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Giovedì, 05 Febbraio 2015 17:48

Smemorati

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Ci sono fatti e situazioni di bene che vanno tramandati e fatti e situazioni di sofferenza e morte che vanno ricordati.
Scrivo l’articolo di questo numero del Giornalino in concomitanza con il “Giorno della Memoria”. Tale ricorrenza è stata istituita dieci anni fa (2005) dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in ricordo della liberazione dei “detenuti” del campo di concentramento di Auschwitz (27 gennaio 1945). Mantenere viva la memoria di fatti tragici accaduti nel passato è importante non solo per ricordare le tante vittime (spesso più strumentalizzate che commemorate) ma, soprattutto, per dare spazio ancora e ancora ad una riflessione sull’umanità e su quanto l’essere umano sia capace e disposto a vedere e percepire altri non più come esseri umani di pari dignità e diritti. Una dinamica che continua a permanere e a realizzarsi in tanti, troppi, contesti odierni in cui l’essere umano non viene più percepito tale dal proprio simile (immagine e somiglianza). Un processo psicologico che ha toccato i suoi vertici con il Nazismo e la Shoah e il Giorno della Memoria ci deve aiutare a riflettere e non solo a ricordare.
Il 2015 segna anche i 100 anni del Genocidio armeno. Mai nella storia tante vittime della violenza e della guerra come nel secolo scorso, mai tanta disumanizzazione. E le premesse di questo nuovo secolo non ci fanno sperare in meglio. E come il ricordo del passato ci deve aiutare a riflettere, anche i tragici e violenti fatti del presente, che a loro volta diventeranno memoria, ci impongono una riflessione. Non per ultimo il 7 gennaio diverrà una data di commemorazione, come lo è già l’11 settembre.
Il 7 gennaio a Parigi, un attentato alla sede del giornale satirico (in realtà molto nazionalista e razzista) Charlie Hebdo: 12 morti e altrettanti feriti. Forse anch’io sono un po’ contagiato dal processo psicologico della disumanizzazione dell’umano, ma quell’attentato ha suscitato in me pensieri e sentimenti contrastanti. Il giorno prima nel sud dell’Iraq un attentato simile provoca 23 morti (quasi il doppio di Parigi) ma quasi nessun mezzo di informazione ne ha parlato, non ci sono state edizioni straordinarie di TG, né maratone televisive (dove il livello culturale è sempre quello del bar-tabacchi del mio paese quando avevo 16 anni); non ci sono state manifestazioni di diniego, né funerali di Stato (politicizzati).
Nella stessa settimana in Nigeria c’è stato un inasprimento delle offensive dei terroristi Boko Haram con l’uccisione di circa 2000 persone; lo stesso giorno dell’attentato di Parigi, i morti ammazzati sono stati più di cento. Ma pare che per noi bravi europei/occidentali questi morti non contino, non sono abbastanza umani. La banalità del male si affaccia ancora in tutta la sua imponenza: le vittime della violenza, della guerra (in Iraq la guerra è più che mai in corso), del terrorismo non sono tutte uguali. Il terrorismo ci preoccupa solo se viene a sconvolgere il nostro territorio. Se vengono ammazzate 12 persone occidentali vogliamo che in tutto il mondo gridi di sdegno e si proclami il lutto; se muoiono contemporaneamente (e per le stesse cause) 23 iracheni o 2000 persone nigeriane, a noi poco importa, e se l’informazione evita di mettere in risalto la notizia, tanto meglio. La disumanizzazione dell’umano non è applicabile unicamente a chi tira il grilletto di una pistola o il detonatore di una bomba; la disumanizzazione dell’umano inizia là dove la vita e la morte delle persone viene diversificata: morire ammazzati a Parigi o a New York è diverso che morire ammazzati a Baghdad o in Nigeria. Per questi ultimi non c’è e non ci sarà nessuna memoria.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi, “Se questo è un uomo”.

Venerdì, 05 Dicembre 2014 17:47

Non più schiavi ma fratelli

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Questo numero del giornalino di Agognate fa riferimento all’evento del Natale e, come tutti gli anni, gli articoli presentati cercano di dire ancora qualcosa riguardo a questa festa sempre più strapazzata e strapazzante e sempre meno religiosa e cristiana. Il rischio, da parte mia, è quello di parlarne in tono polemico o provocatorio, annoiando o spazientendo coloro che stanno leggendo...
Ciò di cui non parliamo mai in questo giornalino nel numero in prossimità delle feste natalizie, è invece il Capodanno. Io sono un sostenitore del festeggiare l’inizio dell’anno in modo cristiano dove il capodanno corrisponde all’inizio dell’Avvento (Prima domenica di Avvento) che segna l’inizio del nuovo anno liturgico (in alcune chiese, da alcuni anni, si celebra questo inizio con una veglia di preghiera il sabato precedente la I domenica di Avvento). Il 1° gennaio rimane comunque una festa cristiana sebbene anch’esso, come il Natale, sia ormai una festività svuotata dei contenuti religiosi. Eppure la Chiesa pone il primo giorno dell’anno nelle segno di Maria Madre di Dio: se il Natale è l’umana maternità divina, il Capodanno è la divina maternità umana. Ma il Capodanno è anche la Giornata mondiale della Pace. Voluta e istituita nel 1967 da papa Paolo VI (beatificato lo scorso mese di ottobre), con un Messaggio pubblicato l’8 dicembre, la Prima giornata mondiale della Pace è stata celebrata il 1° gennaio 1968. Nel Messaggio Paolo VI scriveva:
“all’inizio del calendario che misura e descrive il cammino della vita umana nel tempo che sia la Pace con il suo giusto e benefico equilibrio a dominare lo svolgimento della storia avvenire”.
Negli anni successivi e nei papi successori si è voluto dare continuità a questa indicazione con un Messaggio che propone il tema annuale e prepara la celebrazione della Giornata.

“Non più schiavi, ma fratelli”: è questo il tema scelto da Papa Francesco per la 48.ma Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il primo gennaio 2015. Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace illustra il tema con il seguente comunicato: “Spesso si crede che la schiavitù sia un fatto del passato. Invece, questa piaga sociale è fortemente presente anche nel mondo attuale. Il Messaggio per il 1° gennaio 2014 era dedicato alla fraternità: ‘Fraternità, fondamento e via per la pace’. L’essere tutti figli di Dio rende, infatti, gli esseri umani fratelli e sorelle con eguale dignità. La schiavitù colpisce a morte tale fraternità universale e, quindi, la pace. La pace, infatti, c’è quando l’essere umano riconosce nell’altro un fratello che ha pari dignità. Nel mondo, molteplici sono gli abominevoli volti della schiavitù: il traffico di esseri umani,
la tratta dei migranti e della prostituzione, il lavoro-schiavo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la mentalità schiavista nei confronti delle donne e dei bambini. E su questa schiavitù speculano vergognosamente individui e gruppi, approfittando dei tanti conflitti in atto nel mondo, del contesto di crisi economica e della corruzione.
La schiavitù è una terribile ferita aperta nel corpo della società contemporanea, è una piaga gravissima nella carne di Cristo! Per contrastarla efficacemente occorre innanzitutto riconoscere l’inviolabile dignità di ogni persona umana, e inoltre tenere fermo il riferimento alla fraternità, che richiede il superamento della diseguaglianza, in base alla quale un uomo può rendere schiavo un altro uomo, e il conseguente impegno di prossimità e gratuità per un cammino di liberazione e inclusione per tutti.
L’obiettivo è la costruzione di una civiltà fondata sulla pari dignità di tutti gli esseri umani, senza discriminazione alcuna. Per questo, occorre anche l’impegno dell’informazione, dell’educazione, della cultura per una società rinnovata e improntata alla libertà, alla giustizia e, quindi, alla pace.”. (www.paxchristi.it)
Il testo del Messaggio annuale viene divulgato l’8 dicembre (Immacolata) e quindi non posso ancora sapere di più riguardo ai contenuti (il giornalino andrà in stampa a fine novembre). Quello che posso aggiungere è che questa tematica è già stata più volte ripresa da papa Francesco (vedi ad es.: Evangelii gaudium). È soprattutto nella disumanizzazione delle gestioni politiche dei flussi migratori (popoli in movimento) nelle varie parti del mondo, che la schiavitù, nelle sue molteplici forme, trova un terreno favorevole. E l’Italia fa la sua parte.

Con riferimento a questa tematica e integrandola con la tematica della Giornata dell’impegno e della solidarietà della Famiglia Domenicana (vedi articolo nel numero precedente di questo giornalino) la sera del 31 dicembre (alle 23) la comunità di Agognate proporrà una veglia di preghiera per la pace. Da molti anni la Diocesi di Novara, attraverso e grazie alla Commissione diocesana per la Giustizia, la Pace e il Creato, propone un veglia di preghiera alla vigilia della Giornata mondiale della Pace; da 3 anni la sede di questo evento è nella chiesa di Agognate. È un modo bello per chiudere un anno che finisce, rileggendo gli eventi passati e le ricorrenze storiche (il 2014 ha segnato i 100 anni dall’inizio della I Guerra mondiale); ed è un modo bello per predisporci alle prospettive e alle speranze del nuovo anno che inizia. Il tutto senza intaccare il brindisi di mezzanotte (la veglia dura circa 45 minuti). Buon anno!

Venerdì, 05 Dicembre 2014 17:43

Tutti portinai

Mc 13,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Siamo tutti portinai, custodi di un’azienda che ci è stata affidata e della quale dar conto secondo il capriccio di un padrone che torna quando vuole e senza preavviso. E’ così per tutti o è una visione del mondo che possono avere alcuni, per esempio i cristiani, e altri no?
Di certo l’uomo liberale di oggi sta un po’ stretto dentro questa identità, la parola servo non fa parte del suo vocabolario e se gli capitasse di vedersi ridotto a servo gli si spalancherebbero all’improvviso le porte della depressione. A meno che il padrone non sia direttamente Dio di fronte al quale può dichiarare senza traumi la sua servitù. Quel Dio che ha in testa, certo, e che coincide ed è nient’altro che se stesso.
“Quello che dico a voi lo dico a tutti: Vegliate”, è l’appello della prima domenica di avvento che verrà ascoltato da una percentuale molto bassa degli italiani e forse non tutti fra questi porranno l’accento sull’azienda bensì su un atteggiamento personale di lotta alla pigrizia o all’indifferenza, guidati ancora una volta da un Signore che non ha volti diversi da quello di uno specchio capace di ridurre fino alla perfezione le imperfezioni di chi vi si specchia.
Da tempo ormai l’uomo è creatore di Dio e da tempo ne attende l’avvento senza che questi mai venga. Dovrebbe venire a mezzanotte del 25 dicembre col volto sorridente e pulito d’un bambino e non viene. Vengono invece le inondazioni, vengono i mercenari della finanza, vengono le banche, vengono i politici, vengono i terroristi, vengono le bombe, vengono i licenziamenti e vengono i clandesti. Viene la recessione.
“Vegliate perché non sapete”. Vegliare dunque perché viene chi? Vegliate dunque a salvaguardia di che cosa? Domande semplici per risposte semplici.
Una volta l’uomo pregava perché il Signore gli evitasse una morte improvvisa, l’uomo voleva e chiedeva di essere presente alla sua fine. Oggi l’uomo chiede di morire nel sonno, la morte improvvisa è diventata la sua benedizione. Dice qualcosa questa differenza?
Nel mercato del benessere bisogna star svegli perché qualcuno non rubi quello che a fatica si è acquistato, ma nel mercato del malessere a che serve star svegli? Più si è addormentati e meglio è. Nella semplicità del discorso evangelico forse si nasconde qualcosa di molto difficile, di incomprensibile per l’uomo di ogni tempo e in particolare dell’uomo (occidentale) di oggi. Lo scandalo della croce impedisce di vedere questa parte nascosta e fa sì che le parole di Gesù vengano intese quale consiglio a cui le orecchie dell’uomo sono da sempre molto sensibili: stai sveglio per riuscire ad evitare la croce. Se non che...
Ci sono molti modi per riuscire a tener nascosta la verità, l’uomo ha una fantasia fervida per riempire il vuoto della croce e sostituirlo con la pienezza delle sue affabulazioni, finché ci riesce.
Naturalmente sto parlando per chi ha orecchie diverse e una diversa azienda.

Venerdì, 06 Febbraio 2015 17:40

A proposito di suocere

Mc 1,29-39
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

La guarigione della suocera di Pietro si presenta come un miracolo fra i tanti e quasi di poco conto, visto che la febbre non è una grave malattia e che Gesù e i quattro apostoli avrebbero potuto arrangiarsi. Si trattava di un giorno, uno o due pasti in tutto. Perché inserire nel vangelo un episodio apparentemente così insignificante? Poteva essere riassunto nel racconto, di poco successivo, dei numerosi malati ed indemoniati che Gesù guariva.
Si può fantasticare intorno a queste poche righe riempiendo alla maniera della Valtorta quegli spazi e quelle ragioni che i racconti evangelici non dicono lasciandoli seminati e persi tra le righe. Così provo anch’io a ricostruire la scena e poi a cercarne un senso. L’episodio è successivo ad una decisione importante di Pietro: Lasciate le reti, il lavoro e la moglie, forse anche i figli, si mette a seguire Gesù. E qui nella reazione della suocera, ci sta la reazione della famiglia rispetto alla scelta di Pietro. La febbre della suocera poteva essere di rabbia, di sgomento, di delusione, di abbandono, di perdita, o tutte insieme. E’ un fenomeno abbastanza consueto e frequente nelle dinamiche della separazione dalla famiglia quando un figlio decide la vita religiosa. Più in generale succede sempre quando l’uomo avverte che colui o coloro sui quali aveva posto le sue speranze, i suoi sogni, la sua fiducia, vengono meno, anzi se ne vanno addirittura per strade contrarie, avverse al proprio desiderio. Si sta male, si sta molto male. L’oggetto del nuovo desiderio, in questo caso Gesù per Pietro, genera quanto meno una sorta di gelosia in chi resta e vede svanire la sua storia per l’ingresso violento d’un terzo prima indifferente e sconosciuto. La suocera vede la figlia abbandonata a se stessa, che cosa poteva pensare di quel Gesù che gli aveva sottratto il marito? Vista la statura che Gesù ha nelle nostre teste - è il figlio di Dio - la reazione della suocera può sembrare incomprensibile e sproporzionata. Pietro non lascia la figlia per una qualche mattana sempre possibile agli uomini, ma perché ha incontrato il figlio di Dio. Dunque buon per lui e buono anche per la suocera e sua figlia, si trattava di una vincita al lotto. Ma quel Gesù non era ancora diventato Dio, cominciava proprio allora la sua ascesa ed era difficile indovinarne la futura carriera. Per intanto era un intruso bello e buono.
La febbre indica però la nobiltà d’animo della suocera. Si ritira nella sua solitudine senza scaricare altrove la sua sofferenza. Per quel po’ di esperienza che ho, non sempre la reazione si declina nei termini della “febbre”. Doveva essere una povera donna avezza allo scacco dei suoi desideri. Già altre volte doveva aver fatto i conti con la realtà della vita che non vuole essere assimilata ai propri sogni e vi si oppone vittoriosa. Non c’è e non c’è per nessuno, si ritira nel proprio dolore finché il tempo non rimarginerà la ferita.
Ma nelle poche righe del racconto è Gesù stesso che va da lei, si avvicinò a lei, dice, e la fece alzare dandole la mano. Si avvicinò. C’è da sottolineare questo avvicinarsi perché ha dello straordinario. Da consigliere esterno nelle mie funzioni di prete ho tentato più volte questo avvicinamento e forse in qualche caso è avvenuto. Ma i consolatori esterni, coloro che capiscono la situazione ma non ne sono direttamente coinvolti, restano pur sempre marginali. Il loro avvicinarsi è superficiale. Avvicinarsi ad un malato e alla sua malattia forse vuol dire entrare nella stessa malattia, gridare con lo stesso grido del malato. Con-solare vuol dire vivere la stessa solitudine, nutrire la stessa rabbia, vivere della stessa lotta in cui è entrato il malato. Avvicinarsi, è una parola decisamente difficile e in questo caso lo è tanto di più in quanto Gesù non è un esterno ma un protagonista della vicenda, oggetto diretto dell’agressività della donna. Sospinto dalle mille ragioni di difesa contro questa aggressività, poteva lasciarla cuocere nel suo brodo. Così avviene per lo più quando si ha una certa nobiltà d’animo e si sanno frenare i propri istinti aggressivi.
La fece alzare dandole la mano. Dopo averla raggiunta, mano nella mano possono camminare insieme. La febbre la lasciò ed ella li serviva.
Possiamo indagare oltre nelle dinamiche psicologiche di questo incontro, ma non credo fosse questo l’intento dell’evangelista Marco. L’intento di Marco è dichiarato nelle prime righe del suo vangelo: Questo è l’inizio del Vangelo, il lieto messaggio di Gesù, che è il Cristo e il Figlio di Dio. Marco dirà come meglio gli riesce chi è questo figlio di Dio che ha la capacità di risuscitare l’uomo. Faccio notare che la traduzione “la fece alzare” poteva esse anche “la fece risorgere”, il verbo usato da Marco è lo stesso che userà per dire la risurrezione di Cristo dopo la sua morte. Ora nel nostro episodio il figlio di Dio, si presenta alla suocera come un tizio sconosciuto, anonimo vorrei dire, che prima le porta via il marito della figlia e poi la raggiunge nel dolore della perdita per riprendere da qui il cammino insieme. Questo è il Figlio di Dio che ha conosciuto Marco e del quale vuole parlare scrivendo il suo Vangelo.
Mi domando, chi è il figlio di Dio per me? Dove lo incontro o l’ho incontrato o l’incontrerò? In paradiso? Nella Chiesa? Nella mia vita virtuosa? Nella mia moralità? Nelle scritture? In chiesa? Nei sacramenti?

Domenica, 05 Aprile 2015 17:34

Non comprendere

Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Giovanni è straordinario nel dire ciò che ha capito della vita, e tradurlo in una maniera discorsiva lascia sempre l’amaro di non dire bene ciò che lui ha detto attraverso un linguaggio semplice che condensa ciò che è storico (cioè della storia di ogni uomo e di sempre, passato presente e futuro) con ciò che è storico (cioè che riguarda quel Gesù di duemila anni fa, protagonista del suo Vangelo). Per la nostra mentalità forse viene penalizzato il secondo elemento, la cosidetta storicità di Gesù, visto che i suoi racconti hanno sempre qualcosa di “improbabile”.
E’ come se da quel Gesù che lui ha conosciuto estraesse quella parte che è eterna cioè da sempre e per sempre e che lasciasse nell’irrelevanza, contrastandolo con durezza, ciò che passa, e ciò che passa è il “mondo” ossia quel modo di vedere la realtà che dichiara la fine di ciò che è. C’è chi dice che il suo vangelo è un processo nel quale si oppongono il giudizio del “mondo” con il giudizio di “Dio”. L’affermazione finale è che Dio ha ragione, quel Gesù è eterno e lo è proprio e massimamente in quel momento in cui il mondo si dichiara vittorioso: la crocifissione. Il crocifisso esprime in pienezza la gloria del Cristo. Non c’è bisogno di attendere la risurrezione come atto successivo alla morte in croce per dichiarare la regalità del Cristo. La piena manifestazione della gloria, se vogliamo la risurrezione, è una cosa sola con la morte, con quella morte, la peggiore possibile del morire.
La fede è il riconoscere che quel Gesù (crocifisso) è il Cristo, la non fede è il non crederlo. Ma qui, in queste affermazioni, interviene il nostro cristianesimo a confonderci nella comprensione. Nel nostro cristianesimo l’atto di morire e di risorgere sono due momenti diversi, prima si muore e poi, speriamo, si risorge, con tutte le conseguenze che ne derivano. Pensiero più che naturale che relega nella solitudine (isolamento) quel Gesù: lui è risorto e il suo sepolcro è vuoto, mentre noi forse risorgeremo e il nostro sepolcro è pieno.
Come è arrivato Giovanni a un tale modo di pensare, di vedere? Il brano di vangelo che ho preso in esame conclude che fino a quel momento Pietro e Giovanni non avevano compreso la Scrittura che diceva che Gesù doveva risuscitare. Ora, da nessuna parte nelle scritture c’è scritta questa cosa. Alcuni commentatori suggeriscono che probabilmente l’evangelista aveva a disposizione dei testi che poi si sono perduti, ma data l’importanza di questi testi perduti la cosa è improbabile. La Scrittura in questo caso, invece, sembra corrispondere più che ai testi della Bibbia, alla Legge con la L maiuscola cioè a come sono ordinate tutte le cose di questo nostro mondo, la Legge della natura (da non confondere con le leggi della natura che via via le scienze o i filosofi scoprono e che stanno in piedi finché resistono alla sperimentazione). Fino al momento del sepolcro vuoto Pietro e Giovanni non avevano compreso un qualcosa che la Legge, che pure conoscevano, dice, e cioè che egli doveva risorgere dai morti. Il sepolcro vuoto è per loro la porta d’ingresso per una comprensione di qualcosa che è già nella Scrittura, nella Legge.
Ora, tutto questo sa di follia e se devo recuperare dalla realtà un’esperienza simile mi vengono in mente solo casi (esperienze) di gente “fuori di testa”. Lo scoprire un sepolcro vuoto non è cosa normale e da tutti e quindi i normali e i tutti parlano di risurrezione ma non sanno che cosa sia. Pietro e Giovanni si accorgono che proprio quell’uomo finito, morto e morto nel peggiore dei modi, proprio lui è vivente, è il vivente, avrà addirittura la statura del divino, di Dio.
La Pasqua celebrata in questi giorni ci porta a pensare, a comprendere l’uomo sotto la luce di questa scoperta. Ci spinge a prendere in considerazione la sua espressione più bassa, un uomo alla vista del quale giriamo la faccia per non vederlo tanto è ripugnante il suo aspetto, e contemporaneamente a vederne la sua espressione più alta, quella che si confonde con la divinità.
Il nostro giudizio sulla realtà può stare al di qua di una tale visione e ci troviamo in grande compagnia con tutti quelli che non hanno mai visto il sepolcro vuoto, o andare al di là come chi ha visto il sepolcro vuoto. Ma di questo “mistero” non potremo mai diventarne padroni, non potremo mai impossessarcene perché l’esserne padroni può coincidere al più con la durata del nostro protagonismo che inevitabilmente svanirà col nostro morire. Ci insinua però un giudizio che non è per nulla umano, che all’uomo non viene spontaneo, che è fuori dalla sua portata: l’uomo che grida la sua disperazione perché abbandonato da Dio e dagli uomini è al vertice della sua grandezza. Detto altrimenti, raggiunge il Cristo nell’espressione più alta del suo amore per noi. E ciò è carico di conseguenze. Smaschera la presunta fede, di cui volentieri ci nutriamo, in un Dio onnipotente secondo i nostri criteri di potenza. Abbatte le nostre speranze, soprattutto quelle che si vestono di bontà e ci inserisce nella scoperta di un mondo che non ci saremmo mai sognati di vedere.
Come vi sarete accorti, devo tornare all’inizio di queste quattro righe per confermare che il mio parlare è inconfrontabile con quello di Giovanni perché la ricchezza del suo modo di dire la realtà vi avrà suggerito tante altre cose che io non ho detto e non ho saputo dire.

Venerdì, 05 Giugno 2015 17:30

Il Paraclito

Gv 15,26-27; 16,1-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto.
Non ve l’ho detto dal principio, perché ero con voi.  Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?». Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

“Il Paraclito, lo Spirito della verità che procede dal Padre ... Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.
Parole molto strane per il linguaggio del nostro mondo secolarizzato e troppo consunte, forse, per quella parte di mondo che ancora frequenta le chiese. E’ probabile che per capirle ci sia bisogno di un ritorno alle origini, a quel tempo in cui sono state pronunciate e a quell’uomo Gesù che le ha dette. I due millenni di storia che portano da allora fino a noi hanno costruito su di esse fiumi di sapienza così ampi e profondi che oggi ottengono l’effetto contrario alla loro intenzione, una specie di overdose in cui anche gli studiosi annegano facilmente, mentre l’uomo comune non tenta neppure di comprenderle delegandole agli esperti. Una delega che ha un tempo limitato perché il passaggio successivo diventa indifferenza.
E l’origine è un uomo che al vertice del suo modo di presentarsi al mondo sale su una croce, ossia, e non sto qui a richiamare tutti i passi con cui lo si descrive, è un condannato che sprofonda negli abissi dell’ignominia. Questa è la più alta manifestazione del divino che l’uomo abbia modo di conoscere. Il crocifisso è il volto di Dio. Proprio costui sul quale non è possibile vedere alcun segno di divinità dichiara un’appartenza al divino assoluta. “Se sei Dio, scendi dalla croce” sono le parole che dicono la separazione più netta di ciò che è divino da ciò che non lo è. E poiché non è sceso dalla croce, non può essere Dio.
Ma alcuni l’hanno visto risorto, circa cinquecento dice Paolo e da ultimo è apparso anche a lui. Ciò che l’uomo vede morto, alcuni lo vedono vivo. Per l’uomo è diventato muto, per alcuni quel morto parla e ha un sacco di cose straordinarie da dire, per alcuni il suo spirito fermenta la loro conoscenza del divino. Chi sono questi alcuni? I suoi traditori.
Credo che, proprio noi di cultura cristiana, dovremmo mettere tra parentesi tutta la sapienza che i due millenni hanno costruito sui fatti che riguardano la Pasqua e tentare di riportare quei fatti nel nostro tempo. Vedere cioè se quei fatti hanno un qualche riscontro oggi, dove al posto di Gesù ci sta un innocente di oggi e ugualmente sostituire con contemporanei tutti i protagonisti di quella Pasqua. Oppure al contrario, saltare i due millenni e portarci noi come presenti e protagonisti di quei fatti. C’è come il bisogno di tornare a quel momento preciso in cui l’uomo ha davanti a sé la mostruosità di quel Cristo, lo scandalo della croce. Quel punto capace di discriminare senza residui il dio dell’uomo dal vero Dio, dove il dio dell’uomo viene cammuffato da tutti gli attributi degni di un Dio, mentre lo scandalo della croce ne presenta l’assenza.
Come capire uno spirito che afferma che i capi dei sacerdoti, l’intero clero, i farisei, gli anziani, i teologi (esperti di Dio) e a seguire anche il popolo non conoscono Dio, perché se lo conoscessero vedrebbero il volto di Dio che sta sulla croce?
Per capire il tradimento di Pietro e degli altri è necessario avere davanti agli occhi il condannato e i suoi accusatori dove il condannato è pressoché un barbone, mentre gli accusatori sono l’elite dell’autorità e della sapienza.
La questione del divino, di ciò che è di Dio si situa dentro una terribile e rischiosa guerra in cui ci si gioca la vita. Viene il momento in cui si è costretti a scegliere una parte e la parte scelta distingue nettamente gli opposti. C’è uno spirito che porta alla condanna di quel Gesù e c’è uno spirito che ne difende la causa (Paraclito).
Questo spirito di verità metterà in luce la menzogna degli accusatori e darà gloria alla vittima: “dimostrerà la colpa del mondo (=accusatori) riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre (= gloria) e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo (il pensiero degli accusatori) è già condannato”.
Il pianto di Pietro al canto del gallo o il “perché mi perseguiti?” udito da Paolo sulla strada di Damasco dicono la prima azione dello Spirito: la consapevolezza del peccato.
La risurrezione per gli apostoli e l’dentificazione dei cristiani con Gesù per Paolo (perché mi perseguiti), dicono la seconda azione dello Spirito: la glorificazione di Gesù.
L’abbandono delle sinagoghe e la nascita del “cristianesimo” dice la terza azione dello Spirito: la condanna del demoniaco, di quel male che si fa idolatria.
E’ probabile che non sia riuscito a “spiegare” il testo di Giovanni, ma faccio appello alla vostra intelligenza e al vostro cuore per arrivare ad ascoltarlo senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Lunedì, 05 Ottobre 2015 17:28

A proposito di schiavi

Mc 10, 42-45
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e disse loro:
«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.
Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Quanto meno suonano consolatorie queste parole di Marco per chi nella vita non è riuscito a far niente di buono e tra questi potremmo essere in tanti.
Non è semplice indagare e scoprire come l’uomo riesca, sia capace di sottomettere al suo volere anche ciò che gli è nemico. Questa è forse la sua impresa più grande. Leggete bene, con attenzione queste quattro parole di Marco e chiedetevi che cosa vogliono dire.
In primo luogo c’è un’affermazione di Gesù che generalizza in modo ingiusto sulla realtà dei capi delle nazioni. Non è vero che tutti le dominano e che le opprimono. E’ una frase, un giudizio che attenta alle istituzioni in quanto tali. Marco avrebbe dovuto aggiungere una parolina in più per tornare alla realtà. Per esempio: “spesso”, o “a volte” o “quasi tutti”, “molti”...
Ma si sa, Gesù quando parla, lo fa con paradossi per farsi capire e non bisogna prendere alla lettera le sue affermazioni. Altrimenti il mondo ci crolla addosso. Un po’ di buon senso ci dice che  Saddam, Gheddafi, Putin e forse la Merkel od Obama sì, ma Renzi o chi per lui, no. E poi capi delle nazioni in un mondo democratico non ci sono più. Insomma il vangelo va bene leggerlo in chiesa e ascoltarlo come si fa nelle chiese, il mondo reale, quello fuori dalla porta della chiesa è un’altra cosa.
“Tra voi non è così”, ecco un’altra imprecisione di Marco, forse una svista. Di chi si può dire che non è così? Era più giusto e corrispondente alla realtà dire: Tra voi non “sia” così. Sappiamo che siamo tutti peccatori e perciò tutti tentati dal potere. Se seguiamo Gesù e vogliamo essere suoi discepoli, ci impegnamo e con non poca fatica a non essere come i capi che opprimono. Avesse messo un “sia” avrebbe dato una direzione al nostro comportamento morale, ma l’”è” è fuori dalla storia. Io non ho conosiuto nessuno che è così, forse dopo sessant’anni devo guardare meglio.
 “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”.
Potrebbe essere che sto cercando il pelo nell’uovo, ma come si può dire una frase del genere? Mi convinco sempre più che Marco non sapeva scrivere o diceva male quello che avrebbe voluto dire.
Io so che dovrei diventare grande servendo i miei fratelli, invece che tentare la carriera del capo, orientarmi alla carriera del servo. Se poi il mio servizio è quello di fare il capo tanto meglio, da capi si può servire molto di più, a molta più gente e con più incisività nella storia. Ma Marco dice diversamente, tanto da non essere neanche più “cristiano”. Mi dice che devo considerare gli altri tanto più importanti quanto più mi servono. Se non mi servono non sono nessuno, se mi servono sono grandi. Non è possibile che solleciti e incoraggi il mio egoismo, senz’altro si è espresso male oppure la traduzione italiana che è stata fatta è sbagliata.
 “Chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”, rincara la dose: non solo il più importante è il mio schiavo, ma deve essere schiavo anche degli altri. La parola schiavo è poi senz’altro eccessiva, servire va bene, ma schiavi? E’ vero che ci sono gli schiavi anche oggi, ma se il mondo fosse “cristiano” gli schiavi non dovrebbero esserci. Uno schiavo non ha dignità di uomo perché gli è tolta la parte più importante dell’uomo, la volontà, l’autonomia, la libertà.
E infine anche Gesù Cristo è venuto per servirmi. Se non mi serve lo lascio perdere. Di certo non devo essere io a servire lui altrimenti tradirei la ragione per cui è venuto.
La pedanteria da testimone di Geova, ossessiva, che mi abita non rende per nulla simpatico questo mio parlare, non è emotivamente affascinante, invece che suscitare speranze, arzigogola fantasticherie. Può essere. Ma può essere anche di no e può essere che Marco dica bene quel che vuol dire e che spetta a noi capirlo.
Per tornare all’apertura dell’articolo devo dire che trovo consolanti queste parole di Marco e proprio perché mi sono o mi sono state così ostili e nemiche più di quanto sia riuscito a sottometterle. Ma non si tratta di sapere che cosa penso io, che già lo so, ma di quello che pensate voi che, se anche voi già sapete quel che pensate, potete lasciar perdere queste mie domande, altrimenti...

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