Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Sabato, 05 Dicembre 2015 00:03

I profeti

Sono stato scioccato in questi ultimi giorni guardando certi commenti alla TV sul modo di giudicare Papa Francesco. Alcuni lo accusano di essere un politico, un assistente sociale, un sindacalista più che una guida per coloro che cercano Dio. Parla dei poveri, degli emarginati, di chi non riesce a mantenere la propria famiglia, dei divorziati, mai del Cielo, del trascendente. Dicono che è più amato e stimato dagli atei che dai fedeli. Costoro vorrebbero un Papa ieratico, che spieghi la dottrina e riaffermi il primato della fede, delle cose spirituali, della preghiera.  Lo vorrebbero come una specie di Imam, Ayatollah musulmano, che continuamente additi il cielo gridando che Dio è grande e misericordioso (Allah Akbar). Sognano un Papa che sia un altro Cristo in terra ma glorioso, con gli abiti regali, magari riprenda la sedia gestatoria, i flabelli e attorniato dai nobili in marsina. Una specie di re circondato dalla nobiltà e dai prodi del suo regno.
Tutti coloro che lo vogliono maestro di dottrina dimenticano, o fanno finta di dimenticare, quale fu la dottrina di Gesù venuto ad aiutare l’umanità a costruire il regno dei cieli sulla terra.  Nella preghiera del Padre nostro Gesù afferma che Dio è Padre e aggiunge subito “nostro”, cioè di tutta l’umanità. La preghiera prosegue: “che sei nei cieli” e questi non sono altro che i cieli nuovi e la terra nuova in cui il credente è chiamato a vivere ed a operare. Gesù ha inviato i discepoli ad annunciare che l’amore di Dio è con noi e che vivendo questo amore si adempie tutta la legge e le profezie. Non ha detto: studiate il catechismo, imparate bene la dottrina ma andate ed annunciate che l’amore di Dio è con noi.
A Gesù chiesero: “Mostraci il Padre, parlaci di Dio”. Anche l’apostolo Filippo gli chiese: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù gli rispose: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”.
Credere dunque in Gesù Cristo significa vedere Dio nell’uomo e tutto ciò che si fa all’uomo si fa a Dio. E Papa Francesco sottolinea: “Tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità”.
L’Evangelista Matteo parlando del giudizio finale ricorda:
“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?  Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?  Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
 È facile alzare gli occhi al cielo, difficile volgere lo sguardo a un miserabile e riconoscervi il volto di Dio. Questo, però, è il principale compito di ogni pastore e di ogni cristiano e Papa Francesco non fa altro che ubbidire al Vangelo, impegnandosi a cambiare l’immagine regale di Dio e della Chiesa spesso vissuta dai cristiani.
 La prima delle beatitudini nel discorso della montagna è la proclamazione che i poveri possiederanno la terra. Ma così sembra non essere.
Grazie Francesco che ogni giorno ci ricordi, con la parola e con l’esempio che il Regno di Dio si può e si deve realizzare su questa terra.                      
Da quando hai iniziato il tuo ministero pastorale molti hanno brigato e brigano perché tutto rimanga immutato nella Chiesa, non vogliono che tu tolga il velo che copre i loro occhi, che tu rimuova le loro sicurezze elaborate con il passare dei secoli. Costoro hanno amato ed amano una Chiesa potente e sicura che indichi continuamente il cielo dove ogni ingiustizia sarà colmata, ogni povertà vinta, ogni grido di dolore consolato. Questi fratelli continuano ad interpretare a loro favore le parole del Vangelo che è buona notizia per il loro modo comodo di vivere. Tanto più sono nel peccato quanto più costruiscono cattedrali, aumentano paramenti, vanno a braccetto con i potenti della terra e con questi fanno patti di ferro: “Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente”.
 Tu vuoi bene anche a loro e non hanno frenato il tuo amore per la Chiesa che Gesù Cristo ti ha chiamato a pascere. Il loro Dio non è il Crocefisso, lo hanno trasformato in un oggetto di culto ornato di pietre preziose. Vogliono impaurirti, uccidere la primavera che i poveri, gli afflitti, i carcerati e gli ultimi della terra attendono da tempo. Ovviamente sappiamo che il tuo cuore sanguina, ma il popolo di Dio, la santa Chiesa, è con te e tornerà a risplendere unita e salda come descritta dagli Atti degli Apostoli.
 L’anno della misericordia faccia splendere l’amore del Creatore per tutti gli uomini senza escludere nessuno e faccia sentire all’umanità intera che la divina misericordia è una primavera che nessuno potrà fermare.
Come ci chiedi in continuazione noi ti siamo vicini con la nostra preghiera. Grazie fratello Francesco.

Lunedì, 05 Ottobre 2015 00:01

Come un venticello

La fotografia di un bimbo morto sulla spiaggia sembra abbia sciolto il cuore di molti politici in questa Europa che continua a costruire muri invece di creare ponti. Ora quasi tutti i politicanti sostengono che sia necessario aiutare chi fugge dalla guerra mentre è urgente rimandare indietro chi fugge dalla fame. Forse è necessario pubblicare su tutti i giornali del mondo le tante foto che mostrano come sia brutta la morte per fame. Da una bomba ci si può salvare, dalla fame no. Per secoli i popoli dell’opulenza hanno sfruttato, depredato, schiavizzato i popoli che oggi fuggono in cerca di pane. Solo qualche pazzo fuggirebbe da una vita agiata con il frigorifero sempre strapieno. I ricchi non fuggono dalle loro ville, dalle loro comodità, anzi molti spendono un patrimonio per dimagrire, per vestirsi, per passare una notte “un tantino pazza”. Fugge chi non ha nulla, neppure le scarpe per correre più speditamente. Certamente è drammatico subire un bombardamento, veder distrutta la propria abitazione, ma non è meno drammatico fuggire perché non si ha nulla da mangiare. Io a dieci anni ho provato in una unica fuga la guerra e la fame ed ho subito insieme alla mia famiglia la vergogna di essere scacciato passando da un paese all’altro perché nessuno ci voleva. Rivedo con angoscia gli occhi di mia madre che ci spronava a correre, a fuggire. A quel tempo non ci chiamavano migranti ma sfollati. Non si andava in un’altra nazione ma, per chi ci doveva accogliere, noi eravamo quelli che rubano il pane.
“Un popolo che dimentica il suo passato, le sue radici, non ha futuro. È un popolo sterile” (Papa Francesco)
Dice il Vangelo: “Se hanno fatto così con il legno verde cosa faranno con il legno secco?” Infatti “legno secco” sono considerati i fuggitivi del nostro tempo. È penoso ascoltare certi politici che dividono questi fuggitivi dal motivo che li ha spinti alla fuga; quelli dalla guerra si e quelli dalla fame no, i cristiani si, gli altri no. Comunque i fuggitivi rimangono un problema e noi di problemi ne abbiamo anche troppi e ci convinciamo sempre di più che prima vengono gli italiani e poi gli altri. Però… però questi altri a volte sono comodi per raccogliere i pomodori e le patate, per accudire i nostri vecchi, per scaricare su di loro le nostre nefandezze; sono legno secco e va bene sia bruciato. Se poi qualcuno di questi fuggitivi è così in gamba da diventare ministro lo si chiama Orango; e se a qualcun altro salta la testa di fare qualche “bravata”, allora si scatena la caccia al diverso, perché noi italiani non facciamo MAI “bravate” siamo gli agnellini del gregge di Dio.
Per caso avete sentito dire che gli italiani uccidono, rubano, sfruttano, non pagano le tasse? Gli italiani sono tutti brava gente, credono in Dio e moltissimi recitano con convinzione il Padre nostro, convinti che nostro significhi di noi che siamo cattolici, di noi che siamo buoni. Dio non può essere Padre anche degli Orango. Sono spesso così convinti di avere Dio dalla loro parte che se potessero governare loro le cose andrebbero nel modo giusto. Hanno le carte in regola e il bene combacia perfettamente con le loro idee. Noi, solo noi, abbiamo la ricetta giusta”.
 Intanto l’emigrante, il disoccupato, il vecchio abbandonato muoiono. Quanti uomini, donne e bambini dovranno ancora morire perché i politici di questo nostro mondo si fermino e riflettano? Già i latini dicevano: “Divide et impera” (Vuoi comandare? Mettili uno contro l’altro) L’uomo politico dovrebbe essere un autentico pontefice che crea ponti, che unisce e non divide; ogni divisione è opera del Maligno. Che il Divisore abbia preso cuore e cervello di molti politici si vede dalle divisioni. Muore un partito e ne nascono altri e cento, tutti convinti di avere ragione, di essere nel giusto, tutti hanno la carta vincente. La mia piccola esperienza mi dice che l’ottimo è nemico del bene. Chiedo molto se asserisco che è necessario fermarci per trovare INSIEME la soluzione?
Duemila anni fa i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme di fronte alla condanna a morte di Gesù Cristo sentenziarono, sapendosi buoni e per amore del popolo: “E’ meglio che muoia uno per la salvezza di tutti”.
Di certo Hitler si considerava un benefattore del suo popolo e per l’amore che portava alla razza ariana tentò di liberare la Germania da tutti gli “impuri”: via gli ebrei, via gli zingari, via gli omosessuali, via i malati di mente.
Quanti uomini dovranno ancora morire per liberare il mondo dal terrorismo? Di codesti “buoni” pullula il mondo. Anche il Manzoni nel capitolo XXV dei Promessi Sposi presenta un personaggio “buono”: “Donna Pressede era una vecchia gentildonna che come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di assecondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello”.
Questa vecchia signora continua il Manzoni: “Era molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, alle nostre debolezze ai nostri peccati. Con le idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta”.
Questo tipo di “buoni” continuano a gridare: “Ora basta: l’Italia agli italiani”.
Ma di quali italiani parlano? Quelli che salgono sul tetto a sparare alla folla? Quelli che rapiscono un bambino per chiedere denaro e l’uccidono per paura? Quelli come il killer veneto che mette veleno nell’acqua e nella coca cola?
Quelli che uccidono la propria donna? Oppure quelli che mandano in rovina migliaia di risparmiatori come la Cirio e la Parmalat? O i padroni delle banche che falsano i bilanci? Quelli della mafia o della camorra? Quelli che bruciano i campi rom o mettono bombe nei negozi dei rumeni o dei cinesi? Quelli che fanno la ronda della pulizia etnica?
Ma se denuncio questa “bontà pelosa” sono sicuro di passare dalla parte dei buonisti. Se poi mi permetto di dire che la guerra e la violenza non risolvono mai nessun problema allora sono tacciato di pacifismo, di stare con i terroristi e mi si accusa di non amare la democrazia. Democrazia, secondo questi “buoni”, che va imposta ad ogni costo, e ad ogni costo si deve ottenere la sicurezza, non importa come. Moltissimi sono convinti che “ codesti orangutani debbono smettere di invadere il sacro suolo della patria”, “non è bene mescolarci con questi impuri”, “fermiamoli prima che sia troppo tardi!”.
Non capisco, a questo punto, perché non si mettono i cannoni alle frontiere! Recentemente in una discussione mi sono permesso di avere dei dubbi sulla efficacia della repressione dura, decisa, armata. Allora il mio interlocutore... “democraticamente” mi ha spiattellato in faccia che non amo il mio popolo e non capisco che gli italiani hanno bisogno di maniere forti per continuare a vivere nell’agiatezza e nella pace.
Non c’è che dire: molti politici cavalcano le spinte populiste o di altri poteri che li comandano. Purtroppo vi è una fitta rete di interessi e di scontri che non sono omogenei alle distinzioni politiche classiche (destra, sinistra, centro). Ciò che sta crescendo è la voglia di sicurezza che “come un venticello lentamente...alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia. E produce un’esplosione come un colpo di cannone, un terremoto, un temporale, un tumulto generale che fa l’aria rimbombar...”. (Dal Barbiere di Siviglia)

Venerdì, 05 Giugno 2015 23:56

Non amiamo a parole

“Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi”. Così cantava Mina tempo fa.
Qualche secolo prima San Giovanni richiamava coloro che si dichiaravano discepoli di Gesù di non essere nella verità se amavano soltanto con la lingua. L’amore ha certo bisogno di parole e tanto più sono belle quanto più hanno bisogno di essere incarnate in azioni. Coloro che parlano e non vivono ciò che dicono, non sono solo bugiardi ma rendono odiosa la religione, la politica, il rapporto con l’altro. “Quello predica bene, ma razzola male” si dice di persone che non vivono ciò che dicono. A lungo andare anche le parole importanti come amore, giustizia, fratellanza, non dicono più nulla. Ricordo una specie di barzelletta in cui il parroco è il prototipo di chi parla in un modo e vive in un altro: “Un prete dopo aver celebrato tre messe in tre posti diversi, tornando a casa trovò in salotto due uomini che stavano bevendo un bicchiere di vino seduti comodamente sul divano. Corse in cucina a chiedere alla perpetua chi fossero. Questa restò meravigliata della domanda. Guardò il parroco preoccupata e gli disse: Sono i vostri fratelli, almeno così mi hanno detto. Il prete si precipitò in salotto gridando: “Chi siete e che volete da me?”. Uno dei due si alzò per abbracciarlo e gli disse: “Fratello mio carissimo, ci siamo invitati a pranzo, siamo di passaggio e ci siamo detti, dopo aver ascoltato la tua predica: fermiamoci a pranzo da nostro fratello”.
 È facile dire io voglio bene a tutti i cinesi, difficile ripeterlo se un cinese o una famiglia di neri o di zingari vuole vedere realizzato a proprio favore il bene che si dice di avere. Senza l’attuazione della buona notizia (il Vangelo) il nostro cuore si tramuta in pietra e si dimentica che ogni uomo è un fratello che sparisce dal nostro orizzonte e non esiste più per noi. Ma tutti fanno sempre parte dell’alleanza di Dio con ogni uomo e non è neppure questione di chi abbia ragione o torto: il cristiano deve fare il primo passo, come fa con noi Dio che non si stanca di cercarci e di perdonarci.
Per molti secoli si è parlato tanto di cielo, di paradiso considerandoli come ultima meta in cui si sarebbero poi realizzate quelle parole di amore, di giustizia, di fratellanza. “Ora soffri, ma in paradiso non soffrirai più ed avrai il centuplo”. Si dimenticava di sottolineare che chi avrà lasciato tutto “riceverà già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e (solo) nel futuro la vita eterna”.
Nel discorso della montagna Gesù non dice: Beati voi che parlate bene, ma: beati i poveri, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia; infine dice che si è “beati quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. (Mt 5,11). Queste beatitudini non riguardano la vita eterna, il paradiso, ma la nostra vita terrena.
 Papa Francesco al raduno dei giovani a Rio de Janeiro disse:
“Le Beatitudini di Gesù sono portatrici di una novità rivoluzionaria, di un modello di felicità opposto a quello che di solito viene comunicato dai media, dal pensiero dominante. Per la mentalità mondana, è uno scandalo che Dio sia venuto a farsi uno di noi, che sia morto su una croce! Nella logica di questo mondo coloro che Gesù proclama beati sono considerati “perdenti”, deboli. Sono esaltati invece il successo ad ogni costo, il benessere, l’arroganza del potere, l’affermazione di sé a scapito degli altri. Gesù ci interpella, perché rispondiamo alla sua proposta di vita, perché decidiamo quale strada vogliamo percorrere per arrivare alla vera gioia. Si tratta di una grande sfida di fede. Gesù non ha avuto paura di chiedere ai suoi discepoli se volevano davvero seguirlo o piuttosto andarsene per altre vie (cfr Gv 6,67). E Simone detto Pietro ebbe il coraggio di rispondere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Se saprete anche voi dire “sì” a Gesù, la vostra vita si riempirà di significato, e così sarà feconda”.
 La sincerità rende l’uomo amabile e per un cristiano non è un optional. Gesù ammonisce senza mezzi termini: “Il vostro parlare deve essere: “Sì, sì, no, no poiché il più viene dal maligno” (Mt 5, 37)

Nel vangelo di Marco (10, 17-22) c’è un tale che non è felice malgrado sia molto ricco; va da Gesù, si getta ai suoi piedi e gli chiede: “Cosa debbo fare per avere la vita eterna?” A quel tale non basta essere ricco ed aver osservato tutti comandamenti. Vuole qualcosa di più, vuole la certezza di andare in paradiso. Gesù gli risponde: “Ti manca una cosa sola: vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Marco conclude: “Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”. L’uomo del brano era convinto di poter comperare il paradiso magari dando una parte delle sue ricchezze, ma Gesù lo delude. C’è un bene che non si può comperare ed è l’Amore. Ciò di cui parla Gesù deve condurre ad una pienezza di vita in questa terra; è per questa vita e non per quella che verrà dopo la nostra morte che dice:” Io sono venuto (mi sono incarnato) perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10); ancora: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11).
 Gesù non vuole porre limiti alla vita di qualcuno, ma dilatarla. Vuole che si realizzi il Regno dei cieli in questa terra, indica una via per arricchirci, dicendo che i beni di questo mondo debbano essere tramutati in beni adatti a realizzare il Regno qui tra noi. La tristezza di quell’uomo significa che ha perso l’appuntamento decisivo con la felicità. Marco non dice che quel tale si sia procurato la dannazione; era onesto e possiamo immaginare che abbia continuato a vivere da onesto, obbedendo ai comandamenti. Ma ha perso l’occasione di portare a pienezza la sua vita, ha reso meschina quell’esistenza che poteva essere significativa non solo per lui, ma anche per gli altri.

Domenica, 05 Aprile 2015 23:52

Essere Chiesa

Sono trascorsi 52 anni da quando sono un frate domenicano. Era il 1962 e in quello stesso anno Giovanni XXIII apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II. Da quell’anno La Chiesa è profondamente cambiata, non è più come quella che conoscevo, dentro la quale tutti i bravi cattolici dovevano cercare personalmente ed individualmente di santificarsi. “Fatti santo”, mi diceva in continuazione un mio confratello. Da quel tempo tutto è cambiato e i progetti di santificazione personale hanno sempre più coinvolto il mistero della Chiesa. Secondo quello che io avevo capito, la santità si riusciva ad attuare soltanto attraverso l’esercizio dei consigli evangelici, la preghiera e l’austerità della vita, tenendo comunque sempre lo sguardo fisso sulla obbedienza alla gerarchia. Oggi ogni cristiano deve vivere personalmente il mistero della Chiesa, non basta essere fedeli agli ordini che discendono dall’alto. È necessario sentirsi Chiesa.
Spesso nel passato e, purtroppo ancora, molti erano e sono convinti di essere attirati da Cristo, saltando la Chiesa, la comunità, il popolo di Dio, rimandando la giustizia, la pace, l’uguaglianza ad un futuro, che è dopo la nostra morte corporale. Gesù è l’uomo del presente e una santità come quella di San Simone stilita, che passa la sua vita su una colonna, non farebbe più fremere di gioia nessuno.
La Chiesa che io conoscevo era basata sul concetto di istituzione di salvezza e, in quanto tale, dotata di particolari prerogative. A Lei era affidata tutta la creazione perché essa doveva santificarla fino a ricondurla alla sottomissione al Padre. Certamente la Chiesa ha una sua regalità nel mondo, ma non di tipo giuridico. Mettere insieme il potere carismatico, che le appartiene, con il potere giuridico, ha favorito il nascere di sistemi di governo in cui l’autorità politica era vista come emanante da Dio ed esercitata dal clero. Si è così diviso il popolo di Dio in due stati: clero e laici e la Chiesa in due settori: docente e discente. Così vi era una minoranza che si salvava governando e una maggioranza che si salvava soltanto obbedendo.
 Con il Concilio si è avuto un salto qualitativo di grande importanza su cui non si medita mai abbastanza. La Chiesa è vista come popolo di Dio al quale Cristo ha conferito le sue potestà: quella sacerdotale, quella profetica e quella regale; popolo di Dio messianico che è dinanzi al mondo “luce delle genti”. Intendo dire che i cristiani, tutti indistintamente, sono chiamati a realizzare il Regno di Dio sulla terra. Con il battesimo siamo tutti sacerdoti, profeti e di stirpe regale. Tutti legati all’unico sacerdozio di Gesù Cristo che esercita questa triplice potestà, indissolubile e indivisibile. Responsabile della salvezza del mondo non è più solo la gerarchia, come in passato, ma il popolo di Dio nella sua unità fondamentale. Voglio dire che non vi dovrebbe esser più una gerarchia che ha in sé, lei sola, i privilegi del sacerdozio, della regalità, della profezia e del magistero, ma un popolo di Dio che ha questo triplice potere, per realizzare il quale ha avuto dal Cristo il carisma dei ministeri. È improprio, a mio avviso, chiamare i preti sacerdoti, essi svolgono nella chiesa il ministero (servizio) presbiterale al servizio del sacerdozio comune che appartiene a tutti i credenti in Cristo.
Ognuno di noi è chiamato a realizzare il sacerdozio di Cristo. Sacerdozio che è unico e indivisibile. Solo in rapporto a questo sacerdozio del popolo di Dio ha senso il sacerdozio ministeriale. Per esser più chiaro dico che la più alta qualità di un vescovo è di essere battezzato, l’ordine episcopale non lo colloca in un terzo piano: battesimo, cresima, ordine. L’Ordine lo destina al servizio e basta. Ricordo con simpatia una suora in un congresso che energicamente sosteneva, con ragione, di essere stanca di trovarsi sempre dalla parte della Chiesa discente (che ascolta sempre) e in contrapposizione a una Chiesa docente (Gerarchia che insegna sempre).
 Vi sono ancora preti e vescovi che preferiscono la gente semplice ed ubbidiente, passiva, infantile e un po’ ignorante del Vangelo, che vede di buon occhio un popolo di bambini che va diretto e governato, altrimenti fa i capricci. Non si riflette abbastanza sul monito di san Paolo che ci ricorda: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato” (Corinzi ,11). È necessario diventare adulti nella fede, ma spesso fa comodo a tutti sentirci bambini, non avere responsabilità, non sentirci impegnati a costruire il Regno.
Da quando è nata la nostra fraternità di Agognate ho SEMPRE esortato tutti allo studio della Parola di Dio, a dare almeno un’ora della nostra settimana a questo studio, a venire alla Lectio divina e sempre ho ricordato a coloro che frequentano la nostra chiesa di portare via il foglietto della liturgia e di rileggerlo, meditarlo più volte a casa. Il risultato non è stato clamoroso, mai più di venti fratelli!
Sono un presuntuoso se brucio di una impazienza che nasce dall’amore per la Chiesa, in cui, purtroppo ancora vivono due cose contraddittorie: una struttura giuridica del passato, generata dalla concezione della “Società perfetta”, e una realtà di fatto che scaturisce dalla nuova consapevolezza? Se non si provvede presto, non si ama la Chiesa anzi non si ama e basta. Dobbiamo spostare l’asse visibile sia della chiesa, non più sulla istituzione ma sul sacramento - sul segno. Tutto ciò è uno spostamento sismico, con tutte le frane, gli smottamenti, i crolli che in ogni spostamento di tale importanza e vastità sono inevitabili.
L’asse sacramentale è quello che va dal Battesimo all’Eucaristia. Il culmine della visibilità della Chiesa è l’assemblea Eucaristica, non più la gerarchia. Nel passato la Chiesa era rappresentata come una piramide con in cima il Papa, poi i vescovi, i preti e i fedeli in fondo. Oggi dobbiamo abbandonare questa gloriosa piramide. Il punto più alto della piramide è il tavolo su cui c’è il pane e il vino e una comunità di fratelli che si amano e condividono quel pane. Dobbiamo camminare verso una comunità che si modelli sull’Eucaristia.
Tutto ciò non annulla l’altra ma la ingloba e la riassume, la Chiesa rimane una società gerarchica, ma sui generis, con una gerarchia che sta all’interno della dinamica Eucaristica. Noi siamo certi di essere afferrati da Cristo e suoi testimoni quando esternamente e visibilmente realizziamo l’Eucaristia ossia il canto di lode, non singolarmente, ma in comunione con gli altri fratelli: “Dove sono due o tre persone riunite nel mio nome io sono in mezzo ad esse”.
Il mio, il nostro augurio per la Pasqua è un augurio ricolmo di luce che è ben spiegato da un aforisma che ho trovato in un foglietto.
“Un maestro domandò ai suoi discepoli come facessero a capire quando era finita la notte e iniziava il giorno. Uno rispose: quando vedo da lontano un animale e riesco a distinguere se è una mucca o un cavallo. No, replicò il maestro. Un altro discepolo disse: quando guardo un albero da lontano e riesco a capire se è una quercia. Sbagliato anche questo - disse il maestro. E allora come si fa? Chiesero i discepoli. Quando guardi negli occhi un uomo qualsiasi e vi riconosci un fratello, quando guardi negli occhi una donna e riconosci in lei una sorella. Se non sai far questo, è ancora notte, anche se il sole è alto nel cielo”.

Giovedì, 05 Febbraio 2015 23:48

Tutto questo non deve succedere più

Tutti, in questo nostro affaticato mondo, dicono di rifiutare la guerra, in realtà tutti la vogliono. Dalla guerra delle idee si passa alla guerra delle parole e alla guerra per il cibo, il lavoro, la dignità, la casa. Si uccide per i colori della propria squadra di calcio, per la gelosia, per la religione.
 Piangendo, si constatano le conseguenze prodotte da ogni tipo di guerra e con il cuore straziato si grida: “Tutto questo non deve succedere più”. Quante volte ho sentito proclamare questa frase, ma è sufficiente un giorno per dimenticare e la rabbia riprende il sopravvento. Più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi, in cui è seminato il peccato di Adamo: “Io sono come Dio”. Siamo convinti che nessuno come noi ha la capacità di capire dove sta il bene e il male e giudichiamo buoni, intelligenti, bravi tutti quelli che pensano ed agiscono come noi. “Io ho sempre ragione!”
Sin da bambino ho avuto paura di quelli che erano sicuri di avere ragione, di essere nel giusto; ero incapace di rispondere a chi mi sfotteva perché non rispondevo con i pugni a chi mi derideva; forse avrei potuto anche vincere e girare orgoglioso della vittoria, ma ero sicuro che qualche pugno di certo mi sarebbe arrivato. L’orgoglio della vittoria non avrebbe fatto cessare il dolore dei pugni ricevuti. L’orgoglio è una bomba pronta a esplodere per un nonnulla e dentro di noi di queste bombe ne abbiamo una caterva. È assolutamente necessario il disarmo dell’orgoglio, cambiare atteggiamento, modo di parlare, di porsi perché più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. È tempo di guardare ciò che ci unisce più di ciò che ci divide, sapendo che l’ottimo è sempre nemico del bene possibile. Il mondo è in continuo cambiamento. Dobbiamo cambiare anche noi, non possiamo continuare ad intestardirci sulle nostre ragioni e continuare a vivere chiudendo gli occhi e il cuore su ciò che accade, ripetendo con sdegno e le lacrime agli occhi: “Tutto questo non deve succedere più”.  
È necessario operare il bene possibile per tutti, piuttosto di quello che conviene ed è meglio essere onesti, più che furbi. Un cristiano dovrebbe avere come bagaglio l’amore alla povertà. Un povero, un autentico povero, non dichiara guerra a nessuno, tende la mano accettando anche quel poco che gli viene dato.
San Paolo aveva compreso che la violenza, la furbizia, l’immoralità danno SEMPRE frutti di morte e ci ha lasciato la “ricetta” per cambiare vita. Rileggiamola questa ricetta insieme; e rileggiamola quando ci sembra di avere ragione e quando ci sentiamo buoni e bravi.
 “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.  Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”
 È necessario prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. È il momento di uscire allo scoperto senza vergognarci della nostra fede; è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Non è necessaria la fede per capire che la violenza genera altra violenza: tu uccidi mio fratello, io uccido il tuo, che è vendicato dal figlio, che a sua volta si vendicherà o, come sosterrà in tribunale, ha voluto fare giustizia.
L’altra sera ho sentito la signora Le Pen sostenere con forza che la Francia deve rimettere nel suo ordinamento giuridico la pena di morte come difesa della nostra, in questo caso presunta, civiltà.
Già Tiziano Terzani nel 2002 scriveva subito dopo l’attacco alla Torri Gemelle di New York.
“Dal 1983 gli Stati Uniti hanno bombardato nel Medio Oriente paesi come il Libano, la Libia, l’Iran e l’Iraq. Dal 1991 l’embargo imposto dagli Stati Uniti all’Iraq di Saddam Hussein dopo la guerra del Golfo ha fatto, secondo stime americane, circa mezzo milione di morti, molti dei quali bambini, a causa della malnutrizione. Cinquantamila morti all’anno sono uno stillicidio che certo genera in Iraq e in chi si identifica con l’Iraq una rabbia simile a quella che l’ecatombe di New York ha generato nell’America e di conseguenza anche in Europa. Importante è capire che fra queste due rabbie esiste un legame. Ciò non significa confondere le vittime coi boia, significa solo rendersi conto che, se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista.
Non si può capire quel che ci sta succedendo solo a sentire le dichiarazioni dei politici, costretti come sono a ripetere formule retoriche, condizionati a reagire alla vecchia maniera a una situazione completamente nuova e incapaci di ricorrere alla fantasia per suggerire ad esempio che, invece di fare la guerra, questo è il momento di fare finalmente la pace, a cominciare da quella fra israeliani e palestinesi. Invece guerra sarà” (Lettera da Orsigna).
Se noi davvero crediamo nella santità della vita, dobbiamo accettare la santità di tutte le vite. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione. Fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza, facciamo ognuno qualcosa. Nessun altro può farlo per noi. Dobbiamo capire, convincersi, credere, che l’unica via d’uscita possibile dall’odio, dalla discriminazione, dal dolore è la non violenza.
La violenza brutalizza non solo le sue vittime, ma anche chi la compie. Solo l’Amore genera Amore. “Bonum est diffusivum sui”. L’Amore di per sé si espande.

Venerdì, 05 Dicembre 2014 23:21

Creare ponti

Papa (padre) e Pontefice (colui che costruisce i ponti tra popoli diversi, tra culture diverse, tra conoscenze diverse, tra religioni diversificate, tra esistenze diverse, ponti d’amore, di comprensione verso l’essere umano, contro ogni emarginazione), due parole che si addicono perfettamente al Vescovo di Roma Francesco.
Milioni di persone gli riconoscono appropriati i due vocaboli, in quanto vedono in Francesco un padre e un costruttore di ponti. Queste due parole non valgono soltanto per il vescovo di Roma, esse dovrebbero appartenere a tutti gli uomini in modo particolare a chi ha generato dei figli.
La paternità racchiude in sé il dono della vita, dell’altruismo, dell’amore senza confine e l’altra parola Pontefice ne specifica le modalità. Un padre non è tale se non costruisce in continuazione ponti con i suoi figli. Non dà soltanto la vita, ma quel seme che ha piantato lo cura, lo protegge, lo educa, lo ama, per cui un padre che non ama i suoi figli e non costruisce ponti con le sue creature è un patrigno, un padrone.
Non è facile oggi riscontrare nella nostra “civiltà” occidentale la paternità, la fratellanza, l’amore, tanto meno trovare uomini disposti a costruire ponti tra di noi. È sotto gli occhi di tutti l’opposto di queste due parole. Aumentano sempre
di più i patrigni e i distruttori di ponti. La guerra, la miseria, la fame spingono quotidianamente povera gente a imbarcarsi su piccole barche e affrontare un lungo viaggio, sbarcando sulle nostre coste o morendo in mare. Chi riesce ad arrivare spera di trovare una terra migliore che gli offra un lavoro e un’integrazione nella società. Questo continuo flusso di immigrati è destinato a crescere nei prossimi anni e non vi è dubbio che crea gravi problemi, ma ciò che crea più preoccupazione è sicuramente il fatto che molti di questi immigrati sono clandestini e vivono in condizioni degradanti, sfruttati, costretti a prostituirsi, a spacciare droga. Tutto ciò non è più chiamato schiavismo, ma le condizioni sono le stesse. Le persone sono vendute come oggetti, costrette a lavorare gratis o per una paga minima, a vivere molto peggio degli schiavi, che erano merce buona da trattare bene. Questa nuova schiavitù, voluta dalle organizzazioni criminali, usa gli emigranti come merce usa e getta, tanto arriveranno ancora altri schiavi da sfruttare. Non diversamente da come si sono spesso trovati tanti nostri connazionali quando, nelle loro stesse condizioni lasciarono l’Italia.
Si dimentica la nostra storia. “Tra il 1860 e il 1885 sono state registrate più di 10 milioni di partenze dall’Italia. Nell’arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione che vi era al momento dell’Unità d’Italia (23 milioni nel primo censimento italiano) si trasferì in quasi tutti gli Stati del mondo occidentale e in parte del Nord Africa.
Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 interessò prevalentemente le regioni settentrionali, con tre regioni che fornirono da sole circa il 47% dell’intero contingente migratorio: il Veneto (17,9%), il Friuli-Venezia Giulia (16,1%) ed il Piemonte (13,5%). Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali, con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia”.
Di contro il colonialismo italiano ebbe inizio nel 1882 su 4 territori d’Africa (la Libia, la Somalia, l’Etiopia, l’Eritrea) e sull’Albania. In Cina vi fu una piccola colonia a Tientsin”. Non esiste l’emergenza immigrazione ma l’emergenza di fraternità. Forze occulte (capitalismo sfrenato) impongono un detto latino “Mors tua vita mea”, la tua morte è vita per me.
Siamo tutti contro tutti. L’antico male italiano inizia dagli Orazi contro i Curiazi e si completa sempre con il motto: “Divide et impera”, dividili così comanderai. Gli schiavi di oggi, inoltre, hanno un bassissimo costo d’acquisto. Questo mercato è alimentato dalla fortissima necessità di emigrare o di migliorare la propria condizione di vita; perciò gli sfruttatori “usano” queste persone finché sono giovani e forti e poi le abbandonano trovando molto facilmente “merce” più fresca.
È vero che la situazione italiana è gravissima. Il Papa ha parlato di terza guerra mondiale. Ma l’Italia non diventerà un paradiso in terra scacciando chi fugge dalla guerra e dalla fame. Non saranno i respingimenti di massa come fece Maroni e come vuole Matteo Salvini a far ripartire la nostra economia, ma soltanto l’onestà di tutti gli italiani iniziando dai politici. Sarà sufficiente che ogni cittadino crei ponti verso chi ha di meno e veda nell’altro non un nemico da eliminare ma un fratello con cui condividere i beni che madre terra ci dona.
Il 9 giugno 2014 Papa Francesco riunì in vaticano Abu Mazen Shimon Peres e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, in quella occasione disse: “Bisogna dire sì all’incontro e no allo scontro, sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”. Ho vissuto nella giovinezza l’orrore del fascismo, del razzismo, della caccia all’ebreo, al diverso, allo straniero. Mi ritrovo nella vecchiaia a rivivere, come un film già noto, le stesse angosce e con il desiderio (cattivo) di fuggire da questa mia terra che amo intensamente.

informativa cookies


San Gaudenzio in Agognate - Consolidamento del campanile

Il campanile della chiesa di Agognate nelle sue eleganti forme settecentesche con paramento esterno in mattoni, segnala da lontano la presenza della chiesa all’ingresso di Novara lungo la strada della Valsesia.

Gli interventi di riforma e “sgrandimento” del complesso realizzati a partire 1708 hanno quasi completamente cancellato le tracce dell’antica chiesa, citata in documenti già prima del XIV secolo: solo alcune parti della muratura del campanile, trasformato e rialzato nel corso degli interventi, ed il piccolo abside dietro il coro con affresco del Cristo Pantokrator, sopravvivono oggi come memoria della antica costruzione trecentesca.

Molti negli anni sono stati gli interventi di restauro e riqualificazione che la comunità dei frati domenicani di Agognate ha portato avanti da quando ebbe in consegna il complesso dalla diocesi di Novara nel 1987. Il restauro del campanile si propone di completare un programma che ha permesso alla chiesa di rinnovarsi diventando il fulcro spirituale di una comunità attorno a cui si radunano fedeli provenienti da Novara e dal territorio circostante.

Visitate i link per unadocumentazione completa


RELAZIONE DELL'ARCHITETTO INQUADRAMENTO PIANTE SEZIONI

SEZIONI B DETTAGLI DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA COME CONTRIBUIRE


Padre Ennio Staid ospite a Vigevano

La presentazione del libro "!Que viva Torquemada!" dello scorso 21 ottobre al Tennis Club Vigevano riportata sui giornali locali.

 

IMG 0824 vigevano1web vigevanoweb

Pagina 5 di 49
   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op