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Domenica, 01 Settembre 2013 00:00

I giovani hanno ancora bisogno della fede?

Ringrazio Theo per aver mantenuto la sua promessa di condividere le sue riflessioni sul rapporto tra i giovani e la fede. Il suo contributo, che purtroppo devo presentare con qualche taglio per motivi di spazio, costituisce anche un invito ai lettori per intervenire sul tema con le loro esperienze e le loro opinioni.
Spero che tantissimi giovani abbiano pazienza e incontrino il Signore nella loro ricerca del  senso della vita, scrive Theo a conclusione del suo articolo. In un numero precedente (novembre 2011), a commento di un altro suo intervento, ho citato un libro del teologo praghese Tomáš  Halík, che nella traduzione tedesca porta il titolo “Pazienza con Dio”. L’autore si sofferma sulla caratteristiche della fede nel mondo contemporaneo, in un costante confronto con le ragioni degli atei. Nel 2012 il libro è uscito anche in italiano edito dalla Libreria Editrice Vaticana, con il titolo, “Vicino ai lontani”. Ne consiglio la lettura.  

di Theo Stolterberg

Quando mi sono preparato a scrivere questo articolo, mi sono reso conto che il tema da me proposto all’amico Pier Paolo era un po’ stretto per quello che mi stava a cuore dire. Così mi è sembrato opportuno allargare un po’ il campo della mia analisi sul rapporto fra i giovani e la fede. Spero di non essere andato troppo fuori tema.
Prima di fare delle considerazioni sul futuro della fede dei giovani di oggi in Germania, voglio premettere un brevissimo accenno alla situazione delle due confessioni cristiane in Germania, come la ricordo, al tempo della mia infanzia e della mia giovinezza. In questo contesto non faccio distinzioni fra la Chiesa Cattolica e quella Luterana: nonostante le differenze in altri campi, infatti, i problemi che i giovani cattolici e luterani hanno con la fede, sono più o meno identici.
La generazione cresciuta nell’immediato dopoguerra aveva in gran parte come punto di riferimento centrale della vita la famiglia e un ambiente sociale (scuola, parrocchia, lavoro) che, come la prima, basava l’educazione e formazione dei giovani su principi religiosi. Le Chiese e la religione erano onnipresenti nella vita concreta dei giovani - non sempre solo per il bene delle anime, ancora fragili e paurose.
Nella mia vita i grandi cambiamenti cominciavano alla fine degli anni ’60. Molti dei miei amici e colleghi di studi all’Università – io di meno perché ero molto timido e poco sicuro di me – presero parte alla contestazione studentesca, i cui bersagli preferiti erano, anche in Germania, soprattutto lo Stato, la Società, la Chiesa, e la famiglia.
In quegli anni, molti dei miei amici hanno rotto il legame “familiare” con la Chiesa e la fede, alcuni con rabbia, altri delusi e spesso anche con qualche rimpianto nel cuore. Ma questi sentimenti forti con l’andare del tempo spesso si sono mitigati lasciando il posto all’indifferenza.
Mentre la famiglia e l’ambiente tradizionalmente religioso degli adolescenti oggi contano sempre di meno, altri fenomeni di dimensione europea e mondiale hanno causato dei cambiamenti di larghissima misura che influenzano sempre di più anche la vita religiosa dei giovani, in primo luogo l’enorme sviluppo economico, o meglio l’esagerato consumismo, e la globalizzazione.
Oggi il rapporto dei giovani con la fede e la Chiesa mi sembra questo: in molti casi la religione non fa più parte della vita di ogni giorno. Grandi catastrofi come guerre, epidemie, carestie ecc. in Europa non ci sono più e la morte è ancora lontana. Il modo di dire “Not lehrt beten”, il pericolo (o il bisogno) insegna a pregare, è conosciuto ormai solo dagli anziani.
Un’altra caratteristica dei giovani di oggi è che fanno fatica a scegliere impegni duraturi. Per loro contano soprattutto i grandi eventi, si lasciano facilmente entusiasmare da momenti da loro vissuti come magici, ma poi tornano quasi subito ad essere quelli di prima. Sono stato alla XX Giornata Mondiale della Gioventù 2005 a Colonia. Mi sembrava di assistere a una svolta memorabile dei giovani per quanto riguarda il loro interesse ed il loro impegno per la fede e una vita più religiosa: tanta euforia, tanto entusiasmo, tanta partecipazione vivissima, ma nel periodo successivo l’interesse religioso dei giovani è tornato quasi subito ai soliti livelli bassi.
Per questo sono scettico, quando sento parlare del ritorno della religione fra i giovani. È vero che molti hanno un sentimento vago e diffuso di Dio o credono in un essere superiore. Ma secondo l’attendibile Shell Jugendstudie 2010 [lo studio ha riguardato i giovani tra i 12 e i 25 anni di tutti i Länder della Germania ed è stato condotto con metodi quantitativi e qualitativi n.d.r.] solo il 23% dei giovani cristiani delle regioni dell’Ovest, quindi della Repubblica Federale quale era prima della riunificazione, crede in Dio, mentre il 21% crede nell’esistenza di qualcosa di superiore. A confronto dei cosiddetti vecchi Länder, nelle regioni dell’Ex-DDR sono rispettivamente l’8% e 7% e fra i figli degli immigrati nella attuale Germania rispettivamente il 44% e 20%.
Come è già stato messo in evidenza nel numero precedente, si tratta della prima generazione incredula.
Quello che inoltre sta alienando i giovani dalla Chiesa, è il forte individualismo della giovane generazione, il che di per sé considero un fenomeno positivo. Ma tanti giovani ribadiscono il loro diritto all’autodeterminazione senza alcuna disponibilità al confronto ed alla mediazione. Rispetto alla generazione precedente, non c’è più un automatismo che, in Occidente, porta quelli che cercano di dare un senso alla vita, al Dio delle religioni cristiane. Così nei paesi storicamente e tradizionalmente cattolici o luterani le Chiese dovranno fare i conti con la concorrenza delle religioni non europee e con il vasto mondo dei movimenti spirituali esoterici che a volte sfiorano il wellness. Una volta quello che veniva da lontano, incuteva paura, ma in questi tempi il mondo è diventato paese e quello che è diverso, magari esotico e misterioso, attira l’attenzione.
Non penso che in Europa tanti si convertano ad una religione non cristiana, ma un numero sempre più alto di giovani che si autodefiniscono “individualisti” inserirà degli elementi di queste “nuove” religioni nel costrutto della loro fede personale, creando un prodotto sincretistico, un “patchwork”, un fai da te. È logico che questi “individualisti” spesso rifiutino l’appartenenza effettiva a una comunità ecclesiale.
Allora, come possono le Chiese cristiane sostenere ed incoraggiare i giovani nel difficile cammino di trovare Dio e vivere una vita secondo il Suo volere?
È chiaro che sui contenuti dottrinali non si può trattare democraticamente. Ma mi sembra un costante dovere delle Chiese interpretare la Bibbia e discuterne apertamente e pazientemente con i laici e fra di loro anche con i giovani considerando con giusta misura i cambiamenti delle condizioni della vita umana nel mondo, che non sono tutti opere del Diavolo, come neanche lo sono i dubbi e le quasi indispensabili crisi che pure fanno parte della fede (la Chiesa “semper reformanda est”).
 Tanti giovani associano alla Chiesa termini come paura, repressione, obbedienza, subordinazione, minacce, sacrifici, morte ecc. e per questo classificano i credenti (soprattutto quegli zelanti) come persone all’antica e prive di entusiasmo e gioia di vivere. Certamente l’immagine diffusa di cristiani sempre ansiosi, depressi e “difficili” non aiuta le Chiese a suscitare l’interesse e la fiducia dei giovani.
Le Chiese farebbero bene a non insistere nella pastorale sempre e troppo su doveri, rinunce e sacrifici. Chi conosce l’anima dei giovani, sa che per loro - soprattutto negli anni difficili in cui sono alla ricerca della propria identità e personalità – la fede deve essere percepita come un messaggio sensibilmente umano ed anche realmente vivibile, una scelta per amore, non per timore o altri motivi. Altrimenti ai giovani sarebbe difficilmente possibile diventare degli adulti sicuri di sé con dei concetti di vita positivi.
Secondo le mie esperienze, anche la storia della Chiesa spesso è un peso per la sua credibilità oggi. I giovani nelle lezioni di storia a scuola stanno studiando guerre ed altri fatti crudeli a cui la Chiesa ha partecipato attivamente, il che non sembra loro conciliabile con gli ideali di una Istituzione che si richiama a Cristo.
Importantissimo per i giovani spesso è l’esempio, la testimonianza di persone convincenti. Più che dai libri tanti ragazzi si lasciano entusiasmare da persone autentiche che vivono attivamente e con passione la loro vocazione. Con tutta la dovuta umiltà, voglio fare un esempio vissuto in prima persona: quando i miei studenti mi hanno visto andare a messa, alcuni di loro ovviamente ne sono rimasti delusi dicendomi “pensavamo che lei fosse una persona moderna”, ma quando hanno per caso saputo che lavoravo come volontario assistendo i malati terminali, mi hanno applaudito in classe.
Alla fine di queste considerazioni voglio azzardare un’ipotesi che riguarda il futuro delle Chiese cristiane in Europa. Per secoli la Chiesa cattolica e, dopo i tempi della Riforma, anche quella protestante, in Europa avevano il monopolio in materia di religione e in questioni di etica. Questo in futuro sicuramente cambierà. Nelle varie commissioni di etica per esempio, già oggi le Chiese cristiane sono membri fra tanti altri.
Un’altra mia esperienza vale per tutte le religioni del mondo: finché un paese è economicamente poco sviluppato o/e i suoi cittadini non sono politicamente liberi, le religioni praticate lì, sono profondamente radicate nella vita della gente. Ma con il benessere e le tante libertà, il comportamento dei fedeli cambia. Da credenti assidui a volte addirittura fervidi diventano credenti tiepidi, indifferenti e a volte anche persone atee. A questo sviluppo ho assistito in Germania a partire dagli anni ’50. Non è un caso che con il primo boom economico le Chiese abbiano perso terreno fra i fedeli tedeschi. La stessa tendenza l’ho notata anche fra gli immigrati stranieri nella mia zona. Negli anni ’60 le messe domenicali degli italiani a Dortmund venivano celebrate dal prete della missione cattolica con tantissimi immigrati, per la maggior parte meridionali. Oggi a partecipare alle funzioni religiose sono quasi esclusivamente i ragazzi nell’anno della prima comunione e pochi anziani. Dopo la caduta del muro, la stessa situazione si poteva notare fra i tanti polacchi venuti in Germania. In Polonia i fedeli frequentavano la Chiesa anche per motivi politici, per esprimere un’opposizione ai comunisti al governo.
Adesso perfino molti dei giovani musulmani turchi – la maggioranza degli immigrati in Germania - cominciano a frequentare sempre meno le moschee.
Leggendo adesso questo articolo, mi sento un po’ spaventato da quello che è uscito fuori. Quasi, quasi ho la sensazione di dovermi scusare con voi. Volevo scrivere un rapporto positivo, incoraggiante, esprimendo quel sentimento ottimista che sento nel cuore quando penso alla mia fede personale ed anche ai molti studenti meravigliosi che ho potuto incontrare nella mia vita. Il bilancio invece è diventato piuttosto mesto, anzi quasi deprimente. Non mi resta che contare sull’aiuto del Signore, che con ognuno di noi ha la sua storia, anche con i giovani. Allora spero che tantissimi di loro abbiano pazienza e L’incontrino nella loro ricerca del senso della vita.

Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

I giovani hanno ancora bisogno della fede?

Un invito al dibattito
di Theo Stoltenberg
In occasione dell’elezione del nuovo Papa si è parlato tanto di necessarie innovazioni ed aperture della Chiesa per affrontare meglio le esigenze e le sfide di un mondo che, in questi ultimi decenni, è radicalmente cambiato. In Germania il numero dei cattolici e luterani è quasi uguale. Il confronto diretto della loro situazione ci indica che l’attuale crisi della Chiesa Cattolica non è esclusivamente dovuta a problemi scottanti come, per esempio, il celibato, il ruolo della donna e la situazione dei divorziati, perché la Chiesa Luterana, pur non conoscendo queste “restrizioni”, si trova nelle stesse gravi difficoltà. L’urgenza di un cambiamento si avverte soprattutto per le nuove generazioni, per il rapporto che i giovani hanno con la fede.
Ma i giovani hanno ancora bisogno della Chiesa, hanno ancora bisogno della fede?
So che esistono tanti libri ed articoli su questo tema, ma sarebbe interessante se i membri della comunità (presbiteri e laici) di Agognate ed i lettori di questo giornalino scrivessero un contributo per questa rubrica dell’amico Pier Paolo, ognuno basandosi soprattutto sulle proprie esperienze e sulle proprie idee. Da questo confronto non usciranno né un quadro completo del tema, né dei trattati “accademici” di sociologia o teologia, ma, attraverso il racconto delle nostre esperienze,  forse, conosceremo qualcosa di più su un argomento che sta a cuore a tutti noi che, in qualche modo, facciamo parte di questa comunità. Per quanto mi riguarda, sto preparando per il prossimo numero un articolo dal mio punto di vista di tedesco ed (ex)professore che ha lavorato per trentacinque anni con gli studenti liceali e nella formazione dei futuri insegnanti.

Ringrazio l’amico Theo per il suo invito, che giro a tutti voi. L’ho già ricordato più volte, queste pagine vivono del contributo dei lettori, mi auguro quindi che il suo appello non cada nel vuoto e attendo le vostre considerazioni e testimonianze.
Il tema affrontato è di grande attualità. Nei giorni scorsi ho avuto occasione di discuterne con i miei studenti di terza liceo. La discussione è stata molto animata, segno che, comunque, per motivi di vario ordine, che qui non mi soffermo ad esaminare, la domanda posta da Theo non è per loro una domanda oziosa, anche se, per lo più, la risposta che i giovani danno è negativa. Dei ventiquattro ragazzi della classe, solo pochi si sono dichiarati credenti; la maggior parte, pur nata in un contesto formalmente cristiano, ha abbandonato ogni pratica religiosa e si è dichiarata atea o agnostica.
Credo che quanto ho potuto constatare sia uno spaccato dell’intera nostra società. Ci troviamo davanti a «quella che può essere definita la “prima generazione incredula dell’Occidente”: una generazione che non si pone contro Dio o contro la Chiesa, ma una generazione che sta imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa», come scrive Armando Matteo nel suo libro sul difficile rapporto tra i giovani e le fede (La prima generazione incredula, Rubbettino 2010). È una realtà che ci interpella e che ci richiama alla nostra responsabilità.

Domenica, 01 Dicembre 2013 00:00

Benino - me generation

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Quando ero ragazzino ricordo che per alcuni anni, nel mio piccolo paese di origine e come in tanti altri posti, veniva indetto un concorso sul presepe più bello. Durante il periodo natalizio si poteva gironzolare tra le vie del paese e affacciarsi dentro le case per vedere per pochi minuti l’estro, l’ingegno e l’abilità di coloro che si erano dati da fare per il presepe più bello. Ovviamente ciò che rendeva pregiato il manufatto non era il neonato Gesù seminudo avvolto in poche fasce e in tanto amore di Maria e di Giuseppe (a volte messo più vicino all’asinello che al bambinello). Il valore di quei presepi era rappresentato nei paesaggi, nelle ambientazioni: la capiente capanna o stalla ricavata da piccoli ciocchi di legno e cosparsa di frammenti di paglia; montagne di carta increspata o di carta-pesta ricoperte di muschio (i prati) e di farina (la neve), vegetazione fatta di piccoli ramoscelli rubati in giardino, laghetti di vecchi specchi rotti o di carta stagnola, fuochi simulati con carta rossa di caramelle; a volte trovavi qualche pezzo di  ingegnosa meccanica tipo ruote di mulino che giravano e qualche statuina che ripeteva sempre lo stesso gesto; qualcuno già si cimentava con le luminarie limitate alla stella cometa e poco più (oggi l’abuso di luminarie richiama più a delle discoteche che a dei presepi). Non avendo una tradizione napoletana, nel mio piccolo paese del nord le statuine erano spesso di scarso valore artistico e artigianale, ma la ricchezza e la varietà dei personaggi riempiva bene la scena. Oltre a qualche angioletto accovacciato sopra la capanna a strimpellare la trombetta o in simulazione di volo appeso ad un sottile filo quasi invisibile, c’era tutto il mondo rurale e artigianale. E proprio su questi personaggi che si focalizzava la mia attenzione. Primi fra tutti: l’asinello e il bue! Nella mia natura contadina, il bue e l’asinello (affiancato da Giuseppe) godevano di primario interesse. Poi i vari personaggi immortalati nell’atto di adempiere i propri doveri: il fabbro che martellava sull’incudine, il fornaio che cuoceva il pane, la contadinella che tornava a casa con una fascina di legna, i pastori che accudivano il gregge (pecorelle a volontà!), la massaia con il pentolone della minestra sul fuoco, c’era chi attingeva l’acqua al pozzo, chi dava da mangiare ai polli, chi lavava i panni al laghetto o al torrente (sempre di carta stagnola), chi spazzava il cortile, chi zappava l’orto... Tutti indaffarati nelle proprie attività ma tutti indifferenti a quel bambinello appena nato in una stalla: ad eccezione di qualche pio pastorello inginocchiato in adorazione del bambin Gesù, lo scenario, nel suo complesso, esprimeva un mondo di indifferenza, dove ognuno era preso dai propri affari e interessi, ignaro di quanto stava accadendo in una capanna a poca distanza. In alcuni presepi, spesso collocato nelle parti periferiche, si poteva trovare anche il famoso Benino, pastorello del presepe napoletano che dorme beato, anche lui ignaro di ciò che sta accadendo. Oggi questo caratteristico personaggio è espressione significativa della realtà: un mondo dove la coscienza dorme beata come Benino. Oggi sono un uomo adulto e come tutte le persone adulte ho perso lo stupore e la curiosità di ammirare il mondo racchiuso in una scena del presepe. Oggi non sono più spettatore ma attore del presepe, statuina tra le tante statuine che vive la propria vita e svolge le proprie attività, incurante di chi nasce in una stalla. Benino tra i Benini, dove più nulla turba il mio dormire, dove più nulla mi scuote e mi desta dal sonno, manco un bambino che nasce o una stella che sorge. È l’inevitabile conseguenza della cultura imperante nel “mondo occidentale”, quella che gli esperti definiscono me-generation, neologismo inglese che definisce la generazione post guerra mondiale e le successive generazioni dove a poco a poco l’individualismo e l’indifferenza nei confronti degli altri ha assunto un carattere sempre più assoluto. Oggi la cultura dell’ego è percepita come un ideale, come valore universale: ciò che conta è la realizzazione del proprio io. Il Natale è la festa dell’Altro che nasce per me e per tutti; ma dove regna la cultura dell’individualismo il risultato è una festa senza più il Festeggiato, ridotta a frenetica operazione di marketing.

Lo scorso 20 aprile è stato il 20° anniversario della morte di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta: i suoi “auguri scomodi” ci aiutino a risvegliarci dal sonno di Benino e a sradicare la cultura dell’individualismo.  

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Domenica, 01 Settembre 2013 00:00

Missioni di pace

Scritto da

I HAVE A DREAM
Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.
PACEM IN TERRIS
In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili.
Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.

Due brevi citazioni di due documenti molto diversi tra loro ma anche molto simili. Entrambi compiono 50 anni: l’enciclica di papa Giovanni XXIII e stata firmata nell’aprile del ‘63, il discorso di Martin Luther King dal palco al Lincoln Memorial, durante la Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà, è stato pronunciato nell’agosto del ‘63. La fede di entrambi gli autori traspare dalle loro parole, sebbene i due discorsi abbiano una portata universale rivolgendosi a credenti di ogni confessione religiosa e a non credenti. “I have a dream” è un discorso politico-sociale; “Pacem in terris” è stata definita un’enciclica politico-sociale.  A fondamento di entrambi c’è la giustizia sociale espressa nei diritti e nei doveri di ogni essere umano. In comune è anche il concetto di superamento dei conflitti (piccoli o grandi che siano) attraverso un’azione nonviolenta e di dialogo. Il discorso di ML King sebbene più concentrato sulla situazione americana della discriminazione razziale, ha come “sogno” la libertà umana, di tutta l’umanità; l’enciclica di Giovanni XXIII, nel contesto della minaccia di una guerra nucleare, ha come “speranza” la pace in ogni angolo del mondo e in ogni singola situazione di conflitto o violenza (nell’enciclica la libertà è definita uno dei quattro pilastri della pace assieme alla verità, alla giustizia e all’amore). Il sogno e la speranza da essi manifestati sono diventati e continuano ad essere il sogno e la speranza della maggioranza dell’umanità.
Quali sono oggi i sogni e le nostre speranze per noi “occidentali” del terzo millennio? Abbiamo ancora sogni e speranze a cui aggrapparci, in cui credere, verso cui tendere i nostri desideri, le nostre ispirazioni, i nostri progetti? Abbiamo ancora un sogno di libertà e speranze di pace? Sembra che i sogni e le speranze siano contenuti da disprezzare, capaci solo di infondere illusioni, false pretese, utopistici obiettivi. Roba da squilibrati visionari. Oppure, ancor peggio, libertà e pace sono ormai ridotte a slogan o strumentalizzate per conseguire scopi a volte opposti al senso che esprimono. Gli eserciti delle nazioni “occidentali” ormai da anni non usano più la parola guerra ma, appropriandosi di due termini fondamentali del vangelo quali pace e missione, vanno in giro per il mondo, dotati delle armi più efficienti sul mercato, a svolgere le “missioni di pace”. Anche la libertà non è più certo quella tanto predicata da Martin Luther King; in Italia è ridotta a sigla di partito politico (PdL) sfumante facilmente in libertinaggio. Così la libertà è divenuta forma di bassezza morale del “fare ciò che mi pare”, senza condizionamenti o doveri da praticare; la pace – là dove non si identifica con gli eserciti armati – è diventata “lasciatemi in pace”, non coinvolgetemi nei vostri problemi, non disturbatemi. Il cocktail “faccio quel che mi pare - lasciatemi in pace” rappresenta oggi il degrado sociale del nostro paese: sempre più razzista, omofobo, misogeno, perché il diverso turba la nostra pace; sempre più corrotto, illegale, egoista perché così si comporta un popolo che vive nelle libertà.

La Commissione Giustizia Pace Creato della Famiglia Domenicana ogni anno organizza la Giornata dell’impegno e della solidarietà. Tale Giornata nasce dalla necessità di contribuire ad una maggiore sensibilizzazione di fronte a questioni o problematiche riguardanti la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Lo scopo è portarci ad una maggiore responsabilità umana e cristiana capace di promuovere soluzioni e collaborazioni concrete.
La Giornata dell’impegno e della solidarietà ha luogo il primo sabato e la prima domenica di Avvento e si esprime a più livelli:
- un tempo di riflessione con una serie di conferenze e relazioni nel luogo dove si svolge la Giornata;
- un opuscolo che raccoglie diversi articoli che integrano le conferenze;
- una veglia di preghiera;
- la celebrazione eucaristica domenicale;
- l’invito ad un gesto concreto, inerente al tema della Giornata.

La prossima edizione avrà luogo a

NOVARA-AGOGNATE
sabato 30 novembre
domenica 1° dicembre: 2013

UNA PACE DISARMANTE
50 anni della Pacem in terris

Potete trovare tutte le informazioni necessarie (la Giornata è ancora in cantiere con varie cose da definire) al sito della Commissione: www.giustiziaepace.org , oppure telefonando ad Agognate.

Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

Pacem in terris

Scritto da

L’11 aprile del 1963, pochi mesi prima di morire, papa Giovanni XXIII promulga la sua ultima enciclica: Pacem in terris. Per la prima volta nella storia della Chiesa un’enciclica che non si rivolge esclusivamente alle autorità ecclesiatiche e alle persone di fede cattolica in generale, ma varca i confini della Chiesa e si rivolge a “tutti gli uomini di buona volontà”; così nell’intestazione:

LETTERA ENCICLICA
PACEM IN TERRIS
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PP. XXIII
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
AL CLERO E AI FEDELI DI TUTTO IL MONDO
NONCHÉ A TUTTI GLI UOMINI
DI BUONA VOLONTÀ :
SULLA PACE FRA TUTTE LE GENTI
NELLA VERITÀ, NELLA GIUSTIZIA,
NELL’AMORE, NELLA LIBERTÀ
Il contesto storico è quello della guerra fredda tra USA e URSS e della crisi dei missili cubani iniziata nell’aprile del 1961 e conclusasi il 28 ottobre 1962, grazie anche alla mediazione di Giovanni XXIII con un appello radiofonico del 25 ottobre col quale si rivolge direttamente ai governanti, in particolar modo ai presidenti Kennedy e Chruščëv perché “continuino a trattare, perché questa attitudine leale e aperta è una grande testimonianza per la coscienza di ognuno e davanti alla storia. Promuovere, favorire, accettare i dialoghi a tutti i livelli e in ogni tempo, è una regola di saggezza e di prudenza che attira le benedizioni del Cielo e della terra. [...] Noi supplichiamo i governanti a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno al mondo gli orrori di una guerra di cui non si può prevedere quali saranno le terribili conseguenze.” (cf. A. Melloni, Pacem in terris. Storia dell’ultima enciclica di papa Giovanni. Ed. Laterza, 2010, p. 33)
Crisi e guerra scongiurata; ma la minaccia di un possibile conflitto nucleare ancora persiste. È su questa preoccupazione/grido di tutta l’umanità che nasce la necessità per papa Giovanni di un’enciclica riguardante la pace.
Divisa in cinque parti, la Pacem in terris parte dalla premessa che la pace si può instaurare solo là dove l’ordine dell’universo e l’ordine umano vengono rispettati (Introduzione); In particolare l’ordine tra gli esseri umani si concretizza nei diritti e nei doveri: “Ogni essere umano è persona, soggetto di diritti e di doveri” (I parte). I rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all’interno delle singole comunità politiche è il contenuto della II parte. La parte III affronta i rapporti fra le comunità politiche ed è forse la parte più densa di tutta l’enciclica. Attraverso i principi di verità, giustizia, carità e libertà vengono toccate tematiche mondiali urgenti (sempre attuali): il trattamento delle minoranze; equilibrio tra popolazione, terra e capitali; il problema dei profughi politici; l’ascesa delle comunità politiche in fase di sviluppo economico; il disarmo. Su quest’ultimo punto papa Giovanni fa leva sulla ragione umana:
Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale. [...] Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. [...] È un obiettivo reclamato dalla ragione. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante. (Pacem in terris, n° 59-62). Più sotto scriverà che la guerra è aliena alla ragione - n° 67. I rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale è il contenuto della IV parte; infine, alcuni richiami pastorali  (parte V).

Queste nostre parole, che abbiamo voluto dedicare ai problemi che più assillano l’umana famiglia, nel momento presente, e dalla cui equa soluzione dipende l’ordinato progresso della società, sono dettate da una profonda aspirazione, che sappiamo comune a tutti gli uomini di buona volontà: il consolidamento della pace nel mondo (n° 89). Questa aspirazione profonda del consolidamento della pace è ciò che ancora oggi, 50 anni dopo la Pacem in terris, molti uomini e donne di buona volontà sentono il dovere di perseguire. Non stupisce, pertanto, che in tale ricorrenza gli eventi commemorativi sono ovunque numerosi, come occasione per continuare a coltivare una prospettiva di pace. Qui a Novara, lo scorso 12 aprile, la Commissione Giustizia e Pace della Diocesi ha proposto una serata di riflessione con una conferenza del Vescovo, mons. Franco Giulio Brambilla; sempre qui a Novara-Agognate, il prossimo 30 novembre sarà la  Commissione Giustizia Pace e Creato della Famiglia domenicana a proporre una riflessione sulla Pacem in terris (con un taglio di contenuti diversi) nell’ambito della Giornata nazionale dell’impegno e della solidarietà. Troverete maggiori dettagli nel prossimo numero di questo giornalino.
Per ora buona estate!

Che qualcosa fosse cambiato nella razza umana ne avevo avuto sentore! Preciso, razza umana, al singolare, visto che la mostra Homo Sapiens, di grande successo a Novara, ha mostrato dal punto di vista scientifico che di razza attualmente ce n’è una sola.
La mutazione che ho avvertito in questi ultimi anni non riguarda solo il modo con cui i bambini sanno far funzionare alla perfezione qualsiasi giochino elettronico si trovino fra le mani; è proprio il modo di rapportarsi alla realtà che si configura diverso. Forse, mi dico, necessariamente diverso.
Nel mio gruppo di studio, della Sessione del SAE, ne ho avuto conferma!
Ho scelto: “Annuncio della Parola e social networks”, confesso, la scelta è stata un po’ condizionata; primo, eravamo stati invitati a distribuirci equamente fra i vari argomenti e questo gruppo aveva la lista più corta,  poi per la stima verso il Pastore Peter Ciaccio che conduceva il gruppo, mio amico su facebook!
Si, pare proprio che si profilano nettamente due mondi, Gutenberg con la sua forza e solidità della carta stampata lascia il posto a Google dove è necessario interagire continuamente (da come l’ho capito). Cambia il modo di leggere, di scrivere e di conseguenza anche il modo di pensare (Il linguaggio è la casa dell’essere sosteneva, il filosofo Haidegger).
Nel bel finale di Delitto e Castigo, pubblicato nel 1866, Dostoevskij scriveva: “Ma qui comincia un’altra storia, la storia del rinnovamento graduale d’un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del passaggio graduale da un mondo a un altro, dalla presa di coscienza di una nuova realtà fin lì totalmente sconosciuta. Potrebbe essere il tema d’una nuova narrazione, ma il nostro racconto attuale ha termine”
Oggi pare proprio che di nuova narrazione si possa parlare.
I cambiamenti però del tutto indolori non sono; la farfalla si libera dalla crisalide e la sua scorza avvizzisce. Più i mutamenti sono veloci e profondi più  il “costo sociale” è elevato; questo è risaputo.
Indicativo il film di Paolo Virzì: “Tutta la vita davanti”, liberamente tratto dal romanzo di Michela Murgia: “Il mondo deve sapere”.  La morte per tumore della madre appare condizione serena di un percorso concluso, di fronte alla situazione della figlia che, uscita dal mondo accademico con lode e baci, mette insieme qualche spicciolo lavorando in un call center e facendo la baby sitter…
Il mondo cambia e non necessariamente in meglio, si potrebbe concludere; come tra Scilla e Cariddi, i due mostri marini della mitologia greca, il passaggio tra Gutenberg e Google si profila pieno di insidie.
Filo conduttore della Preghiera e della Liturgia di questa 50° Sessione è stata un’opera realizzata da Giacomo Sferlazzo composta da resti di legni che hanno fatto naufragio a Lampedusa e alcuni piccoli frammenti di testi della Bibbia e del Corano scampati alle acque.
Di fronte al dramma in atto possiamo disperare o come l’apostolo Tommaso accogliere l’invito del Risorto: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” (Gv 20, 27)
Nell’ultima Liturgia Ecumenica, guidata dalla Pastora Letizia Tomassone, i bambini e i ragazzi hanno rappresentato il mare in tempesta e il naufragio; tanti i nomi pronunciati che non hanno risposto all’appello. Hanno poi raccolto, simbolicamente, le parole salvate dal naufragio in una zattera a forma di culla.
Sì, alla generazione che viene è chiesto di raccogliere quanto la nostra durezza ha frantumato e cullarlo fino alla crescita di un mondo nuovo. E’ chiesto di passare in un cambiamento di punti di riferimento continui, tra scogli per la nostra rigida struttura invalicabili.
Spesso ci addoloriamo perché i giovani non sono interessati a ciò che possiamo loro trasmettere del nostro mondo, culturale o ecclesiale che sia; facciamo fatica a capire che nel loro sistema non vale. La bussola, che spesso ci ostiniamo a consegnare, non trova più il nord che una volta indicava. Le corazze con cui abbiamo cercato protezione, per chi viene dopo di noi sono solo un intralcio. Questa nuova specie, ai miei occhi, sussiste, direi quasi, in una nebulosa amniotica, quasi fosse ancora un embrione. Ma quando mi fermo a guardare piccole dita che si muovono agili su schermi ultrapiatti connessi con un intero universo mi dico che si, ce la possono fare! Allora dalla tempesta di una mancata speranza sorge tenue l’alba di un nuovo giorno.
E se, come scritto, abbiamo solo in un italiano stentato “ho sofferto tanto adesso uscito il mare”, resta ancora da inchinarsi e ringraziare.

L’opera di Giacomo Sferlazzo è stata donata a Don Marco, don Roberto e alla comunità di san Nicolò di Verona, assieme ad uno scritto:
“Sono del parere che le opere non si spieghino, almeno quelle riuscite, quindi questo testo va considerato un proseguimento di un processo che non si è concluso nel suo atto artistico (Dunque non riuscito), ma che ha bisogno delle parole per definirsi, forse perché il mio operare è prima di tutto politico ed ha a che fare con l’arte solo in qualche misura.
Questa opera che io vi dono con tanta gioia è il segno della stratificazione della storia degli ultimi, una storia che io posso narrare e leggere alla luce della mia esperienza di recupero dei “Corpi” che venivano e vengono considerati “Spazzatura”. Chiamo corpi questi oggetti perché hanno vita propria e carne di carta, carne di stoffa, sangue di sale e muffa, si decompongono e marciscono sotto i colpi dell’umidità, sono vivi perché sono finiti.
Una lettera che qualcuno portava con se in un viaggio così pericoloso e drammatico, da un fatto privato, diventa fatto pubblico e assume una dimensione politica e poetica universale.
Questi oggetti si stratificano nella discarica sovrapponendo segni, tempi, provenienze e individualità, fino a diventare un unico insieme, una sola massa, ma che ha tanti livelli, molti dei quali nascosti, molti fili che tengono insieme tutto, molte opacità, tanta puzza, molti frammenti.
La discarica è l’alfabeto di una umanità inclassificabile, che può rappresentarsi solo come scarto, che è già stata consumata nei processi di colonizzazione e imperialismo, la discarica dei corpi umani la si può trovare nei CIE e nelle altre tipologie di centri per migranti, questi corpi a cui viene riconosciuto nei migliori dei casi solo una fisiologia della sopravvivenza, la fisiologia della vita gli viene negata proprio come i corpi/oggetto nella discarica.
Il tentativo di riscattare i corpi/oggetto ponendoli come alfabeto universale sottraendoli dal loro destino di scarti, ci pone di fronte ad altre stratificazioni, quelle culturali, quelle religiose, quelle economiche, quelle politiche.
Dalla discarica alla teca illuminata. Dalla discarica alla cornice. Anche in questo c’è un rischio di colonialismo, così come dalla discarica CIE i corpi si ritrovano a raccogliere pomodori nelle campagne, per pochi euro al giorno, i corpi/oggetto possono trovarsi ad essere feticci su cui trasferire i sensi di colpa di una borghesia intelligente e colta.
Tutta l’arte è borghese diceva Carmelo Bene, quindi attenzione con l’arte da salotto, con l’arte in generale.
Il mio è un tentativo spesso convulso e animalesco di riportare ad una fisiologia della vita questi corpi, ed in questo tentativo Lampedusa è ciò che lega, Lampedusa è il filo ingarbugliato di tante vite ammucchiate, Lampedusa è il farsi segno dei conflitti della globalizzazione, non solo le istanze dei migranti, ma anche quella di una piccola comunità messa a forza di fronte ai temi cruciali del nostro tempo.
Lampedusa è spugna che assorbe e rilascia schiacciata dal peso delle storie che la trapassano, è morte e rinascita allo stesso tempo, qui in questo piccolo pezzo di terra avvolto dal mare, perché anche il cielo qui è mare ed anche il mare qui è cielo, si è al centro ed alla periferia del mondo allo stesso istante. Questo piccolo segno che io vi dono è una delle tante terminazioni nervose di questo mondo, un atto politico dove le preghiere si moltiplicano e si confondono, arrivano in superficie come un’unica voce rarefatta, dei suoni di partenza riusciamo a sentire solo una vibrazione simile ad un mantra, è la preghiera degli ultimi che sale dalle viscere del mare e che si ricompone in un grido di riscatto e di dignità.
Il silenzio che viene dopo invita ad una riflessione e ad una prassi che può essere solo rivoluzionaria.”
            Vedi: www.saenotizie.it  In diretta da Paderno

Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

Anche il SAE compie 50 anni

Se mi volto, la strada a guardare fa quasi paura! Cinquant’anni sono tanti e mi sento ancora incerta bambina che muove i suoi passi e ancora barcolla.
Eppure sono nata già grande, la vita mi ha dispiegato innanzi il suo dramma e l’ho seguito a tentoni, arrancando tra  percorsi scoscesi e aridità del cuore.
Poco mi sono fermata a guardare e un pezzo di cielo l’ho perso. E adesso son qui in cima ai miei “anta” e poco o tanto che costi necessario è arrestarsi: un altare di terra e trepida attesa. “Farai per me un altare di terra e, sopra, offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò. (Esodo 20,24) Questo il comando del Signore a Mosè nel Codice dell’Alleanza.
“Parola e Silenzio di Dio” 1990 La mia prima Sessione ecumenica alla Mendola e ancora ci siamo!
Anche il SAE compie cinquant’anni…
“… è opportuno ricordare che la storia delle sessioni ha inizio prima ancora che il SAE si costituisca come associazione (ciò avviene infatti nel dicembre del 1966): l’azione ispirata e concreta precede la formulazione istituzionale, e le dà senso. E’ un dato che ancor oggi va tenuto presente, sia come linea d’orientamento per l’impegno generale del SAE e, vorrei aggiungere, per ogni impegno ecumenico, sia per quanto riguarda il ruolo della sessione nella vita del SAE. Un ruolo che a mio avviso rimane anche oggi, come agli inizi, centrale e strutturante nel quadro delle attività dell’associazione, quale punto di convergenza e di irradiazione delle sue molteplici iniziative.
In secondo luogo, conviene ricordare gli aspetti che sin dai primi anni contraddistinguono le sessioni: un’esperienza di ecumenismo “vissuto” e una reale interconfessionalità. Oltre che occasione di dialogo e approfondimento teologico e culturale, esse sono infatti luogo di incontro e conoscenza personale, di relazione fraterna, di preghiera comune; e il confronto tra le diverse tradizioni ecclesiali avviene in virtù della testimonianza diretta di loro qualificati esponenti. Non si “parla di” realtà altrui, ma ciascuno esprime se stesso e ascolta l’altro in un rapporto di autenticità e di reciproca apertura.
Per questo le sessioni del SAE hanno svolto un servizio insostituibile di formazione ecumenica. Mi piace ricordare a questo proposito le parole di mons. Pietro Giachetti, l’indimenticato vescovo di Pinerolo; “le settimane di formazione del SAE sono una scuola di ecumenismo… Ho imparato l’ecumenismo non solo in teoria, ma l’ho vissuto in pratica, incontrando le persone, vivendo con loro e partecipando ai gruppi di studio”…
Questo essenziale carattere di esperienza vissuta non esclude tuttavia il valore della documentazione scritta delle sessioni rappresentata dagli atti, che nel corso degli anni sono venuti a costituire una straordinaria biblioteca ecumenica…” (1)

Caro mons. Giachetti, lo rivedo ancora sul loggione del Seminario a Torino tendermi la mano a precedere la mia incertezza… e con lui tanti ne rivedo, alcuni già nel Regno del Padre.
Don Oreste Favaro, don Mario Polastro che tanto si sono adoperati affinché l’ecumenismo nascesse e crescesse. Mi hanno incoraggiato, suggerito, mostrato… come la debolezza vince ogni forza!
Quelli che erano “i giovani del SAE”  hanno assunto la Presidenza e il direttivo, una svolta grande, fatta in punta di piedi; una consegna raccolta con qualche lacrima e tanto timore. Non è facile avvicendarsi a così illustri predecessori, eppure la storia continua e ci ritroviamo ad esserne parte.
Oggi il SAE si interroga sul futuro:
“… Quali prospettive e quali istanze, quali appelli e quali concrete possibilità si presentano al SAE nell’attuale situazione ecumenica?
Su quali vie e in quali direzioni può proseguire il proprio cammino, conciliando la fedeltà alla propria ispirazione e alla propria storia con le nuove esigenze e le nuove condizioni generate dal mutare dei tempi e dalle trasformazioni del panorama sociale, culturale e religioso?
A quali risorse inventive può attingere al proprio interno, e a quali segni esterni può rivolgere il proprio sguardo, per mantenere vivo e fecondo il proprio impegno?…” (2)
Domande, discussioni, previsioni… su tutti e su tutto il vento che soffia sulle cime rimanda a un effimero che solo lo Spirito può fecondare.
Affinché profezia sia e il nuovo nascere ancora.

(1) Marianita Montresor, SAE Notizie n° 2, Marzo 2013
(2) Stefano Ercoli, ibidem

Mercoledì, 01 Ottobre 2014 00:00

Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?

“Il cristianesimo è una comunità di racconti, e penso che dobbiamo riscoprire il raccontarci a vicenda ciò che Dio fa nella nostra vita”.
Mi pare che questo pensiero, che traggo dal discorso tenuto lo scorso anno nel Duomo di Milano dall’arcivescovo di Vienna, cardinal Schönborn, costituisca il filo conduttore delle lettere che ci sono pervenute in questi mesi e che offro alla vostra attenzione. Pur nella diversità di situazioni, personalità ed età degli autori, è comune ad esse il desiderio di comunicare e di sentirsi raccontare l’esperienza di fede.
Theo, già noto ai nostri lettori, ci invita al dialogo, su queste pagine, per aiutare un giovane nella sua ricerca spirituale. Mi auguro che il suo appello sia accolto da tanti.
Particolarmente toccante è la testimonianza di Emanuele, che, sebbene non intenzionalmente, costituisce anche una prima risposta a questo invito. Emanuele ci scrive dal carcere: là, recluso, lontano dalla sua famiglia, ha (ri)scoperto il Vangelo e ora ci rende partecipi della “gioia che si prova nel preoccuparsi del prossimo, vicino o lontano, conosciuto o sconosciuto, attraverso una semplice preghiera”.
Fernanda, nel commentare l’articolo di Angelo pubblicato nel numero precedente della “Lettera agli amici…”, ci trasmette la sua passione per l’evangelizzazione, che si realizza, come ricordava Schönborn nel testo citato, “nell’incontro faccia a faccia con una persona, perché quello è il momento in cui Cristo fa l’evangelizzazione”.
Nel ringraziare gli amici che ci hanno scritto, auguro a tutti una buona lettura.


Di Theo Stoltenberg

Come alcuni di voi sanno, sono un ex-insegnante d’italiano in Germania (e un fervido “simpatizzante” della comunità di Agognate).  Quello che segue è parte di una lettera di un mio ex-alunno con il quale coltivo dopo la sua maturità un rapporto molto amichevole. In questa lettera Klaus, che sta studiando scienze naturali all’Università, descrive i suoi primi passi verso una spiritualità personale e una fede ancora da costruirsi.
Sarebbe interessante e bello se voi partecipaste al dialogo e mandaste a Pier Paolo una risposta alla domanda alla fine della lettera di Klaus, che potrebbe essere pubblicata in un prossimo numero del giornalino. Questa interazione renderebbe il giornalino sicuramente anche più vivo e “comunicativo” per tutti i lettori.

“Caro Theo, […] gli studi vanno abbastanza bene, anche se in questo periodo al centro dei miei pensieri ci sono vari tentativi di mettere un po’ di ordine nel caos delle mie idee sulla mia vita spirituale cui ti ho accennato in una delle mie ultime lettere.
Ma non so proprio da dove cominciare. Sento il bisogno di trovare per me dei valori che diano un senso alla mia esistenza. Anche se non sono mai stato un cristiano credente e praticante, penso di essere sempre stato in qualche modo una persona religiosa immaginandomi Dio come (una) persona quasi paterna, non come qualcosa di astratto, come per esempio un’idea, oppure un’energia, come lo vedono tanti scienziati.
Provengo da una famiglia religiosamente indifferente e non so molto della Chiesa. Delle religioni cristiane mi impressiona soprattutto il concetto dell’amore del prossimo. Mi piace molto anche il nuovo Papa, con le sue visioni aperte ed umane.
So che cosa non voglio (più), ma non so ancora che cosa cerco di preciso.
In questa mia crisi conto anche sul tuo aiuto. Come faccio concretamente ad avvicinarmi di più alla fede cattolica che è anche tua? Intendo per fede non tanto un sistema complicato di dottrine perché non ambisco diventare un teologo, ma magari una persona adulta con dei principi validi.
Scusa, se ti ho descritto in breve la mia situazione attuale in modo molto grossolano e forse un po’ ingenuo.
Quali potrebbero essere i miei primi passi per progredire sulla via che ho appena cominciato? Forse mi racconti un po’ di te, della tua esperienza personale con la fede. Ti sarei grato se nella tua prossima mi dessi alcuni consigli. Grazie. Klaus”


Di Emanuele

Caro Padre Ennio,
grazie per la lettera e la richiesta di preghiera. L’esortazione di San Paolo mi fa pensare all’esortazione evangelica che il Messia fa alla fine del capitolo 11 di Matteo: “prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 20-30).
Pregare gli uni per gli altri e il pregare incessantemente sono due concetti che ho scoperto da poco; come hai detto tu, in questa società egoista si pensa molto poco a portare il peso degli altri. Io non l’ho mai fatto, troppo preso dal chiedere ciò di cui credevo avessi bisogno. Ma avendo vissuto per tanti anni nell’ignoranza di Cristo, in quanto “essere ignoranti delle Scritture significa essere ignoranti di Cristo”, non mi ero accorto che Gesù stesso pregò per Pietro affinché non gli venisse meno la fede (Lc 22, 32). Poi questa situazione di impotenza fisica, lontano dalle persone care, ha aperto la porta alla comprensione di quell’esortazione a pregare gli uni per gli altri.
Così ora, grazie al Signore e al suo intervento, riesco a sentire la gioia che si prova nel preoccuparsi del prossimo, vicino o lontano, conosciuto o sconosciuto, attraverso una semplice preghiera. Quando parlo di gioia intendo una sensazione di spontaneo desiderio per il bene altrui, un’azione fatta per piacere, non per abitudine o protocollo. Mi viene in mente proprio zia E. che ogni volta che andavamo a visitarla ci offriva un sorriso così sincero che non riesco a descriverlo, ma ancora lo ricordo bene… Mi fa piacere sapere che sia lei sia la bisnonna sono state terziare domenicane, anche perché nessuno me l’aveva mai detto.
Quindi sarà un piacere e un privilegio pregare per te, in quanto dà senso concreto alle parole e all’esempio lasciatoci dal messia e da tanti profeti. E’ vero che il Signore ascolta chi è nella sofferenza, ma io a volte dubito di esserlo […], penso infatti che soffrano molto di più parenti e amici lontani; nel frattempo cerco di mantenere aperto il cuore alla guida dello Spirito perché mai come prima ne sento la presenza. Mi trovo spesso a ripetere le parole di Samuele, “Parla perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 4, 10), per ricordarmi di vivere secondo la volontà del Padre in ogni momento della quotidianità. Anche se non mi ricordo di aver sentito una voce rispondermi, cerco di fare la sua volontà.
Così continuo, giorno dopo giorno, a domandarmi da quali cose devo ancora distaccarmi in maniera da adempiere con successo, o per lo meno tendere verso l’adempimento, quella massima evangelica da te citata. Sì, la morte dell’io può essere l’obiettivo di tutti i cristiani e io sono contento di essere arrivato in questo posto perché almeno così mi si sono aperti gli occhi.
Grazie ancora per la lettera, per aver dimostrato l’amore di nostro Signore con una richiesta così speciale.
Un abbraccio, e che la Grazia di nostro Signore sia con te.
Emanuele


Di Fernanda Baragli De Serio

Caro Pier Paolo, mi trovo in due giorni di ritiro e leggo dalla “Lettera agli amici della comunità”, l’articolo di Angelo, “Il dramma di non essere capiti”. Si descrive con chiarezza quel negativo vissuto dai cristiani nel mondo. Vorrei, però, far risaltare quanta potenza lieviti proprio in questa dialogante resistenza, in chi con passione possa testimoniare il linguaggio del Vangelo. Capita, invece, che chi ha un’abbondante e nutrita passione di Cristo, possa riuscire a comunicare e sorprendere il calore della fede e di seguito della necessità della religione, con un dialogo non iniziato sulla religione, ma partendo da considerazioni sul dono della vita, della luce che ci circonda, dello sbocciare d’un fiore, dal sorriso d’un bambino e quant’altro puoi e sai esprimere con la passione del personale vissuto. […] Il dialogo ha potenza se fatto con passione di Dio, riscalda, può neutralizzare gli ostacoli dell’indifferenza e può abbattere le opposizioni e l’ignoranza. Allora darei il titolo “La passione di farsi capire”. La forza dello Spirito, che soffia leggero, sa suggerire parole convincenti. Questa è la nostra fede che opera oltre il nostro dire e il nostro scrivere.


Di Annamaria Saino Invernizzi

Rev.mo e caro Padre Staid,
 ho ricevuto il Suo messaggio da mia figlia e Le assicuro la mia preghiera quotidiana nel Rosario.
E’ anche un debito di gratitudine e di riconoscenza nei Suoi confronti per tutte le belle cose che ha scritto e continua a scrivere.
Sono parole belle che entrano nel cuore e rendono più buoni, ma soprattutto ci fanno “pensare” e “meditare”.
Nella mia testaccia risuona spesso la Sua frase (giornalino di febbraio) “Perché, Signore, ci accorgiamo sempre troppo tardi della nostra avarizia nel donare amore?”. Da sola vale un trattato.
Che il Signore La ricompensi ,“colmi la Sua vita della Sua tenerezza”. Da parte mia torno ad assicurarLe il mio ricordo “cotidie”.
E’ tanto grande il bene che, da vero “uomo di Dio”, ha seminato e continua a seminare!
GRAZIE davvero di cuore e un abbraccio da una vecchia nonna che (come recita un nostro proverbio) “ag rincrèsa a murì, perché n’ampara una tuti i dì” (le rincresce di morire perché ne impara una tutti i giorni).
Con tanta gratitudine



Sabato, 01 Marzo 2014 00:00

I dannati della metropoli

Mentre scriviamo, in questi giorni ci giungono ancora notizie drammatiche sulle stragi nel Mediterraneo, sui migranti morti nei naufragi – forse dolosi – durante la traversata verso l’Europa, verso il sogno di una vita migliore, un sogno spesso destinato anche per chi sopravvive a restare tale. Se di fronte a questi eventi nessuno, credo, resta indifferente, per lo più, però, delle vite dei migranti, del loro mondo, non sappiamo quasi nulla.
 Andrea Staid, antropologo, nel suo recente libro I dannati delle metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità, (Milieuedizioni, MIlano 2014, Euro 13,90), ci mette in contatto con le storie di tante persone che, arrivate in Italia dopo innumerevoli traversie, hanno visto il naufragio dei loro sogni e ora vivono ai margini della legalità. Dopo essersi soffermato in un precedente libro (Le nostre braccia, Agenzia X, Milano 2011) sulle condizioni di vita dei lavoratori stranieri e sul nostro rapporto con loro, in questo volume l’autore ha cercato di comprendere i vissuti e le ragioni di chi è uscito dal confine della legalità: “Non voglio - scrive nell’introduzione - rappresentare i migranti come vittime di una società violenta, ma semplicemente dare un’immagine meno falsa di quella creata dai media su chi sono  e come vivono i migranti”. Vuole capire i motivi che stanno alla base della scelta di delinquere ed alla luce dei dati raccolti scopre che questa scelta, se si prescinde dalla dimensione etica, appare la più logica: “considerando che il rischio di finire in carcere è lo stesso sia per chi decide di delinquere sia per chi invece decide di lavorare per un salario da fame, la scelta di delinquere sembra la scelta più razionale. […] Dopo questi anni di ricerca non mi stupisce più chi esce dallo stretto confine della legalità, anzi mi stupiscono molto di più tutti quei migranti (la maggior parte) che decidono di lavorare onestamente”. Un’analisi sui rapporti tra strutture di potere e scelte individuali che mi fa tornare alla mente l’accusa che Tommaso Moro nella sua opera più nota, Utopia, muoveva alla società inglese del suo tempo: “Voi punite quei ladri che voi stessi avete creato”.

Il volume è articolato in cinque capitoli.
Nel primo, in modo chiaro ed accessibile anche a chi non è addetto ai lavori, sono esposti i criteri metodologici che hanno guidato la ricerca, una ricerca qualitativa, condotta con il metodo dell’osservazione partecipante: con anni di frequentazione dei migranti, l’autore ha potuto instaurare con loro un rapporto di fiducia e raccogliere i loro racconti.

Il secondo capitolo, più drammatico e coinvolgente per il lettore, riporta i ricordi del viaggio, un travaglio che a volte dura anni e che vede il migrante africano sottoposto a violenze e soprusi di ogni tipo, prima di giungere ad imbarcarsi per l’Italia. E sono tanti coloro che muoiono lungo il percorso.
“Ho iniziato il mio viaggio nel 2009 e sono arrivato in Italia nel 2011, sono stati due anni durissimi per me, non avrei mai pensato di affrontare qualcosa di simile (…), sono stato picchiato e derubato dai militari nel deserto, costretto a lavorare come schiavo in Libia per potermi pagare il viaggio in mare.
Ho visto morire almeno quattro uomini durante il viaggio… e una volta arrivato in Italia, dopo tutto quello che avevo passato, sono stato rinchiuso in un Cie… e io che pensavo di vivere in Italia” (Danjuma, Nigeria).
“Il viaggio era duro nel deserto ma la speranza era forte. Tutto è peggiorato quando abbiamo incontrato i militari, ci hanno derubato di tutto e io non avevo più i soldi per ripartire, per arrivare in Europa. Ho cercato subito lavoro ma a Dirkou puoi fare solo lo schiavo, ho visto tanta cattiveria e disperazione nei mesi che sono rimasto lì (Daren, Congo).
“Arrivato alla frontiera con l’Algeria ero sicuro di non aver problemi e di poter richiedere il visto, invece mi hanno cacciato in modo violento e ci hanno buttato tutti nel deserto senza neanche una bottiglia di acqua” (Kayne, Burkina).

Il terzo capitolo affronta quello che succede dopo il viaggio nella vita di questi migranti, ovvero la reclusione, l’identificazione nei Centri di identificazione ed espulsione o nei Centri di accoglienza - luoghi su cui da tempo si discute, luoghi definiti “nuovi lager di Stato” – e la ricerca, spesso impossibile, di una vita dignitosa: “Sono arrivato in Italia da cinque anni e ancora non sono riuscito ad avere un permesso di soggiorno. Ho lavorato tanto, sono un bravo falegname e il lavoro non manca per me, solo che appena chiedo di essere regolarizzato o mi licenziano o mi dicono che se voglio lavorare devo stare zitto” (Abdul, Egitto).
Senza il permesso di soggiorno, in conseguenza del reato di immigrazione clandestina, cancellato soltanto di recente, l’immigrato si trovava di fatto ad essere comunque un fuorilegge ed esposto alla possibilità del carcere, tema a cui è dedicato il quarto capitolo: ”Sono arrivato in Italia dopo un viaggio lungo e difficile e la prima cosa che mi è successa è stata quella di essere rinchiuso in una gabbia, in un Cie. Dopo quasi due mesi mi hanno rilasciato dicendomi che dovevo tornarmene a casa e io non sapevo cosa fare. Ho trovato lavoro dopo poco grazie a un amico che vive in Italia da tre anni, lavoravo nei campi, pagato pochissimo e trattato come una bestia. Finita la stagione di lavoro mi hanno fermato per un controllo i poliziotti e mi hanno portato in carcere perché mi hanno detto che avevo commesso un crimine… quale? non l’ho ancora capito, me lo stai spiegando tu, ma ancora non capisco che legge assurda avete qua in Italia. Mi rilasciate, mi fate lavorare e poi mi mettete in carcere e sono di nuovo fuori senza documenti e con il decreto di espulsione. Non mi hanno riportato a casa, mi hanno rilasciato in questa condizione assurda dove non poso fare altro che lavorare in nero … non posso viaggiare perché non ho i documenti…non posso fare niente senza i documenti, posso solo sopravvivere fino a che non mi fermeranno e riporteranno in carcere” (Khalid, Egitto).

Chiude il libro l’analisi di una realtà meticcia nel cuore di Milano, la ricostruzione etnografica di un palazzo particolare di Milano, in viale Bligny 42, dove vivono italiani e stranieri di ogni provenienza, lavoratori regolari e spacciatori, studenti ed artisti.

Il libro, come ho già notato, è di agevole lettura, scritto, secondo l’intenzione dell’autore, in modo che “possa essere accessibile non soltanto agli abituali lettori delle scienze sociali, ma anche a tutti coloro che sono interessati a scoprire cosa si nasconde dietro al muro delle nostre certezze”. 



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