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“Il recente Capitolo Generale dei frati ha dato come tema per la celebrazione del Giubileo questo motto, semplice e radicale al tempo stesso: “Mandati a predicare il Vangelo”, che fa eco all’invio dei primi frati come predicatori al servizio della Chiesa, completamente votati all’annuncio della Parola di Dio.
Il motto è semplice in quanto centra la nostra attenzione nel cuore del servizio che la Chiesa si aspetta dall’Ordine: proclamare il Vangelo.
È radicale perché, al di là di tutte le difficoltà che si possono incontrare, al di là delle incertezze che sono in noi riguardo a ciò che dobbiamo essere o fare, esso ci ricorda che prima di tutto dobbiamo essere aperti a questo “invio” dal quale proviene la nostra identità. Oggi, forse più che mai, il tema dei Domenicani laici deve aiutarci a scoprire anzitutto che tutti noi, membri della Famiglia Domenicana, siamo mandati insieme per servire la conversazione di Dio con il mondo proclamando il Vangelo della pace”.

Ho ricevuto da qualche giorno il testo in francese, inglese e spagnolo, le tre lingue ufficiali dell’Ordine, della Lettera che fra Bruno Cadoré, Maestro dell’Ordine, ha scritto in occasione dell’anniversario della Conferma dell’Ordine, 22 dicembre 1216. Ci siamo messi subito all’opera per  tradurla in tempi brevi ed inviarla alle fraternite. Ma mi piace qui sottolineare alcuni punti della lettera che mi sono sembrati stimolanti.
Fra Bruno dice che tutti noi siamo mandati insieme per servire la conversazione di Dio con il mondo. Ed il modo di questo servizio è proclamare il Vangelo della pace.
Insieme, cioè non soli, ciascuno per proprio conto, come staccati l’uno dall’altro e come se la predicazione fosse una aspirazione personale e non un servizio comunitario alla Chiesa. Certo ciascuno dei rami della Famiglia predica secondo il proprio stato, nelle situazioni di vita quotidiana, nell’ambiente in cui  vive, ama, lavora, fa fatica, ma impegnati insieme, compagni che hanno imparato come i discepoli di Emmaus ad ascoltare il viandante che fa la strada con loro, lungo il cammino delle speranze e della delusione, a condividere la mensa del pane e della Parola e ad annunciare che il Cristo che credevano morto è vivo e presente in mezzo a loro e che l’hanno incontrato ancora.
Per servire la conversazione di Dio con il mondo, cioè perché tutti noi siamo chiamati a continuare il dialogo instaurato da Gesù con la gente, con i poveri, i derelitti, gli affamati di cibo ma anche di ascolto, di Vangelo che sia una buona notizia per la vita. “Che ne sarà dei peccatori?” era la domanda ricorrente di Domenico nelle sue notti in preghiera. “Che ne sarà di quanti il Signore mette sulla nostra strada?” non perché passiamo accanto a loro con uno sguardo di indifferenza, ma perché ci fermiamo a “conversare” con loro, ad ascoltare il loro bisogno e a continuare quella conversazione portatrice di speranza per cui Dio ha mandato suo Figlio sulla terra.
Scrive fra Bruno, riportando una forte convinzione sottolineata da Paolo VI durante il Concilio: “La Chiesa diviene ciò che veramente è nella misura in cui si fa conversazione nel mondo, cioè proclamando il Vangelo nel mondo desidera testimoniare che il Dio della rivelazione biblica viene, in Gesù, ad incontrare l’umanità per conversare con essa”.
Domenico non si tirò indietro davanti alle accese argomentazioni dell’oste eretico, si trattenne con lui tutta la notte a “conversare”, ad annunciargli il Vangelo della salvezza. Cominciò in quel primo viaggio a sognare l’avventura della “Santa Predicazione”, modellandola sul gruppo di cui parla l’evangelista Luca, il gruppo che accompagnava Gesù andando per città e villaggi portando la buona notizia del regno di Dio.
“Seguendo la “Santa Predicazione” siamo inviati come famiglia a predicare il Vangelo. L’idea della “Famiglia Domenicana” è così non solo un modo di esprimere il convenire di parecchi gruppi con un unico obiettivo. Essa esprime anche un modo di evangelizzare e, da questo punto di vista, i Laici domenicani sono un ricordo di questa esigenza, che ha radici nel Vangelo”.  
 All’interno della Famiglia Domenicana il ruolo dei laici domenicani permette alla predicazione dell’Ordine di raggiungere più pienamente il suo fine per il fatto stesso della realtà della vita laica, poiché  la nostra predicazione è radicata nell’esperienza della vita familiare e professionale, di genitori, di vita ecclesiale, di essere giovani nelle società contemporanee, l’esperienza del battezzato che deve rendere conto della sua fede nel contesto di una famiglia o di un gruppo che spesso non condividono la stessa fede.
Fra Bruno ricorda  che un domenicano dovrebbe procedere con la Bibbia in una mano e un giornale nell’altra e l’esperienza condivisa arricchirà ulteriormente questa attitudine. Noi laici domenicani abbiamo la responsabilità di ricordare agli altri membri la questione fondamentale: i laici nella Chiesa non sono i destinatari della predicazione, dell’evangelizzazione e della cura pastorale ma piuttosto coloro che sono chiamati a esserne attori. E la Chiesa, per diventare ciò che essenzialmente è, ha bisogno dell’impegno di ciascuno a portare il Vangelo al mondo.
Non ci resta, dunque, come laici domenicani, che rimboccarci le maniche, assumerci le nostre responsabilità ed evangelizzare fuori e dentro casa nostra, nell’Ordine, nella Chiesa, per le strade di questo piccolo vasto mondo che ha bisogno di “conversare” con Dio.

Mercoledì, 01 Ottobre 2014 00:00

Inviati per predicare il Vangelo

Questo il tema che farà da filo conduttore alle celebrazioni del Giubileo dell’Ordine dei Predicatori, tema ripreso dalle prime parole che Papa Onorio III usò nella Bolla del 2016 per confermare la fondazione dell’Ordine.
Ottocento anni sono passati da quando Domenico, un uomo venuto dalla Spagna, nella confusione e divisione della Chiesa del suo tempo, dove movimenti ereticali proponevano un ritorno alla vita apostolica fatta di predicazione e povertà evangelica, ebbe l’intuizione di un “Ordine” che preparasse i suoi membri alla predicazione del Vangelo in forma itinerante. All’esclusivo diritto dei vescovi di predicare, Domenico contrappose la necessità che ogni cristiano diventasse predicatore della Buona Novella, e all’ignoranza di molti preti e religiosi la preparazione teologica e biblica degli stessi, che con la parola e l’esempio diventassero testimoni predicatori credibili ed affidabili della Parola.
Ci avviciniamo al 2016 e l’Ordine sta vivendo la preparazione del suo Giubileo. Ma che cosa vuol dire celebrare un Giubileo?
Nella storia di Israele con l’anno giubilare tutti i beni immobili acquistati nei quarantanove anni precedenti, rientravano in possesso del primo proprietario. Allo stesso modo gli Ebrei, servi o schiavi di qualche Ebreo, riacquistavano il diritto alla libertà e tornavano alle proprie famiglie (Lev. 25,10).
“Nessuno defraudi il suo prossimo, ma temi il tuo Dio: Io sono il Signore, Dio vostro” (Lev. 25,17).
Per il popolo di Israele il Giubileo era un tempo di gioia e di rinnovamento, per l’Ordine, per tutti i suoi rami (frati, monache, laici, suore) questa celebrazione è occasione per fare memoria delle proprie origini, guardare al dono della propria vocazione, della tradizione tramandataci a partire dal suo fondatore di una misericordia richiesta e ricevuta, della ricchezza costituita dalla diversità dei suoi membri.
E’ il momento per unirci in preghiera per ottenere quella generosità e libertà interiore che rendono pronti ad essere inviati a predicare il Vangelo, rinnovando la passione per Dio e per l’uomo, la creatività, l’originalità e la gioia che erano di Domenico e dei suoi primi confratelli, frati monache e laici.
L’occasione per riflettere sul mandato ricevuto ed abbracciato della predicazione: da chi siamo mandati, a chi, con chi e che cosa predicare? Ciascuno di noi, nel suo stato, frati, monache, laici e suore, dovrebbe ripensare al nostro stile di vita, al modo di pregare, studiare e predicare.
Celebrare il Giubileo è rinnovare individualmente e comunitariamente, nel reciproco rispetto della libertà e singolarità di ogni ramo, il desiderio di metterci alla scuola di Domenico, una scuola di misericordia e di verità, di conversione quotidiana perché quanto chiesto e ricevuto sia vissuto completamente “nell’ascolto della Parola di Dio, nell’approfondimento della propria vocazione apostolica, nell’irrobustimento dello spirito di comunione fraterna. [...] Un cammino da percorrere per ritrovare il senso profondo ed autentico della nostra missione” (fra Bruno Cadoré - Lettera di Promulgazione degli Atti del Capitolo di Trogir, 2013), impegnandoci ad andare incontro agli interrogativi inevasi della società contemporanea, facendoci compagni di cammino di tanti uomini e donne, scoraggiati e delusi, e condividendo con loro la Parola di speranza e di amicizia.

 
 
Mercoledì, 01 Ottobre 2014 00:00

Esci dalla tua terra

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L’annuale Giornata dell’impegno e della solidarietà si svolgerà il prossimo 29-30 novembre a San Domenico di Fiesole (Firenze). Il tema scelto è: POPOLI IN MOVIMENTO. Le ragioni, della scelta di affrontare ancora una volta le tematica riguardante i flussi migratori dei popoli, sono ovvie: l’informazione, applicando il criterio del “mordi e fuggi”, dà notizia di sbarchi e di morti di migliaia di persone, in una formulazione che vuole imporre la normalità e la banalità di una fenomeno da decenni consolidato e che non fa più sensazione, come le cronache di guerra. Con poche eccezioni (ma ci sono) l’informazione resta sul vago: qualche dato, il numero di sbarchi e il numero di dispersi in mare e morti accertati; niente di più, non veniamo informati né sul prima né sul poi: dove finiscono i sopravvissuti alle “carrette” del mare?, dove finiscono i corpi recuperati dei deceduti in mare?  È come se la loro esistenza o la loro non esistenza si racchiudesse tutta in un barcone in balia delle acque mediterranee. Per il resto, meno siamo informati, meglio ci sentiamo. Infatti del prima e del dopo è meglio non parlare: è meglio non dire che tutte le persone che arrivano su territorio italiano sono aventi diritto allo status di Rifugiati politici (e ai quali andrebbe garantito l’asilo politico): sono popoli in movimento “forzato”, sono popoli in fuga da paesi in guerra, paesi che l’Italia ha contribuito ad armare (Somalia, Etiopia, Sierra Leone, Siria), ma si rifiuta di accogliere le vittime in fuga da quelle armi. Nel mese di agosto l’Italia (con altri paesi europei) ha iniziato le procedure politiche per inviare armi in Iraq: armare i Curdi contro i jihadisti (ISIS) per difendere la popolazione è la nobile ragione! Ora non se ne parla più, lasciando che il mercato delle armi faccia la sua bella figura e i sui bei guadagni. Ma quando tra sei mesi o fra un anno, arriveranno i barconi pieni di curdi iracheni, nessuno in Europa si assumerà la responsabilità di accoglienza e nessuno dirà: è un dovere e un obbligo accogliere quelle popolazione in fuga dalle guerre che abbiamo armato! Ciò che si farà e dirà, sarà invece spingere l’informazione pubblica a farci tremare per la nuova, ennesima invasione...
Era l’8 agosto (giorno di san Domenico) del 1991; la nave mercantile Vlora, partita il giorno prima da Durazzo, arriva al porto di Bari (dopo essere stata respinta dal porto di Brindisi) con a bordo più di 20000 albanesi (in questi casi i numeri sono sempre approssimativi; alcuni giornali parlavano addirittura di 27000). Pur consapevole che il flusso migratorio dall’Albania era ormai iniziato - a febbraio e a marzo erano già arrivate navi da Durazzo - l’Italia si dimostrò del tutto impreparata ad accogliere tale fiumana di persone che venne rinchiusa, come in un ghetto, nello stadio del capoluogo pugliese. A testimonianza di quello sbarco riporto alcune righe di un articolo di Don Tonino Bello (allora vescovo di Molfetta) scritto per il quotidiano Avvenire: “Le persone non possono essere trattate come bestie, prive di assistenza, lasciate nel tanfo delle feci, mantenute a dieta con i panini lanciati a distanza, come allo zoo, senza il minimo di decenza in quel carnaio greve di vomiti e di sudore; forse come credenti avremmo dovuto levare più forte la nostra condanna ed esprimere con maggiore vigore la nostra indignazione. Sono sconfitti e umiliati gli albanesi; sconfitti e umiliati anche noi, perché costretti a sperimentare ancora una volta come la nostra civiltà, che nella sbornia di retorica si proclama multirazziale, multietnica e multireligiosa, non sa ancora dare quelle accoglienze che hanno sapore di umanità…” (fonte: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it) .
È dunque dal 1991 che l’Italia è impreparata all’accoglienza dei flussi migratori, capace solo di retorica (come diceva don Tonino) e di allarmismi contro le invasioni degli stranieri: in pochi mesi l’opinione comune degli italiani considerava tutti quegli albanesi delinquenti venuti in Italia a delinquere. Pregiudizio già affermato negli anni 50 per i veneti che migrarono nel nord-ovest, negli anni 60 e 70 furono i “terroni” che dal sud portavano al nord ignoranza e malvivenza, poi i marocchini, poi i tunisini, poi i romeni, e così sarà per i siriani, gli etiopi e i curdi... È mai possibile che tutte le persone che arrivano o si spostano nel nostro paese siano solo e sempre immagine negativa e da negare dell’umanità? Gli albanesi arrivati l’8 agosto, con quelli che li hanno preceduti e seguiti, hanno saputo ottimizzare le loro capacità e le loro risorse in un paese ostile, ma ai loro occhi segno di speranza e di vita. E 20 anni dopo il loro sbarco in Italia c’erano 11000  albanesi iscritti nelle università italiane (e qualche italiano iscritto in quelle albanesi) e nel 2010 l’imprenditoria albanese ha raggiunto le 26.600 piccole-medie e grandi imprese nel territorio italiano, al quarto posto per l’imprenditoria straniera in tutta Italia.   
Pur rispettando il dramma e la sofferenza di coloro che affrontano un viaggio disumano e disumanizzante per giungere in Europa, ho voluto prendere la popolazione migrante albanese come riferimento pratico di un’Italia che grazie al flusso migratorio migliora in qualità e prosperità, imparando che la storia dei popoli in movimento non si esaurisce nella disperazione e nella sconfitta umana e, superando le politiche repressive e i pregiudizi infondati, continua ad essere occasione e opportunità anche qui in Italia.

Domenica, 01 Giugno 2014 00:00

Emergenza immigrati?

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Preghiamo per le persone che in questi giorni hanno perso la vita nel Mare Mediterraneo. Si mettano al primo posto i diritti umani - preghiamo per questo: si mettano al primo posto i diritti umani - e si uniscano le forze per prevenire queste stragi vergognose.
(Papa Francesco, Udienza generale, mercoledì 14 mag. 2014)


L’ennesimo dramma di un barcone carico di immigranti che sprofonda nel Mediterraneo o l’ennesimo barcone che riesce a raggiungere le coste siciliane fa suonare i campanelli di allarme: EMERGENZA IMMIGRATI! Quando leggo o sento questa espressione mi domando perché si stia parlando di emergenza: i flussi migratori sono sempre esistiti nella breve storia degli essere umani su questo pianeta; è grazie ai processi dei popoli in movimento che l’essere umano è sopravvissuto, si è rinforzato mischiando il DNA delle varie etnie, ha rimodellato e impostato nuove società, ha permesso lo sviluppo. I risvolti a lungo termine dei flussi migratori hanno sempre avuto una valenza positiva: è la storia stessa che ci documenta a riguardo. Eppure viviamo in un paese dove di questa storia non se ne tiene conto, dove la presenza dello “straniero” è inculcata come fenomeno di degrado, come elemento di paura, a volte di fobia: l’invasione degli stranieri. E l’atteggiamento più immediato, più semplice, di maggior impatto è quello di preoccuparci del danno, degli effetti e delle conseguenze orribili di invasioni. È l’atteggiamento della stupidità umana che cerca di scavalcare ed eludere le responsabilità con soluzioni facili e inefficienti... Così al ripetersi costante dell’avvistamento di un nuovo gruppo di immigranti in arrivo, si grida allo stato di emergenza. Ma come è possibile che un flusso migratorio come quello in atto in Italia da oltre 30 anni continui ad essere considerato un fenomeno da affrontare come emergenza? Se dopo 30 anni di barconi (dai Balcani, dall’Albania, dalla Libia, dalla Tunisia..) si parla ancora e sempre e solo di emergenza, la risposta è palese: non ci sono politiche sociali a riguardo, se non quelle repressive tipo la legge Bossi-Fini o la creazione dei lager CIE (Centri di identificazione e di espulsione) che non affrontano il problema ma si pongono come armi per contrastare e combattere il dilagare degli invasori. E non risolvono niente. E ogni barcone che arriva è emergenza immigrazione. Per quanti anni ancora dovremo sentire questa espressione di fronte ad un fenomeno, non improvviso, ma previsto, costante, che si ripete nel tempo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?
Quindi, per come la vedo io il problema vero non è nella così detta “invasione” dei flussi migratori; il vero problema è vivere in un paese che non sa e non vuole gestire e valorizzare la “normalità” dei flussi migratori. È un problema umanitario dove il vero problema umanitario sta nell’accoglienza, sta nell’umanità o disumanità nostra di fronte al fenomeno migratorio. Il problema siamo noi italiani, non gli stranieri che arrivano in Italia. È da questo punto di vista che c’è bisogno di classificare come stato di emergenza la nostra troppo scarsa umanità. Il ripetersi costante di situazioni come un barcone che affonda con 300 eritrei fa dire ai più sensibili (come espressine massima di sensibilità): oh, poveretti!; l’informazione grida due giorni all’emergenza e poi il silenzio riporta le nostre coscienze nell’oblio e nell’indifferenza fino al prossimo barcone. Soluzioni? Cominciare a vergognarci davvero per queste “stragi vergognose”, e superare l’indifferenza che affonda e annega la nostra umanità.
Lo scorso anno, a luglio, papa Francesco si è recato a Lampedusa dopo l’ennesima vergognosa strage; nell’omelia si auspicava che ciò non accadesse mai più... A distanza di quasi un anno l’auspicio del “mai più” si è realizzato in un “sempre più” e così continuerà se non ci lasciamo seriamente coinvolgere, se continuiamo a trarre beneficio dallo sfruttamento umano, se continuiamo  nelle politiche sociale palliative, se non capiamo che questi fratelli e sorelle che vengono dal mare sono fratelli e sorelle da amare.

“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. […] Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere.
               (Papa Francesco, Omelia a Lampedusa, 12 luglio 2013)

Sabato, 01 Marzo 2014 00:00

Senti da che pulpito!

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Con riferimento ai miei chili di troppo o ai miei troppi chili, qualche lettore/lettrice ha commentato con fondato sarcasmo il mio articolo sulla cultura del cibo nell’ultimo numero di “Amici di Agognate”. Come dire: “senti da che pulpito viene la predica”. Essendo ampiamente sovrappeso, scrivendolo, era facilmente e banalmente prevedibile incombere in tale giudizio, anzi, ero certo del facile fraintendimento tra i modesti contenuti (dell’articolo) e l’abbondante contenitore (l’autore dell’articolo): prima di scrivere quelle cose sulla problematica mondiale dell’alimentazione, avrei dovuto intraprendere una dieta ferrea, mangiare per anni esclusivamente cipolle, sedano e carote crude coltivate in giardino e perdere 40 chili: allora avrei goduto di indubbia credibilità. Stando a questa logica, immaginate se ora scrivessi un articolo in difesa dei diritti delle persone ad orientamento omosessuale senza avere almeno 30 anni di carnale esperienza.
E, sempre in questa logica, a Pasqua, devo dire, comunicare e testimoniare la Risurrezione e facendolo incrementerei lo scetticismo e il giudizio in quanto, per parlare di Risurrezione, dovrei prima morire di morte infamante.
Se ciò, per ora, non mi è possibile, posso comunque fare i conti la morte degli altri e provare, come nel caso delle donne al sepolcro di Gesù la mattina di Pasqua, a intravedere la risurrezione. Scrivo questo articolo nel giorno della morte di mia zia Francesca e, sebbene abbia avuto una vita dura e difficile, ha vissuto le ore prima di morire abbastanza serenamente. Domani ci saranno i suoi funerali e la sua sepoltura. Ed è proprio di quest’ultimo atto della nostra vita umana e terrena che voglio fare una breve riflessione sulla sepoltura di Gesù.
In 1Cor 15,3-5 san Paolo scrive:
Vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici.
È la più antica professione di fede che abbiamo dai testi della Bibbia dove Paolo precisa che sta trasmettendo ai cristiani di Corinto, non una propria convinzione, ma ciò che a sua volta ha ricevuto e gli è stato trasmesso.
Tutti e quattro i Vangeli fanno riferimento a questo dato (cf. Mc 15,43-45; Mt 27,58; Lc 23,52; Gv 19,38) e di come Giuseppe d’Arimatea se ne occupò, ma sembra piuttosto un episodio che prepara l’esperienza delle donne al sepolcro “la mattina del giorno dopo il sabato”. Oltretutto, secondo le leggi dell’Impero romano, i condannati a morte per crocifissione non potevano ricevere degna sepoltura, ma dovevano rimanere esposti e lasciati in preda agli uccelli rapaci e agli animali per poi essere gettati in una fossa comune. I testi dei vangeli lasciano intendere che per una serie di concausalità religiose e civili (la Parasceve, l’amicizia tra Pilato e Giuseppe d’Arimatea...) al corpo inanime di Gesù fu concessa una degna sepoltura.
Ciò che desta stupore è che il testo di san Paolo (1Cor 15,4) è l’unica professione di fede delle comunità cristiane delle origini che fa riferimento alla sepoltura di Gesù e tuttavia sia nella formulazione del Credo del Simbolo Apostolico (del II secolo) che in quella del Concilio di Costantinopoli del 381 (è il Credo viene normalmente utilizzato nelle messe domenicali), hanno mantenuto questa precisazione che Gesù “morì e fu sepolto”. Per la fede delle prime comunità cristiane la specificazione “fu sepolto” non è un qualcosa in più che si aggiunge tra la morte e la risurrezione; “fu sepolto” assume un suo ruolo decisivo rispetto alla morte e alla risurrezione di Gesù come elemento che lo conferma come vero essere umano veramente morto e quindi messo in un sepolcro. E sarà poi quel sepolcro ritrovato vuoto la mattina successiva l’elemento scenografico e la prima indicazione che quel Gesù è veramente risorto.
Domani darò degna sepoltura a mia zia Francesca, sperando che prima o poi anch’io farò l’esperienza di un sepolcro vuoto.
Buona Pasqua!

Sabato, 01 Febbraio 2014 00:00

E' tutto un magna magna

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La scadenza per presentare l’articolo di questo numero de ‘Amici di Agognate’ al capo-redattore (fra Raffaele) era il 15 gennaio cioè con le abbuffate delle festività natalizie ancora da smaltire. Ed è già ora di pensare a “giovedì e martedì grasso”; poi una quaresima più o meno austera e il menù di Pasqua si propone (e ripropone) sostanzioso. Grigliata e frittata di Pasquetta non possono mancare così come i picnic “fuori porta” riempiono i ponti e gli stomaci del 25 aprile e 1° maggio. Feste patronali e sagre gastronomiche scandiscono con regolarità il periodo estivo e autunnale. Dopo l’infinita varietà di dolci e dolcetti tipici per le festività dei santi e dei morti, panettoni e cotechini si preparano all’agguato del prossimo Natale...
Sembra che il tempo non sia più scandito dal ciclo delle stagioni e dai ritmi delle festività religiose; i detti comuni e le frasi fatte trovano conferma: “non c’è più la mezza stagione” / “non c’è più religione”.
Ciò che rimane, in abbondanza, sono le ricette e i menù che tracciano il trascorrere del tempo, che riempiono le feste ormai svuotate dai contenuti religiosi. Segnale evidente di questa predominanza gastronomica è il moltiplicarsi dei libri di cucina: entrando in una libreria sbalordisce la spazio occupato da pubblicazioni su questo argomento che fino a qualche anno fa era rappresentato da Carnacina, Suor Germana e poco più. Anche il palinsesto televisivo è invaso da ogni genere di programma a tema culinario dove tutti aspirano a diventare grandi chef con ricette stravaganti artisticamente impiattate (neologismo inesistente nel vocabolario italiano). Sembra che la popolazione italiana non abbia altro da fare che assimilare ricette, spadellare e mangiare. Da sempre, la cucina italiana e regionale è tra le migliori del mondo e non ha bisogno di un programma televisivo dove lo chef australiano mi insegna come si cucinano e si “impiattano” gli spaghetti al pomodoro.
È doveroso chiedersi il perché di questa invasione e mania culinaria. Una risposta superficiale è data dalla globalizzazione dove anche le differenti culture gastronomiche si sono globalizzate: in città come Milano o Roma si possono trovare ristoranti di ogni genere: cucina cinese, libanese, cingalese, indiana, mongola, messicana, giapponese... Oggi non sei un vero italiano se non vai almeno una volta al mese a mangiare sushi al ristorante giapponese (la maggior parte di questi gestiti dai cinesi). Ma volendo cercare una risposta più in profondità notiamo che questo aumento per l’interesse gastronomico è coinciso con la crisi economica: quella parte di mondo “occidentale” che ha maggiormente subito la crisi ha indotto noi consumatori (nella logica economica gli esseri umani contano solo se consumano) a ridurre o eliminare molte spese o generi di acquisto; il mercato ha dovuto quindi vagliare e promuovere quei settori commerciali che, anche con pochi o pochissimi soldi in tasca, non possiamo fare a meno e tra questi ci sono i prodotti alimentari e i prodotti farmaceutici (spesso in correlazione con l’alimentazione). Da qui la necessità di pompare in ogni modo e con ogni mezzo l’importanza del cibo, inculcando l’idea che, almeno a tavola, non dobbiamo sentirci in crisi ma vigorosi. Sono le leggi di mercato a imporcelo: il mercato alimentare mondiale è controllato da multinazionali e organizzazioni mafiose e questi sistemi sono ben protetti dai governi. L’agricoltura in Italia è prevalentemente gestita dai sistemi mafiosi e sono ormai  decenni che la politica se ne disinteressa: tra qualche mese andremo nuovamente a votare ma prendetevi la briga di controllare i programmi elettorali per vedere quanto interesse hanno i partiti politici nelle questioni riguardanti l’agricoltura, la pesca, l’allevamento di bestiame, la conservazione del patrimonio forestale e del territorio agricolo. In generale, il risultato è che la qualità del cibo che mangiamo non è affatto ecologico o biologico perché l’obiettivo è che il cibo prodotto (non importa come) debba essere acquistato e puoi anche poi buttarlo nel pattume, tanto il meccanismo economico e di guadagno delle multinazionali è garantito. Per produrre 1 kg di carne di manzo da allevamenti intensivi, servono circa 15000 litri d’acqua; un allevamento intensivo ha bisogno di molto terreno di coltivazione (disboscando territori sempre più vasti) per produrre vegetali (cerali e foraggio) che andranno ad alimentare il manzo di allevamento: il risultato assurdo di questo “giro” è che gli animali consumano molte più calorie ricavate dai vegetali, di quante ne producano sotto forma di carne: come “macchine” che convertono proteine vegetali in proteine animali, sono del tutto inefficienti. Per produrre 1 kg di carne servono 30 kg di vegetali coltivati appositamente. Per la loro coltivazione serve acqua. Per dar da bere agli animali serve acqua. Per pulire stalle e macelli serve acqua. Poi c’è da considerare i trasporti che devono rispettare la catena del freddo, nei supermercati sono necessari frigoriferi; infine va considerato che i “consumatori” consumeranno dell’altra energia per cucinare la carne e produrranno dei rifiuti per smaltire gli avanzi e gli imballaggi. Sano, biologico, conveniente ed ecologico!
Ma ancora peggio è la situazione per il mercato del pesce: 1/3 del pescato è illegale (pesca di frodo), quasi la metà del pescato è overfishing cioè oltre i limiti consentiti dalle leggi internazionali. La vastità degli oceani rende praticamente impossibile ogni forma efficiente di controllo (che sarebbe comunque eccessivamente dispendiosa). Anche il mercato ittico è “controllato” dai sistemi mafiosi: il racket del pesce del Baltico è gestito dalla mafia russa che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si è impossessata della flotta mercantile. Oggi si pesca più pesce di quanto ne venga consumato causando l’impoverimento dei fondali marini (pesca a strascico) e mettendo a rischio di estinzioni numerose specie (come se non bastasse l’inquinamento). E sempre la quantità in eccesso di pescato fa sì che il pesce in eccesso non venduto subito, venga comunque “spacciato” come fresco grazie all’uso di additivi (solo alcuni leciti), polifosfati e perossido di idrogeno (vietato ma non rintracciabile, neanche con analisi di laboratorio) che ridanno lucentezza, colore e fanno aumentare la quantità di acqua trattenuta e anche il peso; l’acqua ossigenata è usata in modo illecito perché rende più bianche seppie, calamari e totani. Sano, biologico, conveniente ed ecologico!
Un capitolo a parte andrebbe dedicato all’enorme mercato alimentare per gli animali domestici dove prima o poi si inizieranno a pubblicare libri di ricette per il cane e in TV si sfideranno i migliori (presunti) chef che faranno a gara per proporre i migliori piatti graditi ai gatti!
Allora che fare? Non mangiare più? Diventare vegetariani? Forse. In passato si diceva che siamo ciò che mangiamo, oggi è più appropriato dire che mangiamo ciò che siamo, ciò che abbiamo accettato di essere, ciò che ci fa comodo essere. In passato nella Chiesa Cattolica ci si confessava del peccato di gola, oggi dovremmo iniziare a percepire il peccato di gola in maniera diversa, prendendo coscienza di ciò che sta dietro a quella fettina o a quella sogliola che abbiamo nel piatto, non per sentirsi in colpa (che se ne va con la digestione) ma per avere almeno la percezione di come stiamo gestendo l’alimentazione, gli sprechi, l’impatto ambientale, la sperequazione nella distribuzione del cibo su un pianeta dove ancora si muore di fame o dove si muore per aver mangiato troppo.
Buon appetito.

Sabato, 01 Febbraio 2014 00:00

Cristo non può essere diviso!

“Paolo, che Dio ha chiamato a essere apostolo di Gesù Cristo, e il fratello Sòstene, scrivono alla chiesa di Dio che si trova a Corinto. Salutiamo voi che, uniti a Gesù Cristo, siete diventati il popolo di Dio insieme con tutti quelli che, ovunque si trovino, invocano il nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Dio, nostro Padre, e Gesù Cristo, nostro Signore, diano a voi grazia e pace.
Ringrazio sempre il mio Dio per voi, perché vi ha dato la sua grazia per mezzo di Cristo Gesù: attraverso di lui vi ha arricchito con tutti i suoi doni: tutta la predicazione e tutta la conoscenza. Il Cristo che vi ho annunziato è diventato il solido fondamento della vostra vita. Perciò non vi manca nessuno dei doni di Dio mentre aspettate il ritorno di Gesù Cristo, nostro Signore. Egli vi manterrà saldi fino alla fine. Nessuno vi potrà accusare quando nel giorno del giudizio verrà Gesù Cristo nostro Signore. Infatti Dio stesso vi ha chiamati a partecipare alla vita di Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Signore, e Dio mantiene le sue promesse. Fratelli, in nome di Gesù Cristo, nostro Signore, vi chiedo che viviate d’accordo. Non vi siano contrasti e divisioni tra voi, ma siate uniti: abbiate gli stessi pensieri e le stesse convinzioni.
Purtroppo alcuni della famiglia di Cloe mi hanno fatto sapere che vi sono litigi tra voi. Mi spiego: uno di voi dice: «Io sono di Paolo»; un altro: «Io di Apollo»; un terzo sostiene «Io sono di Pietro»; e un quarto afferma: «Io sono di Cristo». Ma Cristo non può essere diviso! E Paolo, d’altra parte, non è stato crocifisso per voi. E nessuno vi ha battezzati nel nome di Paolo. Grazie a Dio non ho battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio. Così nessuno può dire di essere stato battezzato nel mio nome. È vero: ho anche battezzato la famiglia di Stefania, ma non credo proprio di averne battezzati altri.
Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunziare la salvezza. E questo io faccio senza parole sapienti, per non rendere inutile la morte di Cristo in croce.”

Dal 18 al 25 gennaio si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Quest’anno il testo è stato preparato da una commissione di fratelli e sorelle canadesi.
Il Canada è un paese contrassegnato da diversità di linguaggio, di cultura e persino di clima. Il fatto di vivere questa diversità, ma anche la volontà di essere fedeli al desiderio di Cristo per l’unità dei suoi discepoli, ha portato i membri della commissione a riflettere sull’affermazione che l’apostolo Paolo fa nella Prima Lettera ai Corinti: “Cristo non può essere diviso!”.
Come Gruppo S.A.E. (Segretariato Attività Ecumeniche) di Novara ci siamo ritrovati,  consuetudine consolidata nel tempo, per una Celebrazione Ecumenica. Un momento di Preghiera aperto a tutti, come lo sono gli incontri, culmine del nostro cammino annuale di studio biblico e di confronto in cui tanto spesso  sperimentiamo la Grazia di vedere come le difficoltà pian piano si diradano e ne scaturisce la gioia di una comunione che supera le nostre differenze.
Come aiuto alla riflessione sul testo di Paolo, crediamo sia utile riportare le parole tratte dalla presentazione della Settimana di Preghiera.
1. “Cristo non può essere diviso!” E’ questa la forte affermazione dell’apostolo Paolo per la preghiera comune di quest’anno. E’ un ammonimento che riceviamo, comprendendolo innanzitutto nel contesto in cui l’apostolo lo pronuncia: quello di una comunità che ha bisogno di ritrovare l’essenziale della propria fede. Tutto l’epistolario ai Corinzi ne è una testimonianza: a chi cerca i carismi più eclatanti, Paolo afferma che l’amore è la via della perfezione (Prima lettera ai Corinzi 13); a chi si crede forte nella fede, Paolo proclama un Signore che è forte nella debolezza (Seconda lettera ai Corinzi 12); alla ricerca della saggezza umana, contrappone la pazzia di Dio (Prima lettera ai Corinzi 1). A chi vuole raggiungere le più alte vette della spiritualità, Paolo ricorda che lo Spirito del Signore agisce con potenza laddove un qualsiasi credente afferma con le parole ed i fatti che Gesù è il Signore (Prima lettera ai Corinzi 12). Questo è l’essenziale della fede, il suo cuore profondo dove tutti i cristiani possono trovare la loro unica fonte: è Cristo stesso che è stato crocifisso per noi e nel nome del quale veniamo battezzati.
2. A Corinto la chiesa era dilaniata da gruppi contrapposti. C’era chi dichiarava: “ ‘Io sono di Paolo’; un altro: ’Io di Apollo’; un terzo: ‘Io sono di Pietro’; e un quarto: ‘Io sono di Cristo’ ”. In questa sequenza è proprio l’ultima affermazione che più ci interpella: utilizzare Cristo per sancire le nostre divisioni. Questo si è spesso verificato nella storia del cristianesimo, laddove la ricerca della fedeltà all’evangelo di Cristo, per le varie tradizioni cristiane, invece di creare un patrimonio comune ha suscitato scomuniche e conflitti. Divisi nel nome di Cristo: questo è il paradosso e lo scandalo della nostra vita cristiana.
Il nostro impegno è di mettere in discussione questa logica. Sentiamo fortemente nostro uno dei cinque imperativi ecumenici enunciati nel documento congiunto cattolico-luterano Dal conflitto alla comunione: “abbiamo bisogno dell’esperienza, dell’incoraggiamento e della critica reciproca” per giungere a una conoscenza più profonda di Cristo. Cristo infatti non viene più a farsi crocifiggere: è venuto, una volta per tutte, per la nostra salvezza, ma tocca a noi ora prendere il posto di Cristo sulla croce e, crocifiggendo le nostre passioni e la nostra mentalità mondana, sacrificarci per realizzare la volontà di Dio: “che tutti siano una cosa sola” (Giovanni 17,21).
3. Il brano della Prima lettera ai Corinzi richiama l’attenzione sul modo in cui possiamo valorizzare e ricevere i doni degli altri anche ora, nel nostro stato di divisione. L’intera epistola mostra chiaramente un conflitto in atto, con l’autorità dell’apostolo e della sua predicazione pesantemente contestate. Tuttavia, all’inizio della Lettera Paolo afferma “io ringrazio sempre il mio Dio per voi”. Non è solo una formalità, ma un sincero riconoscimento della ricchezza spirituale dei Corinzi, i quali non mancano di alcun dono. Riconoscere i doni degli altri, anche di coloro con i quali si è in conflitto, significa prima di tutto riconoscere l’opera di Chi quei doni ha elargito, cioè di Dio stesso. Inoltre Paolo riconosce ai Corinzi di essere pienamente Chiesa di Cristo e ricorda loro il legame che li unisce a tutti coloro che proclamano lo stesso Signore in ogni luogo. Non si è infatti Chiesa da soli, ma nella comunione di tutti coloro che confessano il nome di Gesù. Riconoscere i doni gli uni degli altri significa per noi innanzitutto riconoscere i doni della grazia elargiti con generosità all’intero popolo di Dio, pur nelle sue diversità. Doni che edificano la Chiesa e la abilitano a servire nel mondo. Grazia che libera, che ci fa volgere lo sguardo verso i minimi e gli ultimi, ci rende consapevoli delle nostre responsabilità nella salvaguardia del creato. Grazia per la quale possiamo fare nostra l’invocazione che ha contraddistinto l’assemblea 2013 del Consiglio Ecumenico delle Chiese: “Dio della vita, guidaci verso la giustizia e la pace”.
4. Accogliamo le domande della Prima lettera ai Corinzi, pensando alla situazione specifica del nostro paese e alle nostre diversità, troppo spesso misconosciute e non valorizzate. Pensiamo per esempio all’arrivo di migranti da ogni parte del mondo e, soprattutto, da quel sud del mondo nel quale vive oggi la maggioranza dei cristiani. Pensiamo alle chiese dei migranti che si formano sul nostro territorio. Pensiamo alla presenza di altre religioni giunte ad allargare i nostri confini culturali e perfino spirituali. Pensiamo all’esigenza di libertà e di dialogo che una società multiculturale sempre più richiede. Sia anche questo l’orizzonte ecumenico della nostra ricerca di unità, rafforzata dalla nostra continua e fervida preghiera di fraternità.           Gruppo SAE Novara

Sabato, 01 Marzo 2014 00:00

Le beatitudini

Con la passione che gli è propria il nostro fratello evangelico Paolo Bensi ci ha trasmesso le sue riflessioni sulle beatitudini, inserite nel Discorso sul Monte, tema scelto quest’anno per i nostri incontri mensili del S.A.E. (Segretariato Attvità Ecumeniche).
Le riporto, con lo stile del parlato, e per questa Pasqua vi auguro di trovarvi dalla parte di chi ascolta, perché le beatitudini innanzi tutto si ascoltano, riprendendo le parole di don Primo Mazzolari, citate da Giuseppe Ferro con cui abbiamo concluso l’incontro: “...oggi leggo le beatitudini... leggo, non predico. Le beatitudini non si predicano: non sono per gli altri. Nessuno può darle a parole. Se le predico, tutti notano che io ne sono fuori. Cristo no, lui solo parla dal di dentro di ogni beatitudine: lui povero, mite, pacifico, misericordioso, lui il percosso, il morente... Che non si possano predicare l’ho capito bene in un lontano Ognissanti, quando mi fu imposto dietro minaccia: Tu prete oggi non predicherai... E quel giorno il prete ha letto soltanto: ma nel leggere egli piangeva e gli altri piangevano. Le parole che hanno la virtù di far piangere, o di gioia o di vergogna, non si predicano...”
Buona Pasqua.

        di Paolo Bensi

Cosa vuol dire beato? contento, appagato, lieto, pieno di gioia, felice. Il termine felice, che qualcuno dice sia la migliore  traduzione del termine greco o aramaico, non mi convince anche se si avvicina di più.
E’ difficile pensare che un malato, un povero attanagliato dalla fame possa essere felice.
Ma allora beato? Beato è colui che è stato appagato; che si sente appagato, che non cerca, che non cerca più, o meglio, che  non ha più bisogno di cercare.
Nelle beatitudini qual è il senso? di uno siamo certi: le categorie indicate sono sicuramente beate agli occhi del Signore, sono beate per Cristo.
Non è inutile o marginale dare un senso alla parola beato.
Immaginate la scena.
Cristo raduna le folle e incomincia il suo discorso con le beatitudini e afferma che è beato chi è un sempliciotto, un mansueto, un povero. Così ci dice Matteo, anche Luca abbozza a un discorso sulle beatitudini, ma vi sono delle differenze sostanziali.
Innanzi tutto  la beatitudini di Luca sono minori di quelle di Matteo, ne mancano tre, ma la differenza più importante  è il destinatario di queste beatitudini.
Matteo indirizza le beatitudini di Gesù al popolo dei credenti ed è più paragonabile a un discorso programmatico, ad un vero e proprio sermone e infatti dice “beati i”, mentre Luca fa indirizzare le beatitudini ai discepoli in modo particolare, appena chiamati alla loro missione; “beati voi”.
La terza grande differenza è il linguaggio; più specifico, meno ermetico, meno passibile di interpretazioni. I poveri sono i poveri, gli affamati sono affamati e chi piange è un misero della terra; tanto è vero che alle beatitudini immediatamente seguono delle invettive; “guai a voi” con un indirizzo, un destinatario ben preciso.
Il contrario di beati sarebbe dannati; beati voi, dannati voi; ma in Gesù, non vi è mai una condanna definitiva totale; è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli, difficile ma non impossibile.
Certo che le beatitudini, hanno messo in crisi spesso il cristianesimo di tutti i tempi specialmente qualcuna. Qualcuno che ha cercato di richiamare la Chiesa al sermone sul monte è stato  quanto meno emarginato se non bruciato, ucciso.
Come si fa a dire beati gli umili, i poveri quando si  incoronano re e imperatori in nome di Dio? o quando a capo della chiesa vi è un sovrano (chiesa anglicana), o quando ci si allea con i principi della terra per acquistare la predominanza?
Le beatitudini sono state sempre scomode, ma non erano e non saranno mai baipassabili, perché sono il punto centrale del programma di Cristo e indicano i destinatari di tale programma.
Spesso sono state travisate, edulcorate, ritenute consolatorie e mai trasformatrici e se ne è sempre spostata l’azione in un futuro non ben definito; i beati non sono beati, ma saranno beati. Anche in buona fede si è interpreto il messaggio come una sorta di ricompensa futura, ai poveri veniva detto beati voi perché riceverete la ricompensa nei cieli.
Ci è invece chiesto di credere che  il regno è alla nostra portata; la strada è indicata senza ma, senza remore e senza giustificazioni.
La traduzione mondana è il detto popolare “la ricchezza non dà la felicita”, è del tutto consolatorio.  
Esaminiamo alcune delle beatitudini più dirompenti in contrapposizione,
Matteo: beati i poveri in spirito perchè di essi è il regno di Dio.
Luca: beati voi che siete poveri poiché il regno dei cieli è vostro.
Partiamo da Matteo: i poveri di cui parla la prima beatitudine sono coloro che non hanno beni da far valere; nessun bene, di nessun tipo e quindi vengono rigettati dalla società ed oppressi. Accanto a questo significato sociale, che non viene diminuito, Matteo aggiunge: “in spirito”, chi sono i poveri in spirito? sono i poveri totali, non solo esteriormente ma anche interiormente.
Povero nello spirito, oltre che materialmente, è colui che non vanta pretese culturali, intellettuali o di categoria di autosufficienza; a volte la povertà materiale viene portata a vanto, una sorta di libertà intellettuale. Il povero di Matteo lo è anche interiormente; è colui che è in una condizione umana priva di speranze e di certezze per il futuro, neanche intellettuali, e pertanto accoglie il messaggio della salvezza non come una conquista personale, ma come un dono.
D’altro canto coloro che sono vessati da una povertà causata dall’ingiustizia economico sociale o da parte di altri esseri umani o dalle vicende della vita (orfani, vedove, ammalati cronici ecc.) possono tranquillamente rientrare in questo novero in quanto mancanti di speranze per l’avvenire.
Per cui, a differenza di quanto si è spesso voluto pensare, l’aggiunta “in spirito” non elimina l’altra qualità di povertà.
A tutti costoro appartiene il regno dei cieli.
Infatti, se c’è qualcuno che è cittadino di diritto del regno sono costoro, cioè il povero e per Matteo il povero totale, anche in spirito.
Luca: qui il discorso è più esplicito e se volete meno articolato; i termini del discorso sono molto concreti, essi parlano della povertà essenziale, della fame, dei pianti e dei patimenti di chi è oppresso. In questo caso però Gesù non affronta la situazione con un miracolo personale, ma la denuncia, la smaschera, sottoponendola al giudizio del regno venuto.
Beati voi poveri, guai voi ricchi.
I poveri non sono beati per una intrinseca qualità della loro natura (la mistificazione anche politica della povertà) ma proprio perché al pari dei fanciulli non contano niente, privi di valore e quindi per il Signore e per il nuovo regno un valore inestimabile.
Il regno è annunciato. Rallegratevi perché è Dio a farvene dono: come un possesso, come una terra, una casa per coloro che non ne hanno o non ne hanno mai avuta.
E’ la pazzia di Dio, Dio ama la spazzatura di questo mondo e ripudia i ricchi che hanno fatto il pieno e si sanno pascere e consolare da soli (Luca 1, 51-53. 1 Corinzi 1,26); sì la spazzatura, altro che difenderci da loro… la nostra sicurezza con la Bossi-Fini…  
La seconda beatitudine che vorrei prendere in esame con voi e quella del versetto 5: “beati i mansueti”, chi sono i mansueti? i miti, i buoni, quelli che non si arrabbiano mai, quelli che nella cultura normale vengono definiti i mollaccioni o peggio…
Alcune volte i mansueti sono stati assimilati ai poveri perché non potevano ribellarsi, vi è una citazione nel salmo 37, questa citazione risponde alla preoccupazione di coloro che  sono pii e giusti, ma miseri ed oppressi e non si spiegano perché mai  non ottengono giustizia e i violenti di fatto prosperano; nel salmo non vi è una soluzione ma solo una speranza di attesa e una esortazione ad attendere la promessa di Abramo; i mansueti nel salmo sono coloro che confidano nel Signore e lo aspettano.
La definizione che trovo più giusta  è quella che dà Bonhoeffer, i mansueti sono coloro che rinunciano a far valere ogni diritto personale con la violenza. Mi direte che detta da lui questa definizione sembra incongruente, ma non è proprio così. Infatti Bonhoeffer partecipa al complotto per fa cadere Hitler, non per la propria salvezza, ma per il bene di tutti.
Allora subito capiamo che il vero e più assoluto mansueto è stato Cristo che non solo non ha fatto valere il suo diritto di essere figlio di Dio, ma ha dato la propria vita per l’umanità, allora si va al di là del concetto di mitezza, di umiltà.
Il mansueto ha uno stile di vita diverso, ma ritiene che questo atteggiamento non sia rinunciatario, al contrario, ritiene costruttiva questa maniera di essere. Chi è mansueto rinuncia alla violenza, non per la ricerca del quieto vivere, anzi spesso il mansueto non ha un quieto vivere, come non lo hanno avuto Cristo, i discepoli e i credenti mansueti di sempre.
Lascia stare, non ti mettere in mezzo, non ti arrabbiare; non è questo l’atteggiamento del mansueto.
No, si mette in mezzo e si preoccupa e si occupa degli altri, ma cerca di redimere le diatribe con un atteggiamento etico diverso.
Un’utopia? un sistema che non funziona? Si, certo, forse non funziona sempre, Bonhoeffer crede di dover intervenire diversamente, ma ammette di stare peccando.
Possiamo anche chiederci se non funziona per il fatto che non viene sufficientemente praticata e, soprattutto, non viene praticata con fede, affidandoci totalmente all’opera del Signore.
Cosa viene promesso ai mansueti?
Erediteranno la terra. La terra oltre ad avere un significato escatologico è anche sicuramente questa terra e la promessa è che non sarà per sempre abbandonata alla mercé dei violenti; è difficile da crederci ma è così.
In questa terra Dio ha mandato il suo figliuolo, ha costruito la sua Chiesa; sul Golgota, che è un pezzo di questa terra, su tutti i Golgota del mondo, dove il mansueto per eccellenza è morto, proprio lì comincia il rinnovamento di questa terra. La completezza di una vita senza più la paura.

Domenica, 01 Giugno 2014 00:00

Diritto di cittadinanza

Le ruote della vecchia panda girano veloci sulla strada; attraverso lo specchio d’acqua delle risaie al ritorno di uno dei tanti incontri del Progetto Passio: cultura e arte attorno al Mistero Pasquale.
Nella bella cornice della chiesetta della SS. Trinità a Momo (NO) due docenti Elena Bartolini De Angeli ed Ernesto Borghi ci hanno offerto la loro proposta di lettura e riflessione tra continuità giudaiche e  novità cristiane.
“Gesù di Nazareth è ebreo o cristiano?”
E’ un titolo provocatorio, come precisano gli stessi relatori.
Per molto tempo il Gesù storico è stato pensato al di fuori di ogni contaminazione etnica, separato da ogni cultura, quasi che l’universalità del messaggio cristiano fosse legata alla “non appartenenza” di Gesù ad una cultura e tradizione religiosa particolare. Con il Vaticano II è stato recuperato un processo di inculturazione. L’approccio corretto viene ad essere allora quello di collocare Gesù di Nazareth nel Mediogiudaismo, quel periodo che va dal ritorno da Babilonia al I sec., secolo in cui Gesù è vissuto e in cui si è formata la prima comunità cristiana.
Non è un’operazione indolore, dopo duemila anni di storia in cui abbiamo visto affermarsi la teoria della “sostituzione”: dagli ebrei si passa ai cristiani, la Chiesa viene ad essere il nuovo Israele e la nuova Alleanza viene a sostituire l’antica.
Allora come va intesa la novità cristiana? Determinanti nel tentativo di una nuova impostazione sono stati gli incontri tra lo storico ebreo francese Jules Isaac e Giovanni XXIII; richieste e riflessioni che sono sfociate Documento Nostra aetate in particolare al n° 4.
(Come SAE siamo nati lì: Segretariato Attività Ecumeniche, a partire dal Dialogo Ebraico-Cristiano, come ha voluto Maria Vingiani)
Un recupero positivo delle radici ebraiche del cristianesimo inizia con la scoperta dei capitoli 9-11 della Lettera di Paolo di Tarso ai Romani: “Dico la verità in Cristo, non mento – la mia coscienza me lo attesta nello Spirito santo – quando dichiaro che … sono israeliti, ai quali appartengono l’adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il culto e le promesse; ai quali appartengono i padri e dai quali, per quanto riguarda la carne, proviene il Cristo” (Rom. 9,1-5).
Gli elementi sono tali e tanti da consentire al magistero cattolico, nei Sussidi per la corretta applicazione di Nostra aetate, l’affermazione “Gesù ebreo per sempre”.
Gesù “appartiene” al popolo della promessa – che è il popolo di Dio – e, come testimoniato nei Vangeli, vive da ebreo osservante condividendo attese e speranze secondo la fede di Israele, ciò significa che la sua fede è una “fede ebraica”. Di conseguenza, tutto ciò che costituisce la “novità” dell’intervento di Dio nella storia attraverso di lui, deve essere considerato a partire da tale fede e nell’orizzonte della medesima...
Allora, la domanda Gesù è ebreo o cristiano, è pertinente o impertinente? Cito spesso la frase, mi pare, di Wody Allen: “Nessuno è perfetto, anche Gesù era ebreo”.
Le ruote sull’asfalto diventano leggere e, “Gesù e la sua gente” (titolo del bel libro, anche di facile lettura, di un grande studioso qual è Paolo Sacchi) si affacciano alla mia mente: sadducei, farisei, esseni, samaritani e poi Qumran con il suo fascino e il suo mistero…
C’è un uomo, dice di essere figlio di Dio, rilegge la Scrittura ed ha la pretesa di compierla, uguale a tanti altri che hanno cercato e hanno, forse, pensato di trovare.
Nella lettura fatta pare proprio che si sia comportato come un giudeo del suo tempo, fino ad una sera, all’ultima sera, in cui cenando con i suoi prese il pane, lo spezzò, lo diede loro e disse questo è il mio corpo; lo stesso fece con il calice, questo calice è il nuovo patto stretto nel mio sangue che viene versato per voi.
Un prima e un poi si delineano in questo momento dice il Prof. Borghi; il passo più sconvolgente che riguarda la vicenda di Gesù scrive il Prof. Paolo Sacchi.
Si, l’Alleanza è realizzata, il Regno di Dio è già cominciato.
Mi accorgo di tenere appena il volante, con solo due dita, si, la strada è diritta, ma mi spaventa la mia distrazione. Provo la stessa sensazione di quando, ritta sulla scala a potare il glicine presa dalla distinzione fra il getto vecchio da lasciare per la fioritura dell’anno e quello nuovo da lasciare per l’anno successivo, mi sono dimenticata di essere in equilibrio precario e quasi pensavo di potermi muovere nel vuoto…
Gesù e la sua gente, i pensieri tornano insistenti, chi sono? A che titolo rivendicano il loro diritto di cittadinanza? Basta essere nati per essere figli di quel Dio che Gesù Cristo è venuto ad annunciare? Quali determinazioni successive sono necessarie per poterlo diventare pienamente?
La sua gente, stavolta sono siriani, bambini, quante vicende ho seguito su facebook! Quante sere sono inorridita di fronte ai piccoli corpi martoriati. Che cosa scatena l’orrore? Era così bella la Siria, dei tanti viaggi che ho avuto l’opportunità di fare con la comunità è quello che mi ha incantato di più. Paesaggi variegati, dal deserto di Palmira alle montagne simili alle alpi svizzere, i grandi fiumi, il mare! Sembrava che le differenze convivessero pacificamente fianco a fianco, in strada ho visto una donna completamente velata e al ristorante una ragazza con le spalle scoperte suonava il pianoforte; così non era, un attimo e l’equilibrio s’è spezzato!
La tua gente, sono giovani in cerca di lavoro, sono poveri, ammalati, vestiti male, poco educati, di scarse vedute…
Il campanile della chiesetta di Agognate si staglia all’orizzonte, sono arrivata. Entro, grazie Signore per questo lembo di terra, ma il dubbio sorge che tu l’attraversi e prosegui; il tuo corpo è dato e il tuo sangue versato.
Mi fermo, si, tutto è compiuto, occorre ridisegnare i confini! Siamo tutti chiamati ad essere cittadini del tuo Regno; è presente ovunque un respiro di eternità.

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