Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

La notte oscura

“Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle” (Qo 1,8).
Con questo versetto il sapiente Qohelet apre le sue riflessioni su un sostanziale non-senso che intacca il senso dell’esistere. Segnala il degrado della parola che infetta la comunicazione e la comunione interpersonale.
Questa analisi antica trova riscontro in un autore moderno, Joseph Roth che scrive: “Tutto nella vita diventa logoro e vecchio: parole e situazioni; tutte le parole sono già state dette”.
Viviamo tempi difficili, tempi di domande senza risposta, di crisi economica, ma anche di fiducia e di fede. Le parole che ascoltiamo e che diciamo sono come fiumi in piena che travolgono la nostra vita, sono spesso testimonianza di sfiducia o indifferenza, parole che invece che essere portatrici di vita sono dispensatrici di morte.
Mi sembra che abbiamo perduto i punti di riferimento sociali, politici e religiosi. Ci siamo costruiti nella mente un Dio a nostra immagine e somiglianza, un Dio potente, ed aspettiamo, paralizzati, che venga a liberarci, come accadeva ai contemporanei di Gesù. Anche noi, che diciamo di essere cristiani, ci siamo conformati alla mentalità comune e non siamo capaci di fermarci e rileggere la nostra “storia”. Quella storia iniziata con il mistero della natività, di un Dio che decide di deporre il mantello della regalità e della trascendenza, sceglie di assumere in sé la “carne”, la nostra fragilità e umanità, con una nascita povera, ai margini della società, sperimentando la condizione di profugo per attirare a sé “gli affaticati ed oppressi” (Mt 11,28-29) e condivide con la sua passione il segno fisico della realtà impotente dell’uomo: il dolore e la morte.
Tutto nei racconti della passione parla dell’umanità, dell’incarnazione. C’è la paura della morte, l’indifferenza dei suoi amici, i discepoli assonnati che non sanno vegliare una notte con lui, il tradimento del compagno di tanti anni di predicazione, la sofferenza fisica, le torture dei soldati, la crocifissione riservata dai Romani agli schiavi ed ai ribelli. In una parola, il silenzio di Dio e la solitudine. In questo silenzio, in questa assenza c’è tutta la sua partecipazione all’esperienza del credente nell’ora della prova. Una malattia, la perdita di una persona cara, la nostra impotenza davanti alla sofferenza, la solitudine, l’incomprensione degli altri, l’inimicizia, l’invidia sottile, ecc. ci portano a vivere isolati, incapaci di riconoscere nel volto del prossimo il volto del Signore, di comunicazione per paura di essere fraintesi e feriti.
Ma la morte non è l’ultima parola quando c’è di mezzo Dio.
Il “Tutto è compiuto” sembra voler dire “Tutto ricomincia”. In modo misterioso e non visibilmente tangibile, dopo la notte del venerdì santo ed il silenzio del sabato, un grido si leva dal sepolcro: “E’ Risorto!”. Le donne, andate alla tomba di Gesù ad onorare il suo corpo martoriato con i profumi e gli oli, spaventate ed attonite, la trovano vuota. Unico segno di ciò che era avvenuto: i lini che avvolgevano il corpo di Gesù abbandonati a terra. E l’angelo, o i due angeli, o il custode del giardino, che esse non riconoscono.
Ma il loro timore viene lasciato alle spalle, ed esse, testimoni giuridicamente inattendibili nella cultura ebraica, vanno ad annunciare il mistero della risurrezione. Sarò capace anch’io di credere e di annunciare la risurrezione?
Gesù si presenterà all’improvviso ai due discepoli di Emmaus, delusi e tristi perché la fine infame del loro Messia,  agli apostoli tornati in Galilea al loro mestiere di pescatori, senza essere da loro inizialmente riconosciuto. “I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (Lc 24,16) come spesso sono i nostri.
Sarà allo spezzare del pane che “si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì alla loro vista” (Lc 24,31).
I racconti di queste apparizioni sembrano volerci dire che il suo volto è ininterrottamente da cercare dietro il profilo devastato dell’affamato, dell’assetato, dello straniero, del nudo, del malato, del carcerato, perché “tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-36).
Ho letto, non ricordo dove e da chi, una frase che in questi giorni di inizio della Quaresima mi ritorna in mente:
“Abbiamo perduto i suoi lineamenti (di Cristo), come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali, come si perde l’immagine del caleidoscopio… Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse quel volto morì, si cancellò, affinché Dio sia tutto in tutti”. Buona Pasqua!

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

Testimonianze

Ricevo regolarmente da padre Damiano Puccini, missionario in Libano, il foglio di informazione sull’attività svolta dall’associazione “Oui pour la vie”, un’associazione di volontari libanesi che presta la propria opera a favore dei più poveri.
Dall’ultimo numero traggo la pagina sui profughi siriani che propongo alla vostra riflessione: una testimonianza di grande sofferenza, ma anche di solidarietà tra poveri e di speranza.


Secondo le ultime statistiche dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, i profughi siriani registrati in Libano sono oltre 160 mila. Tuttavia, il numero reale è notevolmente superiore: molti, per timore preferiscono non registrarsi per la paura di causare problemi ai loro parenti restati in Siria. […]
Anche nei pressi di Damour, vicino alla sede legale della nostra associazione, come in tutta la periferia di Beirut, i nostri volontari di “Oui pour la Vie” si recano costantemente ad aiutare i rifugiati siriani, sparsi in accampamenti informali o sotto ripari di eternit o legno. Si tratta di persone giunte dalla Siria, senza niente e che ora si trovano a dover far fronte alle rigide temperature invernali. Li aiutiamo per costruire tende con cartone, plastica e sassi, non sufficienti per il clima rigido della zona. Quando piove, l’acqua filtra all’interno e vediamo che i piccoli, per proteggere le gambe dal fango, quando camminano mettono ai piedi buste di plastica. Sono circa 35 mila bambini siriani in Libano con meno di 14 anni che vivono in condizioni estreme.
 C’è anche il pericolo di epidemie di epatite e colera. Le latrine sono inondate e non ci sono i mezzi per mantenere strutture igieniche adeguate.
Le case hanno prezzi proibitivi: un appartamento affittato a 600$ è occupato da 30 persone che dormono per terra.
I nostri volontari di “Oui pour la Vie” danno il loro costante contributo per queste urgenze. La loro visita settimanale consiste proprio nel sedersi per terra accanto a queste persone che non hanno nessun arredamento nei loro rifugi di emergenza. E’ sempre toccante vedere il sorriso sul volto dei nostri volontari e su quello di queste donne che sono aiutate e che ci accompagnano per visitare chi appartiene anche a gruppi rivali, per condividere con loro un poco degli aiuti acquistati grazie alle rinunce dei nostri giovani. Sono gesti che proponiamo alle persone aiutate per favorire il perdono reciproco, dopo le laceranti violenze subite.
Una signora ha scelto di mangiare solo ortaggi al posto della carne e dare dell’olio.
Un uomo che tiene un piccolo negozio, ha dato una parte dei suoi locali per accogliere una famiglia composta dai genitori e da otto tra figli e nipoti. Questo signore diceva di non sentirsi tranquillo con il suo riscaldamento, i pasti caldi e un letto, ma sapendo che c’erano persone in strada.
Un’altra persona ha accolto una famiglia di profughi nella sua casa.
Un venditore di frutta e legumi ha si è impegnato regolarmente a offrire dei pasti cucinati con gli ingredienti che vende, in favore di questi disagiati.
I nostri volontari s’impegnano molto nelle ripetizioni scolastiche in favore dei bambini siriani che sono abituati nel loro paese di origine a un insegnamento nella sola lingua araba, mentre in Libano si utilizzano moltissimo l’inglese e il francese.

(Chi è interessato ad entrare in contatto con l’associazione, può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

 

E’ indirizzata a P. Raffaele ma vi giriamo ugualmente questa bella lettera di Angela Maria per le cose che ha scritto e per come le dice. Angela Maria è una domenicana doc, ossia piena di entusiasmo, passione per la fede e per una fede viva e autentica, attenta soprattutto alla verità e naturalmente al suo contrario. Anche nelle cose che riguardano Dio, forse soprattutto, l’uomo è capace di imbrogliare ed imbrogliarsi.

Caro fra Raffaele,
leggo su Dominicus la tua lettera, finalmente, fra tanto eruditismo poche parole che fanno riflettere!
Tu dici bene, la predicazione è una parola grossa, ed i significati sono molti e vari.  Hai fatto molto bene a farli notare, infatti predicare non significa soltanto dire, ma ancora di più fare.
Dici che l’Ordine intende promuovere una riflessione della donna nella Chiesa. Non sarebbe più esatto dire che finalmente l’Ordine domenicano ritorna al desiderio di San Domenico? Non fu Lui che fondò  a Prouille, un rifugio per le donne di nobiltà … varie? Le accolse senza considerare se erano colte o analfabete affinché, protette e guidate, divenissero anche un aiuto per l’Ordine nascente e sostegno spirituale per quel Popolo di Dio  credente o non  che lui e Francesco d’Assisi sognavano.
Anche se in ritardo è una gioia sapere che l’Ordine Domenicano intende promuovere una riflessione sulla presenza delle donne nella Chiesa. (faccio una chiosa: ci sarebbe una Chiesa se non ci fosse nemmeno una donna?)
Tu con la tua penna sottile e sofferta spiegalo, cerca di farlo entrare (capire) nelle erudite teste e fai comprendere che una donna, anche la più semplice e sprovveduta, può partorire, non solo esseri umani, ma anche idee, speranza e fede, per tutto il mondo, e dicendo mondo dico tutti, tutti, tutti, santi e peccatori.
Solo così Gesù rinascerà – risorgerà in mezzo all’umanità e la sua Parola: non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” diverrà luce.
Sono giunta alla fine della pagina senza accorgermene ed ho ancora da rispondere alla domanda che tu, da predicatore degno di tanta responsabilità, ci poni: “Parla o non parla il Crocifisso?” Io, certamente la più piccola delle tue sorelle domenicane, ti rispondo pensando non a quel bimbo che festeggiamo a Natale, ma guardando a quel fratello, quel Verbo incarnato che per la nostra salvezza è stato crocifisso. Tu ci chiedi se parla il crocifisso. Altro ché se parla. Lui ci parla, da una carrozzella dove siede ed è semisdraiata una persona invalida; parla, in una corsia d’ospedale dove si vedono bellissime teste, sia giovani che anziani, rapate per la chemioterapia; parla, dove vi sono  ciechi che sorridono alla vita, e quando pregano hanno il viso soffuso di una luce che  illumina anche il cuore più disperato e crudo; parla, il Crocifisso, e sorregge e dà speranza là dove quel povero erudito opulento mondo laico o clericale, crede di vedere povertà, sofferenza e non s’accorge che proprio là c’è la speranza, c’è l’amore perché c’è il CROCIFISSO che  parla. Lui, anche nei momenti di disperazione, viene a darci forza e coraggio ed allargando le braccia invita a stringerci a Lui  ripetendoci: “Se uno vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua”. Vi è tanto amore in queste parole.  Dio ci porge una mano guidandoci lungo questa strada. Questa mano per me non può essere se non quella del vero predicatore. Il crocifisso dona al vero predicatore di annunciare al mondo l’amore del Cristo  per tutti i crocifissi della terra.

Spero di aver scritto in modo che tu possa comprendere. Ho scritto di getto, se non avessi fatto così sarebbe una delle tante lettere che ho scritto sia a fra Ennio che a te e mai inviate. Questa volta la spedisco così com’è. Con lei vi invio anche tanti auguri di ogni bene. Vi abbraccio con Lucia, Irene, Pier Paolo e tutti gli altri membri della vostra bella comunità.
                                                                                   Angela Maria

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

Signore ti offro il mio cancro

“Cara amica lettrice, caro amico lettore,
       ti dico alcune cose di me per fare amicizia.
Ho sessantatré anni, da alcuni anni non lavoro più, mio figlio PL ha da tempo la sua vita autonoma ed io vivo con mio marito AL in una cittadina piemontese.
Due anni fa mi sono ammalata di cancro. Improvvisamente sono stata catapultata in una nuova dimensione: il corpo che viene meno, attività e relazioni impedite, emozioni e sentimenti nuovi, aspetti della fede da approfondire ed a cui aggrapparsi. In questa esperienza, un obiettivo non mi ha mai abbandonata, anzi è diventato essenziale: mantenere la mia pace interiore, la calma e la serenità, l’armonia con Dio e con me stessa e con gli altri e con la vita. Ho fatto del mio meglio … sto facendo del mio meglio.
Di tutto questo ti racconterò.”

Inizia con questa premessa il libro che l’autrice, Rosella Berchialla, di Alba (CN) ci ha fatto conoscere e che volentieri segnalo alla vostra attenzione.
Il testo percorre le tappe della sua malattia, dalla prima diagnosi all’intervento chirurgico, alle fasi di chemioterapia, fino ad oggi, alla condizione che i medici definiscono “wait and see”, “aspetta e vedi”, ma che lei ha preferito ridefinire con l’espressione “live and enjoy”, “vivi e gioisci”.
Rosella Berchialla sviluppa la sua opera tra la narrazione della propria vita trascorsa in questi anni, le riflessioni personali sulla sofferenza, la comunicazione intensa di emozioni e sentimenti e le proposte di meditazione con brani di autori quali Henri Nouwen, Madre Teresa di Calcutta, Jean Vanier, citazioni da libri che l’hanno aiutata nel suo percorso di malata oncologica e che desidera condividere con i lettori.
Ben consapevole che ognuno di noi è diverso dagli altri, con una propria sensibilità, ci suggerisce di “mantenere il giusto distacco” da quanto racconta, perché è “la sua storia” e ogni storia è unica: “prendi – scrive - quello che ti serve e lascia tutto il resto”.
Riporto alcuni passi per me particolarmente significativi del suo racconto, segnato, come filo conduttore, dalla fede che la malattia non ha spento, ma anzi ha rafforzato in un rapporto di fiducia e di gratitudine con Dio.

“Prima ero felice della rete di solidarietà e sostegno di cui godevo: amiche ed amici con cui condividere esperienza, forza e speranza, a cui ricorrere senza paura del giudizio, su cui contare per avere ascolto ed accettazione.
Ora, a volte, ho difficoltà a chiedere e ricevere aiuto.
Sono fragile emotivamente, la mia sensibilità si è accentuata e tutto ciò che mi arriva – o non mi arriva – dagli altri viene enfatizzato.
Sono delusa quando gli altri mi trattano con superficialità, con paternalismo, con quell’atteggiamento sbrigativo della pacca sulla spalla col “Vedrai che andrà tutto bene”.
Sono infastidita dal miracolismo – sia quello un po’ magico (“Prega il tal santo, prega la tal madonnina”) – sia quello di tipo new age (“I miracoli avvengono, devi solo crederci”).
Sono irritata quando persone, assolutamente ignare di ciò che comporta il cancro, mi invadono con i loro consigli “sicuri”. […]
Poi, gradatamente, comincio a comprendere ed accettare che le persone possono darmi solo l’amore che hanno – così come ce l’hanno – e solo se sono in grado di darmelo.”
“Vivere un giorno alla volta. Mai come nella malattia oncologica sto apprezzando il miracolo di questo semplice principio spirituale così antico e conosciuto.”
“Ho bisogno di evitare il vittimismo e l’autocommiserazione ed ho imparato che un buon metodo è quello di coltivare la gratitudine.
La gratitudine può sembrare un principio spirituale ben strano per una malata di cancro. Eppure, anche nei momenti più neri, posso decidere di “cercare le gratitudini per le benedizioni ricevute”.”
“Vivo questa nuova esperienza come “un bonus di vita” che mi viene elargito gratuitamente ed inaspettatamente.
Vivo e gioisco.”
“Imparo che il mio dolore può essere utile a me e agli altri e può essere usato da Dio per sostenere le persone che mi sono care.
Imparo che ogni mio dolore può essere un mezzo con cui Dio si fa presente agli altri per mezzo mio.
Quando affido tutto della mia vita a Dio, la mia attenzione viene dolcemente distolta dalle mie vicende per aprirsi sugli altri.
Quando mi lascio andare all’amore, vedo che Dio usa le mie difficoltà per aiutare altre persone. Quando mi permetto di esser canale dell’amore, posso star certa che la mia sofferenza non è mai invano.”
“Signore mio Dio
La mia malattia è nelle tue mani
La mia vita e la mia morte sono nelle tue mani
Mantengo la consapevolezza della serietà del mio male
Ed insieme sperimento la pienezza di ogni soffio di vita
Aiutami, Signore, a fidarmi di te
Aiutami a restare nella tua pace
[…]
Signore mio Dio
Io ti offro il mio cancro
E tu che sei l’Amore
Trasformalo in Amore”
Il libro è acquistabile rivolgendosi all’autrice, all’indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.   oppure, nella versione on line attraverso il sito www.signoretioffroilmiocancro.it
Il ricavato delle vendite è destinato a sostenere la realizzazione di centri per la terapia del dolore e per l’adeguata assistenza dei malati terminali.

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

La fede vissuta e trasmessa

Scritto da

Lo scorso 11 ottobre il Papa ha indetto l’anno della Fede che si concluderà domenica 24 novembre 2013 (solennità di Cristo Re).
Nel motu proprio, la lettera apostolica intitolata Porta Fidei, Benedetto XVI scrive:
“Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato”  (Porta fidei, n° 2).
Ho sempre pensato, creduto e cercato di vivere la fede come l’esperienza di vita più concreta. Per quanto professi una fede sintetizzata e rinchiusa in formule e dogmi, riesco a dare un senso alla fede (mia e altrui) come possibilità di analisi della realtà, proprio a partire da quelle preoccupazioni per le conseguenze sociali, culturali, politiche in questa parte “occidentale” di mondo dove vivo, fondata su valori cristiani e cattolici, dove gli effetti collaterali o diretti hanno prodotto la situazione attuale di crisi. Perché la corresponsabilità della Chiesa Cattolica di quanto stiamo subendo non va trascurata.
Anziché parlare del 2013 come “L’anno della fede” avrei preferito fosse indetto “l’anno della crisi di fede”: ciò aiuterebbe un mediocre cristiano come me (ma sono in buona e numerosa compagnia) a lasciarsi interrogare seriamente sulle scelte fatte, sugli orientamenti seguiti, sulle prospettive da intraprendere e condividere. Proprio a partire dalla realtà, così come vuole l’inizio della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.” Questo mi permette di superare la staticità di una fede fatta di definizioni optando per una fede dinamica, in cammino. Professare la fede non basta, occorre condividerla e trasmetterla. Ed è proprio nella possibilità e capacità di trasmettere la fede che vedo il principale scacco.
Molte persone dicono ancora di credere (spesso aggiungendo: “a modo mio”) ma poche riescono a “trasmettere” la fede nella quale credono. Con l’ovvio susseguirsi di alti e bassi, nei secoli passati la Chiesa è sempre riuscita a tramandare questa fede, anche se spesso con un metodo impositivo, autoritario, a volte anche violento. Oggi il cambio generazionale e culturale fa sì che i giovani siano indifferenti e impermeabili ad ogni tentativo di trasmissione della fede. Fede, Cristianesimo, Chiesa, sono roba da vecchi, dicono.Qualcosa è venuto a mancare e l’anello della catena di trasmissione della fede si è spezzato. I “modelli” o i valori impliciti nella professione di fede sono materia estranea ai giovani probabilmente anche a causa dell’incapacità di offrire loro una fede vissuta come esperienza positiva e parte vitale dell’esistenza. Le generazioni dopo le nostre porteranno un’ondata di cambiamento (si ha sempre paura quando sono i giovani a cambiare le cose) e i segni dei tempi fanno presagire che la Chiesa non potrà rimanere insensibile e prima o poi sarà costretta a riconoscere che la fede, come espressione di una professione religiosa, a mm’ di formula, non è più trasmissibile, non rientra negli orizzonti della maggioranza dei giovani (e degli adulti); di questo laccio se ne sono liberati.Verrebbe da salmeggiare:
    “Siamo stati liberati come un passero
    dal laccio dei cacciatori:
    il laccio si è spezzato
    e noi siamo scampati.” (Salmo 128)

Si racconta di una signora dall’umorismo pungente che a proposito di un frate domenicano esclamò: chi? quello? Seeh! l’ultimo esemplare di maschio latino! Già, che fine ha fatto il maschio latino? È diventato gay? Lasciando all’eterosessualità un avanzo di mascolinità ‘sorretta’ da viagra, pompette e siti porno? L’eterosessuale è in via di estinzione? È divenuto una specie protetta (anzi un genere protetto) come i panda che non si riproducono più?
Qualcuno nella sfera delle autorità ecclesiastiche è preoccupato e la Chiesa, come istituzione, è contraria alle unioni gay. Forse per paura che poi aumenti la pressione e la richiesta da parte dei preti cattolici di togliere il celibato!!! Battute a parte, non è un segreto che in ambito ecclesiastico ci sia una cospicua percentuale di preti con orientamento sessuale omo (parlo di orientamento sessuale, non di pratica sessuale), mi sembra che come Chiesa Cattolica non si possa rispondere ad una realtà che esiste semplicemente negandola e, di conseguenza, negando i diritti delle persone inscritte in tale realtà. Così come è stupido continuare ad affermare che l’omosessuale è una persona malata (malattia contagiosa?), che va curata e guarita. Non voglio cadere nello stesso errore di banalizzare la questione. Ma la persona ad orientamento omosessuale, anche per colpa della Chiesa, è spesso costretta a vivere in un cono d’ombra perché per tutelarsi da attacchi discriminatori e omofobici è costretta a tacere e nascondere la propria vita affettiva e sentimentale. Come trasmettere la fede a queste persone che per il loro orientamento sessuale si sentono emarginate, escluse e rifiutate dalla Chiesa Cattolica? Bisogna proporre modelli culturali capaci di sconfiggere il dilagare della cultura gay? Alcuni prelati sostengono questa tesi. Ma davvero esiste una cultura gay? Riconoscere o riconoscersi in una cultura gay è ugualmente assurdo come riconoscere o riconoscersi in una cultura eterosessuale. Esiste una cultura eterosessuale? Non sono un uomo di cultura e non professo la mia eterosessualità, ma credo che la cultura sia tale là dove non fa distinzioni di genere e dove non si lascia rinchiudere in un modello di riferimento sessuale. L’essere umano è persona nella sua integralità indipendentemente dall’orientamento sessuale.
Ma anche ammesso che esista un modello culturale eterosessuale, quale modello di uomo sarebbe? Il macho latino che domina ed esercita il suo potere in tutte le forme e gli ambiti possibili, il macho che usa e abusa del suo potere per tenere sottomessa e in stato di inferiorità la donna? Ma non è forse questo modello, inculcato nei secoli dalla Chiesa, che ha prodotto una mentalità maschilista che esprime il proprio potere annullando o oggettivando la donna. È questo il modello che la Chiesa  Cattolica vuole continuare a mantenere in nome della famiglia e dei sani valori cristiani?
Forse per questo l’eterosessuale macho gode della massima “protezione”da parte delle istituzioni ecclesiastiche, divenute benevoli e tolleranti nei loro confronti, misericordiose anche quando l’uomo eterosessuale è incapace di tenersi una famiglia, di essere fedele all’unica moglie: basta professare la propria eterosessualità e la propria cattolicità, e domenica a messa, dopo essersi confessato, può farsi la comunione. E se poi questo macho eterosessuale, dopo una domenica sera al bar con gli amici a vedere il posticipo della partita, torna a casa e in preda ai fumi dell’alcool e in un impeto di gelosia uccide a coltellate la moglie, seppur con biasimo si troverebbero ancora argomentazioni per giustificarne l’atto orribile e criminale perché in fin dei conti si ha ancora il coraggio di far ricadere la colpa sulla donna e sui suoi atteggiamenti. Il 2012 è stato terrificante per il numero di donne vittime di questa mentalità maschilista: madri, mogli, figlie, sorelle vittime del macho latino che (a differenza dei gay) non accetta un rapporto paritario; donne uccise, violentate o sfruttate perché il macho deve confermare la propria superiorità e la propria autorità; donne cha pagano, anche con la vita, il loro tentativo di superare l’oppressione e la sottomissione del maschio latino. Come trasmettere la fede a coloro che sono disposti ad annullare e annientare chi minaccia la loro supremazia o loro virilità?
Forse non è l’omosessualità ma l’eterosessualità la malattia dalla quale bisogna farsi curare e cercare di guarire.
Come dunque trasmettere la fede in una società dove le persone non accettano più l’omologazione imposta da una mentalità restrittiva o esclusiva, in una società che lotta e soffre per una dimensione paritaria di genere, in una società dove la complessità delle relazioni si manifesta attraverso una profonda crisi culturale, antropologica, dei diritti e dei doveri e che non possono essere affrontate e superate solo con l’imposizione, la forza, il potere, l’autorità?
Lui incapace di accettare l’emancipazione
È il mostruoso volto dell’incapacità di entrare in relazione con il prossimo. Percuotere e uccidere chi è fisicamente più debole è una disumana dimostrazione di codardia e di viltà. Questi abusi particolarmente subdoli e striscianti, capaci di infiltrarsi sempre più nella quotidianità delle nostre mura (anche occidentali), violentano le migliaia di vittime colpite silenziosamente giorno dopo giorno sotto i nostri sguardi distratti. Ma violentano anche la società nel suo insieme.
Perché se sempre e in ogni sua forma la violenza volta le spalle alla speranza, la violenza degli uni sulle altre è il cemento che immobilizza il domani. Che preclude ogni incontro e asfissia la vita.
I dati sono allarmanti. Solo in Italia, una donna viene uccisa ogni sessanta ore. È un fenomeno nuovo, o forse oggi siamo più informati, più capaci di leggere la realtà per quello che veramente è? Se così fosse, sarebbe comunque già una conquista. Una società civile in grado di dare un nome ai carnefici.
Abbiamo però un dubbio. Che questa spirale tentacolare  nel suo spingere troppi uomini a usare la propria superiorità fisica contro le donne di casa loro, donne che spesso frequentano e “amano”  sia mossa dalla incapacità di accettare nella quotidianità concreta l’emancipazione femminile.
Che la donna, conquistati i diritti, sia diventata cittadina a pieno titolo è un giro di boa troppo grande da accettare nei rapporti domestici di ogni giorno. La crudeltà  si sa  è in grado di alleviare momentaneamente la frustrazione, di attutire il senso di impotenza, ed è anche su questa consapevolezza che occorre lavorare per cercare di estirparne gli esiti.
La giornata mondiale contro la violenza sulle donne vuole dunque svegliarci dall’indifferenza. Vuole pungolarci dalla assuefazione che corrode il senso critico, giacché non reagendo finiamo per essere complici del rinsecchimento delle radici del nostro vivere civile. Vuole mettere fine a quel lasciarci scivolare addosso dati che turbano nell’immediato, senza però penetrare davvero nelle nostre coscienze.
Dati, inoltre, che molte, troppe di noi hanno provato sulla propria pelle, nei modi, nelle situazioni e attraverso le mani più varie. Sta qui molta della forza di questa violenza, sta nel suo nutrirsi del senso di colpa, nell’approfittarsi della vergogna.
Siamo imbevuti tutti di violenza sin da bambini, i colpevoli e le vittime. Da subito ci viene insegnato  a noi maschi  a desiderarla, cercarla, esercitarla. Il cibo con cui cresciamo non è un veleno a costo zero. Da subito ci viene insegnato  a noi femmine  che, un po’ almeno, ce la siamo cercata.
Che, soprattutto, la giornata mondiale del 25 novembre lasci in noi la consapevolezza che la violenza contro le donne infligge a tutti una ferita mortale. Perché vittima è anche la società nel suo complesso, quella società composta da quanti esercitano questa violenza, da quante la subiscono e da quanti la registrano immobili (e dunque colpevoli). Il danno è immenso. È la negazione della ragione. È il rifiuto dell’altro. È l’antitesi del nostro essere esseri umani.
Giulia Galeotti, Osservatore Romano, 25 novembre 2012

Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

Non di solo pane (sprecato) vive l'uomo

Scritto da

Mi metto a scrivere questo articolo nel pomeriggio di mercoledì 13 febbraio, mercoledì delle ceneri, inizio della Quaresima. Lo faccio ora perché il redattore capo (alias fra Raffaele) del giornalino ha posto il 15 febbraio come termine per redigere gli articoli del numero pasquale che state leggendo. Lo faccio ora perché qui ad Agognate il mercoledì delle ceneri non si pranza (è per la Chiesa Cattolica giornata di digiuno e di astinenza) e per quanto le riserve di grasso mi permettono di sopravvivere, il morso della fame (per chi come me ha quasi sempre fame) mi tiene compagnia mentre scrivo. Infatti trovo sia questo un momento appropriato per parlare di fame e di pane. Ricordo che alcuni anni fa lessi il menù delle delegazioni nazionali riunite al palazzo della F.A.O. di Roma: l’assenza di aragoste sembrava essere l’unica privazione culinaria imposta ai delegati. Riunirsi per parlare della fame nel mondo dopo essersi ben rifocillati con le migliori raffinatezze gastronomiche mi suonò, allora come oggi, come una bestemmia, un insulto sfrontato; la logica avrebbe voluto che quei delegati venissero nutriti con un pugno di riso bollito al giorno per una settimana e solo poi avrebbero potuto discutere sulla fame nel mondo. Così per evitare la stessa ipocrisia dei rappresentanti F.A.O. mi permetto di parlare di pane consapevole che saltare un pasto il mercoledì delle ceneri rappresenta solo una mitigazione di quella stessa ipocrisia. Infatti vivo, come tutti voi, in una parte di mondo dove c’è abbondanza di cibo e abito a pochi chilometri da Milano dove ogni giorno si sprecano 200 quintali di pane. E se proviamo a sommare questo spreco con quello delle altre grandi città europee come Madrid, Parigi, Londra, Berlino, Roma, la cifra diventa impressionante. In tempi di crisi, in Europa, finisce nella spazzatura il 43% del cibo che acquistiamo.
Nel frigorifero di ogni famiglia si consuma il disastro dello spreco alimentare. Abbiamo un sistema economico che ci obbliga a comprare, conservare e consumare. Le etichette ci dicono quando un alimento scade. Ma le derrate che acquistiamo sono sempre troppe rispetto alla capacità di consumo e allora gettiamo via cibo.. A volte a ragione, altre volte no.
Lo spreco alimentare è una delle facce del disastro ambientale: per avere più cibo occorre servirsi di agricoltura intensiva, allevamenti intensivi, pesca intensiva, logistica intensiva, trasporti intensivi. Tradotto: consumiamo troppa acqua e impoveriamo i suoli agricoli e per renderli più fertili ricorriamo alla chimica del petrolio. E’ un sistema che necessariamente porta al collasso delle risorse ambientali e siamo già in 7 miliardi sul Pianeta. Nel 2050 saremo in 9 miliardi: solo il risparmio alimentare garantirà cibo per tutti.
Molti cibi, ad esempio frutta e verdura, anche se buoni, finiscono nella spazzatura perché non sono belli. Infatti, avendo cibo a disposizione in grosse quantità, il criterio che lo rende interessante nella GDO [Grande Distribuzione Organizzata] non è la sua qualità ma la sua bellezza: perciò troviamo cavolfiori, verze, mele e pere sempre perfette e lucenti sui banconi dei supermercati. La GDO, secondo questi standard getta via 238 mila tonnellate di cibo pari a 881 milioni di euro, ragione per cui 620mila persone potrebbero mangiare a colazione pranzo e cena ogni giorno. (www.ecoblog.it)
Questo spreco di pane, di cibo, come qualsiasi genere di spreco, è frutto dell’avidità e della prevaricazione di una minoranza della popolazione mondiale: una minoranza concentrata principalmente in questa parte di mondo detta “occidentale” a prevalenza cristiana. Eppure per chi crede nelle parole scritte nei Vangeli, il pane ha una funzione centrale: nei testi dei 4 Evangelisti il termine compare 62 volte e si parla molto più di pane che di croce, fino all’identificazione di Gesù con il Pane: Io sono il pane della vita (Gv 6,48); Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,51). Il tempo di Quaresima si apre con le tentazioni di Gesù nel deserto (I domenica di Quaresima) dove la prima di esse è il pane; e si chiude con l’ultima cena (Giovedì Santo). Evitare di sprecare il cibo potrebbe essere un buon proposito quaresimale e pasquale: non risolve la scarsità o assenza di cibo per molte popolazioni; tantomeno intacca le multinazionali alimentari; e nemmeno riduce gli squilibri ambientali provocati da politiche agricole non finalizzate al bene comune. Allora a che serve impegnarsi a ridurre gli sprechi?
Questa è l’Italia Cattolica Sprecona: sprecona di cibo e di acqua, di energia e di risorse, di politica e di promesse: sviluppare una mentalità ed una cultura improntate a ridurre gli sprechi, serve a contrastare il modello di “benessere” falso che ci viene imposto da un sistema di mercato basato sul consumare il più possibile quanto viene prodotto, anziché produrre secondo il bisogno di consumo.
Mi auguro e vi auguro che questo “tempo forte” quaresimale e pasquale ci aiuti a gestire più responsabilmente i nostri beni di consumo.

Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

Comincia a correre

Scritto da

Come è risaputo ogni favola contiene una morale, cioè un insegnamento che viene proposto e che costituisce in un certo senso il motivo per cui viene raccontata. Invece, nel caso del racconto famoso del leone e della gazzella (qui sotto riportato), pensiamo che non ci sia una morale. Anzi, troviamo che sia immorale il messaggio che alcuni hanno cercato di veicolare, in modo implicito ma inequivocabilmente chiaro, attraverso questa favola.
 AL SORGERE DEL SOLE
Ogni mattina in Africa una gazzella si sveglia.
Sa che dovrà correre più in fretta del leone, o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa un leone si sveglia.
Sa che dovrà correre più della gazzella, o morirà di fame.
Quando sorge il sole, non importa se tu sei un leone o una gazzella:
sarà meglio che cominci a correre.
                                                          (Anonimo del ‘900)
Vediamo di leggere tra le righe il contenuto. Innanzi tutto viene trasmessa l’idea che il mondo sia una giungla, dove non c’è per tutti la possibilità di vivere. Solo se corri (e devi correre più veloce degli altri!) riesci a sopravvivere, ed in questa lotta qualcuno, ogni giorno, deve per forza di cose soccombere. La corsa è la competizione spietata per sfuggire alla morte sociale, dove l’unica regola è l’economia, o meglio la ricerca sfrenata del guadagno, per garantirsi la sopravvivenza. Questa diventa l’unico imperativo per tutti e ognuno deve impegnarsi nel tentativo di salvarsi da solo. In sintesi: “mors tua, vita mea”. La tua morte garantisce la mia sopravvivenza.
Letta così questa storiella, che sicuramente tutti conosciamo, assume un valore diverso e per nulla piacevole. In un certo senso essa ha costituito il simbolo ed il manifesto ideale del’avvento del neo-liberismo, quale pensiero unico, globale, che ha soppiantato i sistemi politico-economici che esistevano fino agli anni 80 e prima della caduta del muro di Berlino. Della fine del comunismo si è ampiamente scritto, mentre poco si è detto della fine del capitalismo: come è cambiata la sete di profitto? Cosa ha prodotto nella vita di tutti noi e in particolare dei più poveri?
Questa “favoletta” senza lieto fine ci aiuta a smascherare un insieme di falsità che stanno alla base del neo-liberismo e che vengono proposte come fatti incontrovertibili.
“Il mondo non ha risorse sufficienti per dare vita a tutti, per cui bisogna lottare per la sopravvivenza”. Falso. Il mondo ha risorse limitate ma ben ampiamente in grado di garantire una vita più che dignitosa per ognuno dei suoi abitanti. Solo l’egoismo di una percentuale minima e sempre più elitaria dell’umanità ha generato un sistema folle ed ingiusto basato sullo sfruttamento dissennato e smodato di energia, territorio, risorse naturali ed esseri umani. Tutto per avere dei profitti economici altissimi, immediati e a discapito di ogni altro valore o considerazione.
I risultati li vediamo ogni giorno
“Solo se corri riesci a non morire”. Falso. Di corsa si muore, tutti senza eccezioni. Chi è meno giovane si ricorda come, anche solo dieci o quindici anni fa, la vita era meno frenetica. Pensiamo ai ritmi folli del mondo del lavoro attuale a confronto di quelli di allora: eppure se confrontiamo la produttività oraria di oggi è crollata. Perché? Per correre ed essere sempre più veloci, si è buttata al macero l’organizzazione e questo è avvenuto sia a livello aziendale che sociale: i guru dicono che intralcia la competitività e la flessibilità. Per compensare il tracollo della produttività causato dalla disorganizzazione si aumentano i ritmi e le ore di lavoro, ma di conseguenza le aziende devono retribuirti meno. Quindi hai meno tempo libero dal lavoro e meno energie da dedicare ad altre cose, che devi ovviamente fare di corsa nei ritagli di tempo.
Tutta la vita è diventata una corsa frenetica.
“Ogni giorno e da soli, gli uni contro gli altri”. Falso. Anche questo è falso! Ogni giorno significa tutto il tempo, per cui tutta la vita deve essere dedicata al lavoro, alla carriera e quindi al denaro. La maggior parte di noi si sostiene economicamente con il proprio lavoro e la corsa leone-gazzella corrisponde a rincorrere un reddito sempre maggiore per tentare di garantirsi un  tenore di vita sempre più dispendioso. Questo comporta tagliare il tempo libero, il riposo, la festa, il tempo per la famiglia, per le relazioni, per crescere in umanità. Cosa inutile e pericolosa per il sistema, che non vuole che cresciamo umanamente e in conoscenza, e per questo inculca l’individualismo più spinto (“da soli”). Non c’è e non ci deve essere tempo per altro se non per produrre e competere. Si va nella direzione che amicizia, solidarietà, generosità, entusiasmo, passione saranno dei lussi che nessuno potrà più permettersi e quindi concetti da buttare alle ortiche per sempre?
 Per fortuna siamo stati creati col dono della libertà e possiamo ribellarci a questo sistema e nei limiti del possibile, lottare ogni giorno per non essere:
NE’ LEONE NE’ GAZZELLA !
Voglio vivere come UOMO/DONNA con dignità.
Non voglio essere paragonato/a a una bestia solo per giustificare comportamenti disumani.
Voglio camminare perché correre affatica troppo e mi toglie la lucidità di pensiero.
Voglio poter guardare negli occhi chi mi vive accanto e non sentirmi guardato come pasto da consumare.
Voglio poter sostare quando ne sento la necessità per guardare ciò che mi circonda, riflettere e parlarne con chi è al mio fianco.
Voglio vivere le differenze che ci sono tra me e gli altri come arricchimento reciproco e non come problema.
Voglio vivere il lavoro come luogo di costruzione di un mondo migliore, non come arena di competizione dove comunque qualcuno dovrà soccombere e quindi senza dover essere o vittima o carnefice.
Se quando hai letto la favola africana hai pensato che non poteva essere applicata ad un gruppo di persone che vivono insieme e hai speso energie e tempo per costruire il gruppo in cui ti trovi, va pure avanti così; ma se la filosofia della favola ti ha fatto sorridere e l’hai sentita vera e applicabile al contesto in cui vivi e lavori, allora FERMATI E RIFLETTI: DAVVERO VUOI ESSERE GAZZELLA O LEONE?
Noi personalmente crediamo in un mondo in cui la giustizia sia affare non solo dei giudici ma di tutti, e che prima di fare qualsiasi cosa, ognuno si chieda: è giusto quel che sto facendo?
Noi crediamo in un mondo in cui sia possibile condividere quello che si ha, e non desiderare sempre di più.
Noi crediamo in un mondo in cui sia possibile che il forte aiuti il debole, senza pretendere il meglio solo perché è più forte.
Noi crediamo in un mondo in cui la parola “pace” non significa assenza di conflitti, ma capacità di assumerli, gestirli e risolverli. Perché i conflitti ci saranno sempre; si tratta solo di decidere come affrontarli: con la guerra o con il dialogo.
 Se tutto questo lo desideriamo veramente insieme, e concretamente ogni giorno facciamo scelte perché queste cose si avverino, il mondo cambierà…e da giungla potrà ritornare ad essere un giardino in cui sia bello passeggiare la sera.

Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

Comincia a correre

Scritto da

Come è risaputo ogni favola contiene una morale, cioè un insegnamento che viene proposto e che costituisce in un certo senso il motivo per cui viene raccontata. Invece, nel caso del racconto famoso del leone e della gazzella (qui sotto riportato), pensiamo che non ci sia una morale. Anzi, troviamo che sia immorale il messaggio che alcuni hanno cercato di veicolare, in modo implicito ma inequivocabilmente chiaro, attraverso questa favola.
 AL SORGERE DEL SOLE
Ogni mattina in Africa una gazzella si sveglia.
Sa che dovrà correre più in fretta del leone, o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa un leone si sveglia.
Sa che dovrà correre più della gazzella, o morirà di fame.
Quando sorge il sole, non importa se tu sei un leone o una gazzella:
sarà meglio che cominci a correre.
                                                          (Anonimo del ‘900)
Vediamo di leggere tra le righe il contenuto. Innanzi tutto viene trasmessa l’idea che il mondo sia una giungla, dove non c’è per tutti la possibilità di vivere. Solo se corri (e devi correre più veloce degli altri!) riesci a sopravvivere, ed in questa lotta qualcuno, ogni giorno, deve per forza di cose soccombere. La corsa è la competizione spietata per sfuggire alla morte sociale, dove l’unica regola è l’economia, o meglio la ricerca sfrenata del guadagno, per garantirsi la sopravvivenza. Questa diventa l’unico imperativo per tutti e ognuno deve impegnarsi nel tentativo di salvarsi da solo. In sintesi: “mors tua, vita mea”. La tua morte garantisce la mia sopravvivenza.
Letta così questa storiella, che sicuramente tutti conosciamo, assume un valore diverso e per nulla piacevole. In un certo senso essa ha costituito il simbolo ed il manifesto ideale del’avvento del neo-liberismo, quale pensiero unico, globale, che ha soppiantato i sistemi politico-economici che esistevano fino agli anni 80 e prima della caduta del muro di Berlino. Della fine del comunismo si è ampiamente scritto, mentre poco si è detto della fine del capitalismo: come è cambiata la sete di profitto? Cosa ha prodotto nella vita di tutti noi e in particolare dei più poveri?
Questa “favoletta” senza lieto fine ci aiuta a smascherare un insieme di falsità che stanno alla base del neo-liberismo e che vengono proposte come fatti incontrovertibili.
“Il mondo non ha risorse sufficienti per dare vita a tutti, per cui bisogna lottare per la sopravvivenza”. Falso. Il mondo ha risorse limitate ma ben ampiamente in grado di garantire una vita più che dignitosa per ognuno dei suoi abitanti. Solo l’egoismo di una percentuale minima e sempre più elitaria dell’umanità ha generato un sistema folle ed ingiusto basato sullo sfruttamento dissennato e smodato di energia, territorio, risorse naturali ed esseri umani. Tutto per avere dei profitti economici altissimi, immediati e a discapito di ogni altro valore o considerazione.
I risultati li vediamo ogni giorno
“Solo se corri riesci a non morire”. Falso. Di corsa si muore, tutti senza eccezioni. Chi è meno giovane si ricorda come, anche solo dieci o quindici anni fa, la vita era meno frenetica. Pensiamo ai ritmi folli del mondo del lavoro attuale a confronto di quelli di allora: eppure se confrontiamo la produttività oraria di oggi è crollata. Perché? Per correre ed essere sempre più veloci, si è buttata al macero l’organizzazione e questo è avvenuto sia a livello aziendale che sociale: i guru dicono che intralcia la competitività e la flessibilità. Per compensare il tracollo della produttività causato dalla disorganizzazione si aumentano i ritmi e le ore di lavoro, ma di conseguenza le aziende devono retribuirti meno. Quindi hai meno tempo libero dal lavoro e meno energie da dedicare ad altre cose, che devi ovviamente fare di corsa nei ritagli di tempo.
Tutta la vita è diventata una corsa frenetica.
“Ogni giorno e da soli, gli uni contro gli altri”. Falso. Anche questo è falso! Ogni giorno significa tutto il tempo, per cui tutta la vita deve essere dedicata al lavoro, alla carriera e quindi al denaro. La maggior parte di noi si sostiene economicamente con il proprio lavoro e la corsa leone-gazzella corrisponde a rincorrere un reddito sempre maggiore per tentare di garantirsi un  tenore di vita sempre più dispendioso. Questo comporta tagliare il tempo libero, il riposo, la festa, il tempo per la famiglia, per le relazioni, per crescere in umanità. Cosa inutile e pericolosa per il sistema, che non vuole che cresciamo umanamente e in conoscenza, e per questo inculca l’individualismo più spinto (“da soli”). Non c’è e non ci deve essere tempo per altro se non per produrre e competere. Si va nella direzione che amicizia, solidarietà, generosità, entusiasmo, passione saranno dei lussi che nessuno potrà più permettersi e quindi concetti da buttare alle ortiche per sempre?
 Per fortuna siamo stati creati col dono della libertà e possiamo ribellarci a questo sistema e nei limiti del possibile, lottare ogni giorno per non essere:
NE’ LEONE NE’ GAZZELLA !
Voglio vivere come UOMO/DONNA con dignità.
Non voglio essere paragonato/a a una bestia solo per giustificare comportamenti disumani.
Voglio camminare perché correre affatica troppo e mi toglie la lucidità di pensiero.
Voglio poter guardare negli occhi chi mi vive accanto e non sentirmi guardato come pasto da consumare.
Voglio poter sostare quando ne sento la necessità per guardare ciò che mi circonda, riflettere e parlarne con chi è al mio fianco.
Voglio vivere le differenze che ci sono tra me e gli altri come arricchimento reciproco e non come problema.
Voglio vivere il lavoro come luogo di costruzione di un mondo migliore, non come arena di competizione dove comunque qualcuno dovrà soccombere e quindi senza dover essere o vittima o carnefice.
Se quando hai letto la favola africana hai pensato che non poteva essere applicata ad un gruppo di persone che vivono insieme e hai speso energie e tempo per costruire il gruppo in cui ti trovi, va pure avanti così; ma se la filosofia della favola ti ha fatto sorridere e l’hai sentita vera e applicabile al contesto in cui vivi e lavori, allora FERMATI E RIFLETTI: DAVVERO VUOI ESSERE GAZZELLA O LEONE?
Noi personalmente crediamo in un mondo in cui la giustizia sia affare non solo dei giudici ma di tutti, e che prima di fare qualsiasi cosa, ognuno si chieda: è giusto quel che sto facendo?
Noi crediamo in un mondo in cui sia possibile condividere quello che si ha, e non desiderare sempre di più.
Noi crediamo in un mondo in cui sia possibile che il forte aiuti il debole, senza pretendere il meglio solo perché è più forte.
Noi crediamo in un mondo in cui la parola “pace” non significa assenza di conflitti, ma capacità di assumerli, gestirli e risolverli. Perché i conflitti ci saranno sempre; si tratta solo di decidere come affrontarli: con la guerra o con il dialogo.
 Se tutto questo lo desideriamo veramente insieme, e concretamente ogni giorno facciamo scelte perché queste cose si avverino, il mondo cambierà…e da giungla potrà ritornare ad essere un giardino in cui sia bello passeggiare la sera.

Domenica, 01 Dicembre 2013 00:00

E Sara rise

A Natale si addice il racconto, e per questo Natale di Isacco vi voglio narrare:
C’era una volta una donna con il seno avvizzito, ora si chiamava Sara e suo marito Abramo.
Giovane e bella era stata, tanto bella che in tempo di carestia era scesa in Egitto con il marito e gli ufficiali del faraone avevano lodato a tal punto la sua avvenenza che il faraone li aveva accolti nella sua casa stessa. Abram, si chiamava così allora, per non incorrere in guai, gliela aveva presentata come sorella così il faraone se l’era presa in moglie e aveva fatto ad Abram tanti regali: greggi, armenti, asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. Lei non ne era stata molto felice, però un Signore era stato dalla sua parte e aveva mandato al faraone tanti di quei guai da farlo accorgere che era la moglie di Abram così la restituì al marito e li mandò via, per fortuna, con tutti gli averi che aveva donato. Era un faraone e non poteva, di certo, smentirsi!
Ma andiamo con ordine: l’avevano chiamata Sarai i suoi genitori, viveva a Ur dei Caldei, nella Bassa Mesopotamia, vicino a dove era allora la foce del fiume Tigri (adesso si è spostata per l’accumulo dei detriti), lungo i confini di Ur scorreva anche il fiume l’Eufrate. Una condizione geografica molto favorevole; all’inizio era stato un piccolo borgo agricolo e pastorale ma pian piano era diventata una città grande e importante; Sarai era contenta di vivere lì dove in tanti passavano per i loro commerci, era come muoversi pur restando ferma.
Cresciuta abbastanza, un uomo che si chiamava Abram, appunto, l’aveva presa in moglie; era un po’ particolare, diverso dagli altri uomini, ma a lei questo non era dispiaciuto; si sa, noi donne siamo sempre in cerca di ciò che è particolare.
Quest’uomo di particolare aveva che si orientava sempre più a voler seguire un unico Dio. Non era una cosa semplice, di santuari e di divinità ce ne erano tante; per chi si spostava in continuazione erano punti di riferimento importanti. Quello di Ur a lei piaceva molto, era dedicato alla Divinità “Nanna” che proteggeva il ciclo lunare e di quello era certa il suo corpo di donna. Comunque a Ur le cose, per un certo tempo, andarono bene.
Poi il clima cominciò a cambiare, da umido si fece sempre più secco, allora Abram con suo padre Terach decisero di partire per andare nel paese di Canaan, non conosciamo i pensieri che in quel momento si affacciarono nella sua mente, forse qualcosa di simile a quello che aveva nel cuore Lucia Mondella, come ci narra Alessandro Manzoni nel suo romanzo I Promessi Sposi: Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!
Così era partita assieme a tutta la famiglia di Abram, però strada facendo gli uomini avevano deciso di fermarsi a Carran, per lei un posto valeva l’altro a questo punto; in fondo meglio così, rimanevano pur sempre in Mesopotamia e il fiume Eufrate non restava tanto lontano; vi era legata un po’ come alla vita che rappresentava l’abbondanza delle sue acque. Vissero lì, fra alterchi e litigi familiari che non è il caso di star qui a precisare, basti dire che Abram con suo fratello Lot arrivarono a stabilire che se uno andava a sinistra, l’altro sarebbe andato a destra. Abram fece scegliere a Lot che, guarda caso, scelse la parte più verde, tutta la valle del fiume Giordano!
Comunque non è questo il punto importante, il nodo di tutto il discorso è che un giorno ad Abram apparve il Signore.
Gli disse di andarsene dal suo paese, dalla sua patria e dalla casa di suo padre, dove? Questo non glielo disse, si limitò a: verso il paese che io ti indicherò; i dubbi agitavano il suo grembo; quel Signore aveva anche aggiunto che avrebbe fatto di lui un grande popolo e assicurato una benedizione, ma lei, di figli, non ne aveva avuti.
In cuor suo si sarà detta, come un mio amico genovese, preferisco restare: ´tn i mäe strassi e i mäe strufucci´, ovvero, tra le mie cose di poco conto, ma che per me sono diventati tutto il mio mondo. Però non aveva osato neanche formulare la richiesta, già un uomo bastava a prendere decisioni per lei, figuriamoci se di mezzo c’era pure un Signore.
Avrebbe desiderato, forse, un pezzetto di terra tutto suo ma Abram comprerà un campo dagli Hittiti, dove c’era la caverna di Macpela, solo quando venne il momento di seppellirla.
Però, non siamo qui di morte a parlare, bensì di Isacco a narrare; dunque, ad Abram il Signore aveva promesso che sarebbe diventato un grande popolo, ma i figli a lei ancora non venivano; quindi se di discendenza di Abramo si doveva trattare e se c’era di mezzo un Signore a volerlo, pazienza, gli aveva dato la sua schiava Agar; Abram si era unito a lei ed era rimasta incinta. Ora si rigirava gongolante, era suo il figlio della promessa, la discendenza numerosa sarebbe nata da lei. Sarai si amareggiò a tal punto che chiese ad Abram di mandarla via; Agar partì verso il deserto ma poi tornò indietro dicendo che aveva incontrato l’angelo del Signore, le aveva detto di restare sottomessa a Sarai e che anche la sua discendenza non si sarebbe potuta contare per la moltitudine. Per lei, schiva e solitaria com’era, di gente se ne prospettava fin troppa.
Ismaele nacque, Abram aveva già ottantasei anni; Agar altro che sottomessa! i diverbi continuarono, non se ne veniva a capo.
Adesso Sarai all’interno della tenda viveva più sola di prima, ora tutto poteva continuare come predetto e lei restava in disparte alla storia.
Quando Abram aveva novantanove anni quel Signore gli apparve di nuovo, gli disse che era El Shaddai, e fece alleanza con lui; gli cambiò il nome, non più Abram ma Abramo e gli chiese di circoncidere ogni maschio della sua famiglia come segno che, appunto, quest’alleanza c’era stata. Cambiò anche il nome di Sarai, non più Sarai ma Sara. Gli disse poi di guardare il cielo e di contare le stelle se fosse riuscito, tale, assicurò, sarà la discendenza che avrai da Sara. Abramo si era prostrato con la faccia a terra e aveva riso, aveva chiesto la vita per Ismaele, il Signore gli rispose che l’aveva già esaudito però riguardo alla promessa aveva insistito, sarà con Isacco che Sara ti partorirà ad un anno da qui.
Abramo, ora il suo nome era questo, fece circoncidere tutti i maschi sia quelli nati in casa che quelli comprati. Nello stesso giorno si fece circoncidere insieme a suo figlio Ismaele che adesso aveva tredici anni.
La promessa restava ancora da compiersi; alle Querce di Mambre, dove adesso si erano sistemati, era l’ora più calda del giorno; Abramo sedeva all’ingresso della tenda, alzò gli occhi e vide tre uomini, gli corse incontro, si prostrò con la faccia a terra e disse: Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo; chiede di andare a prendere dell’acqua affinché si lavino, e gli offre di mangiare un boccone di pane e rinfrancarsi il cuore. Quelli accettarono. Abramo allora andò in fretta da Sara e gli disse presto, impasta tre staia di fior di farina, fanne focacce, lui corse a prendere un vitello tenero e buono e si affrettò a prepararlo; offrì tutto insieme a latte acido (per loro molto buono).
Questi uomini gli chiesero: dov’è Sara? Abramo rispose che era nella tenda; dove doveva stare una donna? là dove era il suo posto!
Quel Signore gli disse che da lì ad un anno Sara avrebbe avuto un figlio, Sara era giunta all’ingresso della tenda e stava ad ascoltare dietro ad Abramo.
E Sara rise quel giorno dentro di sé piegando il capo e vedendo il suo seno avvizzito e il grembo in cui ciò che regolava la luna era cessato da tempo; la mancanza di senso aveva raggiunto il suo culmine, dentro di sé qualcosa si spezzava, qualcosa di liberante cosa le restava se non ridere? il Signore insistette, da qui ad un anno avrai un figlio.
Allora Sara negò, non ho riso, disse, perché aveva paura; ma quegli replicò: si hai proprio riso.
Sara concepì e partorì un figlio ad Abramo; Abramo lo chiamo Isacco e lo fece circoncidere quando ebbe otto giorni, come Dio gli aveva comandato.
Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me! diceva Sara.
Isacco nasce, perché nascesse era stato necessario uscire dalle proprie appartenenze, dalle proprie convinzioni, era stato necessario che il Signore si facesse conoscere come Dio e smascherasse ogni ipocrisia. C’era stato bisogno che Sara, col nome cambiato, si affacciasse all’ingresso della tenda e accogliesse quella vita che le era stata sempre vicina, anche più del suo fiume Eufrate, e adesso il suo ventre rinverdiva.
C’era bisogno di credere e accogliere una possibilità nuova di generare affinché Riso fosse, scherzo di quel Signore che aveva aspettato anche lei e aveva fatto sì che la vita le passasse dal grembo.
Isacco è nato, scherzo di quell’Unico Dio che nella sua storia vuole anche te.
Auguri

Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

L'incontro

Nulla di più fresco e dinamico di una persona o di un gruppo che attende qualcosa o qualcuno. Ci sentiamo contagiati dalla carica progettuale di una coppia che si prepara al matrimonio, dalla tensione di una donna incinta, dall’intraprendenza di un giovane laureato che si impegna nel suo primo lavoro, dalla lotta di un popolo per vivere la propria dignità e libertà, dalla passione di chi vuole far diventare realtà il proprio ideale.
Nulla di più triste di una persona o di un gruppo che non attende più nulla, non ha entusiasmo, passa il tempo a piangersi addosso e non tira fuori le proprie risorse. Questo secondo atteggiamento mi fa venire in mente un’opera teatrale “Aspettando Godot”, di Samuel Becket, un drammaturgo del novecento, di quella corrente che viene definita teatro dell’assurdo. I due personaggi del racconto aspettano passivi l’arrivo di un fantomatico Godot, che non arriva mai, ma non fanno nulla per andargli incontro o per verificare le ragioni del suo mancato arrivo.
Attendere è uno dei verbi chiave per interpretare il vivere. È sperare, essere vigilanti, perseguire un obiettivo, essere orientati verso qualcosa, verso un futuro, non rinchiudersi in se stessi, non rimpiangere il passato, non lasciarsi guidare da ciò che accade.
Chi attende qualcosa o qualcuno è una persona disponibile, non si ferma, è sempre in ricerca, sempre in cammino, è aperta all’incontro con gli altri e con l’Altro.
Nello scrivere queste mie considerazioni ho nelle orecchie, nella mente e nel cuore gli incontri regionali programmati, dal mese di novembre scorso e fino a qualche giorno fa, con i responsabili delle fraternite laiche della Provincia. Mi sono note le loro difficoltà sia per il diminuire dei membri sia per la loro età non più verde. Una domanda mi sorge spontanea: noi che ci chiamiamo laici domenicani crediamo ancora alla bellezza di appartenere all’Ordine dei predicatori? Dopo tanti anni di impegno siamo ancora grati ed entusiasti del compito che abbiamo assunto? E, soprattutto, siamo ancora in ricerca di quella Verità che cercavamo quando abbiamo chiesto la misericordia di Dio e dei fratelli? A volte ho l’impressione che siamo diventati pigri, sedentari, e come i due amici che aspettano Godot un po’ stanchi e sfiduciati. Aspettiamo, ma senza credere all’arrivo dell’Atteso, senza la curiosità e la gioia di attendere né la certezza che colui che attendiamo arrivi. Anche gli incontri mensili previsti dalla nostra Regola sono stanchi, quasi un impegno che grava sulle nostre spalle  invece di essere il luogo cui attingere per avere forza ed entusiasmo. Spesso non solo non facciamo nulla perché l’incontro possa accadere, ma addirittura opponiamo l’ostacolo della delusione, della rinuncia a credere e sperare. Vi ricordate l’episodio dei discepoli di Emmaus? Dopo l’incontro sulla via con il pellegrino sconosciuto e la presa di coscienza dell’ambiguità delle loro speranze messianiche, un ardore nuovo invade il loro cuore e corrono a Gerusalemme per condividere la loro scoperta con gli altri, non più per comunicarsi le amarezze e le delusioni, ma per spronarsi a vicenda con il ricordo del cuore ardente che l’incontro con Gesù ha suscitato in loro.   
Sul tema dell’incontro il racconto di quello di Gesù con Zaccheo (Lc 19) mi sembra vicino al nostro bisogno. L’episodio inizia e finisce col verbo “cercare”. All’inizio del racconto Zaccheo cerca di vedere Gesù e nel finale Gesù si rivela come il Figlio dell’uomo venuto a cercare e a salvare ciò che è perduto. L’incontro avviene in forza dell’amore di Gesù che cerca Zaccheo, ma viene valorizzata anche la ricerca di Zaccheo la cui curiosità iniziale si trasforma in accoglienza ed in conversione.
Qualcosa di analogo avviene nell’incontro con la Samaritana (Gv 4). Anche qui l’iniziativa è di Gesù, che incrocia una ricerca umana, un desiderio indistinto che si fa più ampio.
Molti altri racconti fanno riferimento ad un desiderio umano: desiderio di salute nei malati, desiderio di perdono nei peccatori, desiderio di conversione.
Caterina da Siena apriva le sue lettere scrivendo “con il desiderio di vedervi…” e ponendo in questo desiderio un obiettivo adatto al suo interlocutore.
Oggi io vi scrivo “col desiderio di vedervi donne ed uomini in cammino, aperti all’incontro ed alla novità di vita che viene dal Vangelo e dall’incontro con Cristo, banditori poverelli della Parola di Dio, domenicani entusiasti e fantasiosi nel proporre l’appartenenza all’Ordine”.
È il mio augurio per me e per ciascuno di noi.

Pagina 14 di 49
   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op