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Giovedì, 05 Gennaio 2017 00:23

Salvare la civiltà cristiana

Il Concilio Vaticano II riteneva necessario saper «scrutare i segni dei tempi» e «interpretarli alla luce del Vangelo» (cfr Gaudium et spes, n. 4). Interpretare o stabilire quali siano questi segni è, per me, un vero problema. L’unico segno che vedo concreto è l’indifferenza e l’apatia per ciò che non stimola desideri ed ambizioni. Anche quando si riconosce il proprio errore, ci si assolve facilmente, sottolineando con forza, che l’altro ha sbagliato molto di più.
Per moltissimi il Vangelo non è luce su cui scrutare i nostri comportamenti e la maggioranza della gente che conosco si dichiara cristiana, ma non desidera né sogna di confrontare il proprio modo di vivere con il Vangelo. Effettivamente è più semplice fare a Natale il presepio con le statuette della sacra famiglia, dei pastori e degli angeli che svolazzano sulla capanna, che mettere a confronto la nostra vita con quel presepio che la televisione ci pone davanti ogni giorno. La capanna è sostituita da un capannone, la greppia da sudici stracci e i Magi viaggiano su gommoni.  
Il presepio di cartone va bene, va bene anche il Crocifisso nelle scuole. Non va bene questa povera gente che fugge dalla guerra e dalla fame che, secondo molti di quelli che si dichiarano cristiani, “bisogna scaricare sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. Non vanno bene preti come don Gallo che confrontava ogni giorno la sua vita con il Vangelo ed amava questi… presepi viventi. Un politico, il giorno che don Gallo morì, scriveva: “A tutti i “beatificatori” postumi ricordo, fra le sue gesta, il suo cantare “Bella ciao” a fine Messa, lo spinello fumato in Comune a Genova, la sua partecipazione con gli ultrà di sinistra alle manifestazioni contro la Lega e a favore di una Moschea a Genova, il suo sogno di avere “un Papa omosessuale” e il suo favore per i matrimoni gay”. In realtà dava fastidio soprattutto la forza con cui don Andrea dichiarava: “Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri”.
 Non va bene Papa Francesco che tenta di svegliare le nostre coscienze. Anche lui si prende le staffilate degli amanti dei presepi di cartone e dei crocifissi di legno esposti nelle scuole. “Se li prenda lui questi …presepi viventi”.
Oggi ho sentito il Papa dire: “Tanti cristiani confessano che Gesù Cristo è Dio e tra questi vi sono preti e vescovi. Sorge però la domanda: ‘Danno tutti testimonianza di Gesù?’”
 Essere cristiani, ha proseguito il Papa, è qualcosa di ben diverso dall’essere i “tifosi di una squadra” o dall’aderire ad una “filosofia”; va anche molto al di là del semplice rispetto dei “comandamenti”, del “devo fare questo…” Quei primi discepoli, gli Apostoli, non hanno “seguito un corso”, né sono “andati all’università” per dare testimonianza di Gesù Cristo. Peraltro essi erano tutti “peccatori”, non “solo Giuda”, del quale, del resto, “non sappiamo cosa è accaduto dopo la morte”, in quanto forse la “misericordia” di Dio potrebbe averlo salvato. I dodici Apostoli, ha aggiunto Francesco, erano pieni di difetti, erano “invidiosi”, provavano “gelosia tra loro”, discutevano su chi dovesse “occupare il primo posto”. Erano persino “traditori” e lo dimostra il fatto che “quando Gesù viene preso, tutti scapparono…. Avevano paura, si nascosero”. Lo stesso Pietro, “che era il capo”, prova a seguire più da vicino il Maestro nella sua prova finale ma “quando una domestica” lo riconosce, lui rinnega Gesù, il primo Papa tradisce Gesù. Tutti quei primi discepoli, però, si sono “lasciati salvare” e sono diventati “testimoni della salvezza”, donata loro da Gesù. Commisero “tanti peccati”, compreso il tradimento del Signore, ma in un aspetto furono grandi: “Non erano chiacchieroni, non parlavano male l’uno dell’altro”, a differenza di tante comunità di oggi, dove si finisce per “togliersi la pelle l’uno all’altro”.
Ogni cristiano con il battesimo è costituito oltre che Sacerdote, Profeta, cioè uomo che annuncia un futuro di speranza, che non vede in questi presepi viventi dei nemici, ma dei fratelli da amare. Dovrebbe confrontarsi con il Vangelo ogni giorno e in ogni situazione e ricordare che Gesù ci ha comandato di amare anche il nemico.
I salvatori della “Civiltà cristiana” l’evangelista Matteo li definisce falsi profeti: “che vengono in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”.

Domenica, 04 Dicembre 2016 00:21

Un amico

Un amico che si professava ateo ci ha lasciti il 13 di ottobre e per me, che ero onorato della sua amicizia, è difficile parlarne. Gianni Correnti veniva nella nostra chiesa alla messa ogni 17 febbraio per ricordare la morte prematura dell’unico figlio.
Ho conosciuto l’avvocato Correnti durante il suo mandato di sindaco di Novara. Cercava un posto tranquillo per la riunione della Giunta a metà del suo mandato. Era il 1999.  Fu un incontro colmo di serenità tra un grande avvocato già senatore e sindaco comunista che si proclamava ateo ed un frate domenicano che vive alla periferia della città. Mi disse subito che non voleva ospitalità per pregare con la sua Giunta. Sottolineò che lui era ateo. A questa sua dichiarazione risposi sorridendo che lo ero anche io. Gli dissi che non credo agli dei che ciascuno di noi si crea e a cui rende culto. Io credo nel Dio di cui ha parlato Gesù Cristo. Un Dio che è visibile, che mi cammina a fianco, che posso ospitare, invitare a pranzo, che posso consolare quando è in prigione. Il mio Dio, sottolineai, è una specie di sindaco che ama tutti gli abitanti della sua città e non fa distinzioni tra buoni e cattivi, tra quelli che gli hanno dato il voto e chi lo ha contrastato e lo contrasta. Il mio Dio lascia la maggioranza della sua gente per soccorrere quello che non gli ha dato e non gli darà il voto. Questo mio pensiero credo lo stuzzicò perché poi diventammo amici e fu anche un grande benefattore della nostra fraternità.
Negli anni successivi ho scoperto che quell’ateo era più cristiano di molti che si professano cristiani e nello stesso tempo vogliono rigettare in mare i tanti fratelli che cercano il pane e la pace, che fanno distinzioni tra buoni e cattivi, vogliono creare muri che dividono e sfruttano i più deboli.
Questo fratello ateo mi mancherà.
Molto più di come possa ricordare io Gianni Correnti trascrivo come lo ha ricordato l’avvocato Paolo Baraggioli il giorno del funerale nella nostra chiesa.
Caro Gianni ciao.
Scusami, ma non riuscirò mai a esprimere con parole appropriate quello che sento io e quello che sentono i tuoi cari e i tuoi amici in questi momenti. Purtroppo, non sono alla tua altezza.
Tu con le parole sei un grande, anzi sei eccezionale. La tua capacità di esporre il tuo pensiero, di comunicare con il prossimo, la tua capacità di sintesi, senza sbavature, senza fronzoli, con chiarezza, la tua facilità nel rispondere alle domande, anche a quelle più difficili, in modo sempre puntuale, corretto: un dono, un dono grandissimo che, insieme alle tue altre qualità, ti ha reso celebre.
E’ consolante per tutti venire da te, nel tuo ufficio, esporti il problema, sia personale che giuridico, e tu dare la tua risposta, il tuo consiglio, la tua partecipazione al problema. Sempre. Perché questa è un’altra delle tue meravigliose caratteristiche. Tu partecipi al problema dell’altro, lo senti sempre come se sia anche un tuo problema. E ti preoccupi. Vuoi risolverlo perché l’altro deve o dovrebbe stare bene, dovrebbe essere felice. E se non è così tu soffri, soffri con l’altro, soffri per l’altro e faresti di tutto perché le cose si risolvano per il meglio. E spesso, spessissimo ci riesci. E tante, tante persone ti devono dire grazie per questo.
Perché questa, Gianni, è umanità, una grande immensa umanità che tu hai sempre avuto al massimo livello. Un cuore grande così, ce n’è sempre per tutti.
E non solo.
Il Sindaco, il militante politico, il senatore, il deputato, il pilota che vola, l’amante del mare e delle traversate in barca a vela, il fine giurista rispettoso dei Giudici, dei Pubblici Ministeri, dei Clienti, degli Avversari e dei Colleghi, un esempio per i giovani e anche i meno giovani.
Sei un grande avvocato, sei nato avvocato, sei cresciuto avvocato e svolgi questo ruolo in un modo strepitoso. L’avvocato difende. E lo sappiamo bene, non è cosa semplice. Ma tu lo fai con una naturalezza formidabile. Perché la senti nel profondo del tuo animo la difesa.
L’avvocato combatte l’ingiustizia. E tu di fronte all’ingiustizia diventi furioso. Devi combatterla e devi cercare di sconfiggerla. Perché bisogna che la giustizia trionfi.
E poi l’avvocato si mette nei panni degli altri, ma non è sempre facile. E invece tu lo fai sempre. L’altro. Il prossimo. Il tuo prossimo. Capirlo e trovare la giusta via per difenderlo, per assisterlo. Perché non si senta solo. No, tu ci sei e aiuti, anche solo con una buona parola. Perché dietro quello scorza burbera che ogni tanto viene fuori, tu sei un buono, sei quello che comprende la debolezza dell’animo umano.
E sai perdonare. Perché hai dentro la bontà, la consapevolezza che tutti fanno errori. Ma che se non dai una mano, un aiuto, l’errore diventa una cosa terribile. E tu di mani nei hai date a tanti. Tantissimi.
A me...non ti dico.
Sei amico, fratello, papà. Tutto. Sei il mio maestro di vita e di professione. Sei tu che mi hai insegnato tutto. A fare l’avvocato, ma ancora prima a essere uomo, a saper guardare l’altro, a capirlo e aiutarlo. Senza tante storie. Si fa, Paolo, perché è giusto così.
Ci siamo incontrati che io ero un ragazzino di 13 anni e tu neanche ventenne, tutti e due di Sant’Agabio. Venivi nel mio cortile a trovare il tuo amico Valerio Chiesa con il tuo cane boxer. Noi giocavamo a pallone con il Valerio e tu, un po’ di malavoglia perché non ti piaceva tanto, davi due calci alla palla.
Poi 44 anni fa sono entrato nel tuo studio, mi ha aperto la porta Marinella, una tua segretaria storica, e da allora non ci siamo più lasciati.
Non voglio lasciarti neppure adesso.
E allora ti dico stammi sempre vicino come lo sei stato in tutti questi anni e stai sempre vicino a tutti noi, Gianni.

Lunedì, 05 Dicembre 2016 00:19

La Vergine Maria

Perché la Chiesa e la devozione popolare ama chiamare Maria: La Vergine Maria? Non sarebbe sufficiente chiamarla Madre di Dio? (Theotokos). Quale titolo più grande di questo?  Eppure normalmente Maria viene più spesso chiamata La Vergine Maria. Sempre si sottolinea la verginità, valore poco stimato nell’antico testamento, che al pari della sterilità è una forte umiliazione. Vedi: Rachele in Gen 30, 23; Anna in 1 Sam. 1,11; la figlia di Jefte in Giudici 11,37; Elisabetta in Lc 1,25.  Il popolo doveva crescere e moltiplicarsi, secondo la stessa promessa di Dio ad Abramo. I figli quindi erano il miglior segno della benedizione divina. La verginità era stimata prima del matrimonio come segno di preparazione ad esso (Gen 24, 16), ma non certo come valore in sé.
Fa riflettere come permanga intatta in Maria questa caratteristica della verginità anche nel nostro tempo dove spesso le vergini sono derise, considerate zitelle e la castità è destituita di ogni senso.
Che Maria sia presentata quale modello di verginità cui il buon cristiano, l’uomo di fede debba configurarsi, spinge alle radici della questione cristiana e cioè ha a che fare con il mistero stesso dell’incarnazione: Dio che vuole essere riconosciuto nel niente dell’umano, si presenta e dichiara il suo luogo preferito di visibilità sul calvario.
La verginità di Maria sottolinea la sua povertà (assenza di fecondità) e dice la sua obbedienza (assenza di volontà propria). In modo particolare dice che Lei è terra vergine, non lavorata, incolta, deserta, oppure ammasso caotico di sterpaglie. Afferma l’umano nella sua nudità, prima di ogni intenzionalità. E’ il non essere che ha un’unica caratteristica, quella di poter diventare, di poter essere. E’ terra pura, senza proprietari. Espressione della radicale povertà umana. Solo gli autentici poveri, dirà Gesù, hanno la possibilità di entrare nel Regno di Dio.
Come il cristianesimo sia arrivato a considerare la verginità un valore, un qualcosa da cercare, da volere, non è semplice da capire.
La Vergine Maria sotto la croce vive la più grande delle povertà umane: lo strazio di vedere il Figlio crocifisso e nello stesso tempo continuare a credere che in quella morte si realizzi la misericordia di Dio.  Come gli anawim (i curvati, gli ultimi) Maria si abbandonò con fiducia, per tutta la sua vita terrena, a Dio. Povertà vera che inizia a Betlemme; non ha una casa, una culla, per quel Figlio. Povertà che si fa più chiara a Gerusalemme quando lo ritrova tra i dottori nel tempio e viene rimproverata. Povertà sottolineata a Cana di Galilea. Infine sotto la croce nella quale, per Lei e dopo di Lei, ogni cristiano misura la sua povertà. In Lei la speranza dei poveri trova il compimento. La Vergine, umile figlia di Sion, ne è consapevole e nel Magnificat si rivolge a Dio che “ha rivolto lo sguardo alla bassezza e all’umiliazione della sua serva”.
Il mistero cristiano vive anche di un altro elemento di pari importanza e che, nel contrasto con la verginità, acquista, per sé e per la stessa verginità, una dimensione indicibile: la maternità. Maria è vergine e madre allo stesso tempo, pienamente vergine   pienamente madre.
Sta qui la fecondità della croce, una fecondità di cui l’uomo non può impadronirsi perché si riceve per Grazia.  È al di là delle possibilità e delle capacità umane. All’uomo spetta il grido disperato, che questo poi abbia la statura del divino è per Grazia.
 Il giusto culto che si deve alla Madre di Gesù è quello di sapere che Essa si è lasciata riempire dalla Grazia di Dio “Piena di Grazia”.
 Con questi pensieri vi giungano i nostri auguri di un Natale ricolmo della Grazia di Dio. Ci aiuti la santa Vergine a fare vuoto dentro di noi in modo che in tutto lo spazio che vi rimane vi possa albergare il piccolo Gesù.

Lunedì, 05 Settembre 2016 00:16

La coltura... una dinamica costante

Carissimi amici di Agognate, questa lettera vi arriverà nel mese di settembre quando con l’apertura dell’anno scolastico la fatica delle ferie, per chi le ha fatte, e per chi non le ha potute fare, è messa da parte. Riprenderà la fatica di ogni giorno e le lotte per arricchire di più, quelle per vivere e quelle per sopravvivere, torneranno ad occupare i pensieri dei più. Nelle chiese, sempre meno frequentate, si continuerà a predicare il Vangelo, che non infiamma i cuori della maggioranza degli ascoltatori che hanno ben altri pensieri. I più ferventi corrono nei vari santuari mariani sperando di vedere qualche miracolo, dimenticando le parole di Gesù che ammonisce: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona…. Perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. (Lc 11,19)
Il vero miracolo è dunque la conversione, il cambiare vita, essere luce e sale della terra. Chi cerca i miracoli normalmente ha una pratica religiosa vuota dall’insegnamento di Gesù, spesso è superstizione, idolatria, empietà.
Una superficiale statistica che ho fatto tra coloro che dicono di credere mi ha spaventato; quasi tutti non hanno neppure un minimo di amore, di accoglienza per uomini donne e bambini che fuggono dalla guerra e dalla fame.
Qualche giorno fa un vecchio amico, che si dichiarava ateo, mi ha telefonato dicendomi che era stato a Medjugorje e si era convertito. Non sapevo se ridere o piangere perché appartiene ai più scalmanati che vogliono rigettare a mare tutti i profughi.
A Roma, in questo anno della misericordia, in piazza san Pietro vi è sempre una moltitudine di popolo. Papa Francesco indubbiamente ha un grande fascino, quando lui si muove e parla vi è sempre una marea di gente che applaude, ma quanti sono pronti a mettere in pratica i suoi insegnamenti? A questo proposito il Papa esorta tutti gli uomini e in modo particolare i cristiani: “La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»
Fabrizio De André cantava:
    
“E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.”
La conclusione di questi miei pensieri la lascio ad Andrea Staid, mio nipote, che si definisce antropologo ateo, insegna all’università di Genova e mentre scrivo lui si trova in Cambogia.
Andrea Staid (intervento Dialoghi sull’uomo 2015)

In questo momento storico assume sempre più importanza rispondere alla domanda: come accogliere i migranti, coloro che hanno lasciato la loro casa per sopravvivere? Dare una risposta concreta non è facile, ma le possibilità di costruire un mondo migliore sono nelle nostre mani ed è necessario ripensare e ricodificare le modalità dell’umana convivenza. Troppo spesso accendendo la televisione o leggendo un quotidiano, siamo sommersi da parole quali “invasioni, clandestini, criminali” e dimentichiamo che prima di tutto questi “immigrati” sono uomini come noi e dovrebbero avere la possibilità di godere dei nostri diritti. Non dobbiamo mai dimenticare che l’accoglienza è un concetto molto importante per l’essere umano: indica quel luogo che offriamo all’altro; vi confluiscono concetti basilari come: ospitalità, fraternità e umanità. Al liceo studiamo Kant, che tratta la questione del diritto cosmopolitico, un diritto in grado di varcare i confini degli stati e delle nazioni. Ci illustra il diritto universale all’ospitalità, cioè un diritto di visita, senza condizioni, e un diritto dell’ospite, per cui è necessario accogliere lo straniero come coabitante. È impensabile considerare un’umanità senza accoglienza: dalla nascita siamo accolti in un luogo che non è il nostro, dove viviamo temporaneamente come ospiti e, anche il ventre materno, non è che il nostro primo rifugio. Ognuno di noi è migrante nel suo microcosmo di relazioni, accolto e invitato ad accogliere proprio in nome di una coabitazione con l’altro, che il mondo contemporaneo rende imprescindibile. Il cosiddetto fenomeno della globalizzazione ha portato con sé infatti diversi mutamenti, non solo sul piano economico e politico, ma anche e soprattutto per ciò che concerne l’aspetto sociale e culturale. Mutamenti che per la loro portata rendono difficile continuare ad appellarsi al ritorno di situazioni che si potrebbero definire pure, ma di una purezza in realtà mai esistita. Grazie alla mobilità internazionale e, quindi, alle maggiori possibilità di raggiungere in poco tempo parti diverse del globo e grazie alla naturale propensione dell’uomo a viaggiare con il proprio inseparabile bagaglio culturale, le nostre società, le nostre metropoli, sono sempre più comunità ibride e meticce. Per capire come accogliere e costruire il nostro futuro in un momento delicato come quello che stiamo vivendo oggi, è necessario fare chiarezza sulle possibilità di interazione con le comunità di migranti in arrivo o già presenti in Italia. Nella società attuale l’uso e l’abuso di determinati concetti porta a diversi problemi di comprensione. Multietnico, multiculturale, meticcio, sono parole con significati complessi che troppo spesso vengono usate come sinonimi, mentre veicolano significati tra loro differenti.
Il multiculturalismo imperante nella nostra società descrive fenomeni legati alla semplice convivenza di culture diverse, in cui gruppi sociali di etnia e cultura dissimili occupano uno spazio opposto e difficilmente si incontrano e dialogano. In questo caso le culture e le identità culturali vengono considerate come date, fissate, rigide e non suscettibili di mutamento. Il ritorno in auge dell’etnicità quale fonte di identificazione collettiva e spinta alle rivendicazioni, in seno alla modernità e alla globalizzazione, ha aumentato il multiculturalismo radicale. L’ideologia e le pratiche multiculturali – pensando alla società come un mosaico formato da monoculture omogenee e dai confini ben definiti – hanno, di fatto, aumentato la frammentazione (e il rischio di forme di apartheid, come possiamo notare nei fatti degli ultimi anni di Tor Sapienza a Roma, via Padova a Milano, di Rosarno o di Castel Volturno) fra le componenti della società, dimostrandosi validi strumenti per la costruzione di un’identità nazionale chiusa e incapace di comunicare. Seguendo un movimento che può apparire paradossale il multiculturalismo si rivela, dunque, come il lato oscuro della monocultura. In contrapposizione al modello multiculturale si propone un modello anzi un pensiero “meticcio”, un pensiero transculturale, dove ogni differenza non allude a privilegi né ad alcuna discriminazione. La transcultura esige che gli uomini, migranti o meno, godano delle medesime “universali” possibilità e scelgano privi di vincoli comunitari, dove, come e quando vivere. Ogni persona ha il diritto di essere valorizzata nella sua unicità e irrepetibilità, nella sua continua trasformazione e negazione della purezza originaria. Immagino un mondo che sappia accogliere, ascoltare e capire le differenze e che tali differenze siano la ricchezza della società, un mondo aperto, senza muri e pregiudizi, pronto al mescolamento culturale, con al suo interno culture differenti pronte al cambiamento, all’ascolto e all’incontro. Per accogliere i migranti e vivere meglio noi stessi la contemporaneità dobbiamo creare una relazione sociale tesa a soddisfare un’esigenza, un interesse, dove sia importante accettare di trasformarsi nell’interazione egualitaria con gli altri e prevedere la possibilità di diventare una persona anche molto differente da quella originaria. Viviamo in un mondo fatto di informazioni e immagini che ci sommergono continuamente, attraversiamo metropoli affollate, con strade che sembrano fiumi in piena di umani delle etnie più differenti, che con il passare del tempo si mescolano, si incontrano si scontrano e danno forma al processo meticcio: siamo “umani al di là delle appartenenze”. L’insieme dell’umanità si sta interconnettendo attraverso una rete di rapporti che si estende progressivamente all’interno delle nostre città, nelle nostre vite. Nella società postmoderna assistiamo sempre di più a una rapida e profonda evoluzione dei modi di vita quotidiani, determinata da un insieme di eventi, dal mescolarsi di culture, esperienze diverse, fino alle sempre più veloci innovazioni tecnologiche che cambiano il nostro modo di vivere e vedere la realtà. Assistiamo a trasformazioni culturali dovute all’interazione tra fattori evolutivi, sociali, culturali, economici e tecnologici che raggiungono un’ampiezza senza precedenti. I mutamenti in atto stanno modificando irreversibilmente il nostro vivere quotidiano, il nostro modo di pensare e di percepire il mondo e la convivenza umana. Per questo è fondamentale costruire un mondo che sappia accogliere, ascoltare e capire le differenze e che tali differenze diventino la ricchezza della nostra società. Quindi è necessario prefigurare un mondo aperto, senza muri e pregiudizi, dove donne e uomini siano pronti all’ibridazione culturale. Un mondo che al suo interno ospita una miriade di culture differenti pronte al cambiamento, all’ascolto, all’incontro. Una comunità che non entri in contrasto con la libertà del singolo. Per accogliere e trovare una casa per tutta l’umanità dobbiamo impegnarci a costruire un mondo di eguali per diritti ma differenti per culture, una società di donne e uomini liberi di creare la loro specificità culturale. La cultura non è mai una conclusione, ma una dinamica costante alla ricerca di domande inedite, di possibilità nuove, che non domina, ma si mette in relazione, che non saccheggia, ma scambia, che rispetta.

Giovedì, 05 Maggio 2016 00:13

Caro papà Domenico

Caro papà Domenico,
                         sono passati tanti anni da quando bussai alla porta della tua casa. La povertà non mi aveva permesso di frequentare la scuola media, e la scuola dell’avviamento professionale mi aveva congedato dandomi la …patente di incapacità ad ogni tipo di lavoro manuale. Senza l’incontro provvidenziale di un tuo figlio non so cosa sarebbe stata la mia vita.  
 Tu, otto secoli fa, avevi chiaro sin da bambino il cammino, volevi essere al servizio di Dio. Il tracciato era deciso, i tuoi genitori erano contenti della tua scelta e ti aiutarono a realizzarla. Non è stato così semplice per me. Non avevo né studi, né lavoro, né genitori capaci di aiutarmi a scegliere una strada, ma le vie di Dio non sono le nostre che hanno sempre bisogno di un tracciato, e la misericordia che un giorno avrei chiesto ai tuoi figli mi venne incontro. Avviene sempre così con il Dio di Gesù, Lui viene e cambia le carte in tavola, scrive anche sulle righe storte e non ha bisogno di strade asfaltate e con le indicazioni chiare. Non sono così tanti quelli che, come Te, riescono a seguirlo senza tentennamenti. Non è facile dire: “Sia fatta la Tua volontà”.
Tu, caro Papà, non hai avuto ripensamenti, dubbi, e quando una volta diventato presbitero della cattedrale di Osma, Dio ti gettò per le vie del mondo, ti sei lasciato plasmare e hai abbandonato le strade… “asfaltate” e preso i sentieri ripidi su cui ti conduceva lo Spirito. Per gente come me sarebbe stato difficilissimo lasciare la quiete del chiostro, come hai fatto Tu, ed iniziare una nuova vita in un paese straniero senza il borsello colmo di monete. I tuoi biografi dicono che il cambiamento di strada avvenne in una osteria di Tolosa parlando con un eretico che aveva abbandonata la Chiesa. Non sappiamo il nome di quell’oste con cui passasti la notte a parlare di fede ma sappiamo che al mattino lui non era più un cataro e tu non eri più il sotto priore della cattedrale di Osma. Dio ti chiamava a mettere il tuo cuore vicino ai miseri. La misericordia diventava per te l’unica strada percorribile.
Quell’osteria rimane per me il punto di partenza della famiglia dei frati predicatori; a Betlemme in una stalla è nato il cristianesimo e in una osteria la nostra famiglia.  In quella locanda di Tolosa e con la successiva pratica evangelica hai compreso che presbiteri non si diventa attraverso un processo di identificazione in un ideale che precede e sorpassa l’uomo, bensì con l’esercizio del ministero del perdono e della misericordia. Non è la ricerca della perfezione che ci rende perfetti, né la ricerca della salvezza a salvare. La salvezza appartiene all’unico Salvatore, è un dono gratuito.
Dio non ha bisogno di ammiratori che applaudano; vuole collaboratori coraggiosi e continuatori del suo progetto di amore e Tu hai compreso che mettersi al servizio della PAROLA non consiste nel farsi paladini di una idea, sia pure splendida, essa deve tradursi in impegno ed inserirci nel piano della creazione e della salvezza.
La fraternità che hai voluto non poteva essere un’isola felice che accoglie e rincuora definitivamente i naufraghi della terra. Il regno di Dio non è un qualcosa di statico, ma è un continuo divenire, un camminare senza soste, certi di avere al fianco Gesù. Il tuo progetto non era costruire una comunità che si evolvesse alla stregua del modello monastico, né tanto meno pensavi a un rinnovamento della vita monastica. Lasciasti il canto gregoriano, la solenne liturgia, la pace del chiostro per scioglierti come il sale nella grande “pentola” dell’umanità. L’impegno va preso in prima persona. Il mondo si muove se noi ci muoviamo, muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno diventa nuova creatura. Tu e i tuoi frati eravate un minuscolo drappello a Tolosa e tu li hai seminati, come si semina il grano, in tutta Europa, mandandoli due a due come chiedeva Gesù. A tutte le obiezioni e le difficoltà che ti vennero presentate hai sempre risposto con fermezza: “non vi opponete, so bene ciò che faccio”.
Gli storici ci ricordano che i tuoi primi figli non erano tutti uomini d’eccezione. Erano semplici e poco istruiti. Alcuni paventavano il sacrificio ed altri si smarrivano per un non nulla nelle difficoltà materiali, solo la tua volontà seppe forgiare degli apostoli da mediocri uomini di buona volontà. Tu stesso li trascinavi con l’esempio. Li elevavi con la preghiera gettandoli poi in piena azione, sempre sollecito a correggerli con carità e fortezza quando cadevano vittime dello scoraggiamento.
Lo studio, che volevi come mezzo e non fine della nostra vita spesso, lungo il corso dei secoli, ci ha trasformati in maestri sedentari, e i conventi sono diventati più abbazie che luoghi dove riunirsi per partire ancora. Il convento che sognavi era la strada, l’osteria, il carcere. La polvere del tempo ha assopito, non tolto, il tuo desiderio di andare incontro ai Cumani; grazie a Dio, ancora molti dei tuoi figli sono in prima linea dove è urgente la predicazione della buona novella.
Caro Papà Domenico, lascia che ti dica grazie, perché ti ho sentito sempre vicino nel cammino della mia vita, grazie per essere stato accettato tra i tuoi figli portandomi via da una vita scialba e senza senso in cui, certamente sarei vissuto; grazie per la possibilità di studiare, di viaggiare, di incontrare tanta gente, grazie per il dono di Ganghereto e di Agognate dove ho incontrato centinaia di fratelli, ed infine grazie per  avermi fatto camminare con la certezza che quella misericordia che ho chiesto entrando nella tua famiglia, non mi è mai mancata.

Sabato, 05 Marzo 2016 00:10

Chi è Dio e dove vederlo?

Molte persone che mi hanno sentito parlare dubitano che la Chiesa cattolica abbia potuto darmi la laurea in teologia. Effettivamente non mi sento un teologo ossia un uomo che studia Dio. A dire il vero ci ho provato, ma più studiavo e più la testa litigava con il cuore. La storia della Chiesa pullula di teologi che si sono fatti guerra per difendere il frutto dei loro studi. Gesù di Nazareth mi appariva come una coperta che ciascuno tirava sopra le proprie convinzioni lasciando al freddo chi lo vedeva in modo diverso. Teologi che chiamavano eretici altri teologi che avevano visioni diverse. Come Sant’ Agostino ho capito che non potevo mettere Dio nel mio piccolo cervello. Sapevo e so, per fede, che Dio è un Padre ricolmo di misericordia e io, malgrado gli studi fatti, so di essere incapace di descrivere questa infinita misericordia che manda in tilt cuore e cervello. Mi trovo sempre come Mosè davanti ad un roveto che brucia senza consumarsi ed ho capito che posso avvicinarmi a quel fuoco soltanto a piedi nudi e con il cuore pieno di stupore.
Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il SIGNORE degli eserciti!» Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall’altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato».
Poi udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Allora io risposi: «Eccomi, manda me!» Ed egli disse: «Va’, e di’ a questo popolo: “Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere!” (Isaia cap. 6)
La misericordia divina non la si può spiegare, è un dono prezioso che viene regalato con il seme della fede. Le beatitudini proclamate da Gesù fanno inorridire l’intelligenza mentre riempiono di stupore il cuore dei bambini.
Quando un giorno l’apostolo Filippo, che non era ancora scalzo e non si era fatto bambino, chiese a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta”, Gesù rispose: “chi ha visto me ha visto il Padre”. Dio dunque si può vedere nel volto di Gesù. San Giovanni va ancora più in profondo sostenendo che: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui”.
A questo punto ho smesso di spiegare quello che io stesso non avevo compreso ed ho cercato e ancora cerco di vedere Dio incarnato nel volto di tutti gli uomini.
Certo, era più semplice vederlo oltre la natura umana, potente e misterioso, assiso su un trono di luce nell’alto dei cieli, che vederlo nel nemico, nel carcerato, nel morto di fame, nei crocefissi. Come tanti sono corso dove si diceva che si vedevano prodigi nel cielo. Ascoltavo tutti i messaggi che alcuni fratelli privilegiati mi trasmettevano da parte di Dio o della Madonna. Messaggi che spronavano a pregare, a digiunare, a vivere correttamente e onestamente ma, almeno per me, distraevano dall’unico luogo dove il volto di Dio si manifesta. Era più facile pregare fare digiuni ascoltare i messaggi che vedere Gesù nel mio nemico. Così lentamente e inesorabilmente, quel Dio che si è mostrato in Gesù di Nazareth, era ritornato a nascondersi nei cieli infiniti della divinità ed io, come tantissimi altri, stavo più attento al cielo che alla terra. Era più semplice. Come, tutto sommato, è più naturale discutere e dividersi sugli attributi di Dio che amare con tutto l’impegno l’altro, il diverso, quello che ti fa guerra.
A confortare questi pensieri la divina Provvidenza ultimamente ha mandato un uomo che ha scelto di chiamarsi Francesco. Questo vescovo di Roma chiama fratelli quelli che un tempo i sui predecessori definivano eretici. Certo non si allontana dal dogma della Chiesa cattolica, ma sempre sottolinea, come già sosteneva Giovanni XXIII, che “Ciò che ci unisce è molto più grande di ciò che ci divide” e che l’amore misericordioso di Dio copre ogni divisione. Gesù non ha detto: state attenti alla liturgia, alla dogmatica, alla morale, ma ha sottolineato: “Amatevi COME io ho amato voi”.
Recentemente il Papa Francesco incontrando il patriarca degli ortodossi della Russia non si è messo a discutere di teologia, ma ha parlato con l’altro vescovo di quel Gesù che è perseguitato, che fugge dalla guerra e dalla fame che muore nel mare o nel cammino in cerca di pane e di pace. Francesco non fa differenza tra chi crede e chi non crede in Dio, tra chi ama e chi non sa amare, per lui tutti gli uomini, indipendentemente da ciò che credono o vivono, sono fratelli e in ciascuno di loro vede il volto di Gesù.   
A questo mondo non importa nulla delle processioni trinitarie, dei dogmi che dividono i cristiani, delle nostre differenti liturgie, dei sacramenti. L’eresia del capitalismo senza freni ha scartato il vangelo. La buona notizia è solo quella che permette di vivere con il nostro conto in banca più ricolmo di quello del vicino di casa; che permette a mio figlio di avere più del suo figlio. C’è un unico dio che si chiama denaro e non vi sono eretici, tutti sono d’accordo a rendergli il culto che chiede.
Spesso molte parrocchie, conventi, e case episcopali, più che mostrare il volto di colui che non aveva neppure una pietra dove posare il capo, rendono visibile il dio mammona sfoggiando oro e merletti e chiudono le porte ai fratelli che considerano indegni di ricevere l’abbraccio di quel Gesù che ci ha comandato di amare anche i nostri nemici. Alle donne di fronte alla tomba vuota l’angelo dice: “Andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt 28,7)

Venerdì, 05 Febbraio 2016 00:07

Impegno e... proposta

Vi sono mille e più modi di vivere il Vangelo. C’è chi lo ha vissuto accoccolato su di una colonna, chi immerso nel dolore, chi nella gioia più limpida. I modi sono tanti, perché infinita è la ricchezza del Vangelo, ed è presunzione da parte di chi ha fatto una scelta, considerare solo la sua la più giusta. Nel campo di Dio ogni scelta fatta con autenticità è splendida, a noi non è chiesto di giudicare, ma di contemplare con stupore le meraviglie di Dio. L’importante è che ogni scelta sia capace di trasformare (portare dalla morte alla vita) coloro che la vivono. Forse inconsciamente molti che non conoscono Cristo, vivono esperienze evangeliche e passano dalla morte alla vita, con più impegno e coerenza di tanti che si dichiarano cristiani.
Ricordo con tristezza un dialogo tra due giovani; Il primo chiama l’amico dicendogli: “Vieni, c’è padre Ennio che celebra la Messa”, e l’altro gli risponde: “io ho già ricevuto la Cresima”. Per quel giovane la Cresima era il sacramento che lo esonerava dalla partecipazione all’Eucarestia. In Italia in questi ultimi anni oltre duecentomila persone hanno scelto di farsi sbattezzare, un matrimonio su quattro fallisce, il sacramento della riconciliazione è quasi totalmente dimenticato, quello dell’Ordine sacro diventa sempre più raro e non mi sembra venga richiesta da molti l’unzione degli infermi(1).
 Non tutti i cristiani vivono secondo il Vangelo; è come se a tutti Dio donasse un assegno di un milione di euro ma pochissimi lo andassero a riscuotere. Per riscuotere quell’assegno è necessario che il piccolo seme della Fede diventi un albero. Solo in quel momento si gustano i suoi frutti. L’assegno ricevuto con il battesimo per i più è servito per fare un buon pranzo con gli amici.
 Il Vangelo è vita nuova, cambiamento totale, è amore puro ed assoluto, scevro da compromessi. Eppure spesso ci lasciamo ingannare e concediamo il passaporto di evangelico soltanto a coloro che la pensano come noi, che vivono come noi, sdegnando le strade altrui.  In questi ultimi tempi si tira fuori l’assegno per mostrarlo come un qualcosa che ci distingue dalle altre religioni. Ci si accapiglia se in una scuola non si fa il presepio e si urla per rigettare a mare uomini donne e bambini che fuggono dalla guerra o dalla fame.
 La salvezza portata da Cristo non passa esclusivamente attraverso l’appartenenza ad una determinata razza o a una determinata chiesa. Certo, essa ha la sua inalienabile importanza, essendo la Chiesa per noi il segno visibile della grazia, ma è altrettanto vero che rimane mezzo e strumento per raggiungere Cristo. Ciò non impedisce che la grazia di Dio conduca a salvezza attraverso altri mezzi e altri strumenti. Se siamo alla ricerca di esperienze evangeliche, dobbiamo porci dei seri interrogativi e, il primo fra tutti, se noi stessi siamo “esperienza evangelica”. L’interrogazione diventa drammatica quando ci viene chiesto di dare ragione della nostra speranza. Ciò significa rendere visibile e credibile la nostra Pasqua, ossia il nostro passaggio alla vita nuova. Oppure la nostra non è autentica esperienza cristiana, ma soltanto una copertura per le nostre viltà e paure. Il nome di Gesù Cristo potrebbe essere un comodo rifugio, invece che “segno di contraddizione”, luogo di pace e di tranquillità umana, contro la stessa parola di Cristo. Il Vangelo invita alla lotta e ammonisce affinché il ritorno glorioso del Signore non ci trovi impreparati, non solo come singoli seguaci, ma come Chiesa. La nostra esperienza evangelica sarebbe vanificata se non fosse aperta alla storia, al nostro oggi, al Dio che continuamente viene. Non saranno le strutture che ci salveranno, ma il confrontarci giorno per giorno con chi spera, lotta, soffre, in modo da attuare anche qui sulla terra una porzione di quel regno che Cristo è venuto ad inaugurare. E’ necessario rendersi conto della incapacità che hanno di salvare le strutture delle nostre parrocchie, diocesi, regole, orari; né basta, se la risurrezione non viene ancora, ripeterci: dobbiamo aumentare riti e sacrifici, ma è più coraggioso e più evangelico ricominciare, mettersi ancor meglio in ascolto, cuore ed intelligenza, e finalmente accettare quella croce che ci viene continuamente proposta da un prossimo che lotta e che muore. Anche la nostra comunità si interroga sulla sua esperienza e riconosce che il cammino da fare è ancora lungo. Essa sa che Cristo è là dove vi è un prigioniero, un ammalato, un affamato, un emarginato, uno sfiduciato. Sa che il suo cammino è segnato da momenti di tensione, di scoraggiamento, di ripensamento, ma con altrettanta certezza sa che, se la speranza si fa sottile, non ha altra ragione di esistere, né altra possibilità di vita.
1) L’anno appena concluso ha fatto registrare un record senza precedenti nel numero di download dei moduli di sbattezzo dal sito dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, che hanno toccato quota 47.726, surclassando il record del 2012, quando furono in 45.797 a scaricare il modulo. Nel 2009 il dato era pari a 39.891; nel 2010 a 35.751; nel 2011 a 33.143, nel 2013 a 35.510; nel 2014 a 32.611. (Vedi UAAR)

Sabato, 05 Dicembre 2015 00:03

I profeti

Sono stato scioccato in questi ultimi giorni guardando certi commenti alla TV sul modo di giudicare Papa Francesco. Alcuni lo accusano di essere un politico, un assistente sociale, un sindacalista più che una guida per coloro che cercano Dio. Parla dei poveri, degli emarginati, di chi non riesce a mantenere la propria famiglia, dei divorziati, mai del Cielo, del trascendente. Dicono che è più amato e stimato dagli atei che dai fedeli. Costoro vorrebbero un Papa ieratico, che spieghi la dottrina e riaffermi il primato della fede, delle cose spirituali, della preghiera.  Lo vorrebbero come una specie di Imam, Ayatollah musulmano, che continuamente additi il cielo gridando che Dio è grande e misericordioso (Allah Akbar). Sognano un Papa che sia un altro Cristo in terra ma glorioso, con gli abiti regali, magari riprenda la sedia gestatoria, i flabelli e attorniato dai nobili in marsina. Una specie di re circondato dalla nobiltà e dai prodi del suo regno.
Tutti coloro che lo vogliono maestro di dottrina dimenticano, o fanno finta di dimenticare, quale fu la dottrina di Gesù venuto ad aiutare l’umanità a costruire il regno dei cieli sulla terra.  Nella preghiera del Padre nostro Gesù afferma che Dio è Padre e aggiunge subito “nostro”, cioè di tutta l’umanità. La preghiera prosegue: “che sei nei cieli” e questi non sono altro che i cieli nuovi e la terra nuova in cui il credente è chiamato a vivere ed a operare. Gesù ha inviato i discepoli ad annunciare che l’amore di Dio è con noi e che vivendo questo amore si adempie tutta la legge e le profezie. Non ha detto: studiate il catechismo, imparate bene la dottrina ma andate ed annunciate che l’amore di Dio è con noi.
A Gesù chiesero: “Mostraci il Padre, parlaci di Dio”. Anche l’apostolo Filippo gli chiese: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù gli rispose: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”.
Credere dunque in Gesù Cristo significa vedere Dio nell’uomo e tutto ciò che si fa all’uomo si fa a Dio. E Papa Francesco sottolinea: “Tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità”.
L’Evangelista Matteo parlando del giudizio finale ricorda:
“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?  Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?  Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
 È facile alzare gli occhi al cielo, difficile volgere lo sguardo a un miserabile e riconoscervi il volto di Dio. Questo, però, è il principale compito di ogni pastore e di ogni cristiano e Papa Francesco non fa altro che ubbidire al Vangelo, impegnandosi a cambiare l’immagine regale di Dio e della Chiesa spesso vissuta dai cristiani.
 La prima delle beatitudini nel discorso della montagna è la proclamazione che i poveri possiederanno la terra. Ma così sembra non essere.
Grazie Francesco che ogni giorno ci ricordi, con la parola e con l’esempio che il Regno di Dio si può e si deve realizzare su questa terra.                      
Da quando hai iniziato il tuo ministero pastorale molti hanno brigato e brigano perché tutto rimanga immutato nella Chiesa, non vogliono che tu tolga il velo che copre i loro occhi, che tu rimuova le loro sicurezze elaborate con il passare dei secoli. Costoro hanno amato ed amano una Chiesa potente e sicura che indichi continuamente il cielo dove ogni ingiustizia sarà colmata, ogni povertà vinta, ogni grido di dolore consolato. Questi fratelli continuano ad interpretare a loro favore le parole del Vangelo che è buona notizia per il loro modo comodo di vivere. Tanto più sono nel peccato quanto più costruiscono cattedrali, aumentano paramenti, vanno a braccetto con i potenti della terra e con questi fanno patti di ferro: “Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente”.
 Tu vuoi bene anche a loro e non hanno frenato il tuo amore per la Chiesa che Gesù Cristo ti ha chiamato a pascere. Il loro Dio non è il Crocefisso, lo hanno trasformato in un oggetto di culto ornato di pietre preziose. Vogliono impaurirti, uccidere la primavera che i poveri, gli afflitti, i carcerati e gli ultimi della terra attendono da tempo. Ovviamente sappiamo che il tuo cuore sanguina, ma il popolo di Dio, la santa Chiesa, è con te e tornerà a risplendere unita e salda come descritta dagli Atti degli Apostoli.
 L’anno della misericordia faccia splendere l’amore del Creatore per tutti gli uomini senza escludere nessuno e faccia sentire all’umanità intera che la divina misericordia è una primavera che nessuno potrà fermare.
Come ci chiedi in continuazione noi ti siamo vicini con la nostra preghiera. Grazie fratello Francesco.

Lunedì, 05 Ottobre 2015 00:01

Come un venticello

La fotografia di un bimbo morto sulla spiaggia sembra abbia sciolto il cuore di molti politici in questa Europa che continua a costruire muri invece di creare ponti. Ora quasi tutti i politicanti sostengono che sia necessario aiutare chi fugge dalla guerra mentre è urgente rimandare indietro chi fugge dalla fame. Forse è necessario pubblicare su tutti i giornali del mondo le tante foto che mostrano come sia brutta la morte per fame. Da una bomba ci si può salvare, dalla fame no. Per secoli i popoli dell’opulenza hanno sfruttato, depredato, schiavizzato i popoli che oggi fuggono in cerca di pane. Solo qualche pazzo fuggirebbe da una vita agiata con il frigorifero sempre strapieno. I ricchi non fuggono dalle loro ville, dalle loro comodità, anzi molti spendono un patrimonio per dimagrire, per vestirsi, per passare una notte “un tantino pazza”. Fugge chi non ha nulla, neppure le scarpe per correre più speditamente. Certamente è drammatico subire un bombardamento, veder distrutta la propria abitazione, ma non è meno drammatico fuggire perché non si ha nulla da mangiare. Io a dieci anni ho provato in una unica fuga la guerra e la fame ed ho subito insieme alla mia famiglia la vergogna di essere scacciato passando da un paese all’altro perché nessuno ci voleva. Rivedo con angoscia gli occhi di mia madre che ci spronava a correre, a fuggire. A quel tempo non ci chiamavano migranti ma sfollati. Non si andava in un’altra nazione ma, per chi ci doveva accogliere, noi eravamo quelli che rubano il pane.
“Un popolo che dimentica il suo passato, le sue radici, non ha futuro. È un popolo sterile” (Papa Francesco)
Dice il Vangelo: “Se hanno fatto così con il legno verde cosa faranno con il legno secco?” Infatti “legno secco” sono considerati i fuggitivi del nostro tempo. È penoso ascoltare certi politici che dividono questi fuggitivi dal motivo che li ha spinti alla fuga; quelli dalla guerra si e quelli dalla fame no, i cristiani si, gli altri no. Comunque i fuggitivi rimangono un problema e noi di problemi ne abbiamo anche troppi e ci convinciamo sempre di più che prima vengono gli italiani e poi gli altri. Però… però questi altri a volte sono comodi per raccogliere i pomodori e le patate, per accudire i nostri vecchi, per scaricare su di loro le nostre nefandezze; sono legno secco e va bene sia bruciato. Se poi qualcuno di questi fuggitivi è così in gamba da diventare ministro lo si chiama Orango; e se a qualcun altro salta la testa di fare qualche “bravata”, allora si scatena la caccia al diverso, perché noi italiani non facciamo MAI “bravate” siamo gli agnellini del gregge di Dio.
Per caso avete sentito dire che gli italiani uccidono, rubano, sfruttano, non pagano le tasse? Gli italiani sono tutti brava gente, credono in Dio e moltissimi recitano con convinzione il Padre nostro, convinti che nostro significhi di noi che siamo cattolici, di noi che siamo buoni. Dio non può essere Padre anche degli Orango. Sono spesso così convinti di avere Dio dalla loro parte che se potessero governare loro le cose andrebbero nel modo giusto. Hanno le carte in regola e il bene combacia perfettamente con le loro idee. Noi, solo noi, abbiamo la ricetta giusta”.
 Intanto l’emigrante, il disoccupato, il vecchio abbandonato muoiono. Quanti uomini, donne e bambini dovranno ancora morire perché i politici di questo nostro mondo si fermino e riflettano? Già i latini dicevano: “Divide et impera” (Vuoi comandare? Mettili uno contro l’altro) L’uomo politico dovrebbe essere un autentico pontefice che crea ponti, che unisce e non divide; ogni divisione è opera del Maligno. Che il Divisore abbia preso cuore e cervello di molti politici si vede dalle divisioni. Muore un partito e ne nascono altri e cento, tutti convinti di avere ragione, di essere nel giusto, tutti hanno la carta vincente. La mia piccola esperienza mi dice che l’ottimo è nemico del bene. Chiedo molto se asserisco che è necessario fermarci per trovare INSIEME la soluzione?
Duemila anni fa i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme di fronte alla condanna a morte di Gesù Cristo sentenziarono, sapendosi buoni e per amore del popolo: “E’ meglio che muoia uno per la salvezza di tutti”.
Di certo Hitler si considerava un benefattore del suo popolo e per l’amore che portava alla razza ariana tentò di liberare la Germania da tutti gli “impuri”: via gli ebrei, via gli zingari, via gli omosessuali, via i malati di mente.
Quanti uomini dovranno ancora morire per liberare il mondo dal terrorismo? Di codesti “buoni” pullula il mondo. Anche il Manzoni nel capitolo XXV dei Promessi Sposi presenta un personaggio “buono”: “Donna Pressede era una vecchia gentildonna che come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di assecondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello”.
Questa vecchia signora continua il Manzoni: “Era molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, alle nostre debolezze ai nostri peccati. Con le idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta”.
Questo tipo di “buoni” continuano a gridare: “Ora basta: l’Italia agli italiani”.
Ma di quali italiani parlano? Quelli che salgono sul tetto a sparare alla folla? Quelli che rapiscono un bambino per chiedere denaro e l’uccidono per paura? Quelli come il killer veneto che mette veleno nell’acqua e nella coca cola?
Quelli che uccidono la propria donna? Oppure quelli che mandano in rovina migliaia di risparmiatori come la Cirio e la Parmalat? O i padroni delle banche che falsano i bilanci? Quelli della mafia o della camorra? Quelli che bruciano i campi rom o mettono bombe nei negozi dei rumeni o dei cinesi? Quelli che fanno la ronda della pulizia etnica?
Ma se denuncio questa “bontà pelosa” sono sicuro di passare dalla parte dei buonisti. Se poi mi permetto di dire che la guerra e la violenza non risolvono mai nessun problema allora sono tacciato di pacifismo, di stare con i terroristi e mi si accusa di non amare la democrazia. Democrazia, secondo questi “buoni”, che va imposta ad ogni costo, e ad ogni costo si deve ottenere la sicurezza, non importa come. Moltissimi sono convinti che “ codesti orangutani debbono smettere di invadere il sacro suolo della patria”, “non è bene mescolarci con questi impuri”, “fermiamoli prima che sia troppo tardi!”.
Non capisco, a questo punto, perché non si mettono i cannoni alle frontiere! Recentemente in una discussione mi sono permesso di avere dei dubbi sulla efficacia della repressione dura, decisa, armata. Allora il mio interlocutore... “democraticamente” mi ha spiattellato in faccia che non amo il mio popolo e non capisco che gli italiani hanno bisogno di maniere forti per continuare a vivere nell’agiatezza e nella pace.
Non c’è che dire: molti politici cavalcano le spinte populiste o di altri poteri che li comandano. Purtroppo vi è una fitta rete di interessi e di scontri che non sono omogenei alle distinzioni politiche classiche (destra, sinistra, centro). Ciò che sta crescendo è la voglia di sicurezza che “come un venticello lentamente...alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia. E produce un’esplosione come un colpo di cannone, un terremoto, un temporale, un tumulto generale che fa l’aria rimbombar...”. (Dal Barbiere di Siviglia)

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