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Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

Succede in fraternita

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La festa è finita..?  Intendo le festività natalizie con tutto il loro carico di orpelli e di consumismo.
   Quando Padre Raffaele, in occasione della celebrazione comunitaria del Sacramento della Riconciliazione, ai membri della fraternita laica Domenicana ha prescritto come “penitenza” la lettura del capitolo n. 2 del Vangelo di Luca relativo alla nascita di Gesù, mi sono domandata, per qualche istante, come mai da un sacerdote così distante dalla retorica natalizia, ci fosse stata proposta una tale meditazione.
Mi sbagliavo: era nella mia mente, nel mio vissuto, e non solo nel mio immaginario, tutto quell’insieme di iconografia natalizia, consolatoria: la cometa sulla grotta, il bue e l’asinello che scaldano con il loro respiro l’aria intorno a Gesù Bambino, Giuseppe e Maria chini sul Bambino in adorazione e un gran luce che illumina la scena.
Quando mi sono accinta  alla lettura del testo ho constatato che la vicenda raccontata era tutt’altro che “consolatoria”.
Infatti, che cosa c’è di retorico nella nascita di un bambino, figlio di genitori costretti dalla legge, a lasciare la sicurezza della propria casa  a Nazareth per andare a Betlemme  a causa  di un  censimento voluto da Cesare, dominatore straniero?
 Purtroppo di  gente che lascia la propria terra ne vediamo anche oggi tutti i giorni, e così pure di bambini che nascono stranieri e in situazioni di grave disagio.
 Corriamo il rischio guardando la grotta di Betlemme  e commuovendoci per quell’avvenimento di duemila anni fa,  di diventare indifferenti o anestetizzati di fronte ai problemi di oggi.
Giuseppe con la sua sposa Maria si avvia al viaggio e proprio in quei giorni, Maria arrivata  al termine della  gravidanza, partorisce un bimbo maschio, primogenito, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia perché “non c’era posto per loro nell’albergo”.
Un racconto sintetico, senza commenti: il racconto di una coppia in gravi  difficoltà.
Proseguendo poi nella lettura e accompagnando con il pensiero la vita di questa famiglia si intravede un altro momento di conflitto quando, a  dodici anni, Gesù si allontana dai genitori e comincia a seguire il proprio destino in modo autonomo.
La vita di allora era simile a quella di oggi e i genitori vanno in crisi.
In questa vicenda non possiamo non vedere anche la storia di tantissime donne che partoriscono in mare o in condizioni estreme perché non trovano posto “nell’albergo della vita” anche a causa del nostro egoismo.Tocca a noi dare una risposta a questi problemi.
Tuttavia nascendo si dice che ogni bambino sia portatore di una luce.
Per noi della fraternita
 che, anche noi come i pastori,  pellegrini in cerca della luce, quest’anno ci confrontiamo sul problema della fede, auguro che sia possibile accostarsi ai problemi degli altri e alla natura mettendo a disposizione la nostra capacità di condivisione e fratellanza.
Quindi la festa è appena cominciata…
Auguri a tutti.

Riporto il testo della meditazione di Paolo Allegra per la Celebrazione Ecumenica della Parola di Dio, in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Come ogni anno questa Preghiera è il punto di arrivo del nostro percorso comune di studio della Parola e di confronto sulla nostra fede. Vuole essere anche il punto di partenza per il nostro agire, il bulbo di giacinto distribuito ai presenti ha voluto indicare la necessità di partecipazione attiva all’adesione del Regno che viene. La colletta devoluta ad un’organizzazione che si occupa di donne maltrattate, un segno della presa di coscienza di tutta la violenza che ci circonda e di cui siamo parte.
Pasqua viene e ci mette ancora una volta nella condizione di deporre il nostro fardello di morte ai piedi della Croce.
Ettyt Hillesum, nel suo Diario scriveva:
“È proprio l’unica possibilità che abbiamo, non vedo alternative. Ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale”
Auguri dunque, affinché la vita possa ancora una volta vivere. Buona Pasqua. Lucia

Commento alle letture
Nella lettera ai Galati, Paolo ci parla della novità della condizione cristiana: attraverso Gesù Cristo siamo liberi dalla legge. In Lui si attua il passaggio dalla sottomissione alla legge (come ad un “pedagogo”, dice Paolo) alla condizione di uomo adulto, libero dalla legge. E’ questa la nuova condizione della fede in Gesù Cristo.
Il passo che abbiamo letto (Gal 3,26-28) ci propone tre versetti centrali della lettera: tre versetti intensi e di particolare significato per la celebrazione ecumenica di questa sera. Paolo ci ricorda che noi siamo liberi, perché attraverso Gesù siamo diventati figli, per vivere nella libertà dei figli di Dio.
“Tutti infatti siete figli di Dio, per la fede in Cristo Gesù; quanti infatti siete stati battezzati in Cristo (cioè “immersi” in Cristo), vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,26-27).
Siamo dunque chiamati ad essere “figli di Dio”: per questo Gesù ci ha liberati e per questo ci ha chiamati. Perché, non dobbiamo dimenticarlo, se siamo cristiani è “per grazia”.
Cristo ci ha “immersi in Lui”, attraverso il battesimo, così da essere “rivestiti di Cristo”: non con un rivestimento esteriore, con un abito che si può mettere o togliere, ma con un cambiamento profondo del nostro essere e della nostra più profonda identità. Come si era espresso poco prima Paolo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Queste parole ci invitano ad un reciproco riconoscimento, tra i credenti e tra le Chiese: nonostante il nostro peccato e le nostre divisioni, possiamo riconoscerci come “figli di Dio, “rivestiti di Cristo”, e dunque fratelli in Gesù. Perché se le divisioni nascono dal nostro peccato, è dalla sua grazia che siamo uniti.
“Tutti infatti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).
Siamo chiamati all’unità, costituiti in unità da Gesù Cristo. Rivestiti di Cristo, siamo uniti a Lui, così da essere un solo uomo. Cristo non può essere diviso.
Eppure noi portiamo le ferite e le cicatrici della divisione.
Ma siamo qui insieme, questa sera, perché vogliamo essere uniti. Perché, nell’incontro delle nostre diversità, abbiamo conosciuto la bellezza di essere insieme (come abbiamo pregato col Salmo 133). Perché abbiamo conosciuto quanto sia più grande ciò che ci unisce (e Colui che ci unisce), rispetto a ciò che ancora ci divide. Perché crediamo che Dio può compiere quello che noi, con tutti i nostri limiti, non sappiamo fare, così da completare in noi ciò che ci manca.
“Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna” (Gal 3,28.
Siamo invitati a fare cadere ogni barriera, ad abbandonare ogni discriminazione, fra di noi come fuori di noi: le barriere etniche, sociali, di genere, presenti anche nelle nostre comunità e nelle nostre Chiese. Paolo qui ci ricorda la radicale universalità della fede cristiana; e ci ricorda anche la differenza della nostra fede rispetto ad ogni identità e appartenenza etnica, sociale o culturale.
Nel mondo in cui viviamo, ed anche nelle Chiese, scorgiamo quotidianamente i segni di discriminazione, l’eredità di tante barriere. Viviamo in un mondo segnato dalla disuguaglianza, tra popoli e tra persone, dove le conquiste di giustizia della storia del Novecento sono messe in discussione, e dove il richiamo a “praticare la giustizia” (Mic 6,6-8) che abbiamo letto nel profeta Michea risuona più che mai attuale. Avvertiamo il pericolo, nelle nostre Chiese cristiane, di forme di discriminazione; e avvertiamo la tentazione della chiusura entro frontiere definite, difese da ben nutrite barriere dottrinali, che ci separano da chi sta fuori, da quelli che (come dice Paolo ai Galati) sono “incirconcisi”.
Ma noi sappiamo che Gesù Cristo è “la nostra pace” (Ef 2,14-18), venuto per “abbattere il muro di separazione” che ci divide.
Noi sappiamo che i nostri pregiudizi e le barriere che ci dividono sono destinati a scomparire. Noi sappiamo che “per mezzo della croce” Gesù ci ha riconciliati tra di noi e con noi stessi.
Per ciò questa sera preghiamo. Non perché ogni contrasto possa scomparire come d’incanto, quasi che le nostre divisioni possano dissolversi improvvisamente. Ma perché possiamo guardare oltre ogni divisione, convertendo le nostre divisioni in differenze che ci arricchiscano, scorgendo nei nostri diversi cammini la presenza di Dio che non ci ha mai lasciato, e tenendo fisso lo sguardo sul Signore che già oggi ci unisce attraverso la sua croce.
La croce di Gesù, per noi come per i due discepoli incamminati sulla strada di Emmaus, cessa allora di essere un ostacolo alla fede, di essere di scandalo, per diventare la ragione ultima del nostro credere, il vero fondamento della nostra fede comune.
Nell’amore che Gesù ha dimostrato, dando la sua vita per noi, anche noi, come i discepoli a Emmaus di fronte allo spezzare del pane, possiamo trovare la gioia, la luce e la forza per continuare il nostro cammino di unità.

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

A 50 anni dal Concilio Vaticano II

di Paolo Allegra

L’undici ottobre scorso sono trascorsi cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, un evento che ha segnato la storia ed ha rappresentato l’inizio di una nuova stagione per la Chiesa cattolica. Sul tema del Concilio, del suo esito e della sua eredità, il gruppo novarese del S.A.E. (Segretariato Attività Ecumeniche) ha organizzato un interessante incontro lo scorso 13 dicembre, presso la sala parrocchiale di San Francesco alla Rizzottaglia. La serata è stata introdotta dalle relazioni di Giannino Piana, docente di etica e di teologia morale, e di Giuseppe Platone, teologo e pastore della Chiesa Valdese di Milano.
Il Concilio ha rappresentato certamente un momento di significativa apertura della Chiesa cattolica alle altre confessioni cristiane, che ha reso possibile una nuova fase del cammino ecumenico, favorendo il superamento di storiche barriere. Anche per questa ragione il S.A.E. novarese ha ritenuto importante tornare a riflettere sul Vaticano II, sul suo significato e sui suoi esiti, in particolare di fronte all’incertezza e alle difficoltà delle attuali prospettive ecumeniche.
Giannino Piana, in un intervento che ha preso le mosse dal ricordo emozionante degli anni del Concilio, si è soffermato su alcuni caratteri delle quattro Costituzioni conciliari, mettendone in evidenza alcuni aspetti essenziali: il recupero della centralità della Parola nella vita cristiana ed ecclesiale; la riscoperta di un’idea della Chiesa come mistero e sacramento, più che come organizzazione; la comprensione della Chiesa come popolo di Dio, caratterizzata da uno stile sinodale, piuttosto che da una visione piramidale; un nuovo spirito di dialogo, nella Chiesa e nei confronti del mondo, con l’abbandono di atteggiamenti di rifiuto, di contrapposizione o di condanna verso il mondo e la storia.
Il prof. Piana ha sottolineato una duplice necessità, quella di riprendere e attualizzare il Concilio (come sul tema della riforma della Chiesa, del ruolo dei laici e delle donne), e quella di proseguire l’opera del Concilio, andando oltre per completarne quell’azione di rinnovamento e di “aggiornamento” di cui parlava Giovanni XXIII (come sui temi dei diritti della persona, della riflessione in campo bioetico, dell’annuncio della fede e della sua inculturazione).
Il pastore Giuseppe Platone, concordando con molte affermazioni di Piana, ha ricordato l’interesse e la partecipazione come osservatori al Concilio di importanti personalità della teologia protestante europea, come Karl Barth e Oscar Cullmann, o italiana come Paolo Ricca. Ha sottolineato inoltre come il Vaticano II sia stato un evento che ha contribuito a cambiare lo stesso protestantesimo, favorendo la sua apertura ad un rapporto non solo con il cattolicesimo, ma anche con l’ebraismo. Oltre al rinnovamento ecclesiale e liturgico, è stata soprattutto la riscoperta della centralità della Scrittura nella vita della Chiesa a contribuire ad avvicinare cattolici e protestanti. Platone ha richiamato anche i passi avanti sul piano del reciproco riconoscimento delle diverse Chiese.
Come Giannino Piana, anche Giuseppe Platone si è interrogato, nell’ultima parte del suo intervento, sulle attuali difficoltà del dialogo ecumenico, di fronte al tentativo, da parte dei suoi detrattori e oppositori, di considerare il Concilio come una “parentesi” da superare.
Il pastore Platone ha concluso il suo intervento richiamando l’importanza della “Carta Ecumenica” di Strasburgo del 2001, ricordando l’invito contenuto in quel testo ad un cammino comune (in una vera “sin-odalità”), da compiere nella libertà, ponendosi come Chiese “sotto la Parola”.
La serata, che si è conclusa con un interessante momento di dibattito con il pubblico presente, ha confermato l’importanza del tema e l’interesse per il Concilio e per il percorso dell’ecumenismo. In un tempo in cui sembra affiorare un sentimento di delusione o di scetticismo intorno al dialogo ecumenico ed alla complessa eredità del Concilio, la serata ha costituito una sia pur piccola testimonianza di come il cammino del dialogo e della ricerca dell’unità, nella consapevolezza di quello che già unisce le differenti Chiese, sia un cammino per molti aspetti irreversibile.
Il vincolo che unisce le Chiese, rappresentato da Gesù Cristo e dalla sua Parola, è infinitamente più grande e più profondo delle differenze che ancora le possono separare.

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

L'anno della fede

“Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a proclamare l’anno di misericordia del Signore” (Is 61,1-2).
Abbiamo letto queste parole del profeta Isaia  nella celebrazione delle Lodi della solennità del Battesimo del Signore, che conclude il tempo liturgico di Natale e apre al Tempo Ordinario.
Nel commentarle Alfredo, incaricato di una breve riflessione durante le Lodi della nostra giornata di fraternita, ha sottolineato come ogni anno sia un anno di Misericordia del Signore per ciascuno di noi, laici domenicani, che l’abbiamo chiesta all’inizio del nostro cammino nell’Ordine e che siamo consapevoli di averne bisogno ogni giorno della nostra vita. Un anno di cammino, di confronto sulla nostra fede, di condivisione di pensieri e riflessioni, di aiuto reciproco per vivere quanto abbiamo professato. Un anno di “mandato” per portare il lieto annuncio a chi si sente povero, a proclamare la libertà a chi si sente prigioniero, a fasciare le ferite a chi ha il cuore spezzato.
Un anno durante il quale abbiamo accettato la sfida del nostro vescovo, mons. Brambilla, di rispondere all’interrogativo “Come stai con la tua fede?” e del Papa ad interrogarci sulla nostra fede.
L’anno di misericordia del Signore è stato proclamato da papa Benedetto XVI l’undici ottobre scorso, cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II,  con l’apertura dell’anno della fede che si concluderà con la solennità di Cristo Re, che chiude l’anno liturgico.
Che cosa vuol dire essere uomini e donne di fede? E i cristiani sono davvero uomini e donne di fede?
“Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggiore preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune” (Porta Fidei, 2).
Che la fede sia un presupposto all’impegno nel mondo non è ovunque vero, anzi spesso viene perfino negato.
L’anno appena iniziato è un invito ad una rinnovata conversione al Signore, ad un incontro autentico con la persona di Gesù Cristo, ad accogliere nella nostra esistenza il Figlio di Dio fatto carne e la grazia della sua venuta, che dà alla vita un orizzonte nuovo e una nuova direzione.
La fede, ricevuta come dono nel Battesimo, nasce da questo incontro e vive di questo incontro, suscita l’amore per l’altro, non solo soccorso nelle necessità materiali e morali, ma come slancio ad evangelizzare. La gioia di credere accende la gioia di annunciare. Tommaso d’Aquino direbbe “Contemplari et contemplata aliis tradere” cioè Contemplare e trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato. È il motto del nostro Ordine.
La fede è esperienza di un amore ricevuto, e comunicazione di grazia e di gioia.
È fare memoria del dono prezioso che ciascuno di noi ha ricevuto dalla Chiesa, tramite i genitori, i presbiteri, i catechisti, gli amici. E se il corpo, come avviene di fatto, può invecchiare o perdere salute, il cuore soffrire di sfiducia, dolori, delusioni, rancori, anche la nostra fede potrebbe accusare i colpi della vita. Allora abbiamo bisogno di terapia. È l’occasione per rivedere davvero tutto ciò che pensiamo e facciamo, per dedicare al rinvigorimento della nostra fede ogni nostro sforzo per rispondere alla domanda di Gesù “Voi chi dite che io sia?”. Da quella domanda iniziale di Gesù e dalla decisa risposta di Simone “Tu sei il Cristo!” dovremo lasciarci guidare in questo tempo di misericordia che ci viene ancora una volta donato.   
“Che questo anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza, auspicando che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità” (Porta Fidei, 9)

Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

La notte oscura

“Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle” (Qo 1,8).
Con questo versetto il sapiente Qohelet apre le sue riflessioni su un sostanziale non-senso che intacca il senso dell’esistere. Segnala il degrado della parola che infetta la comunicazione e la comunione interpersonale.
Questa analisi antica trova riscontro in un autore moderno, Joseph Roth che scrive: “Tutto nella vita diventa logoro e vecchio: parole e situazioni; tutte le parole sono già state dette”.
Viviamo tempi difficili, tempi di domande senza risposta, di crisi economica, ma anche di fiducia e di fede. Le parole che ascoltiamo e che diciamo sono come fiumi in piena che travolgono la nostra vita, sono spesso testimonianza di sfiducia o indifferenza, parole che invece che essere portatrici di vita sono dispensatrici di morte.
Mi sembra che abbiamo perduto i punti di riferimento sociali, politici e religiosi. Ci siamo costruiti nella mente un Dio a nostra immagine e somiglianza, un Dio potente, ed aspettiamo, paralizzati, che venga a liberarci, come accadeva ai contemporanei di Gesù. Anche noi, che diciamo di essere cristiani, ci siamo conformati alla mentalità comune e non siamo capaci di fermarci e rileggere la nostra “storia”. Quella storia iniziata con il mistero della natività, di un Dio che decide di deporre il mantello della regalità e della trascendenza, sceglie di assumere in sé la “carne”, la nostra fragilità e umanità, con una nascita povera, ai margini della società, sperimentando la condizione di profugo per attirare a sé “gli affaticati ed oppressi” (Mt 11,28-29) e condivide con la sua passione il segno fisico della realtà impotente dell’uomo: il dolore e la morte.
Tutto nei racconti della passione parla dell’umanità, dell’incarnazione. C’è la paura della morte, l’indifferenza dei suoi amici, i discepoli assonnati che non sanno vegliare una notte con lui, il tradimento del compagno di tanti anni di predicazione, la sofferenza fisica, le torture dei soldati, la crocifissione riservata dai Romani agli schiavi ed ai ribelli. In una parola, il silenzio di Dio e la solitudine. In questo silenzio, in questa assenza c’è tutta la sua partecipazione all’esperienza del credente nell’ora della prova. Una malattia, la perdita di una persona cara, la nostra impotenza davanti alla sofferenza, la solitudine, l’incomprensione degli altri, l’inimicizia, l’invidia sottile, ecc. ci portano a vivere isolati, incapaci di riconoscere nel volto del prossimo il volto del Signore, di comunicazione per paura di essere fraintesi e feriti.
Ma la morte non è l’ultima parola quando c’è di mezzo Dio.
Il “Tutto è compiuto” sembra voler dire “Tutto ricomincia”. In modo misterioso e non visibilmente tangibile, dopo la notte del venerdì santo ed il silenzio del sabato, un grido si leva dal sepolcro: “E’ Risorto!”. Le donne, andate alla tomba di Gesù ad onorare il suo corpo martoriato con i profumi e gli oli, spaventate ed attonite, la trovano vuota. Unico segno di ciò che era avvenuto: i lini che avvolgevano il corpo di Gesù abbandonati a terra. E l’angelo, o i due angeli, o il custode del giardino, che esse non riconoscono.
Ma il loro timore viene lasciato alle spalle, ed esse, testimoni giuridicamente inattendibili nella cultura ebraica, vanno ad annunciare il mistero della risurrezione. Sarò capace anch’io di credere e di annunciare la risurrezione?
Gesù si presenterà all’improvviso ai due discepoli di Emmaus, delusi e tristi perché la fine infame del loro Messia,  agli apostoli tornati in Galilea al loro mestiere di pescatori, senza essere da loro inizialmente riconosciuto. “I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (Lc 24,16) come spesso sono i nostri.
Sarà allo spezzare del pane che “si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì alla loro vista” (Lc 24,31).
I racconti di queste apparizioni sembrano volerci dire che il suo volto è ininterrottamente da cercare dietro il profilo devastato dell’affamato, dell’assetato, dello straniero, del nudo, del malato, del carcerato, perché “tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-36).
Ho letto, non ricordo dove e da chi, una frase che in questi giorni di inizio della Quaresima mi ritorna in mente:
“Abbiamo perduto i suoi lineamenti (di Cristo), come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali, come si perde l’immagine del caleidoscopio… Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse quel volto morì, si cancellò, affinché Dio sia tutto in tutti”. Buona Pasqua!

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

Testimonianze

Ricevo regolarmente da padre Damiano Puccini, missionario in Libano, il foglio di informazione sull’attività svolta dall’associazione “Oui pour la vie”, un’associazione di volontari libanesi che presta la propria opera a favore dei più poveri.
Dall’ultimo numero traggo la pagina sui profughi siriani che propongo alla vostra riflessione: una testimonianza di grande sofferenza, ma anche di solidarietà tra poveri e di speranza.


Secondo le ultime statistiche dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, i profughi siriani registrati in Libano sono oltre 160 mila. Tuttavia, il numero reale è notevolmente superiore: molti, per timore preferiscono non registrarsi per la paura di causare problemi ai loro parenti restati in Siria. […]
Anche nei pressi di Damour, vicino alla sede legale della nostra associazione, come in tutta la periferia di Beirut, i nostri volontari di “Oui pour la Vie” si recano costantemente ad aiutare i rifugiati siriani, sparsi in accampamenti informali o sotto ripari di eternit o legno. Si tratta di persone giunte dalla Siria, senza niente e che ora si trovano a dover far fronte alle rigide temperature invernali. Li aiutiamo per costruire tende con cartone, plastica e sassi, non sufficienti per il clima rigido della zona. Quando piove, l’acqua filtra all’interno e vediamo che i piccoli, per proteggere le gambe dal fango, quando camminano mettono ai piedi buste di plastica. Sono circa 35 mila bambini siriani in Libano con meno di 14 anni che vivono in condizioni estreme.
 C’è anche il pericolo di epidemie di epatite e colera. Le latrine sono inondate e non ci sono i mezzi per mantenere strutture igieniche adeguate.
Le case hanno prezzi proibitivi: un appartamento affittato a 600$ è occupato da 30 persone che dormono per terra.
I nostri volontari di “Oui pour la Vie” danno il loro costante contributo per queste urgenze. La loro visita settimanale consiste proprio nel sedersi per terra accanto a queste persone che non hanno nessun arredamento nei loro rifugi di emergenza. E’ sempre toccante vedere il sorriso sul volto dei nostri volontari e su quello di queste donne che sono aiutate e che ci accompagnano per visitare chi appartiene anche a gruppi rivali, per condividere con loro un poco degli aiuti acquistati grazie alle rinunce dei nostri giovani. Sono gesti che proponiamo alle persone aiutate per favorire il perdono reciproco, dopo le laceranti violenze subite.
Una signora ha scelto di mangiare solo ortaggi al posto della carne e dare dell’olio.
Un uomo che tiene un piccolo negozio, ha dato una parte dei suoi locali per accogliere una famiglia composta dai genitori e da otto tra figli e nipoti. Questo signore diceva di non sentirsi tranquillo con il suo riscaldamento, i pasti caldi e un letto, ma sapendo che c’erano persone in strada.
Un’altra persona ha accolto una famiglia di profughi nella sua casa.
Un venditore di frutta e legumi ha si è impegnato regolarmente a offrire dei pasti cucinati con gli ingredienti che vende, in favore di questi disagiati.
I nostri volontari s’impegnano molto nelle ripetizioni scolastiche in favore dei bambini siriani che sono abituati nel loro paese di origine a un insegnamento nella sola lingua araba, mentre in Libano si utilizzano moltissimo l’inglese e il francese.

(Chi è interessato ad entrare in contatto con l’associazione, può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

 

E’ indirizzata a P. Raffaele ma vi giriamo ugualmente questa bella lettera di Angela Maria per le cose che ha scritto e per come le dice. Angela Maria è una domenicana doc, ossia piena di entusiasmo, passione per la fede e per una fede viva e autentica, attenta soprattutto alla verità e naturalmente al suo contrario. Anche nelle cose che riguardano Dio, forse soprattutto, l’uomo è capace di imbrogliare ed imbrogliarsi.

Caro fra Raffaele,
leggo su Dominicus la tua lettera, finalmente, fra tanto eruditismo poche parole che fanno riflettere!
Tu dici bene, la predicazione è una parola grossa, ed i significati sono molti e vari.  Hai fatto molto bene a farli notare, infatti predicare non significa soltanto dire, ma ancora di più fare.
Dici che l’Ordine intende promuovere una riflessione della donna nella Chiesa. Non sarebbe più esatto dire che finalmente l’Ordine domenicano ritorna al desiderio di San Domenico? Non fu Lui che fondò  a Prouille, un rifugio per le donne di nobiltà … varie? Le accolse senza considerare se erano colte o analfabete affinché, protette e guidate, divenissero anche un aiuto per l’Ordine nascente e sostegno spirituale per quel Popolo di Dio  credente o non  che lui e Francesco d’Assisi sognavano.
Anche se in ritardo è una gioia sapere che l’Ordine Domenicano intende promuovere una riflessione sulla presenza delle donne nella Chiesa. (faccio una chiosa: ci sarebbe una Chiesa se non ci fosse nemmeno una donna?)
Tu con la tua penna sottile e sofferta spiegalo, cerca di farlo entrare (capire) nelle erudite teste e fai comprendere che una donna, anche la più semplice e sprovveduta, può partorire, non solo esseri umani, ma anche idee, speranza e fede, per tutto il mondo, e dicendo mondo dico tutti, tutti, tutti, santi e peccatori.
Solo così Gesù rinascerà – risorgerà in mezzo all’umanità e la sua Parola: non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” diverrà luce.
Sono giunta alla fine della pagina senza accorgermene ed ho ancora da rispondere alla domanda che tu, da predicatore degno di tanta responsabilità, ci poni: “Parla o non parla il Crocifisso?” Io, certamente la più piccola delle tue sorelle domenicane, ti rispondo pensando non a quel bimbo che festeggiamo a Natale, ma guardando a quel fratello, quel Verbo incarnato che per la nostra salvezza è stato crocifisso. Tu ci chiedi se parla il crocifisso. Altro ché se parla. Lui ci parla, da una carrozzella dove siede ed è semisdraiata una persona invalida; parla, in una corsia d’ospedale dove si vedono bellissime teste, sia giovani che anziani, rapate per la chemioterapia; parla, dove vi sono  ciechi che sorridono alla vita, e quando pregano hanno il viso soffuso di una luce che  illumina anche il cuore più disperato e crudo; parla, il Crocifisso, e sorregge e dà speranza là dove quel povero erudito opulento mondo laico o clericale, crede di vedere povertà, sofferenza e non s’accorge che proprio là c’è la speranza, c’è l’amore perché c’è il CROCIFISSO che  parla. Lui, anche nei momenti di disperazione, viene a darci forza e coraggio ed allargando le braccia invita a stringerci a Lui  ripetendoci: “Se uno vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua”. Vi è tanto amore in queste parole.  Dio ci porge una mano guidandoci lungo questa strada. Questa mano per me non può essere se non quella del vero predicatore. Il crocifisso dona al vero predicatore di annunciare al mondo l’amore del Cristo  per tutti i crocifissi della terra.

Spero di aver scritto in modo che tu possa comprendere. Ho scritto di getto, se non avessi fatto così sarebbe una delle tante lettere che ho scritto sia a fra Ennio che a te e mai inviate. Questa volta la spedisco così com’è. Con lei vi invio anche tanti auguri di ogni bene. Vi abbraccio con Lucia, Irene, Pier Paolo e tutti gli altri membri della vostra bella comunità.
                                                                                   Angela Maria

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

Signore ti offro il mio cancro

“Cara amica lettrice, caro amico lettore,
       ti dico alcune cose di me per fare amicizia.
Ho sessantatré anni, da alcuni anni non lavoro più, mio figlio PL ha da tempo la sua vita autonoma ed io vivo con mio marito AL in una cittadina piemontese.
Due anni fa mi sono ammalata di cancro. Improvvisamente sono stata catapultata in una nuova dimensione: il corpo che viene meno, attività e relazioni impedite, emozioni e sentimenti nuovi, aspetti della fede da approfondire ed a cui aggrapparsi. In questa esperienza, un obiettivo non mi ha mai abbandonata, anzi è diventato essenziale: mantenere la mia pace interiore, la calma e la serenità, l’armonia con Dio e con me stessa e con gli altri e con la vita. Ho fatto del mio meglio … sto facendo del mio meglio.
Di tutto questo ti racconterò.”

Inizia con questa premessa il libro che l’autrice, Rosella Berchialla, di Alba (CN) ci ha fatto conoscere e che volentieri segnalo alla vostra attenzione.
Il testo percorre le tappe della sua malattia, dalla prima diagnosi all’intervento chirurgico, alle fasi di chemioterapia, fino ad oggi, alla condizione che i medici definiscono “wait and see”, “aspetta e vedi”, ma che lei ha preferito ridefinire con l’espressione “live and enjoy”, “vivi e gioisci”.
Rosella Berchialla sviluppa la sua opera tra la narrazione della propria vita trascorsa in questi anni, le riflessioni personali sulla sofferenza, la comunicazione intensa di emozioni e sentimenti e le proposte di meditazione con brani di autori quali Henri Nouwen, Madre Teresa di Calcutta, Jean Vanier, citazioni da libri che l’hanno aiutata nel suo percorso di malata oncologica e che desidera condividere con i lettori.
Ben consapevole che ognuno di noi è diverso dagli altri, con una propria sensibilità, ci suggerisce di “mantenere il giusto distacco” da quanto racconta, perché è “la sua storia” e ogni storia è unica: “prendi – scrive - quello che ti serve e lascia tutto il resto”.
Riporto alcuni passi per me particolarmente significativi del suo racconto, segnato, come filo conduttore, dalla fede che la malattia non ha spento, ma anzi ha rafforzato in un rapporto di fiducia e di gratitudine con Dio.

“Prima ero felice della rete di solidarietà e sostegno di cui godevo: amiche ed amici con cui condividere esperienza, forza e speranza, a cui ricorrere senza paura del giudizio, su cui contare per avere ascolto ed accettazione.
Ora, a volte, ho difficoltà a chiedere e ricevere aiuto.
Sono fragile emotivamente, la mia sensibilità si è accentuata e tutto ciò che mi arriva – o non mi arriva – dagli altri viene enfatizzato.
Sono delusa quando gli altri mi trattano con superficialità, con paternalismo, con quell’atteggiamento sbrigativo della pacca sulla spalla col “Vedrai che andrà tutto bene”.
Sono infastidita dal miracolismo – sia quello un po’ magico (“Prega il tal santo, prega la tal madonnina”) – sia quello di tipo new age (“I miracoli avvengono, devi solo crederci”).
Sono irritata quando persone, assolutamente ignare di ciò che comporta il cancro, mi invadono con i loro consigli “sicuri”. […]
Poi, gradatamente, comincio a comprendere ed accettare che le persone possono darmi solo l’amore che hanno – così come ce l’hanno – e solo se sono in grado di darmelo.”
“Vivere un giorno alla volta. Mai come nella malattia oncologica sto apprezzando il miracolo di questo semplice principio spirituale così antico e conosciuto.”
“Ho bisogno di evitare il vittimismo e l’autocommiserazione ed ho imparato che un buon metodo è quello di coltivare la gratitudine.
La gratitudine può sembrare un principio spirituale ben strano per una malata di cancro. Eppure, anche nei momenti più neri, posso decidere di “cercare le gratitudini per le benedizioni ricevute”.”
“Vivo questa nuova esperienza come “un bonus di vita” che mi viene elargito gratuitamente ed inaspettatamente.
Vivo e gioisco.”
“Imparo che il mio dolore può essere utile a me e agli altri e può essere usato da Dio per sostenere le persone che mi sono care.
Imparo che ogni mio dolore può essere un mezzo con cui Dio si fa presente agli altri per mezzo mio.
Quando affido tutto della mia vita a Dio, la mia attenzione viene dolcemente distolta dalle mie vicende per aprirsi sugli altri.
Quando mi lascio andare all’amore, vedo che Dio usa le mie difficoltà per aiutare altre persone. Quando mi permetto di esser canale dell’amore, posso star certa che la mia sofferenza non è mai invano.”
“Signore mio Dio
La mia malattia è nelle tue mani
La mia vita e la mia morte sono nelle tue mani
Mantengo la consapevolezza della serietà del mio male
Ed insieme sperimento la pienezza di ogni soffio di vita
Aiutami, Signore, a fidarmi di te
Aiutami a restare nella tua pace
[…]
Signore mio Dio
Io ti offro il mio cancro
E tu che sei l’Amore
Trasformalo in Amore”
Il libro è acquistabile rivolgendosi all’autrice, all’indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.   oppure, nella versione on line attraverso il sito www.signoretioffroilmiocancro.it
Il ricavato delle vendite è destinato a sostenere la realizzazione di centri per la terapia del dolore e per l’adeguata assistenza dei malati terminali.

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

La fede vissuta e trasmessa

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Lo scorso 11 ottobre il Papa ha indetto l’anno della Fede che si concluderà domenica 24 novembre 2013 (solennità di Cristo Re).
Nel motu proprio, la lettera apostolica intitolata Porta Fidei, Benedetto XVI scrive:
“Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato”  (Porta fidei, n° 2).
Ho sempre pensato, creduto e cercato di vivere la fede come l’esperienza di vita più concreta. Per quanto professi una fede sintetizzata e rinchiusa in formule e dogmi, riesco a dare un senso alla fede (mia e altrui) come possibilità di analisi della realtà, proprio a partire da quelle preoccupazioni per le conseguenze sociali, culturali, politiche in questa parte “occidentale” di mondo dove vivo, fondata su valori cristiani e cattolici, dove gli effetti collaterali o diretti hanno prodotto la situazione attuale di crisi. Perché la corresponsabilità della Chiesa Cattolica di quanto stiamo subendo non va trascurata.
Anziché parlare del 2013 come “L’anno della fede” avrei preferito fosse indetto “l’anno della crisi di fede”: ciò aiuterebbe un mediocre cristiano come me (ma sono in buona e numerosa compagnia) a lasciarsi interrogare seriamente sulle scelte fatte, sugli orientamenti seguiti, sulle prospettive da intraprendere e condividere. Proprio a partire dalla realtà, così come vuole l’inizio della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.” Questo mi permette di superare la staticità di una fede fatta di definizioni optando per una fede dinamica, in cammino. Professare la fede non basta, occorre condividerla e trasmetterla. Ed è proprio nella possibilità e capacità di trasmettere la fede che vedo il principale scacco.
Molte persone dicono ancora di credere (spesso aggiungendo: “a modo mio”) ma poche riescono a “trasmettere” la fede nella quale credono. Con l’ovvio susseguirsi di alti e bassi, nei secoli passati la Chiesa è sempre riuscita a tramandare questa fede, anche se spesso con un metodo impositivo, autoritario, a volte anche violento. Oggi il cambio generazionale e culturale fa sì che i giovani siano indifferenti e impermeabili ad ogni tentativo di trasmissione della fede. Fede, Cristianesimo, Chiesa, sono roba da vecchi, dicono.Qualcosa è venuto a mancare e l’anello della catena di trasmissione della fede si è spezzato. I “modelli” o i valori impliciti nella professione di fede sono materia estranea ai giovani probabilmente anche a causa dell’incapacità di offrire loro una fede vissuta come esperienza positiva e parte vitale dell’esistenza. Le generazioni dopo le nostre porteranno un’ondata di cambiamento (si ha sempre paura quando sono i giovani a cambiare le cose) e i segni dei tempi fanno presagire che la Chiesa non potrà rimanere insensibile e prima o poi sarà costretta a riconoscere che la fede, come espressione di una professione religiosa, a mm’ di formula, non è più trasmissibile, non rientra negli orizzonti della maggioranza dei giovani (e degli adulti); di questo laccio se ne sono liberati.Verrebbe da salmeggiare:
    “Siamo stati liberati come un passero
    dal laccio dei cacciatori:
    il laccio si è spezzato
    e noi siamo scampati.” (Salmo 128)

Si racconta di una signora dall’umorismo pungente che a proposito di un frate domenicano esclamò: chi? quello? Seeh! l’ultimo esemplare di maschio latino! Già, che fine ha fatto il maschio latino? È diventato gay? Lasciando all’eterosessualità un avanzo di mascolinità ‘sorretta’ da viagra, pompette e siti porno? L’eterosessuale è in via di estinzione? È divenuto una specie protetta (anzi un genere protetto) come i panda che non si riproducono più?
Qualcuno nella sfera delle autorità ecclesiastiche è preoccupato e la Chiesa, come istituzione, è contraria alle unioni gay. Forse per paura che poi aumenti la pressione e la richiesta da parte dei preti cattolici di togliere il celibato!!! Battute a parte, non è un segreto che in ambito ecclesiastico ci sia una cospicua percentuale di preti con orientamento sessuale omo (parlo di orientamento sessuale, non di pratica sessuale), mi sembra che come Chiesa Cattolica non si possa rispondere ad una realtà che esiste semplicemente negandola e, di conseguenza, negando i diritti delle persone inscritte in tale realtà. Così come è stupido continuare ad affermare che l’omosessuale è una persona malata (malattia contagiosa?), che va curata e guarita. Non voglio cadere nello stesso errore di banalizzare la questione. Ma la persona ad orientamento omosessuale, anche per colpa della Chiesa, è spesso costretta a vivere in un cono d’ombra perché per tutelarsi da attacchi discriminatori e omofobici è costretta a tacere e nascondere la propria vita affettiva e sentimentale. Come trasmettere la fede a queste persone che per il loro orientamento sessuale si sentono emarginate, escluse e rifiutate dalla Chiesa Cattolica? Bisogna proporre modelli culturali capaci di sconfiggere il dilagare della cultura gay? Alcuni prelati sostengono questa tesi. Ma davvero esiste una cultura gay? Riconoscere o riconoscersi in una cultura gay è ugualmente assurdo come riconoscere o riconoscersi in una cultura eterosessuale. Esiste una cultura eterosessuale? Non sono un uomo di cultura e non professo la mia eterosessualità, ma credo che la cultura sia tale là dove non fa distinzioni di genere e dove non si lascia rinchiudere in un modello di riferimento sessuale. L’essere umano è persona nella sua integralità indipendentemente dall’orientamento sessuale.
Ma anche ammesso che esista un modello culturale eterosessuale, quale modello di uomo sarebbe? Il macho latino che domina ed esercita il suo potere in tutte le forme e gli ambiti possibili, il macho che usa e abusa del suo potere per tenere sottomessa e in stato di inferiorità la donna? Ma non è forse questo modello, inculcato nei secoli dalla Chiesa, che ha prodotto una mentalità maschilista che esprime il proprio potere annullando o oggettivando la donna. È questo il modello che la Chiesa  Cattolica vuole continuare a mantenere in nome della famiglia e dei sani valori cristiani?
Forse per questo l’eterosessuale macho gode della massima “protezione”da parte delle istituzioni ecclesiastiche, divenute benevoli e tolleranti nei loro confronti, misericordiose anche quando l’uomo eterosessuale è incapace di tenersi una famiglia, di essere fedele all’unica moglie: basta professare la propria eterosessualità e la propria cattolicità, e domenica a messa, dopo essersi confessato, può farsi la comunione. E se poi questo macho eterosessuale, dopo una domenica sera al bar con gli amici a vedere il posticipo della partita, torna a casa e in preda ai fumi dell’alcool e in un impeto di gelosia uccide a coltellate la moglie, seppur con biasimo si troverebbero ancora argomentazioni per giustificarne l’atto orribile e criminale perché in fin dei conti si ha ancora il coraggio di far ricadere la colpa sulla donna e sui suoi atteggiamenti. Il 2012 è stato terrificante per il numero di donne vittime di questa mentalità maschilista: madri, mogli, figlie, sorelle vittime del macho latino che (a differenza dei gay) non accetta un rapporto paritario; donne uccise, violentate o sfruttate perché il macho deve confermare la propria superiorità e la propria autorità; donne cha pagano, anche con la vita, il loro tentativo di superare l’oppressione e la sottomissione del maschio latino. Come trasmettere la fede a coloro che sono disposti ad annullare e annientare chi minaccia la loro supremazia o loro virilità?
Forse non è l’omosessualità ma l’eterosessualità la malattia dalla quale bisogna farsi curare e cercare di guarire.
Come dunque trasmettere la fede in una società dove le persone non accettano più l’omologazione imposta da una mentalità restrittiva o esclusiva, in una società che lotta e soffre per una dimensione paritaria di genere, in una società dove la complessità delle relazioni si manifesta attraverso una profonda crisi culturale, antropologica, dei diritti e dei doveri e che non possono essere affrontate e superate solo con l’imposizione, la forza, il potere, l’autorità?
Lui incapace di accettare l’emancipazione
È il mostruoso volto dell’incapacità di entrare in relazione con il prossimo. Percuotere e uccidere chi è fisicamente più debole è una disumana dimostrazione di codardia e di viltà. Questi abusi particolarmente subdoli e striscianti, capaci di infiltrarsi sempre più nella quotidianità delle nostre mura (anche occidentali), violentano le migliaia di vittime colpite silenziosamente giorno dopo giorno sotto i nostri sguardi distratti. Ma violentano anche la società nel suo insieme.
Perché se sempre e in ogni sua forma la violenza volta le spalle alla speranza, la violenza degli uni sulle altre è il cemento che immobilizza il domani. Che preclude ogni incontro e asfissia la vita.
I dati sono allarmanti. Solo in Italia, una donna viene uccisa ogni sessanta ore. È un fenomeno nuovo, o forse oggi siamo più informati, più capaci di leggere la realtà per quello che veramente è? Se così fosse, sarebbe comunque già una conquista. Una società civile in grado di dare un nome ai carnefici.
Abbiamo però un dubbio. Che questa spirale tentacolare  nel suo spingere troppi uomini a usare la propria superiorità fisica contro le donne di casa loro, donne che spesso frequentano e “amano”  sia mossa dalla incapacità di accettare nella quotidianità concreta l’emancipazione femminile.
Che la donna, conquistati i diritti, sia diventata cittadina a pieno titolo è un giro di boa troppo grande da accettare nei rapporti domestici di ogni giorno. La crudeltà  si sa  è in grado di alleviare momentaneamente la frustrazione, di attutire il senso di impotenza, ed è anche su questa consapevolezza che occorre lavorare per cercare di estirparne gli esiti.
La giornata mondiale contro la violenza sulle donne vuole dunque svegliarci dall’indifferenza. Vuole pungolarci dalla assuefazione che corrode il senso critico, giacché non reagendo finiamo per essere complici del rinsecchimento delle radici del nostro vivere civile. Vuole mettere fine a quel lasciarci scivolare addosso dati che turbano nell’immediato, senza però penetrare davvero nelle nostre coscienze.
Dati, inoltre, che molte, troppe di noi hanno provato sulla propria pelle, nei modi, nelle situazioni e attraverso le mani più varie. Sta qui molta della forza di questa violenza, sta nel suo nutrirsi del senso di colpa, nell’approfittarsi della vergogna.
Siamo imbevuti tutti di violenza sin da bambini, i colpevoli e le vittime. Da subito ci viene insegnato  a noi maschi  a desiderarla, cercarla, esercitarla. Il cibo con cui cresciamo non è un veleno a costo zero. Da subito ci viene insegnato  a noi femmine  che, un po’ almeno, ce la siamo cercata.
Che, soprattutto, la giornata mondiale del 25 novembre lasci in noi la consapevolezza che la violenza contro le donne infligge a tutti una ferita mortale. Perché vittima è anche la società nel suo complesso, quella società composta da quanti esercitano questa violenza, da quante la subiscono e da quanti la registrano immobili (e dunque colpevoli). Il danno è immenso. È la negazione della ragione. È il rifiuto dell’altro. È l’antitesi del nostro essere esseri umani.
Giulia Galeotti, Osservatore Romano, 25 novembre 2012

Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

Non di solo pane (sprecato) vive l'uomo

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Mi metto a scrivere questo articolo nel pomeriggio di mercoledì 13 febbraio, mercoledì delle ceneri, inizio della Quaresima. Lo faccio ora perché il redattore capo (alias fra Raffaele) del giornalino ha posto il 15 febbraio come termine per redigere gli articoli del numero pasquale che state leggendo. Lo faccio ora perché qui ad Agognate il mercoledì delle ceneri non si pranza (è per la Chiesa Cattolica giornata di digiuno e di astinenza) e per quanto le riserve di grasso mi permettono di sopravvivere, il morso della fame (per chi come me ha quasi sempre fame) mi tiene compagnia mentre scrivo. Infatti trovo sia questo un momento appropriato per parlare di fame e di pane. Ricordo che alcuni anni fa lessi il menù delle delegazioni nazionali riunite al palazzo della F.A.O. di Roma: l’assenza di aragoste sembrava essere l’unica privazione culinaria imposta ai delegati. Riunirsi per parlare della fame nel mondo dopo essersi ben rifocillati con le migliori raffinatezze gastronomiche mi suonò, allora come oggi, come una bestemmia, un insulto sfrontato; la logica avrebbe voluto che quei delegati venissero nutriti con un pugno di riso bollito al giorno per una settimana e solo poi avrebbero potuto discutere sulla fame nel mondo. Così per evitare la stessa ipocrisia dei rappresentanti F.A.O. mi permetto di parlare di pane consapevole che saltare un pasto il mercoledì delle ceneri rappresenta solo una mitigazione di quella stessa ipocrisia. Infatti vivo, come tutti voi, in una parte di mondo dove c’è abbondanza di cibo e abito a pochi chilometri da Milano dove ogni giorno si sprecano 200 quintali di pane. E se proviamo a sommare questo spreco con quello delle altre grandi città europee come Madrid, Parigi, Londra, Berlino, Roma, la cifra diventa impressionante. In tempi di crisi, in Europa, finisce nella spazzatura il 43% del cibo che acquistiamo.
Nel frigorifero di ogni famiglia si consuma il disastro dello spreco alimentare. Abbiamo un sistema economico che ci obbliga a comprare, conservare e consumare. Le etichette ci dicono quando un alimento scade. Ma le derrate che acquistiamo sono sempre troppe rispetto alla capacità di consumo e allora gettiamo via cibo.. A volte a ragione, altre volte no.
Lo spreco alimentare è una delle facce del disastro ambientale: per avere più cibo occorre servirsi di agricoltura intensiva, allevamenti intensivi, pesca intensiva, logistica intensiva, trasporti intensivi. Tradotto: consumiamo troppa acqua e impoveriamo i suoli agricoli e per renderli più fertili ricorriamo alla chimica del petrolio. E’ un sistema che necessariamente porta al collasso delle risorse ambientali e siamo già in 7 miliardi sul Pianeta. Nel 2050 saremo in 9 miliardi: solo il risparmio alimentare garantirà cibo per tutti.
Molti cibi, ad esempio frutta e verdura, anche se buoni, finiscono nella spazzatura perché non sono belli. Infatti, avendo cibo a disposizione in grosse quantità, il criterio che lo rende interessante nella GDO [Grande Distribuzione Organizzata] non è la sua qualità ma la sua bellezza: perciò troviamo cavolfiori, verze, mele e pere sempre perfette e lucenti sui banconi dei supermercati. La GDO, secondo questi standard getta via 238 mila tonnellate di cibo pari a 881 milioni di euro, ragione per cui 620mila persone potrebbero mangiare a colazione pranzo e cena ogni giorno. (www.ecoblog.it)
Questo spreco di pane, di cibo, come qualsiasi genere di spreco, è frutto dell’avidità e della prevaricazione di una minoranza della popolazione mondiale: una minoranza concentrata principalmente in questa parte di mondo detta “occidentale” a prevalenza cristiana. Eppure per chi crede nelle parole scritte nei Vangeli, il pane ha una funzione centrale: nei testi dei 4 Evangelisti il termine compare 62 volte e si parla molto più di pane che di croce, fino all’identificazione di Gesù con il Pane: Io sono il pane della vita (Gv 6,48); Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,51). Il tempo di Quaresima si apre con le tentazioni di Gesù nel deserto (I domenica di Quaresima) dove la prima di esse è il pane; e si chiude con l’ultima cena (Giovedì Santo). Evitare di sprecare il cibo potrebbe essere un buon proposito quaresimale e pasquale: non risolve la scarsità o assenza di cibo per molte popolazioni; tantomeno intacca le multinazionali alimentari; e nemmeno riduce gli squilibri ambientali provocati da politiche agricole non finalizzate al bene comune. Allora a che serve impegnarsi a ridurre gli sprechi?
Questa è l’Italia Cattolica Sprecona: sprecona di cibo e di acqua, di energia e di risorse, di politica e di promesse: sviluppare una mentalità ed una cultura improntate a ridurre gli sprechi, serve a contrastare il modello di “benessere” falso che ci viene imposto da un sistema di mercato basato sul consumare il più possibile quanto viene prodotto, anziché produrre secondo il bisogno di consumo.
Mi auguro e vi auguro che questo “tempo forte” quaresimale e pasquale ci aiuti a gestire più responsabilmente i nostri beni di consumo.

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