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cd gallian

 

Questo CD è la riedizione del disco Cantiamo Maria del festival della Rosa d'oro del 1972. Il remix è opera di Cristiano Gallian e la grafica di Alberto Roccato per l'occasione del 50° anniversario di presbiterato del P. Ennio.

 

E' possibile averlo al costo di 5 euro ordinandolo presso di noi nello spazio sottostante

 

cd gallian1  

Il pdf è invece il libretto con musica e parole che l'accompagnava e potete scaricarlo cliccando qui

Cantiamo Maria

Parole e musica

cd gallian2    

IL VOLUME - !Que viva Torquemada!

La Spagna del 1400 è occupata in parte dai musulmani e divisa tra il regno di Castiglia e Leon e quello di Aragona. Ha problemi non dissimili da quelli che noi viviamo oggi: povertà, emigrazione, politici corrotti, nobili poco nobili che guerreggiano tra loro, prelati molto lontani dal Vangelo e un popolo sfruttato e depredato che aveva nella religione l’unica speranza. Il romanzo racconta il periodo e la vita di Tomas Torquemada, frate domenicano passato alla storia come un feroce aguzzino assetato di sangue, ma non è un semplice romanzo, piuttosto un libro da meditare, che ti obbliga ad uscire dall’indifferenza, a toglierti le pantofole e metterti gli scarponi. Ambienti, atmosfere, caratteri, psicologie, alcune davvero intriganti e ben delineati con una lettura agevole e scorrevole.

!Que viva Torquemada!

 

"Non un semplice romanzo, ma un libro da meditare, che ti obbliga ad uscire dall’indifferenza, a toglierti le pantofole e metterti gli scarponi, perché la fede non è salotto e nemmeno una semplice passeggiata, ma una salita sul monte “Tabor” dove lo potremo contemplare solo se avremo avuto la volontà e la perseveranza anche di fronte agli ostacoli, alle difficoltà, alla fatica, al buio, alla nebbia… seguendo quella “Stella” come i Magi che per noi domenicani sono l’icona del nostro Ordine."

Fausto Guerzoni

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Giovedì, 05 Febbraio 2015 17:48

Smemorati

Scritto da

Ci sono fatti e situazioni di bene che vanno tramandati e fatti e situazioni di sofferenza e morte che vanno ricordati.
Scrivo l’articolo di questo numero del Giornalino in concomitanza con il “Giorno della Memoria”. Tale ricorrenza è stata istituita dieci anni fa (2005) dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in ricordo della liberazione dei “detenuti” del campo di concentramento di Auschwitz (27 gennaio 1945). Mantenere viva la memoria di fatti tragici accaduti nel passato è importante non solo per ricordare le tante vittime (spesso più strumentalizzate che commemorate) ma, soprattutto, per dare spazio ancora e ancora ad una riflessione sull’umanità e su quanto l’essere umano sia capace e disposto a vedere e percepire altri non più come esseri umani di pari dignità e diritti. Una dinamica che continua a permanere e a realizzarsi in tanti, troppi, contesti odierni in cui l’essere umano non viene più percepito tale dal proprio simile (immagine e somiglianza). Un processo psicologico che ha toccato i suoi vertici con il Nazismo e la Shoah e il Giorno della Memoria ci deve aiutare a riflettere e non solo a ricordare.
Il 2015 segna anche i 100 anni del Genocidio armeno. Mai nella storia tante vittime della violenza e della guerra come nel secolo scorso, mai tanta disumanizzazione. E le premesse di questo nuovo secolo non ci fanno sperare in meglio. E come il ricordo del passato ci deve aiutare a riflettere, anche i tragici e violenti fatti del presente, che a loro volta diventeranno memoria, ci impongono una riflessione. Non per ultimo il 7 gennaio diverrà una data di commemorazione, come lo è già l’11 settembre.
Il 7 gennaio a Parigi, un attentato alla sede del giornale satirico (in realtà molto nazionalista e razzista) Charlie Hebdo: 12 morti e altrettanti feriti. Forse anch’io sono un po’ contagiato dal processo psicologico della disumanizzazione dell’umano, ma quell’attentato ha suscitato in me pensieri e sentimenti contrastanti. Il giorno prima nel sud dell’Iraq un attentato simile provoca 23 morti (quasi il doppio di Parigi) ma quasi nessun mezzo di informazione ne ha parlato, non ci sono state edizioni straordinarie di TG, né maratone televisive (dove il livello culturale è sempre quello del bar-tabacchi del mio paese quando avevo 16 anni); non ci sono state manifestazioni di diniego, né funerali di Stato (politicizzati).
Nella stessa settimana in Nigeria c’è stato un inasprimento delle offensive dei terroristi Boko Haram con l’uccisione di circa 2000 persone; lo stesso giorno dell’attentato di Parigi, i morti ammazzati sono stati più di cento. Ma pare che per noi bravi europei/occidentali questi morti non contino, non sono abbastanza umani. La banalità del male si affaccia ancora in tutta la sua imponenza: le vittime della violenza, della guerra (in Iraq la guerra è più che mai in corso), del terrorismo non sono tutte uguali. Il terrorismo ci preoccupa solo se viene a sconvolgere il nostro territorio. Se vengono ammazzate 12 persone occidentali vogliamo che in tutto il mondo gridi di sdegno e si proclami il lutto; se muoiono contemporaneamente (e per le stesse cause) 23 iracheni o 2000 persone nigeriane, a noi poco importa, e se l’informazione evita di mettere in risalto la notizia, tanto meglio. La disumanizzazione dell’umano non è applicabile unicamente a chi tira il grilletto di una pistola o il detonatore di una bomba; la disumanizzazione dell’umano inizia là dove la vita e la morte delle persone viene diversificata: morire ammazzati a Parigi o a New York è diverso che morire ammazzati a Baghdad o in Nigeria. Per questi ultimi non c’è e non ci sarà nessuna memoria.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi, “Se questo è un uomo”.

Venerdì, 05 Dicembre 2014 17:47

Non più schiavi ma fratelli

Scritto da

Questo numero del giornalino di Agognate fa riferimento all’evento del Natale e, come tutti gli anni, gli articoli presentati cercano di dire ancora qualcosa riguardo a questa festa sempre più strapazzata e strapazzante e sempre meno religiosa e cristiana. Il rischio, da parte mia, è quello di parlarne in tono polemico o provocatorio, annoiando o spazientendo coloro che stanno leggendo...
Ciò di cui non parliamo mai in questo giornalino nel numero in prossimità delle feste natalizie, è invece il Capodanno. Io sono un sostenitore del festeggiare l’inizio dell’anno in modo cristiano dove il capodanno corrisponde all’inizio dell’Avvento (Prima domenica di Avvento) che segna l’inizio del nuovo anno liturgico (in alcune chiese, da alcuni anni, si celebra questo inizio con una veglia di preghiera il sabato precedente la I domenica di Avvento). Il 1° gennaio rimane comunque una festa cristiana sebbene anch’esso, come il Natale, sia ormai una festività svuotata dei contenuti religiosi. Eppure la Chiesa pone il primo giorno dell’anno nelle segno di Maria Madre di Dio: se il Natale è l’umana maternità divina, il Capodanno è la divina maternità umana. Ma il Capodanno è anche la Giornata mondiale della Pace. Voluta e istituita nel 1967 da papa Paolo VI (beatificato lo scorso mese di ottobre), con un Messaggio pubblicato l’8 dicembre, la Prima giornata mondiale della Pace è stata celebrata il 1° gennaio 1968. Nel Messaggio Paolo VI scriveva:
“all’inizio del calendario che misura e descrive il cammino della vita umana nel tempo che sia la Pace con il suo giusto e benefico equilibrio a dominare lo svolgimento della storia avvenire”.
Negli anni successivi e nei papi successori si è voluto dare continuità a questa indicazione con un Messaggio che propone il tema annuale e prepara la celebrazione della Giornata.

“Non più schiavi, ma fratelli”: è questo il tema scelto da Papa Francesco per la 48.ma Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il primo gennaio 2015. Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace illustra il tema con il seguente comunicato: “Spesso si crede che la schiavitù sia un fatto del passato. Invece, questa piaga sociale è fortemente presente anche nel mondo attuale. Il Messaggio per il 1° gennaio 2014 era dedicato alla fraternità: ‘Fraternità, fondamento e via per la pace’. L’essere tutti figli di Dio rende, infatti, gli esseri umani fratelli e sorelle con eguale dignità. La schiavitù colpisce a morte tale fraternità universale e, quindi, la pace. La pace, infatti, c’è quando l’essere umano riconosce nell’altro un fratello che ha pari dignità. Nel mondo, molteplici sono gli abominevoli volti della schiavitù: il traffico di esseri umani,
la tratta dei migranti e della prostituzione, il lavoro-schiavo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la mentalità schiavista nei confronti delle donne e dei bambini. E su questa schiavitù speculano vergognosamente individui e gruppi, approfittando dei tanti conflitti in atto nel mondo, del contesto di crisi economica e della corruzione.
La schiavitù è una terribile ferita aperta nel corpo della società contemporanea, è una piaga gravissima nella carne di Cristo! Per contrastarla efficacemente occorre innanzitutto riconoscere l’inviolabile dignità di ogni persona umana, e inoltre tenere fermo il riferimento alla fraternità, che richiede il superamento della diseguaglianza, in base alla quale un uomo può rendere schiavo un altro uomo, e il conseguente impegno di prossimità e gratuità per un cammino di liberazione e inclusione per tutti.
L’obiettivo è la costruzione di una civiltà fondata sulla pari dignità di tutti gli esseri umani, senza discriminazione alcuna. Per questo, occorre anche l’impegno dell’informazione, dell’educazione, della cultura per una società rinnovata e improntata alla libertà, alla giustizia e, quindi, alla pace.”. (www.paxchristi.it)
Il testo del Messaggio annuale viene divulgato l’8 dicembre (Immacolata) e quindi non posso ancora sapere di più riguardo ai contenuti (il giornalino andrà in stampa a fine novembre). Quello che posso aggiungere è che questa tematica è già stata più volte ripresa da papa Francesco (vedi ad es.: Evangelii gaudium). È soprattutto nella disumanizzazione delle gestioni politiche dei flussi migratori (popoli in movimento) nelle varie parti del mondo, che la schiavitù, nelle sue molteplici forme, trova un terreno favorevole. E l’Italia fa la sua parte.

Con riferimento a questa tematica e integrandola con la tematica della Giornata dell’impegno e della solidarietà della Famiglia Domenicana (vedi articolo nel numero precedente di questo giornalino) la sera del 31 dicembre (alle 23) la comunità di Agognate proporrà una veglia di preghiera per la pace. Da molti anni la Diocesi di Novara, attraverso e grazie alla Commissione diocesana per la Giustizia, la Pace e il Creato, propone un veglia di preghiera alla vigilia della Giornata mondiale della Pace; da 3 anni la sede di questo evento è nella chiesa di Agognate. È un modo bello per chiudere un anno che finisce, rileggendo gli eventi passati e le ricorrenze storiche (il 2014 ha segnato i 100 anni dall’inizio della I Guerra mondiale); ed è un modo bello per predisporci alle prospettive e alle speranze del nuovo anno che inizia. Il tutto senza intaccare il brindisi di mezzanotte (la veglia dura circa 45 minuti). Buon anno!

Venerdì, 05 Dicembre 2014 17:43

Tutti portinai

Mc 13,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Siamo tutti portinai, custodi di un’azienda che ci è stata affidata e della quale dar conto secondo il capriccio di un padrone che torna quando vuole e senza preavviso. E’ così per tutti o è una visione del mondo che possono avere alcuni, per esempio i cristiani, e altri no?
Di certo l’uomo liberale di oggi sta un po’ stretto dentro questa identità, la parola servo non fa parte del suo vocabolario e se gli capitasse di vedersi ridotto a servo gli si spalancherebbero all’improvviso le porte della depressione. A meno che il padrone non sia direttamente Dio di fronte al quale può dichiarare senza traumi la sua servitù. Quel Dio che ha in testa, certo, e che coincide ed è nient’altro che se stesso.
“Quello che dico a voi lo dico a tutti: Vegliate”, è l’appello della prima domenica di avvento che verrà ascoltato da una percentuale molto bassa degli italiani e forse non tutti fra questi porranno l’accento sull’azienda bensì su un atteggiamento personale di lotta alla pigrizia o all’indifferenza, guidati ancora una volta da un Signore che non ha volti diversi da quello di uno specchio capace di ridurre fino alla perfezione le imperfezioni di chi vi si specchia.
Da tempo ormai l’uomo è creatore di Dio e da tempo ne attende l’avvento senza che questi mai venga. Dovrebbe venire a mezzanotte del 25 dicembre col volto sorridente e pulito d’un bambino e non viene. Vengono invece le inondazioni, vengono i mercenari della finanza, vengono le banche, vengono i politici, vengono i terroristi, vengono le bombe, vengono i licenziamenti e vengono i clandesti. Viene la recessione.
“Vegliate perché non sapete”. Vegliare dunque perché viene chi? Vegliate dunque a salvaguardia di che cosa? Domande semplici per risposte semplici.
Una volta l’uomo pregava perché il Signore gli evitasse una morte improvvisa, l’uomo voleva e chiedeva di essere presente alla sua fine. Oggi l’uomo chiede di morire nel sonno, la morte improvvisa è diventata la sua benedizione. Dice qualcosa questa differenza?
Nel mercato del benessere bisogna star svegli perché qualcuno non rubi quello che a fatica si è acquistato, ma nel mercato del malessere a che serve star svegli? Più si è addormentati e meglio è. Nella semplicità del discorso evangelico forse si nasconde qualcosa di molto difficile, di incomprensibile per l’uomo di ogni tempo e in particolare dell’uomo (occidentale) di oggi. Lo scandalo della croce impedisce di vedere questa parte nascosta e fa sì che le parole di Gesù vengano intese quale consiglio a cui le orecchie dell’uomo sono da sempre molto sensibili: stai sveglio per riuscire ad evitare la croce. Se non che...
Ci sono molti modi per riuscire a tener nascosta la verità, l’uomo ha una fantasia fervida per riempire il vuoto della croce e sostituirlo con la pienezza delle sue affabulazioni, finché ci riesce.
Naturalmente sto parlando per chi ha orecchie diverse e una diversa azienda.

Venerdì, 06 Febbraio 2015 17:40

A proposito di suocere

Mc 1,29-39
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

La guarigione della suocera di Pietro si presenta come un miracolo fra i tanti e quasi di poco conto, visto che la febbre non è una grave malattia e che Gesù e i quattro apostoli avrebbero potuto arrangiarsi. Si trattava di un giorno, uno o due pasti in tutto. Perché inserire nel vangelo un episodio apparentemente così insignificante? Poteva essere riassunto nel racconto, di poco successivo, dei numerosi malati ed indemoniati che Gesù guariva.
Si può fantasticare intorno a queste poche righe riempiendo alla maniera della Valtorta quegli spazi e quelle ragioni che i racconti evangelici non dicono lasciandoli seminati e persi tra le righe. Così provo anch’io a ricostruire la scena e poi a cercarne un senso. L’episodio è successivo ad una decisione importante di Pietro: Lasciate le reti, il lavoro e la moglie, forse anche i figli, si mette a seguire Gesù. E qui nella reazione della suocera, ci sta la reazione della famiglia rispetto alla scelta di Pietro. La febbre della suocera poteva essere di rabbia, di sgomento, di delusione, di abbandono, di perdita, o tutte insieme. E’ un fenomeno abbastanza consueto e frequente nelle dinamiche della separazione dalla famiglia quando un figlio decide la vita religiosa. Più in generale succede sempre quando l’uomo avverte che colui o coloro sui quali aveva posto le sue speranze, i suoi sogni, la sua fiducia, vengono meno, anzi se ne vanno addirittura per strade contrarie, avverse al proprio desiderio. Si sta male, si sta molto male. L’oggetto del nuovo desiderio, in questo caso Gesù per Pietro, genera quanto meno una sorta di gelosia in chi resta e vede svanire la sua storia per l’ingresso violento d’un terzo prima indifferente e sconosciuto. La suocera vede la figlia abbandonata a se stessa, che cosa poteva pensare di quel Gesù che gli aveva sottratto il marito? Vista la statura che Gesù ha nelle nostre teste - è il figlio di Dio - la reazione della suocera può sembrare incomprensibile e sproporzionata. Pietro non lascia la figlia per una qualche mattana sempre possibile agli uomini, ma perché ha incontrato il figlio di Dio. Dunque buon per lui e buono anche per la suocera e sua figlia, si trattava di una vincita al lotto. Ma quel Gesù non era ancora diventato Dio, cominciava proprio allora la sua ascesa ed era difficile indovinarne la futura carriera. Per intanto era un intruso bello e buono.
La febbre indica però la nobiltà d’animo della suocera. Si ritira nella sua solitudine senza scaricare altrove la sua sofferenza. Per quel po’ di esperienza che ho, non sempre la reazione si declina nei termini della “febbre”. Doveva essere una povera donna avezza allo scacco dei suoi desideri. Già altre volte doveva aver fatto i conti con la realtà della vita che non vuole essere assimilata ai propri sogni e vi si oppone vittoriosa. Non c’è e non c’è per nessuno, si ritira nel proprio dolore finché il tempo non rimarginerà la ferita.
Ma nelle poche righe del racconto è Gesù stesso che va da lei, si avvicinò a lei, dice, e la fece alzare dandole la mano. Si avvicinò. C’è da sottolineare questo avvicinarsi perché ha dello straordinario. Da consigliere esterno nelle mie funzioni di prete ho tentato più volte questo avvicinamento e forse in qualche caso è avvenuto. Ma i consolatori esterni, coloro che capiscono la situazione ma non ne sono direttamente coinvolti, restano pur sempre marginali. Il loro avvicinarsi è superficiale. Avvicinarsi ad un malato e alla sua malattia forse vuol dire entrare nella stessa malattia, gridare con lo stesso grido del malato. Con-solare vuol dire vivere la stessa solitudine, nutrire la stessa rabbia, vivere della stessa lotta in cui è entrato il malato. Avvicinarsi, è una parola decisamente difficile e in questo caso lo è tanto di più in quanto Gesù non è un esterno ma un protagonista della vicenda, oggetto diretto dell’agressività della donna. Sospinto dalle mille ragioni di difesa contro questa aggressività, poteva lasciarla cuocere nel suo brodo. Così avviene per lo più quando si ha una certa nobiltà d’animo e si sanno frenare i propri istinti aggressivi.
La fece alzare dandole la mano. Dopo averla raggiunta, mano nella mano possono camminare insieme. La febbre la lasciò ed ella li serviva.
Possiamo indagare oltre nelle dinamiche psicologiche di questo incontro, ma non credo fosse questo l’intento dell’evangelista Marco. L’intento di Marco è dichiarato nelle prime righe del suo vangelo: Questo è l’inizio del Vangelo, il lieto messaggio di Gesù, che è il Cristo e il Figlio di Dio. Marco dirà come meglio gli riesce chi è questo figlio di Dio che ha la capacità di risuscitare l’uomo. Faccio notare che la traduzione “la fece alzare” poteva esse anche “la fece risorgere”, il verbo usato da Marco è lo stesso che userà per dire la risurrezione di Cristo dopo la sua morte. Ora nel nostro episodio il figlio di Dio, si presenta alla suocera come un tizio sconosciuto, anonimo vorrei dire, che prima le porta via il marito della figlia e poi la raggiunge nel dolore della perdita per riprendere da qui il cammino insieme. Questo è il Figlio di Dio che ha conosciuto Marco e del quale vuole parlare scrivendo il suo Vangelo.
Mi domando, chi è il figlio di Dio per me? Dove lo incontro o l’ho incontrato o l’incontrerò? In paradiso? Nella Chiesa? Nella mia vita virtuosa? Nella mia moralità? Nelle scritture? In chiesa? Nei sacramenti?

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