il caso più eclatante è quello di Coccaglio, paese del bresciano, dove la Giunta Comunale si è inventata l’operazione “WHITE CHRISTMAS” (da qui, per contrapposizione, il titolo di questo articolo): due mesi di controlli a tappeto nelle abitazioni degli extracomunitari con permesso di soggiorno scaduto o in scadenza. L’operazione, partita lo scorso 25 ottobre, dura sessanta giorni e si concluderà proprio il giorno di Natale. Una festa che l’assessore alla Sicurezza Claudio Abiendi definisce “della tradizione cristiana, della nostra identità, non la festa dell’accoglienza”. Una vera e propri dimostrazione di intelligenza e di cultura religiosa da parte di questo assessore alla sicurezza! (sicurezza? Un assessorato del genere in un paese di 7000 abitanti?). Il sindaco, altra mente illuminata, ha risposto alle tante e-mail di disapprovazione che hanno - queste sì - invaso il suo computer spiegando, come al solito, che c’è stata una manipolazione della stampa e che l’intento era quello di avere informazioni sugli stranieri per organizzare in futuro dei corsi di lingua italiana (io propenderei per il dialetto bresciano!), concludendo la sua risposta con questa rivelatrice affermazione: “L’Amministrazione di Coccaglio, dove non ci sono problemi di integrazione e criminalità, non è affatto razzista”. Già, solo dove non ci sono problemi di integrazione e di criminalità non si è razzisti, in tutti gli altri casi invece... (la lettera del sindaco l’ho conservata nelle mie e-mail ricevute, a chi fosse interessato posso mandarne copia).
Spesso la realtà è confusa o viene volutamente alterata, così tra presidenti sporcaccioni, ministri fannulloni, assessori ignorantoni, le trovate come quella di Coccaglio diventano per alcuni elemento volgare per sottrarsi alla responsabilità. Ma Coccaglio non è una mosca bianca: quest’anno l’Ambrogino d’oro il Comune di Milano lo assegnerà al “Nucleo di tutela trasporto pubblico” cioè a quei vigili che fino a un mese fa rinchiudevano i presunti clandestini sui “bus della vergogna”, con grate ai vetri, in attesa dell’identificazione: gli immigrati scoperti senza biglietto, venivano rinchiusi per ore su mezzi blindati ed esposti alla curiosità dei passanti come animali da zoo. Ovviamente questo non è razzismo, è solo buona volontà e impegno per garantire la sicurezza ai cittadini milanesi. E che dire del Comune di San Martino all’Argine, nel mantovano, dove potete trovare affisso ovunque un avviso municipale che dice: “chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all’ufficio di polizia municipale o all’ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti”. Così i 1857 abitanti sono tutelati dalle invasioni di clandestini e hanno l’occasione di dimostrare al mondo il loro senso civico. A Varallo Sesia (Vc) invece potete trovare questo cartello di divieto:


I casi sono molteplici. Anche le scuole devono fornire la lista di studenti stranieri o figli di stranieri. Senza contare i ripetuti episodi di violenza fisica inflitta.
Quando non si garantisco i diritti fondamentali alle persone, e si pretendono solo dei doveri, prima o poi l’anomalia trova sfogo. E il segnale d’allarme viene da coloro che non resistono alla pressione subita.
Ma il Natale non dovrebbe essere l’occasione per allentare la pressione?
La festa del Natale non è un simbolo confinato in statuine del presepio ma è immagine di ciò che prende vita, si incarna. A natale mi verrà nuovamente proposto di abbracciare e baciare una statuetta che rappresenta un uomo appena nato; il venerdì santo, di baciare un’altra statuetta che rappresenta un uomo appena morto. Ma in mezzo c’è tutta vita da abbracciare a da baciare: c’è l’uomo vivente, l’uomo che cresce, fa esperienza, impara, soffre e gioisce. È il contatto e la relazione umana che caratterizza ciò che il Natale deve esprimere. Statuine e plastici crocifissi sono la scelta più innocua e banale di chi afferma le proprie radici cristiane per convenienza. Baciare un gesùbambino di gesso roseo non scomoda nessuno, così come promuovere l’effige di un gesùcrocifisso (da rinchiodare al un muro di un’aula scolastica) è misura di una strumentalizzazione della religione cristiana.
Natale non è celebrare qualcosa, non è rispettare una tradizione, non è adorare le statuine del presepio. Natale è l’umano che incontra l’umano in un mistero divino. Possibile che nel cuore dei cristiani il significato del natale si sia deformato nel disumano che si scontra con il disumano in un dramma diabolico?

Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

Alla ricerca di Cristo

Un breve ciclo dei Sabati di Agognate, ci ha permesso di conoscere un poco una singolare figura di donna, filosofa, scrittrice e cercatrice di Cristo, morta appena trentaquattrenne nel 1943: Simone Weil.
“La mia vocazione, se posso usare questa parola, è di passare in mezzo agli uomini confondendomi con essi per conoscere le loro sventure ed amarli così come sono”.
Sono parole sue, tratte da una conversazione con la sua guida spirituale, un giovane frate domenicano, a Parigi.
Nata a Parigi da una colta e ricca famiglia ebrea, nella sua breve esistenza vi fu posto per esperienze assai diverse.
Molto bella da bambina e da adolescente, presto, come disse qualcuno “depose questo dono di bellezza come l’avesse scartato”. La sua immagine, con gli occhi neri ed incredibilmente penetranti, il viso affilato, con tratti duri eppure dolci e chiari, sembra andare oltre chi la guarda, e comunica il suo desiderio di perseguire la verità, sempre e comunque.
È stato scritto di lei che era ricca e si fece povera, era bella e si rese brutta, era rivoluzionaria e divenne riformista, era pacifista e combatté per la libertà, era ebrea e credette in Cristo.   
“Olocausto privato” è il titolo del film-documentario proiettato per presentare questa giovane donna attraverso le testimonianze di quanti, il fratello, l’amica, l’allieva, l’operaio, il sindacalista, il politico, la conobbero e condivisero con lei alcune fasi della sua ricerca esistenziale.
Si svela così una ragazza con dei grandi ideali, che deve fare i conti con le sue delusioni e la solitudine, ma armata di coraggio, intelligenza e fede, e che affrontò i problemi del suo tempo, Dio e l’universo con chiarezza fino a raggiungere la fama di acutissima pensatrice, e riformatrice.
Già negli anni del liceo si gettò anima e corpo nella battaglia politica, ma ben presto si avvide che l’unico sbocco possibile delle ideologie, sia di destra che di sinistra, sarebbe stata una spaventosa oppressione. Il suo amore per gli oppressi la spinse a lavorare in fabbrica alla catena di montaggio per provare di persona che cosa fosse la morsa della necessità.
“Laggiù mi è stato impresso per sempre il marchio della schiavitù”. Trovò motivo di consolazione quando scoprì che anche Cristo era stato schiavo e che il Cristianesimo poteva diventare la sua religione.
“La Croce del Cristo è l’unica porta della conoscenza”: il pensiero della croce si ripete nella sventura, l’esperienza essenziale che ogni uomo fa di se stesso. Nei momenti di desolazione, Dio abbandona chi soffre, come aveva abbandonato Giobbe e Cristo, ma questa è una grande grazia: se sappiamo scendere in fondo alla sventura, senza cercare consolazioni e illusioni, in quella profondità suprema troveremo la sofferenza redentrice, la verità, la bellezza, la misericordia e l’amore di Dio.  Intuizioni e pensieri che trasformava in vita quotidiana, visitando i quartieri più miserabili, mangiando con i poveri, lavorando nelle fabbriche o come bracciante agricola, abitando in una casa semi diroccata.
Quando, ormai alla fine, fu ricoverata in un sanatorio inglese, scriveva ai suoi genitori a New York senza rivelare la sua estrema debolezza: “non siate ingrati verso le cose belle. Godete di esse, sentendo che durante ogni secondo in cui godete di loro io sono con voi…Dovunque c’è una cosa bella, ditevi che ci sono anch’io”.
A lei si adatta perfettamente ciò che Padre Congar o.p. dice del laico nella Chiesa: un uomo per cui tutte le cose esistono. Di Simone Weil si può dire che visse con passione tutte le esperienze e che amò appassionatamente ogni singolo uomo e l’umanità tutta, tanto da volersi confondere in essa, senza pretendere per sé i segni distintivi della ricchezza o dell’intelligenza, ma attribuendo ad ogni essere umano quella sacralità ereditata da Dio.
“C’è in ogni uomo qualcosa di sacro, ma non è la sua persona, non è nemmeno la persona umana. È semplicemente lui, quest’uomo”.


il mio augurio di Natale: la parola in codice

La gente semplice ha sempre usato modi fantasiosi per trasmettere la fede e annunciare ancora il messaggio evangelico, in modo particolare, quello di Natale. Gli evangelisti Luca e Matteo certamente lo fanno con il racconto dei Magi e dei pastori ed il coro degli angeli. Altri ne ha aggiunto la tradizione popolare come la leggenda russa di Babushka che voglio raccontare:
“La vecchia nonna Babushka stava per andare a letto quando, nella fredda notte invernale, ode  bussare alla porta. Sono i Re Magi che le raccontano eccitati del Re nato a Bethlem e le fanno fretta perché venga a onorarLo. Lei sbircia fuori dalla porta: è una notte fredda e tempestosa. Babushka guarda verso il suo letto caldo, esita e dice “Vedrò il Bambino Gesù domani” e torna nel suo letto. Ed ecco, un altro colpo alla porta. Questa volta sono i pastori che la invitano a venire e, almeno dare loro una cesta di dolci da portare al Bambino. Di nuovo la vecchia dà una sbirciata al tempo, guarda il suo letto, esita ed alla fine risponde “Glieli porterò io stessa domani!”.
L’indomani prepara un pacco con del cibo e si avvia verso Bethlem. Ma la stalla è vuota quando arriva. È mortificata, ma non si scoraggia. Continua a cercare: cerca il Bambino per il resto della vita, unendosi a tutti i vagabondi.
E nel suo viaggio senza fine trova bambini, li trova ovunque. Ne trova molti in una mangiatoia,  molti in una culla, bambini attaccati al seno della madre che li allatta. Lascia doni in ogni posto sperando che sia il Bambino Gesù.
È ormai molto vecchia e vicina alla morte. Mentre giace morente, le appare il Bambino con le sembianze di ogni bambino che ha toccato e a cui ha offerto doni. Muore felice sapendo che, a dispetto della sua iniziale esitazione, aveva invece trovato il Bambino, non nella mangiatoia dove si aspettava di trovarLo, ma nel povero e bisognoso, dove mai Lo avrebbe cercato”.
Una storia che dice che le persone sono “codici” dietro cui l’immagine di Dio appare se conosciamo la chiave per leggerli. Il messaggio di Natale è che l’amore è la chiave .
È l’augurio di Natale che faccio a me stessa e a tutti voi!

Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

E viene Natale

E viene Natale
E noi, uomini e donne normali, faremo come sempre del nostro meglio, a seconda delle nostre possibilità o convinzioni.
La vacanza, la festa, i regali, un po’ di beneficenza (ci ricordiamo certo di chi sta peggio di noi), le celebrazioni religiose.
Natale passa… e la storia resta, con le sue incongruenze, le sue conflittualità sempre più elevate. (Laing, già nel 1967 scriveva che: “Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa dei loro simili uomini normali negli ultimi 50 anni”) (1)
Il Salvatore del mondo, l’Emmanuele: il Dio con noi non sembra sortire gli effetti desiderati né dentro né fuori le mura delle chiese.
Allora, almeno un onesto interrogarci su quello che consideriamo “normale” occorre farlo. Quest’anno come SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) abbiamo deciso di affrontare il tema della violenza e di quale parola possa esserci di non violenza. Al primo incontro, molto interessante e difficile da sintetizzare, tra gli interventi che sono seguiti qualcuno si è chiesto come facessero tutti quelli che lavoravano intorno ai campi di concentramento (pare fossero molti) a tornare poi a casa e fare una vita normale. Un altro, in tono un po’ polemico ha chiesto come facciamo noi ad aprire la lattina della pommarola e a farci la pastasciutta? Non lo sappiamo o non lo vogliamo sapere che sono prodotti da lavoratori ridotti in schiavitù?
Ho taciuto, ma ripensandoci, mi sono detta che se uno di quei lavoratori, magari sbattuto fuori (parlare di licenziamento mi pare inappropriato) perché continuava a svenire per il caldo sotto le serre, entra in casa nostra prende il piatto di pasta e ce lo rovescia in testa non gli diamo certo ragione. Come minimo lo tacciamo di essere un retrogrado; se proprio aveva fame, poteva chiederlo con garbo e, diamine, con tutta la pasta che non mangiamo per mantenere la linea per lui un piatto ci sarebbe stato!
Un altro interrogativo che mi pare necessario, soprattutto in quanto donne, è l’utilizzo del potere seduttivo; va bene che durante i secoli ha cambiato il corso della storia, ma un giusto discernimento sul suo indirizzo…
Una volta la saggezza popolare diceva: “Al contadin non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”; falsità? giusto senso di conservazione?  
Oggi non abbiamo nessun pudore a far sapere a tutti quanto è buono il formaggio con le pere (di ben altra natura!) poi, se il solito essere retrogrado mette in atto i suoi istinti, in modo non appropriato, gridiamo allo scandalo. Se all’estero non brilliamo per il governo, pare che neanche la nostra reputazione femminile sia molto elevata.
Sono solo alcune riflessioni, quello che  vorrei è dirvi buon Natale e far sì che non sia sprecato!
“Vi è chi dall’alto guardò in basso, vide solo una aiuola che rende feroci i propri abitatori. Anche Dio è tuttora costretto ad avere questo sguardo; ma se al centro dell’aiuola fiorisce una mangiatoia e dentro ad essa è posto un bambino, allora non è  morta in noi la speranza che la parola ultima sia riservata alla pace e non alla ferocia”. (2)

(1)  R. D. Laing, La Politica dell’Esperienza, Universale economica Feltrinelli, 1968.
(2) da:  P. Stefani, in pierostefani.myblog.it, La gloria e la pace  (21-12-2008).

Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

Ci scrivono

Caro fra Raffaele,
ho letto il suo articolo e mi è venuta qualche perplessità sulla questione dell’abito. Io non credo che si tratti di una questione di potere, ma di testimonianza. Portare l’abito è difficile e impegnativo, ma dà l’idea che ci sia ancora chi voglia spendersi per ideali elevati ed è un richiamo all’eterno, come certi tagli di luce che si creano tra le nubi o uno strappo di sereno in mezzo ai nembi.
Così, se, per assurdo, io fossi nominato “Maestro dell’Ordine per un giorno”, farei vendere ai conventi tutte le automobili (e comperare i migliori computer per studiare), perché i frati “scendano da cavallo”; in questo modo, viaggiando con l’abito in mezzo alla gente, sugli autobus strapieni come sui treni sporchi, i frati avrebbero l’occasione per farsi ancora più vicini e partecipi della vita della gente comune, iniziando chissà quante conversazioni fruttuose. Sarebbe un modo efficace per predicare, richiamare al rispetto dell’ambiente e, nel contempo, illustrare la povertà in un mondo che la rifiuta come una disgrazia.
Maurizio Duce Castellazzo

Ringrazio Maurizio per la sua lettera che apre un dibattito sulle considerazioni svolte da fra Raffele  nel suo saluto al laicato domenicano, in quanto nuovo promotore dello stesso, pubblicato nell’ultimo numero della Lettera agli Amci. In quel testo, tra l’altro, fra Raffaele  metteva in discussione l’importanza attribuita all’abito religioso, quasi fosse un mezzo per far rifiorire la vita dell’Ordine, e sottolineava che ciò che conta è solo “avere occhi diversi […]. Il resto, comunque vestito, è volontà di potenza”.
L’abito  - la talare per i preti diocesani - è entrato in crisi in concomitanza con  i cambiamenti avvenuti nella Chiesa e nella concezione del suo rapporto con il mondo, cambiamenti sanciti dal Concilio Vaticano II.
Oggi se ne torna a parlare, anche in relazione con nuovi cambiamenti, di carattere in parte diverso, che sembrano connotare se non la Chiesa in generale, parte di essa.
Anche se posso apparire legalista (un tratto che qualcuno spesso mi attribuisce), desidero partire da quanto stabilisce il Codice di Diritto Canonico. So che la legge è per l’uomo e non viceversa, essa tuttavia – o proprio per questo -  può aiutare a fare chiarezza. Al canone 669 si legge :“I religiosi portino l’abito dell’istituto, fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà.”. La questione dell’abito mi pare riassunta tutta nella parola “segno”. Il segno invita ad accostarsi a ciò a cui rimanda, a condizione, però, che sia compreso da chi lo legge. Le parole sono segni e risultano significative soltanto per chi parla la lingua di cui fanno parte. Certo, un linguaggio straniero sconosciuto può stimolare la nostra curiosità e spingerci quindi ad aprire i nostri orizzonti, ma può anche semplicemente lasciarci nell’incomunicabilità.
Tutta la nostra vita è connotata di segni, non si dà esperienza umana che non lo sia.
Del resto, anche la scelta di non portare l’abito – così mi sembra che venisse per lo più argomentato – è  espressione di un desiderio di vicinanza con gli uomini.
Mi è difficile dare una risposta univoca alla questione dell’abito, credo che molto dipenda dal contesto, dalla situazione e dai motivi che spingono a portarlo o meno. Se l’abito vuole marcare la differenza di status tra il religioso e l’ “uomo comune”, facendo coincidere questa differenza con una superiorità, sia pur spirituale, e tradendo la comune appartenenza al popolo di Dio, anche a mio avviso, è  volontà di potere.
Ma l’abito può essere occasione per vivere lo sguardo diverso di cui parla fra Raffaele, per testimoniare la misericordia ricevuta e condividere la vita della gente comune, come scrive Maurizio. Durante la breve vacanza  per la festa dell’Immacolata sono andato a Treviso in treno; non distante da me, su un sedile dall’altro lato del corridoio, c’era una suora, davanti a lei si è poi seduta una giovane studentessa universitaria, che ha cominciato a parlarle delle sue crisi di fede e della sua ricerca di Dio. Penso che questa volta l’abito sia stato lo strumento  per un incontro.
Ho esposto solo alcuni miei pensieri; la questione, proprio per ciò che ha sullo sfondo, andrebbe approfondita, magari attraverso altri interventi dei lettori.

San Nazzaro Sesia, 7 gennaio 2010
Rev.mo caro Padre Staid,
              il Suo articolo “Il mio Dio è così povero” e il Suo augurio di Buon Natale sono “sublimi”!
Li ho letti e riletti, anche perché anch’io faccio parte della schiera degli “extra” all’alba delle mie ottantatrè primavere (se ci arriverò).
DirLe “GRAZIE” è veramente poco. Prego il Signore perché sia Lui a ringraziarLa (come vorrei, ma non so e non posso fare io).
Le assicuro il mio ricordo nel Rosario quotidiano.
GRAZIE, GRAZIE ancora caro Padre, e che “il Signor ti dia tant ben”” (come mi augurava la mia carissima nonna)
Con ossequio e tanta gratitudine
Anna Maria

Siamo noi grati alla signora Anna Maria per il suo costante ricordo, per la preghiera, che ci sostiene nel nostro cammino e per il bell’augurio, che inoltriamo a tutti per il nuovo anno

Carissimo Padre Ennio e carissima fraternità, ho tanto gradito i vostri auguri e mi affretto a farvi scrivere, per raccontarvi che avete colto nel segno, come sempre.
Mi trovo nelle condizioni di un”extra”, a cui Dio non ha rinunciato a manifestarsi e stargli vicino.
Egli mi alza e mi corica, mi veste e mi spoglia, mi lava e mi asciuga, ha sempre cura di me in ogni momento e condizione della mia vita e quanto è dolce lasciarsi servire da Lui! Anch’io ho ragioni di salute, solitudine, fatica povertà, emarginazione, che non è la mia parte peggiore perché c’è Lui sempre presente, attivo e operante, affettuoso e accogliente.
Ricambio con molto affetto i graditissimi auguri e spero di avervi compagno tra gli “extra”, cui Dio serve se stesso.
Affettuosamente
Don Giuseppe D’Andrea.

Grazie a Don Giuseppe per questa sua lettera, con la quale ancora una volta in modo stupendo ci dona la sua testimonianza di fede e ci annuncia il Vangelo.
In una condizione come la sua, segnata dalla perdita di ogni autonomia per la paralisi a cui da anni la malattia lo costringe, verrebbe da ribellarsi. Don Giuseppe ci parla del suo incontro con Cristo, vissuto nel prossimo che ha cura di lui.
Ricordo che molti anni fa, agli inizi della mia esperienza in comunità, gli esposi i miei dubbi, le mie incertezze sulla vita comune; mi invitò a non avere paura delle difficoltà; l’importante – mi disse – è comprendere  il posto in cui il Signore ci chiama a vivere e allora non c’è più nulla da temere.
Grazie don “Peppino” per le Tue parole di allora e di oggi, per la fedeltà al ministero a cui sei stato chiamato, per annunciarci l’Amore.

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