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Lunedì, 05 Settembre 2016 17:12

Misericordia

Lc 15,1-10
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Fa un certo effetto leggere queste righe di Luca in tempi di corruzione diffusa quali sono o dicono siano i nostri. Si ha l’immediato riscontro della sintonia con quanto è scritto. Gesù sta volentieri con pubblicani (ladri d’ufficio) e peccatori. Questi lo avvicinano e lo ascoltano volentieri, mentre si scontra con i “moralisti” per i quali non ha parole interessanti da dire.
Una delle caratteristiche tipiche e singolari di un sistema corrotto è che si spinge oltre la vicinanza con i peccatori: l’amicizia con i peccatori diventa necessaria. La corruzione infatti diventa garanzia di fiducia poiché rende l’individuo ricattabile. Il corrotto non può fare accordi con chi non è ricattabile perché costui avrebbe l’arma per distruggerlo al momento opportuno. La solidarietà tra peccatori in un sistema corrotto è ai massimi livelli. Dunque il corrotto si comporta come Gesù.
Possiamo inoltre constatare che il bisogno di sopravvivenza spinge nella stessa direzione. Non solo vediamo indagati e persino colpevoli in parlamento, ma si è costretti a “buoni” rapporti con dittatori violenti (caso Regeni in Egitto) per non perdere le opportunità di mercato. Insomma, non solo Dio ma anche il peccatore mangia volentieri alla tavola dei peccatori.
I “peccatori” vengono assolti dall’evangelista Luca, mentre diventano peccatori effettivi, senza assoluzione i Farisei.
La differenza tra peccatori e Farisei, dopo la loro stigmatizzazione fatta da Gesù, sta solo nell’ipocrisia. Anch’essi sono peccatori ma credono e si spacciano per giusti. Il peccato di ipocrisia è l’unico che non trova comprensione nei vangeli, e Gesù non è ascoltato volentieri dai Farisei e neppure li frequenta per mangiare con loro.
Il vangelo che stiamo commentando potrebbe inisinuare una soluzione al dilemma che ho costruito col richiamo alla conversione: Gesù sta con i peccatori perché si convertano. La conversione diventa il nuovo criterio discriminante. Ci sono i peccatori e i peccatori convertiti.
I peccatori convertiti non possono essere farisei ipocriti perché sanno i loro peccati e sanno di essere dei convertiti. Tutto chiaro? No. No, perché Gesù non va alla tavola dei peccatori convertiti, ma dei peccatori e basta. E non sono i convertiti che lo avvicinano per ascoltarlo, ma i peccatori ancora immersi nel loro peccato.
Si potrebbe tentare una soluzione dicendo che la solidarietà di Dio col peccatore è diversa dalla soliderietà del peccatore col suo simile perché l’intenzione di Dio è diversa da quella del peccatore. Dio sta col peccatore perché si converta mentre il peccatore lo fa per per egoismo, per convenienza, non ama gli altri peccatori però è costretto per necessità a stare con loro. Se tutti fossero onesti sarebbe onesto anche il peccatore, ma se tutti sono disonesti anche il peccatore deve esserlo, pena la sua morte. Pare che l’Italia manifesti una particolare sensibilità per questi ragionamenti: si è costretti a peccare per non morire.
Se si è peccatori per necessità, che cosa diventa l’intenzione di Dio di convertire? Chi è il convertito? L’onesto tra i disonesti? Il giusto tra gli ingiusti? Uno che non mangia più alla tavola di Putin, di Al Sisi, dei jihadisti, dei mafiosi o dei politici? In definitiva uno che si chiude in casa a morire solitario? Il convertito è un uomo che si allontana dagli altri uomini e muore adorando il Dio che l’ha convertito? Non può essere, visto che il giusto Gesù mangiava con i peccatori. Un tal giusto poi peccherebbe d’orgoglio, dovrebbe essere un dio per essere giusto.
Signore, abbi misericordia di me.

Lunedì, 05 Dicembre 2016 17:07

Speranza

Mt 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

E’ il giorno della vittoria di Trump. Il quattro di dicembre ci sarà il Referendum. L’immigrazione. Il lavoro. Il terremoto. La scienza. La religione. La Russia. L’America. L’Europa. La Cina. La Siria… Questo il mondo che entra in casa nostra o nel quale viviamo e che naturalmente porta con sé paure e speranze. Ma c’è anche il quotidiano che può essere distratto dal mondo dei media e vivere di cose dette “più concrete” solo perché in grado di assorbire i nostri pensieri con interessi più personali, o più vicini. Ed anche il nostro quotidiano porta con sé paure e speranze. Può bastare rievocare tutto questo per accorgerci che il futuro (ciò che ancora non c’è) ci abita più di quanto ci abiti il passato o lo stesso presente?
L’uomo è un essere in attesa, l’avvento, ciò che sta per venire, determina il presente con una forza insospettabile. La più grande forse. Il futuro, persino quel futuro che non ci sarà perché da noi sognato o temuto, è capace di tristezza o di speranze.
A questa attesa è dedicato il tempo liturgico dell’Avvento e Matteo, l’evangelista, ne testimonia la consapevolezza. Ma contrariamente a quanto siamo soliti pensare a proposito della fede, Matteo ci allarma e la sua testimonianza sembra collocarsi sul versante delle paure piuttosto che su quello delle speranze. L’attesa del figlio dell’uomo.
Chi è, perché viene come un ladro? Come uno che scassina la casa?
Se il figlio dell’uomo è Gesù, egli è buono, ci vuol bene, ha dato la vita per noi. Perché Matteo mette in bocca proprio a Gesù un discorso del genere? Insinua o addirittura dà per scontato che siamo colpevoli e che ci troveremo di fronte ad un giudice severo, capace di scassinare la nostra casa. Sembra che ci sia un contrasto totale con l’attesa di quel Gesù che il Natale celebra e che si presenta nella debolezza e nella bellezza di un bambino che nasce capace di rilanciare la speranza oltre ogni amara delusione.
Dio è un Dio di misericordia, non può comportarsi così.
Ma forse Matteo offre una scappatoia, avverrà la distruzione solo per quelli che non sono stati e non saranno svegli in quel momento. Se saremo svegli, scamperemo il pericolo. Di due uomini nel campo, uno verrà preso e l’altro lasciato, così pure di due donne alla macina. Dunque, vegliate, che vuol dire: pensa continuamente al ladro che ti studia, che controlla i tuoi movimenti, le tue abitudini per colpirti non appena ti distrai. Se riuscirai a non distrarti ce la farai a difenderti al momento opportuno.
Spero, fin qui, di aver interpretato correttamente e correntemente il brano di Matteo.
Ma le cose stanno così? Quando faccio rientrare nei miei pensieri quel mondo che ho richiamato all’inizio, non vedo che gli uomini svegli sono trattati diversamente da quelli addormentati. Prendiamo, per esempio, il terremoto. Davvero succede che chi è sveglio scampa e chi dorme soccombe? Davvero muoiono i delinquenti mentre gli innocenti si salvano? E le bombe in Siria cascano sulla testa dei colpevoli, mentre gli innocenti vivono sereni? Domande retoriche per dire che i conti non tornano.
Ci dev’essere un qualche punto di vista nascosto che permette di ritenere per buono sia il giudizio di Matteo che il riscontro della realtà poiché sembrano presentarsi come incompatibili. E’ l’eterno dilemma dei giusti che soccombono alla violenza, mentre gli empi prosperano a lungo. A pagare sono sempre i poveri, e non solo le tasse.
Una soluzione al dilemma è quella di separare il mondo di qua da quello di là. Lazzaro in terra soffre i suoi mali ma sarà accolto nel seno di Abramo, mentre il ricco epulone sarà cacciato all’inferno. Di qua c’è il regno della terra, di là quello dei cieli. Quel po’ di regno dei cieli che sta sulla terra è di quelli che ancora vivi in terra sperano la giustizia nell’altro mondo, nel cielo, dopo la morte.
E i disperati?
Possiamo distinguere anche tra i disperati, quelli buoni e quelli cattivi. Può succedere infatti che non sia sempre vero che gli innocenti soccombono e i violenti vivano sereni e beati. Capita anche che qualche innocente se la cavi e qualche violento cada in disgrazia. La disperazione di questi pochi violenti è meritata e andranno perciò all’inferno, mentre i costretti alla disperazione dai violenti andranno in paradiso.
Voleva dire queste cose Matteo con il suo avvento del Figlio dell’uomo? O non piuttosto che la disperazione è nel futuro dell’uomo, di ogni uomo e il sapere questo coincide con lo stare svegli? Probabilmente qui è in gioco lo scandalo della croce e “Beati quelli che non si saranno scandalizzati di me!” (Mt 11,6)

Venerdì, 06 Gennaio 2017 00:28

Beati

Mt 5,1-12.
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Senza dubbio la pagina delle “beatitudini” è una fra le più conosciute e intriganti del vangelo. Attira e respinge come il comando di amare i nemici.
L’effettivo problema però di questo scritto è che sono una serie di stupidaggini, messe in fila per 9 volte, a cui nessuno crede e tuttavia restano per tutti affascinanti. Come mai?
Quale segreto ed oscuro antro del cuore umano vanno a toccare?
Che siano parole che non si accordano col buon senso comune credo paia evidente a tutti. Pardon, tranne a quelli che per farle rientrare nell’ambito della ragione arzigogolano le più diverse teorie fra le quali campeggia il paradiso (piangono adesso, ma in paradiso rideranno = adesso non sono tanto beati perché soffrono, ma dopo saranno beati quando saranno nell’aldilà).
Se però le lasciamo nella loro semplice dichiarazione, rasentano l’assurdo e resta la domanda iniziale del perché del loro fascino.
Penso che abbiano una capacità di distruzione indicibile e proprio questa distruzione sia la chiave della loro fortuna.
In verità ci potrebbero essere ragioni esterne al testo che fan sì che non possa essere buttato via come insensato. Per esempio, sono parole dette da Gesù e siccome, sappiamo, Gesù è Dio, tutto ciò che ha detto è di grande/issima importanza. Non si capiscono, ma le ha dette lui e se le ha dette lui, chi è l’uomo per poterle contraddire?
Torniamo a noi. La prima cosa che distruggono è la chiesa, la chiesa con la c minuscola per dire quella chiesa che sta nella testa dei cosidetti cristiani. Infatti sono affermazioni che non hanno destinatari se non gli uomini in quanto tali. Non si parla di poveri giudei o di poveri cristiani, non sono rivolte ai miti della chiesa e non ai miti dell’Islam, agli italiani che piangono e non ai coreani che, pare, piangano anche loro. Dunque se il discrimine non sono i sacramenti, in primis il battesimo, non è l’appartenenza a qualsivoglia società umana, il criterio della beatitudine è strettamente e semplicemente legato all’affermazione che viene fatta: quelli che piangono sono beati, ecc.
La seconda cosa che distruggono è la divinità. Un dio dev’essere funzionale a qualcosa, altrimenti che dio è e a che cosa serve credere in lui. Se si è miti e perciò schiacciati, si prega un dio che tolga il peso dell’oppressione e sarà tanto più vero quel dio che riuscirà a riscattare dal giogo che grava sulle spalle. Dio, espressione di vertice del ben essere in ogni senso, non può dire beato chi sta soffrendo ingiustizia (non sto pensando alle beghe per l’eredità o alle cause matrimoniali). Dio principio morale per il giusto comportamento vuole che, se uno piange, io vada a consolarlo e, se ci riesco, a farlo ridere. Non vuole certo che un uomo muoia di fame. Come si fa a dire che l’affamato è beato?
Tolti questi imbrogli che una volta li chiamavano idolatria, resta l’uomo di fronte a un suo pari che muore disperato, sottolineo pari e disperato. Ci sono i barboni che muoiono, ma potrebbero non essere pari, è più facile che si percepisca la parità con un figlio od un amico. Ci sono uomini che muoiono pieni di speranza ed altri massacrati dalla violenza nella disperazione, abbandonati da Dio e dagli  uomini.
Di questi ultimi viene dichiarata la presente e non futura beatitudine. Si tratta di un insulto senza pari, cinico a dismisura. Ebbene, l’uomo ha davanti a sé una tragedia di questa portata. Tra parentesi il peccato degli apostoli nel tradimento del Cristo ha degli aspetti ancora più atroci che non è il caso di prendere in considerazione qui, che fanno capo alla loro colpa nella violenza usata contro Gesù.
C’è da credere che l’unica strada che si apre ad una tale vista sia la pazzia ampiamente comprensibile. Ma il punto cui voglio arrivare è questo: dal punto di vista umano, del giudizio che è possibile fare su un uomo disperato e un uomo sereno che non vive questa tragedia, chi dei due ha dignità piena di uomo? Chi dei due è il più grande in quanto uomo? E una volta stabilita la grandezza, chi dei due merita rispetto, venerazione, emulazione e tutto quanto porta con sé la grandezza?
Ci troviamo esattamente al centro dello scandalo della croce che nella sua assurdità ha dichiarato insipienti tutti gli uomini, non gli ebrei, ma l’uomo di ogni tempo e luogo.
Si può, fin che si può, eludere questo giudizio rifugiandosi nell’uguaglianza di tutti gli uomini, o imboccare la strada del non giudizio, del non sapere, e per lo più così si fa e così facendo possiamo mantenere il nostro giudizio, in questo caso giusto e doveroso, che cioè un disperato è un poveraccio, un povero dis-graziato. Notate la parola disgraziato e non beato naturalmente.
E un tale giudizio, sovraccarico di pietà, arriva al suo vertice nei tentativi continui ed ostinati di farlo scendere dalla croce.
Torniamo alla domanda di partenza. Dove sta il fascino di questo famoso discorso della montagna? Forse, nelle pieghe segrete del cuore umano ci sta, impresentabile in società, il sapere di essere un disgraziato e una parola buona sulla sua disgrazia raggiunge la statura della fascinazione.

Giovedì, 05 Gennaio 2017 00:23

Salvare la civiltà cristiana

Il Concilio Vaticano II riteneva necessario saper «scrutare i segni dei tempi» e «interpretarli alla luce del Vangelo» (cfr Gaudium et spes, n. 4). Interpretare o stabilire quali siano questi segni è, per me, un vero problema. L’unico segno che vedo concreto è l’indifferenza e l’apatia per ciò che non stimola desideri ed ambizioni. Anche quando si riconosce il proprio errore, ci si assolve facilmente, sottolineando con forza, che l’altro ha sbagliato molto di più.
Per moltissimi il Vangelo non è luce su cui scrutare i nostri comportamenti e la maggioranza della gente che conosco si dichiara cristiana, ma non desidera né sogna di confrontare il proprio modo di vivere con il Vangelo. Effettivamente è più semplice fare a Natale il presepio con le statuette della sacra famiglia, dei pastori e degli angeli che svolazzano sulla capanna, che mettere a confronto la nostra vita con quel presepio che la televisione ci pone davanti ogni giorno. La capanna è sostituita da un capannone, la greppia da sudici stracci e i Magi viaggiano su gommoni.  
Il presepio di cartone va bene, va bene anche il Crocifisso nelle scuole. Non va bene questa povera gente che fugge dalla guerra e dalla fame che, secondo molti di quelli che si dichiarano cristiani, “bisogna scaricare sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. Non vanno bene preti come don Gallo che confrontava ogni giorno la sua vita con il Vangelo ed amava questi… presepi viventi. Un politico, il giorno che don Gallo morì, scriveva: “A tutti i “beatificatori” postumi ricordo, fra le sue gesta, il suo cantare “Bella ciao” a fine Messa, lo spinello fumato in Comune a Genova, la sua partecipazione con gli ultrà di sinistra alle manifestazioni contro la Lega e a favore di una Moschea a Genova, il suo sogno di avere “un Papa omosessuale” e il suo favore per i matrimoni gay”. In realtà dava fastidio soprattutto la forza con cui don Andrea dichiarava: “Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri”.
 Non va bene Papa Francesco che tenta di svegliare le nostre coscienze. Anche lui si prende le staffilate degli amanti dei presepi di cartone e dei crocifissi di legno esposti nelle scuole. “Se li prenda lui questi …presepi viventi”.
Oggi ho sentito il Papa dire: “Tanti cristiani confessano che Gesù Cristo è Dio e tra questi vi sono preti e vescovi. Sorge però la domanda: ‘Danno tutti testimonianza di Gesù?’”
 Essere cristiani, ha proseguito il Papa, è qualcosa di ben diverso dall’essere i “tifosi di una squadra” o dall’aderire ad una “filosofia”; va anche molto al di là del semplice rispetto dei “comandamenti”, del “devo fare questo…” Quei primi discepoli, gli Apostoli, non hanno “seguito un corso”, né sono “andati all’università” per dare testimonianza di Gesù Cristo. Peraltro essi erano tutti “peccatori”, non “solo Giuda”, del quale, del resto, “non sappiamo cosa è accaduto dopo la morte”, in quanto forse la “misericordia” di Dio potrebbe averlo salvato. I dodici Apostoli, ha aggiunto Francesco, erano pieni di difetti, erano “invidiosi”, provavano “gelosia tra loro”, discutevano su chi dovesse “occupare il primo posto”. Erano persino “traditori” e lo dimostra il fatto che “quando Gesù viene preso, tutti scapparono…. Avevano paura, si nascosero”. Lo stesso Pietro, “che era il capo”, prova a seguire più da vicino il Maestro nella sua prova finale ma “quando una domestica” lo riconosce, lui rinnega Gesù, il primo Papa tradisce Gesù. Tutti quei primi discepoli, però, si sono “lasciati salvare” e sono diventati “testimoni della salvezza”, donata loro da Gesù. Commisero “tanti peccati”, compreso il tradimento del Signore, ma in un aspetto furono grandi: “Non erano chiacchieroni, non parlavano male l’uno dell’altro”, a differenza di tante comunità di oggi, dove si finisce per “togliersi la pelle l’uno all’altro”.
Ogni cristiano con il battesimo è costituito oltre che Sacerdote, Profeta, cioè uomo che annuncia un futuro di speranza, che non vede in questi presepi viventi dei nemici, ma dei fratelli da amare. Dovrebbe confrontarsi con il Vangelo ogni giorno e in ogni situazione e ricordare che Gesù ci ha comandato di amare anche il nemico.
I salvatori della “Civiltà cristiana” l’evangelista Matteo li definisce falsi profeti: “che vengono in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”.

Domenica, 04 Dicembre 2016 00:21

Un amico

Un amico che si professava ateo ci ha lasciti il 13 di ottobre e per me, che ero onorato della sua amicizia, è difficile parlarne. Gianni Correnti veniva nella nostra chiesa alla messa ogni 17 febbraio per ricordare la morte prematura dell’unico figlio.
Ho conosciuto l’avvocato Correnti durante il suo mandato di sindaco di Novara. Cercava un posto tranquillo per la riunione della Giunta a metà del suo mandato. Era il 1999.  Fu un incontro colmo di serenità tra un grande avvocato già senatore e sindaco comunista che si proclamava ateo ed un frate domenicano che vive alla periferia della città. Mi disse subito che non voleva ospitalità per pregare con la sua Giunta. Sottolineò che lui era ateo. A questa sua dichiarazione risposi sorridendo che lo ero anche io. Gli dissi che non credo agli dei che ciascuno di noi si crea e a cui rende culto. Io credo nel Dio di cui ha parlato Gesù Cristo. Un Dio che è visibile, che mi cammina a fianco, che posso ospitare, invitare a pranzo, che posso consolare quando è in prigione. Il mio Dio, sottolineai, è una specie di sindaco che ama tutti gli abitanti della sua città e non fa distinzioni tra buoni e cattivi, tra quelli che gli hanno dato il voto e chi lo ha contrastato e lo contrasta. Il mio Dio lascia la maggioranza della sua gente per soccorrere quello che non gli ha dato e non gli darà il voto. Questo mio pensiero credo lo stuzzicò perché poi diventammo amici e fu anche un grande benefattore della nostra fraternità.
Negli anni successivi ho scoperto che quell’ateo era più cristiano di molti che si professano cristiani e nello stesso tempo vogliono rigettare in mare i tanti fratelli che cercano il pane e la pace, che fanno distinzioni tra buoni e cattivi, vogliono creare muri che dividono e sfruttano i più deboli.
Questo fratello ateo mi mancherà.
Molto più di come possa ricordare io Gianni Correnti trascrivo come lo ha ricordato l’avvocato Paolo Baraggioli il giorno del funerale nella nostra chiesa.
Caro Gianni ciao.
Scusami, ma non riuscirò mai a esprimere con parole appropriate quello che sento io e quello che sentono i tuoi cari e i tuoi amici in questi momenti. Purtroppo, non sono alla tua altezza.
Tu con le parole sei un grande, anzi sei eccezionale. La tua capacità di esporre il tuo pensiero, di comunicare con il prossimo, la tua capacità di sintesi, senza sbavature, senza fronzoli, con chiarezza, la tua facilità nel rispondere alle domande, anche a quelle più difficili, in modo sempre puntuale, corretto: un dono, un dono grandissimo che, insieme alle tue altre qualità, ti ha reso celebre.
E’ consolante per tutti venire da te, nel tuo ufficio, esporti il problema, sia personale che giuridico, e tu dare la tua risposta, il tuo consiglio, la tua partecipazione al problema. Sempre. Perché questa è un’altra delle tue meravigliose caratteristiche. Tu partecipi al problema dell’altro, lo senti sempre come se sia anche un tuo problema. E ti preoccupi. Vuoi risolverlo perché l’altro deve o dovrebbe stare bene, dovrebbe essere felice. E se non è così tu soffri, soffri con l’altro, soffri per l’altro e faresti di tutto perché le cose si risolvano per il meglio. E spesso, spessissimo ci riesci. E tante, tante persone ti devono dire grazie per questo.
Perché questa, Gianni, è umanità, una grande immensa umanità che tu hai sempre avuto al massimo livello. Un cuore grande così, ce n’è sempre per tutti.
E non solo.
Il Sindaco, il militante politico, il senatore, il deputato, il pilota che vola, l’amante del mare e delle traversate in barca a vela, il fine giurista rispettoso dei Giudici, dei Pubblici Ministeri, dei Clienti, degli Avversari e dei Colleghi, un esempio per i giovani e anche i meno giovani.
Sei un grande avvocato, sei nato avvocato, sei cresciuto avvocato e svolgi questo ruolo in un modo strepitoso. L’avvocato difende. E lo sappiamo bene, non è cosa semplice. Ma tu lo fai con una naturalezza formidabile. Perché la senti nel profondo del tuo animo la difesa.
L’avvocato combatte l’ingiustizia. E tu di fronte all’ingiustizia diventi furioso. Devi combatterla e devi cercare di sconfiggerla. Perché bisogna che la giustizia trionfi.
E poi l’avvocato si mette nei panni degli altri, ma non è sempre facile. E invece tu lo fai sempre. L’altro. Il prossimo. Il tuo prossimo. Capirlo e trovare la giusta via per difenderlo, per assisterlo. Perché non si senta solo. No, tu ci sei e aiuti, anche solo con una buona parola. Perché dietro quello scorza burbera che ogni tanto viene fuori, tu sei un buono, sei quello che comprende la debolezza dell’animo umano.
E sai perdonare. Perché hai dentro la bontà, la consapevolezza che tutti fanno errori. Ma che se non dai una mano, un aiuto, l’errore diventa una cosa terribile. E tu di mani nei hai date a tanti. Tantissimi.
A me...non ti dico.
Sei amico, fratello, papà. Tutto. Sei il mio maestro di vita e di professione. Sei tu che mi hai insegnato tutto. A fare l’avvocato, ma ancora prima a essere uomo, a saper guardare l’altro, a capirlo e aiutarlo. Senza tante storie. Si fa, Paolo, perché è giusto così.
Ci siamo incontrati che io ero un ragazzino di 13 anni e tu neanche ventenne, tutti e due di Sant’Agabio. Venivi nel mio cortile a trovare il tuo amico Valerio Chiesa con il tuo cane boxer. Noi giocavamo a pallone con il Valerio e tu, un po’ di malavoglia perché non ti piaceva tanto, davi due calci alla palla.
Poi 44 anni fa sono entrato nel tuo studio, mi ha aperto la porta Marinella, una tua segretaria storica, e da allora non ci siamo più lasciati.
Non voglio lasciarti neppure adesso.
E allora ti dico stammi sempre vicino come lo sei stato in tutti questi anni e stai sempre vicino a tutti noi, Gianni.

Lunedì, 05 Dicembre 2016 00:19

La Vergine Maria

Perché la Chiesa e la devozione popolare ama chiamare Maria: La Vergine Maria? Non sarebbe sufficiente chiamarla Madre di Dio? (Theotokos). Quale titolo più grande di questo?  Eppure normalmente Maria viene più spesso chiamata La Vergine Maria. Sempre si sottolinea la verginità, valore poco stimato nell’antico testamento, che al pari della sterilità è una forte umiliazione. Vedi: Rachele in Gen 30, 23; Anna in 1 Sam. 1,11; la figlia di Jefte in Giudici 11,37; Elisabetta in Lc 1,25.  Il popolo doveva crescere e moltiplicarsi, secondo la stessa promessa di Dio ad Abramo. I figli quindi erano il miglior segno della benedizione divina. La verginità era stimata prima del matrimonio come segno di preparazione ad esso (Gen 24, 16), ma non certo come valore in sé.
Fa riflettere come permanga intatta in Maria questa caratteristica della verginità anche nel nostro tempo dove spesso le vergini sono derise, considerate zitelle e la castità è destituita di ogni senso.
Che Maria sia presentata quale modello di verginità cui il buon cristiano, l’uomo di fede debba configurarsi, spinge alle radici della questione cristiana e cioè ha a che fare con il mistero stesso dell’incarnazione: Dio che vuole essere riconosciuto nel niente dell’umano, si presenta e dichiara il suo luogo preferito di visibilità sul calvario.
La verginità di Maria sottolinea la sua povertà (assenza di fecondità) e dice la sua obbedienza (assenza di volontà propria). In modo particolare dice che Lei è terra vergine, non lavorata, incolta, deserta, oppure ammasso caotico di sterpaglie. Afferma l’umano nella sua nudità, prima di ogni intenzionalità. E’ il non essere che ha un’unica caratteristica, quella di poter diventare, di poter essere. E’ terra pura, senza proprietari. Espressione della radicale povertà umana. Solo gli autentici poveri, dirà Gesù, hanno la possibilità di entrare nel Regno di Dio.
Come il cristianesimo sia arrivato a considerare la verginità un valore, un qualcosa da cercare, da volere, non è semplice da capire.
La Vergine Maria sotto la croce vive la più grande delle povertà umane: lo strazio di vedere il Figlio crocifisso e nello stesso tempo continuare a credere che in quella morte si realizzi la misericordia di Dio.  Come gli anawim (i curvati, gli ultimi) Maria si abbandonò con fiducia, per tutta la sua vita terrena, a Dio. Povertà vera che inizia a Betlemme; non ha una casa, una culla, per quel Figlio. Povertà che si fa più chiara a Gerusalemme quando lo ritrova tra i dottori nel tempio e viene rimproverata. Povertà sottolineata a Cana di Galilea. Infine sotto la croce nella quale, per Lei e dopo di Lei, ogni cristiano misura la sua povertà. In Lei la speranza dei poveri trova il compimento. La Vergine, umile figlia di Sion, ne è consapevole e nel Magnificat si rivolge a Dio che “ha rivolto lo sguardo alla bassezza e all’umiliazione della sua serva”.
Il mistero cristiano vive anche di un altro elemento di pari importanza e che, nel contrasto con la verginità, acquista, per sé e per la stessa verginità, una dimensione indicibile: la maternità. Maria è vergine e madre allo stesso tempo, pienamente vergine   pienamente madre.
Sta qui la fecondità della croce, una fecondità di cui l’uomo non può impadronirsi perché si riceve per Grazia.  È al di là delle possibilità e delle capacità umane. All’uomo spetta il grido disperato, che questo poi abbia la statura del divino è per Grazia.
 Il giusto culto che si deve alla Madre di Gesù è quello di sapere che Essa si è lasciata riempire dalla Grazia di Dio “Piena di Grazia”.
 Con questi pensieri vi giungano i nostri auguri di un Natale ricolmo della Grazia di Dio. Ci aiuti la santa Vergine a fare vuoto dentro di noi in modo che in tutto lo spazio che vi rimane vi possa albergare il piccolo Gesù.

Lunedì, 05 Settembre 2016 00:16

La coltura... una dinamica costante

Carissimi amici di Agognate, questa lettera vi arriverà nel mese di settembre quando con l’apertura dell’anno scolastico la fatica delle ferie, per chi le ha fatte, e per chi non le ha potute fare, è messa da parte. Riprenderà la fatica di ogni giorno e le lotte per arricchire di più, quelle per vivere e quelle per sopravvivere, torneranno ad occupare i pensieri dei più. Nelle chiese, sempre meno frequentate, si continuerà a predicare il Vangelo, che non infiamma i cuori della maggioranza degli ascoltatori che hanno ben altri pensieri. I più ferventi corrono nei vari santuari mariani sperando di vedere qualche miracolo, dimenticando le parole di Gesù che ammonisce: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona…. Perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. (Lc 11,19)
Il vero miracolo è dunque la conversione, il cambiare vita, essere luce e sale della terra. Chi cerca i miracoli normalmente ha una pratica religiosa vuota dall’insegnamento di Gesù, spesso è superstizione, idolatria, empietà.
Una superficiale statistica che ho fatto tra coloro che dicono di credere mi ha spaventato; quasi tutti non hanno neppure un minimo di amore, di accoglienza per uomini donne e bambini che fuggono dalla guerra e dalla fame.
Qualche giorno fa un vecchio amico, che si dichiarava ateo, mi ha telefonato dicendomi che era stato a Medjugorje e si era convertito. Non sapevo se ridere o piangere perché appartiene ai più scalmanati che vogliono rigettare a mare tutti i profughi.
A Roma, in questo anno della misericordia, in piazza san Pietro vi è sempre una moltitudine di popolo. Papa Francesco indubbiamente ha un grande fascino, quando lui si muove e parla vi è sempre una marea di gente che applaude, ma quanti sono pronti a mettere in pratica i suoi insegnamenti? A questo proposito il Papa esorta tutti gli uomini e in modo particolare i cristiani: “La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»
Fabrizio De André cantava:
    
“E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.”
La conclusione di questi miei pensieri la lascio ad Andrea Staid, mio nipote, che si definisce antropologo ateo, insegna all’università di Genova e mentre scrivo lui si trova in Cambogia.
Andrea Staid (intervento Dialoghi sull’uomo 2015)

In questo momento storico assume sempre più importanza rispondere alla domanda: come accogliere i migranti, coloro che hanno lasciato la loro casa per sopravvivere? Dare una risposta concreta non è facile, ma le possibilità di costruire un mondo migliore sono nelle nostre mani ed è necessario ripensare e ricodificare le modalità dell’umana convivenza. Troppo spesso accendendo la televisione o leggendo un quotidiano, siamo sommersi da parole quali “invasioni, clandestini, criminali” e dimentichiamo che prima di tutto questi “immigrati” sono uomini come noi e dovrebbero avere la possibilità di godere dei nostri diritti. Non dobbiamo mai dimenticare che l’accoglienza è un concetto molto importante per l’essere umano: indica quel luogo che offriamo all’altro; vi confluiscono concetti basilari come: ospitalità, fraternità e umanità. Al liceo studiamo Kant, che tratta la questione del diritto cosmopolitico, un diritto in grado di varcare i confini degli stati e delle nazioni. Ci illustra il diritto universale all’ospitalità, cioè un diritto di visita, senza condizioni, e un diritto dell’ospite, per cui è necessario accogliere lo straniero come coabitante. È impensabile considerare un’umanità senza accoglienza: dalla nascita siamo accolti in un luogo che non è il nostro, dove viviamo temporaneamente come ospiti e, anche il ventre materno, non è che il nostro primo rifugio. Ognuno di noi è migrante nel suo microcosmo di relazioni, accolto e invitato ad accogliere proprio in nome di una coabitazione con l’altro, che il mondo contemporaneo rende imprescindibile. Il cosiddetto fenomeno della globalizzazione ha portato con sé infatti diversi mutamenti, non solo sul piano economico e politico, ma anche e soprattutto per ciò che concerne l’aspetto sociale e culturale. Mutamenti che per la loro portata rendono difficile continuare ad appellarsi al ritorno di situazioni che si potrebbero definire pure, ma di una purezza in realtà mai esistita. Grazie alla mobilità internazionale e, quindi, alle maggiori possibilità di raggiungere in poco tempo parti diverse del globo e grazie alla naturale propensione dell’uomo a viaggiare con il proprio inseparabile bagaglio culturale, le nostre società, le nostre metropoli, sono sempre più comunità ibride e meticce. Per capire come accogliere e costruire il nostro futuro in un momento delicato come quello che stiamo vivendo oggi, è necessario fare chiarezza sulle possibilità di interazione con le comunità di migranti in arrivo o già presenti in Italia. Nella società attuale l’uso e l’abuso di determinati concetti porta a diversi problemi di comprensione. Multietnico, multiculturale, meticcio, sono parole con significati complessi che troppo spesso vengono usate come sinonimi, mentre veicolano significati tra loro differenti.
Il multiculturalismo imperante nella nostra società descrive fenomeni legati alla semplice convivenza di culture diverse, in cui gruppi sociali di etnia e cultura dissimili occupano uno spazio opposto e difficilmente si incontrano e dialogano. In questo caso le culture e le identità culturali vengono considerate come date, fissate, rigide e non suscettibili di mutamento. Il ritorno in auge dell’etnicità quale fonte di identificazione collettiva e spinta alle rivendicazioni, in seno alla modernità e alla globalizzazione, ha aumentato il multiculturalismo radicale. L’ideologia e le pratiche multiculturali – pensando alla società come un mosaico formato da monoculture omogenee e dai confini ben definiti – hanno, di fatto, aumentato la frammentazione (e il rischio di forme di apartheid, come possiamo notare nei fatti degli ultimi anni di Tor Sapienza a Roma, via Padova a Milano, di Rosarno o di Castel Volturno) fra le componenti della società, dimostrandosi validi strumenti per la costruzione di un’identità nazionale chiusa e incapace di comunicare. Seguendo un movimento che può apparire paradossale il multiculturalismo si rivela, dunque, come il lato oscuro della monocultura. In contrapposizione al modello multiculturale si propone un modello anzi un pensiero “meticcio”, un pensiero transculturale, dove ogni differenza non allude a privilegi né ad alcuna discriminazione. La transcultura esige che gli uomini, migranti o meno, godano delle medesime “universali” possibilità e scelgano privi di vincoli comunitari, dove, come e quando vivere. Ogni persona ha il diritto di essere valorizzata nella sua unicità e irrepetibilità, nella sua continua trasformazione e negazione della purezza originaria. Immagino un mondo che sappia accogliere, ascoltare e capire le differenze e che tali differenze siano la ricchezza della società, un mondo aperto, senza muri e pregiudizi, pronto al mescolamento culturale, con al suo interno culture differenti pronte al cambiamento, all’ascolto e all’incontro. Per accogliere i migranti e vivere meglio noi stessi la contemporaneità dobbiamo creare una relazione sociale tesa a soddisfare un’esigenza, un interesse, dove sia importante accettare di trasformarsi nell’interazione egualitaria con gli altri e prevedere la possibilità di diventare una persona anche molto differente da quella originaria. Viviamo in un mondo fatto di informazioni e immagini che ci sommergono continuamente, attraversiamo metropoli affollate, con strade che sembrano fiumi in piena di umani delle etnie più differenti, che con il passare del tempo si mescolano, si incontrano si scontrano e danno forma al processo meticcio: siamo “umani al di là delle appartenenze”. L’insieme dell’umanità si sta interconnettendo attraverso una rete di rapporti che si estende progressivamente all’interno delle nostre città, nelle nostre vite. Nella società postmoderna assistiamo sempre di più a una rapida e profonda evoluzione dei modi di vita quotidiani, determinata da un insieme di eventi, dal mescolarsi di culture, esperienze diverse, fino alle sempre più veloci innovazioni tecnologiche che cambiano il nostro modo di vivere e vedere la realtà. Assistiamo a trasformazioni culturali dovute all’interazione tra fattori evolutivi, sociali, culturali, economici e tecnologici che raggiungono un’ampiezza senza precedenti. I mutamenti in atto stanno modificando irreversibilmente il nostro vivere quotidiano, il nostro modo di pensare e di percepire il mondo e la convivenza umana. Per questo è fondamentale costruire un mondo che sappia accogliere, ascoltare e capire le differenze e che tali differenze diventino la ricchezza della nostra società. Quindi è necessario prefigurare un mondo aperto, senza muri e pregiudizi, dove donne e uomini siano pronti all’ibridazione culturale. Un mondo che al suo interno ospita una miriade di culture differenti pronte al cambiamento, all’ascolto, all’incontro. Una comunità che non entri in contrasto con la libertà del singolo. Per accogliere e trovare una casa per tutta l’umanità dobbiamo impegnarci a costruire un mondo di eguali per diritti ma differenti per culture, una società di donne e uomini liberi di creare la loro specificità culturale. La cultura non è mai una conclusione, ma una dinamica costante alla ricerca di domande inedite, di possibilità nuove, che non domina, ma si mette in relazione, che non saccheggia, ma scambia, che rispetta.

Giovedì, 05 Maggio 2016 00:13

Caro papà Domenico

Caro papà Domenico,
                         sono passati tanti anni da quando bussai alla porta della tua casa. La povertà non mi aveva permesso di frequentare la scuola media, e la scuola dell’avviamento professionale mi aveva congedato dandomi la …patente di incapacità ad ogni tipo di lavoro manuale. Senza l’incontro provvidenziale di un tuo figlio non so cosa sarebbe stata la mia vita.  
 Tu, otto secoli fa, avevi chiaro sin da bambino il cammino, volevi essere al servizio di Dio. Il tracciato era deciso, i tuoi genitori erano contenti della tua scelta e ti aiutarono a realizzarla. Non è stato così semplice per me. Non avevo né studi, né lavoro, né genitori capaci di aiutarmi a scegliere una strada, ma le vie di Dio non sono le nostre che hanno sempre bisogno di un tracciato, e la misericordia che un giorno avrei chiesto ai tuoi figli mi venne incontro. Avviene sempre così con il Dio di Gesù, Lui viene e cambia le carte in tavola, scrive anche sulle righe storte e non ha bisogno di strade asfaltate e con le indicazioni chiare. Non sono così tanti quelli che, come Te, riescono a seguirlo senza tentennamenti. Non è facile dire: “Sia fatta la Tua volontà”.
Tu, caro Papà, non hai avuto ripensamenti, dubbi, e quando una volta diventato presbitero della cattedrale di Osma, Dio ti gettò per le vie del mondo, ti sei lasciato plasmare e hai abbandonato le strade… “asfaltate” e preso i sentieri ripidi su cui ti conduceva lo Spirito. Per gente come me sarebbe stato difficilissimo lasciare la quiete del chiostro, come hai fatto Tu, ed iniziare una nuova vita in un paese straniero senza il borsello colmo di monete. I tuoi biografi dicono che il cambiamento di strada avvenne in una osteria di Tolosa parlando con un eretico che aveva abbandonata la Chiesa. Non sappiamo il nome di quell’oste con cui passasti la notte a parlare di fede ma sappiamo che al mattino lui non era più un cataro e tu non eri più il sotto priore della cattedrale di Osma. Dio ti chiamava a mettere il tuo cuore vicino ai miseri. La misericordia diventava per te l’unica strada percorribile.
Quell’osteria rimane per me il punto di partenza della famiglia dei frati predicatori; a Betlemme in una stalla è nato il cristianesimo e in una osteria la nostra famiglia.  In quella locanda di Tolosa e con la successiva pratica evangelica hai compreso che presbiteri non si diventa attraverso un processo di identificazione in un ideale che precede e sorpassa l’uomo, bensì con l’esercizio del ministero del perdono e della misericordia. Non è la ricerca della perfezione che ci rende perfetti, né la ricerca della salvezza a salvare. La salvezza appartiene all’unico Salvatore, è un dono gratuito.
Dio non ha bisogno di ammiratori che applaudano; vuole collaboratori coraggiosi e continuatori del suo progetto di amore e Tu hai compreso che mettersi al servizio della PAROLA non consiste nel farsi paladini di una idea, sia pure splendida, essa deve tradursi in impegno ed inserirci nel piano della creazione e della salvezza.
La fraternità che hai voluto non poteva essere un’isola felice che accoglie e rincuora definitivamente i naufraghi della terra. Il regno di Dio non è un qualcosa di statico, ma è un continuo divenire, un camminare senza soste, certi di avere al fianco Gesù. Il tuo progetto non era costruire una comunità che si evolvesse alla stregua del modello monastico, né tanto meno pensavi a un rinnovamento della vita monastica. Lasciasti il canto gregoriano, la solenne liturgia, la pace del chiostro per scioglierti come il sale nella grande “pentola” dell’umanità. L’impegno va preso in prima persona. Il mondo si muove se noi ci muoviamo, muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno diventa nuova creatura. Tu e i tuoi frati eravate un minuscolo drappello a Tolosa e tu li hai seminati, come si semina il grano, in tutta Europa, mandandoli due a due come chiedeva Gesù. A tutte le obiezioni e le difficoltà che ti vennero presentate hai sempre risposto con fermezza: “non vi opponete, so bene ciò che faccio”.
Gli storici ci ricordano che i tuoi primi figli non erano tutti uomini d’eccezione. Erano semplici e poco istruiti. Alcuni paventavano il sacrificio ed altri si smarrivano per un non nulla nelle difficoltà materiali, solo la tua volontà seppe forgiare degli apostoli da mediocri uomini di buona volontà. Tu stesso li trascinavi con l’esempio. Li elevavi con la preghiera gettandoli poi in piena azione, sempre sollecito a correggerli con carità e fortezza quando cadevano vittime dello scoraggiamento.
Lo studio, che volevi come mezzo e non fine della nostra vita spesso, lungo il corso dei secoli, ci ha trasformati in maestri sedentari, e i conventi sono diventati più abbazie che luoghi dove riunirsi per partire ancora. Il convento che sognavi era la strada, l’osteria, il carcere. La polvere del tempo ha assopito, non tolto, il tuo desiderio di andare incontro ai Cumani; grazie a Dio, ancora molti dei tuoi figli sono in prima linea dove è urgente la predicazione della buona novella.
Caro Papà Domenico, lascia che ti dica grazie, perché ti ho sentito sempre vicino nel cammino della mia vita, grazie per essere stato accettato tra i tuoi figli portandomi via da una vita scialba e senza senso in cui, certamente sarei vissuto; grazie per la possibilità di studiare, di viaggiare, di incontrare tanta gente, grazie per il dono di Ganghereto e di Agognate dove ho incontrato centinaia di fratelli, ed infine grazie per  avermi fatto camminare con la certezza che quella misericordia che ho chiesto entrando nella tua famiglia, non mi è mai mancata.

Sabato, 05 Marzo 2016 00:10

Chi è Dio e dove vederlo?

Molte persone che mi hanno sentito parlare dubitano che la Chiesa cattolica abbia potuto darmi la laurea in teologia. Effettivamente non mi sento un teologo ossia un uomo che studia Dio. A dire il vero ci ho provato, ma più studiavo e più la testa litigava con il cuore. La storia della Chiesa pullula di teologi che si sono fatti guerra per difendere il frutto dei loro studi. Gesù di Nazareth mi appariva come una coperta che ciascuno tirava sopra le proprie convinzioni lasciando al freddo chi lo vedeva in modo diverso. Teologi che chiamavano eretici altri teologi che avevano visioni diverse. Come Sant’ Agostino ho capito che non potevo mettere Dio nel mio piccolo cervello. Sapevo e so, per fede, che Dio è un Padre ricolmo di misericordia e io, malgrado gli studi fatti, so di essere incapace di descrivere questa infinita misericordia che manda in tilt cuore e cervello. Mi trovo sempre come Mosè davanti ad un roveto che brucia senza consumarsi ed ho capito che posso avvicinarmi a quel fuoco soltanto a piedi nudi e con il cuore pieno di stupore.
Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il SIGNORE degli eserciti!» Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall’altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato».
Poi udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Allora io risposi: «Eccomi, manda me!» Ed egli disse: «Va’, e di’ a questo popolo: “Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere!” (Isaia cap. 6)
La misericordia divina non la si può spiegare, è un dono prezioso che viene regalato con il seme della fede. Le beatitudini proclamate da Gesù fanno inorridire l’intelligenza mentre riempiono di stupore il cuore dei bambini.
Quando un giorno l’apostolo Filippo, che non era ancora scalzo e non si era fatto bambino, chiese a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta”, Gesù rispose: “chi ha visto me ha visto il Padre”. Dio dunque si può vedere nel volto di Gesù. San Giovanni va ancora più in profondo sostenendo che: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui”.
A questo punto ho smesso di spiegare quello che io stesso non avevo compreso ed ho cercato e ancora cerco di vedere Dio incarnato nel volto di tutti gli uomini.
Certo, era più semplice vederlo oltre la natura umana, potente e misterioso, assiso su un trono di luce nell’alto dei cieli, che vederlo nel nemico, nel carcerato, nel morto di fame, nei crocefissi. Come tanti sono corso dove si diceva che si vedevano prodigi nel cielo. Ascoltavo tutti i messaggi che alcuni fratelli privilegiati mi trasmettevano da parte di Dio o della Madonna. Messaggi che spronavano a pregare, a digiunare, a vivere correttamente e onestamente ma, almeno per me, distraevano dall’unico luogo dove il volto di Dio si manifesta. Era più facile pregare fare digiuni ascoltare i messaggi che vedere Gesù nel mio nemico. Così lentamente e inesorabilmente, quel Dio che si è mostrato in Gesù di Nazareth, era ritornato a nascondersi nei cieli infiniti della divinità ed io, come tantissimi altri, stavo più attento al cielo che alla terra. Era più semplice. Come, tutto sommato, è più naturale discutere e dividersi sugli attributi di Dio che amare con tutto l’impegno l’altro, il diverso, quello che ti fa guerra.
A confortare questi pensieri la divina Provvidenza ultimamente ha mandato un uomo che ha scelto di chiamarsi Francesco. Questo vescovo di Roma chiama fratelli quelli che un tempo i sui predecessori definivano eretici. Certo non si allontana dal dogma della Chiesa cattolica, ma sempre sottolinea, come già sosteneva Giovanni XXIII, che “Ciò che ci unisce è molto più grande di ciò che ci divide” e che l’amore misericordioso di Dio copre ogni divisione. Gesù non ha detto: state attenti alla liturgia, alla dogmatica, alla morale, ma ha sottolineato: “Amatevi COME io ho amato voi”.
Recentemente il Papa Francesco incontrando il patriarca degli ortodossi della Russia non si è messo a discutere di teologia, ma ha parlato con l’altro vescovo di quel Gesù che è perseguitato, che fugge dalla guerra e dalla fame che muore nel mare o nel cammino in cerca di pane e di pace. Francesco non fa differenza tra chi crede e chi non crede in Dio, tra chi ama e chi non sa amare, per lui tutti gli uomini, indipendentemente da ciò che credono o vivono, sono fratelli e in ciascuno di loro vede il volto di Gesù.   
A questo mondo non importa nulla delle processioni trinitarie, dei dogmi che dividono i cristiani, delle nostre differenti liturgie, dei sacramenti. L’eresia del capitalismo senza freni ha scartato il vangelo. La buona notizia è solo quella che permette di vivere con il nostro conto in banca più ricolmo di quello del vicino di casa; che permette a mio figlio di avere più del suo figlio. C’è un unico dio che si chiama denaro e non vi sono eretici, tutti sono d’accordo a rendergli il culto che chiede.
Spesso molte parrocchie, conventi, e case episcopali, più che mostrare il volto di colui che non aveva neppure una pietra dove posare il capo, rendono visibile il dio mammona sfoggiando oro e merletti e chiudono le porte ai fratelli che considerano indegni di ricevere l’abbraccio di quel Gesù che ci ha comandato di amare anche i nostri nemici. Alle donne di fronte alla tomba vuota l’angelo dice: “Andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt 28,7)

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