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Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

Il villaggio di cartone

Accade spesso di ascoltare lamentele per la scarsa partecipazione dei fedeli alla vita della parrocchia. Agli inizi degli anni sessanta stato il boom della costruzione di chiese, soprattutto nei nuovi quartieri delle grandi città. Chiese che allora si riempivano, almeno la domenica, di cristiani radunati per la celebrazione eucaristica, oggi sono quasi deserte. Sarà colpa dei cristiani che non vivono più la loro fede? Sarà l’indifferenza postmoderna? Sarà la tristezza di tante celebrazioni, la scarsa capacità dei parroci ad esprimere la gioia e l’importanza della comunità? O della cultura e della società che propone più “attraenti” contesti? Di fatto, c’è l’incapacità di chi si professa cristiano di testimoniare la gioia della fede, ed è spesso vero che la folla dei fedeli, che un tempo riempiva i banchi delle chiese è diminuita paurosamente. La chiesa ha smesso di essere uno dei luoghi sociali di incontro e di formazione. Come può una chiesa essere ancora viva e luogo di vita? è la domanda, tra le tante, che si pone Olmi nel suo ultimo film: Il villaggio di cartone. Non mi capita spesso di andare al cinema, ma mi è piaciuto questo film, pensato dal regista in un periodo di immobilità in seguito ad una caduta. “Se non apriamo le nostre case, compresa la casa più intima, che è il nostro cuore, siamo solo uomini di cartone”. Nel film la casa che si apre è una chiesa ormai inagibile, spogliata da tut ti gli arredi sacri, smontata pezzo per pezzo sotto gli occhi attoniti e scandalizzati dell’anziano parroco, che assiste impotente alla sparizione dentro una cassa del grande Crocifisso sovrastante l’altare. Lo sguardo stanco del vecchio prete si leva verso il Crocifisso sospeso in aria. Gli occhi sono carichi di domande, ma il Cristo sembra non fornire più risposte, solo uno sguardo carico di dolore. Il prete è solo. Uomo tra gli uomini. Dall’esterno della chiesa che sta per essere smantellata provengono gli ululati di sirene. L’eco di colpi da armi da fuoco. Il calpestio degli anfibi sulla strada. Gente che scappa. Gente che grida. Nottetempo dei migranti privi di documenti si rifugiano nella chiesa, che diventerà centro di accoglienza per questo gruppo di disperati “veri ornamenti del tempio di Dio”. Lo stesso Olmi in una intervista si chiede: “Ma cosa può esserci di più importante dell’accoglienza? Vorrei ricordare ai cattolici, ed io sono tra questi, di ricordarsi di essere anche dei cristiani. Il vero tempio è la comunità umana” Il tema del film è il rapporto tra noi e i tanti che ci vengono a chiedere aiuto. Accolti dall’anziano prete, gli immigrati mettono in scena la loro odissea attraverso le frontiere, le dogane e la burocrazia come se rivivessero alcuni momenti privilegiati della vicenda terrena di Cristo. Dalla natività, al tradimento nell’orto degli ulivi, alle tentazioni. Tra le capanne costruite all’interno della chiesa con i posters di cartone delle attività della parrocchia, e nella canonica, dove il vecchio parroco ancora abita, si intrecciano tenerezza e durezza, solidarietà e tradimento, rassegnazione ed aggressività, accoglienza e rifiuto. Una chiesa che per questi migranti è casa, sosta, riposo prima di una nuova fuga per fuggire dalla violenza e inseguire un sogno di libertà e giustizia. Un luogo di desolazione si trasforma in uno spazio di accoglienza e la piccola chiesa torna viva, attraversata da sentimenti ed emozioni e dal miracolo di una nascita che il vecchio accoglie con il sommesso, solitario canto Adeste Fideles davanti all’altare spoglio e sconsacrato. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel  loro cuore”. (Gaudium et Spes). Con queste parole il Concilio Vat.II  descriveva il compito della Chiesa, una Chiesa viva, una Chiesa casa senza domande, aperta all’umanità debole e delusa. La storia raccontata in immagini da Olmi ci interroga se sappiamo ancora leggere i segni dei tempi e dare una risposta di amore alle gioie, le speranze, le tristezze e le angosce dei nostri contemporanei. L’appello al cambiamento, contenuto nell’epigrafe finale del film ci richiama alla necessità di capire che per cambiare occorre necessariamente comprendere come e perché la storia sta cambiando, nonostante le resistenze di chi non vuole affatto comprendere ma solo conservare i propri privilegi.

Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

Non mi sarebbe mai venuto in mente

di Antonietta Lamorte

Ringrazio Antonietta per questa sua testimonianza, che tratteggia in modo efficace la sua esperienza con noi. La ringrazio, soprattutto, per la sua amicizia: anche per noi conoscerla e condividere con lei le nostre giornate è stato un dono grande. A me e a chi l’ha incontrata ha comunicato una forte passione per la vita, una fede autentica e la disponibilità all’incontro e al dialogo, caratteristiche che traspaiono bene anche dalla lettera.

Mi chiamo Antonietta, sono una terziaria domenicana e vivo a Montelupo fiorentino (Fi). Insegnante di scuole superiori, in pensione da alcuni anni, mi dedico al mio hobby preferito: scrivo poesie, racconti, romanzi di letteratura amena, ma, da qualche tempo, mi dedico alla letteratura religiosa.
Non ho mai pensato di farmi suora o di vivere in un convento, ed ogni volta che mi capitava di visitarne uno, pur ammirandone la bellezza e la storia a volte straordinaria nel tempo, l’austerità e il silenzio che respiravo nel chiostro e nei vari ambienti mi respingevano, anche perché mi riportavano echi lontani dei rigorosi collegi in cui sono stata educata ed istruita. Ogni volta, mi dicevo:
“Un luogo così, non è fatto per me!”
 Fino a qualche tempo fa, non mi sarebbe mai venuto in mente che, un giorno, avrei potuto cambiare idea.
 Ho conosciuto la comunità domenicana che vive nel convento dell’Annunciazione del Signore di Agognate (No) nel mese di Giugno. Mi avevano spinta lì la curiosità e soprattutto la necessità di proseguire un lavoro su santa Caterina da Siena che avevo iniziato con un amico Sacerdote Domenicano, quando lui era in Toscana, che da qualche mese era in quella Comunità. Ma notai subito la semplicità e la bellezza del posto. Ma ancora di più, mi sorprese il fatto che il clima che respiravo era sereno, anzi gioioso.
Mi sentii subito a mio agio. Non notavo traccia dell’austero silenzio di altri chiostri, né il distaccato colloquio con il frate di turno che ci faceva da guida. Le terziarie, i terziari e i quattro Sacerdoti che vivono in comunità, sono persone simpatiche, colte e disponibili. Tra loro, avevo davvero la sensazione di vivere in una famiglia. Ognuno ha il proprio lavoro che mette a disposizione della Comunità e durante il pranzo e la cena che iniziano e terminano con la preghiera, si discute animatamente di vari argomenti.
Nei giorni in cui sono stata loro ospite, io mi sentivo libera, della libertà dei Figli di Dio, dove non ti senti giudicata ma ti senti accolto e rispettato per quello che sei, con i tuoi pregi, ma anche con i tuoi limiti o difetti. Nulla mi è dispiaciuto durante tutto il tempo che sono stata con loro. Mi affascina la vita e la vita semplice e attiva che conducono, perciò ho cercato di vivere come loro, nei momenti essenziali di ogni giornata.
La preghiera mattutina delle lodi, il pranzo alle tredici dopo una mattinata di lavoro, il Rosario, i Vespri e la celebrazione Eucaristica. Si cena tutti insieme e poi ognuno si ritira nella propria stanza per continuare il lavoro e infine per il meritato riposo.
Ma ciò che davvero mi è rimasto nel cuore, è il loro modo di pregare. Il Rosario di ogni sera, guidato in modo semplice ed essenziale da Lucia, le melodie appena ritmate dei Salmi che la voce un poco rauca ma comunque gradevole di P. Raffaele accompagna durante le lodi mattutine e i vespri della sera, le letture attente di Pier Paolo, di Irene o di S. Innocenza e soprattutto le omelie incisive e profonde di P. Ennio risuonano tuttora dentro di me e alimentano il desiderio di esserci ancora. Mi mancano anche le domande provocatorie di P. Raffaele e di P. Domenico che all’inizio sconvolgevano le mie convinzioni. Quelle loro domande mi hanno costretta via via che passavano i giorni, a scavare dentro di me e darmi risposte che mettevano in gioco la solidità e la profondità della mia fede. Mi hanno aiutata a crescere interiormente e a riflettere sul perché io credo e in Chi credo. Durante quelle lectio divine della mattina, ho compreso quanto bisogno ho io della Misericordia di Dio e della luce dello Spirito Santo, per forgiare la mia fede con il fuoco del dubbio nella Carità di Cristo.
Ringrazio davvero questi miei confratelli che mi hanno aiutata ad aprire il cuore a nuovi orizzonti, al coraggio di essere vera, e dove il dubbio non è distruttivo, ma forza che sollecita l’intelligenza e il cuore che cercano risposte vere. Ho compreso che quelle domande inusuali sono frutto di immenso amore nel cuore di chi cerca veramente Dio.
In quella comunità ho scoperto tanti doni meravigliosi che il Signore ha elargito ad ognuno di loro: intelligenza, ilarità, disponibilità alla comprensione e alla dedizione di quanti desiderano vivere la loro vita. E sono tanti gli ospiti che come me, sono attratti dal loro modo di vivere. Io ne ho conosciuti alcuni, ma durante l’arco dell’anno sono tanti e sempre nuovi. Io stessa ci sono ritornata per le feste natalizie ed ho trascorso un Natale così bello e tutto spirituale che non ricordavo più da quando ero bambina per il calore e la sincerità di affetti di fratelli e sorelle che avrei voluto avere da sempre.
In quest’ultimo periodo, poi, ho avuto la possibilità e la gioia di conoscere meglio p. Ennio, con la sua vena di fine scrittore e di profonda sensibilità che è il padre e la guida della comunità e di tutti quelli che fuori e dentro ne fanno parte. Sì, perché un’altra cosa bella è il fatto che, attorno ai terziari che vivono all’interno della Comunità, c’è un nutrito gruppo di terziari che vive all’esterno ma che con loro, condividono esercizi spirituali, giornate di fraternità, Lectio Divine. Ne ho conosciuti molti e sono davvero contenta di avere incontrato persone di profonda fede e disponibilità.
Lode e Gloria a Dio che ha spinto e accompagnato P. Ennio alla realizzazione di questa Comunità dove non ti senti mai solo e soprattutto dove tanti possono seguire gioiosamente e fiduciosamente la chiamata di Cristo Gesù. Grazie, grazie ancora.
Fibbiana, 29-1-2012.


Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

55 anni insieme

di Fernanda Di Serio

55 sono gli anni,
che tra gioie ed affanni
concertano il cammino,
tenendoci vicino
l’un l’altra affiancati
seppur, ora, affaticati…
Il passo non è eguale
per la fragilità mortale
che gli anni han tessuto
nel nostro andar compiuto.
I figli son presenti,
nei nostri giorni assenti
da ogni modernizzazione
che non dà distrazione!
Migliore è il nostro passo
lento come... un tasso
ma in questa riduzione
c’è più concentrazione.
Ogni nostra emozione
si cambia in contemplazione,
nel tempo per pregare
e tutto interiorizzare.
Benedetto sia il declino
di questo nostro cammino,
se il valore della saggezza
diventa nostra potenza;
offrire alle generazioni
le nostre riflessioni
di pensieri, prudenza,
con sorrisi e confidenza
Altro non possiamo,
così noi stiamo:
dai figli benamati
protetti e confortati

Ringrazio Bepi e Fernanda De Serio per aver voluto condividere con gli Amici di Agognate la festa per l’anniversario del loro matrimonio, per questo loro cammino di amore e di fede, iniziato cinquantacin- que anni fa. Credo che in un tempo come il nostro, caratterizzato dalla “fluidità” e dalla “mobilità” in tutti gli ambiti di vita, anche nelle relazioni umane, la loro testimonianza sia per tutti un incoraggiamento a non perdere la fiducia nell’Alleanza tra Dio e gli uomini e tra gli uomini. Per l’occasione, Fernanda mi ha in- viato una densa meditazione. Per motivi di spazio non posso riprodurla integral- mente; ne riporto alcuni passi, sperando di riuscire ugualmente a trasmettere quanto a me ha dato: lo stupore e la gioia per il dono ricevuto, per un Amore che sempre accompagna i “sacerdoti nel matrimonio”, anche nei loro momenti, inevitabili, di fatica, e che, a qualunque età, li rinnova nel cuore.  
«Nella nostra festa troviamo Dio, dal Quale e per il Quale diamo ragione alla gioia che cantiamo in questo anniversario. La Sua presenza si è manifestata con soffi sottili, fedele sempre, presente anche quando la nostra attenzione veniva soffocata dalla passione dei nostri progetti, dai desideri ragionati sulle nostre logiche. La festa di oggi è la festa che ci viene da Lui, proprio nella consapevolezza di quella Sua presenza forte nella nostra specifica fatica umana Questa è la festa che più ci commuove interiormente, ripensando allo Spirito Santo che ci ha sposati e che è tra noi presente in ogni momento, vigile nelle nostre libere scelte, rispettoso delle nostre iniziative, illuminante le nostre invocazioni, sostegno delle nostre incertezze, consolante le nostre tristezze, rivelatore nei nostri dubbi. Come essere capaci di ardori d’amore, ora, avviati decisamente alla conoscenza di quella carità perfetta raggiunta nell’esercizio di virtù provata nella pazienza di amalgamarci l’un l’altro, attraverso tribolazioni coniugali di compenetrazione nelle nostre diversità? Ebbene, il dono misterioso della nostra festa ci viene da Dio, dal Quale ci risentiamo vestiti d’una veste nuova… Questo sentirci rinnovati dentro, per rincontrarci e richiamarci per nome con sentimenti purificati nella fatica del nostro conoscerci ed intuirci meglio, è la sperimentazione più evidente della grazia sacramentale, nella quale e con la quale i coniugi perseverano la volontà del loro stare insieme. Col Salmo 83, con la perseveranza di voler nutrire con la Parola lo stare insieme, si può allora cantare: “beato chi trova in Te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio…cresce lungo il cammino il suo vigore”».

Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

Vocabolario della salute

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Mi sono svegliata con un senso di malessere generale e non sentendomi troppo bene ho misurato lo SPREAD: era alto, sopra i 500. Mi sono un po’ preoccupata e mi sono detta che forse avevo esagerato con le libagioni delle festività natalizie. Nell’armadietto del bagno ho trovato alcuni farmaci adatti; mi sono somministrata una dose di BOT e una di BTP e mi sono ripromessa di mangiare meno BUND tedeschi. Dopo un notevole sforzo e sacrificio (sempre in bagno) lo SPREAD è sceso sotto i 500. Sono salva, mi sono detta, sono fuori pericolo! Per scrupolo mi sono rivolta a degli specialisti nella clinica del benessere STANDARD & POOR’S che, anziché rassicurarmi, mi hanno fatto capire che non posso decidere io se e quando sto meglio, ma sono loro a decidere il mio stato di salute, il RATING, e secondo loro sono ancora grave. Ma ho tutti i valori a posto – ho obiettato - : lo SPREAD è sceso, il FTSE MIB è in positivo, l’€ è a 1,3 rispetto al $US... che altro devo fare per stare meglio?
La risposta degli esperti della S&P è categorica: ancora sacrifici, tanti sacrifici e sforzi, tanti sforzi, e poi dosi da cavallo di BOT, BTP, CTZ, CCT.
In verità tutto questo non mi con vince, le cure e le soluzioni imposte mi sembrano cure palliative...
Forse sono stata contagiata dall’EUROSCETTICISMO? No, l’euroscetticismo è una malattia immunitaria che colpisce solo le persone geneticamente predisposte, come i leghisti e gli svizzeri; e pur vivendo a contatto con entrambi, so che non è una patologia trasmissibile.
Forse è solo uno stato psicologico che si manifesta in questo stato di malessere? Questo è possibile, le pressioni sono tante, le difficoltà da affrontare altrettante e l’equilibrio mentale ne risente lasciando affiorare lo stato di CRISI e di RECESSIONE, quella strana sensazione simile a quando si sogna di cadere nel vuoto.
Cerco di reagire. Ho radici cristiane io! Dovrei avere più fede nel GOVERNO TECNICO che salva dalla crisi, devo avere speranza nelle LIBERALIZZAZIONI che ci liberano dalla crisi, devo avere più carità nel sostenere le BANCHE, sono le povere vittime della crisi, fare l’elemosina versando i TRIBUTI (non chiamiamole “tasse”, termine così  deprimente!): gesti concreti e responsabili come comprare le azioni UNICREDIT e pagare il TRIBUTO RAI (adesso si chiama così!) perché è un dovere cristiano la generosità nei confronti delle istituzioni più svantaggiate. E se ciò  non basta posso sempre ricorrere ai santi SNAI, SISAL e LOTTOMATICA sempre provvidi di grazie.
Ecco, così va meglio, mi sento rassicurata e più in salute seppur ancora con i postumi dell’INFLAZIONE delle vie respiratorie, ma la buona aria dei MONTI mi ristabilirà completamente.

Sempre vostra ITALIA

Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

La compassione che si fa grido

Scritto da

Resoconto Seminario di studi - Roma, 25 febbraio 2012

Il 25 febbraio si è svolto a Roma il secondo seminario tematico promosso dalla Commissione Nazionale Giustizia Pace e Creato della Famiglia domenicana. “La compassione che si fa grido” è stato l’invito ai circa 40 partecipanti che, tra relazioni, interviste e gruppi di lavoro, hanno riflettuto su quanto le grida che ci arrivano dalla nostra società, in particolare dai giovani, toccano la nostra sensibilità e le nostre viscere, e ci spingono ad agire, “gridando” a nostra volta le ingiustizie che lacerano la speranza, minano le prospettive di futuro, lastricano di paure le strade dei sogni.
Apre i lavori la dott.sa Patrizia Morgante che sottolinea l’impostazione famigliare che avrà questo seminario, ringraziando le Suore Domenicane di S. Sisto per la gentile ospitalità Le risponde Suor Sara Calandra, Priora Generale della Congregazione delle Suore Missionarie di S. Sisto che si dice lieta che questo evento culturale si tenga nei locali che videro la presenza del Padre Domenico, che dobbiamo pensare essere fra di noi anche in questa occasione. Un saluto anche da parte di fra Giovanni Calcara o.p., coordinatore della Commissione Nazionale Giustizia Pace e Creato della Famiglia Domenicana, che inquadra il seminario nelle attività di tale Commissione, e di Gennaro Zuccoli che presenta sinteticamente la Associazione “Domenicani per Giustizia e Pace”, da lui presieduta e da poco costituita.
Fra Domenico Cremona o.p., con una provocazione iniziale, si definisce un “diversamente giovane” e si chiede che effetto abbiano su di noi le inquietudini, i gridi del nostro tempo e come poter educare sia i giovani che i meno giovani sulle tematiche della giustizia e della pace. Adesso è oggettivamente difficile parlare ai giovani, c’è distanza e diminuiscono i punti di confronto. In passato l’Ordine domenicano poneva il silenzio come principio della predicazione; oggi si tende a porre come principio l’ascolto delle diversità generazionali e culturali, ed il silenzio è il punto intermedio fra l’ascolto e la predicazione. I giovani sono certamente molto attenti ai concetti di Giustizia e Pace, come dimostrano i numerosi movimenti di protesta, che non sono un vago desiderio di contestazione, ma precise interrogazioni dei giovani verso i meno giovani e dimostrano come l’educazione ricevuta talora non abbia funzionato. Dopo avere esortato a leggere il messaggio “Educazione i giovani alla giustizia e alla pace” di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio), fra Domenico conclude l’intervento con la proiezione di un video di documentazione sulle tematiche che verranno trattate nel corso del seminario.
Dopo questo intervento si chiede ai presenti che lo desiderino di esprimere qualche breve suggestione sul seminario che sta per iniziare e parecchi espongono qualche flash di immediata e spontanea riflessione personale.
Quindi la dott.sa Morgante intervista due esperti delle dinamiche economiche e sociali dell’attuale momento. Inizia il dott. Andrea Baranes, della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, che individua nella degenerazione della finanza la principale causa dell’attuale situazione di profonda difficoltà economica. La finanza, come le Borse, non sono più il luogo di incontro fra chi compra e chi vende, ma sono diventate un grande casinò ove si fanno scommesse e speculazioni sui prezzi, che così perdono ogni riferimento con l’economia reale e produttiva. Gli Stati hanno così dovuto spendere enormi risorse per salvare le banche, sacrificando obiettivi ad alto contenuto umanitario e dai costi drasticamente inferiori, come l’istruzione e la lotta alla fame. Ora occorrerebbe rimettere le cose a posto, regolamentare la finanza, privilegiare la disponibilità dei generi di prima necessità, eliminare i paradisi fiscali, ridare fiducia ai mercati. Purtroppo tutto ciò non si realizza per mancanza di volontà e non appare possibile riuscire a contrastare efficacemente l’attuale strapotere della finanza. Ciascuno dovrebbe divenire azionista critico domandando alla propria banca come utilizzerà il denaro che le affida in gestione.
Viene quindi intervistato don Renato Sacco, di Pax Christi, che ha subito denunciato l’assurdità di Paesi come l’Italia e perfino la Grecia, gravati da un enorme debito pubblico che impone forti sacrifici soprattutto ai giovani ed alle fasce deboli, ma costretti a sprecare grandi risorse in armamenti quali i cacciabombardieri F35, aerei per la guerra d’attacco, nonostante l’articolo 11 della Costituzione italiana per il quale la guerra è ripudiata. La guerra crea sempre menzogne: le sue prime vittime sono sempre la verità e la corretta informazione, basti pensare che per camuffare azioni belliche è stato coniato il termine “missione di pace”, oltretutto appropriandosi di due parole care ai cattolici. Non è vero che la costruzione degli F35 crei posti di lavoro, fino ad ora per tale progetto del valore di oltre 12 miliardi sono state assunte tre sole persone. Le grandi risorse economiche necessarie per l’acquisto, la gestione e la manutenzione di tali aerei potrebbero essere proficuamente utilizzate per progetti socialmente utili e produttivi come sanità, istruzione, sicurezza, rimuovendo carenze che, soprattutto in questo momento di difficoltà, ricadono in primo luogo sui giovani.  Don Sacco si è poi soffermato su altri esempi di colpevoli grandi sprechi: in Nigeria, nonostante la legislazione locale lo vieti, il gas che accompagna l’estrazione del petrolio viene bruciato invece che essere utilizzato, privandone la popolazione locale che non ha i mezzi per acquistarlo e producendo un enorme inquinamento..
È quindi intervenuto fra Olivier Poquillon o.p., Delegato dell’Ordine all’ONU di Ginevra, che ha innanzi tutto ricordato che Gesù in croce è tra i due ladroni e presso di loro sta il centurione. Gesù quindi è venuto a stare fra gli uomini e l’uomo deve essere al centro dell’attenzione di ogni credente. L’ONU è una sorta di club di Stati, ed oltre ai loro rappresentanti vi possono partecipare anche persone invitate come portavoce di associazioni il cui pensiero è ritenuto utile ed autorevole. È dunque molto importante che fra queste possa trovare posto un rappresentante dell’Ordine Domenicano, senza diritto di voto, ma con la possibilità di fare proposte, portare informazioni, dare importanza alle decisioni. I domenicani all’ONU cercano non il confronto né tanto meno lo scontro, ma il dialogo, volendo comunicare con gli altri, comprendere le diverse posizioni ed essere propositivi.
Si è quindi tenuta una tavola rotonda sull’educazione dei giovani alla giustizia ed alla pace alla quale hanno potuto assistere anche le alunne della V classe del locale liceo psico-pedagogico gestito dalle Suore di san Sisto.
Ha iniziato la dott.sa Lilia Illuzzi, della Cooperativa Comunicazione Responsabile “SulleAli”, ricordando il messaggio “Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale” scritto dal Santo Padre il 5 giugno 2011 in occasione della 45ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, in cui viene sottolineata l’importanza e l’utilità della rete internet, se posta al servizio del bene integrale della persona e dell’umanità intera. Se ben utilizzato, il web offre grandi possibilità che i giovani sanno opportunamente cogliere. Vi è quindi un grande spazio per utilizzare il web anche per la condivisone e la diffusione  dei principi di Giustizia e Pace, in piena armonia con le parole del Papa. Certo occorre distinguere quello che è vero da quello che non lo è, filtrare le informazioni fruibili dai più giovani, ma lo spazio del web, soprattutto quello giovanile, deve restare libero. Per questo la dott.sa Illuzzi ha espresso la propria preoccupazione per il trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement) contro la pirateria informatica, attualmente sottoposto alla ratifica della UE..
Per meglio focalizzare le problematiche dei giovani, sono stati invitati alla tavola rotonda due studenti. Daniela Ruggero, che opera presso la Caritas di Roma, si è soffermata sull’importanza dell’educazione giovanile di ogni singola persona, poiché le scelte fatte fin dalla adolescenza sono decisive. Si tratta di piccole cose, ma poi nel corso della vita si ampliano e guidano le più impegnative scelte successive. Bisogna giungere ad una sobrietà felice, fatta di cose semplici ma essenziali, abituandosi a rinunciare ad ogni sciupio. Daniela va nelle scuole a dare un suo contributo educativo raccontando le esperienze da lei avute coi bambini soldato e si accorge che questo seme trova ascolto e contribuisce alla formazione di chi la ascolta. Alessio D’Angelo, laureando in Legge, vive a Napoli dove svolge attività di volontariato nei difficili e problematici Quartieri spagnoli. Ha dovuto alternare lo studio col lavoro e per questo si laurea ora che ha 28 anni. Gli piacerebbe fare il magistrato, ma, soprattutto dopo la riforma Gelmini, per poter intraprendere tale carriera occorrerebbero ulteriori studi e sensibili risorse economiche, e come fa chi non può permetterseli? Per accedere alle borse di studio bisogna essere in pari con gli esami, cosa pressoché impossibile per chi deve lavorare mentre studia. I giovani d’oggi per sopravvivere devono adattarsi ad un clima di situazioni opprimenti, cercando disperatamente di cogliere ogni sorta d’opportunità da qualsiasi parte esse provengano. E questo è in punto cruciale: quali opportunità i giovani hanno a disposizione oggi? La camorra lo ha ben compreso e spesso offre più dei datori di lavoro, anzi in talune situazioni essa è l’unica a dare un’occupazione, ed in questo modo la mafia si espande sia al sud che al nord.
In fine don Luca Pandolfi, docente di Antropologia Culturale e Sociologia della Religione presso la Pontificia Università Urbaniana, ha esortanto a educare alla giustizia ed alla pace non solo i giovani ma anche gli adulti, per giungere ad una intercultura, ove nessuno si costruisce una propria realtà, ma la cerca assieme agli altri. Non si può dire che i giovani di oggi siano meno fortunati di quelli di qualche decennio fa, perché non ci sono né sfortune né sfortunati ma solo vittime di precise responsabilità sulle quali occorre agire per contrastarle. In definitiva si può dire che i giovani non vogliono diventare adulti ed i genitori li agevolano in questo pur di averli presso di sé. Non sempre gli adulti riescono a dare esempi efficaci, una suora si lamentava perché i suoi alunni erano vittime del consumismo, poi parlando è emerso che lei utilizzava un’auto di discreto valore, un parcheggio riservato, un’abitazione con ascensore, vi era chi le cucinava il cibo, in pratica pur non possedendoli aveva tutti i beni e le comodità di una vita caratterizzata dal consumismo. Questa crisi, che crea grandi problemi ai giovani ed ai più deboli, ha almeno il vantaggio di obbligare gli adulti a rinunciare a qualche cosa, perché l’educazione dell’animo è fatta di rinunce e si spera che questa crisi possa portare all’indignazione per quello che non va e dia il coraggio di cambiare.
Dopo la pausa pranzo, si sono quindi costituiti dei gruppi di lavoro ove tutti hanno potuto ripensare e far risuonare i contenuti delle relazioni della mattinata ritenute più interessanti e chi lo desiderava ha anche potuto porre ai relatori domande per approfondimenti.
Infine ha chiuso i lavori fra Brian Pierce o.p. Promotore generale per le Monache domenicane. Un intervento di elevata spiritualità fortemente legata alle situazioni umane, che ha richiamato le prime esperienze dai frati domenicani, presso l’isola Española, oggi Repubblica Domenicana, all’indomani della scoperta delle Americhe. Fra Pedro de Cordoba priore del convento domenicano va a piedi presso la sede del Governatore, figlio di Cristoforo Colombo e, superando forti disagi, ottiene di poter parlare con le popolazioni indigene. L’incontro avviene in chiesa, dove fra Pedro predica non dal pulpito ma seduto ad un banchetto, con la semplicità con cui parlava Gesù, descritto nei vangeli talora accovacciato, talora seduto su una panca o al pozzo con la samaritana. Postosi così al loro livello, si accorge della ricettività degli indios, comprende la loro condizione e riesce a farsi ben capire, così che loro vedono nelle sue parole il volto di Dio. Questo è l’atteggiamento del frate mendicante, ma non si può predicare efficacemente con una vita troppo confortevole,  senza la preghiera e l’ascolto degli altri. Fra Brian termina il suo intervento sottolineando la necessità di uscire dal benessere per poter essere aperti al cambiamento ed al soffio dello Spirito.
La dott.sa Morgante, dopo aver rivolto un saluto a fra Prakash Lohale o.p. e a fra Wilmer Rojas Crespo o.p., giunti nel pomeriggio dalla Curia di Santa Sabina, conclude la giornata preannunciando altri incontri ed una prossima pubblicazione su questi argomenti. Auspica che questo seminario abbia raggiunto gli scopi che si era prefissato, constatando che la giornata è stata ricca di temi e di suggestioni che potranno crescere in ognuno dei partecipanti.
Il Resoconto integrale è sul sito: www.giustiziaepace.it

Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

I due professori

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Vi erano in una università di questo mondo due celebri professori che avevano letto migliaia di libri e centinaia ne avevano scritti nella loro lunga carriera. Erano stimati da tutti, e tutti, quando passavano i due sapienti, si levavano tanto di cappello. Una volta i due grandi professori furono invitati  alla televisione. Per due ore di trasmissione fecero restare a bocca aperta milioni di persone. Il loro modo di esporre gli argomenti era così limpido che riuscirono a dimostrare l’esistenza di Dio. Dimostrazione che solo i duri di cuore e in mala fede avrebbero, dopo tale dotta e concreta argomentazione, potuto negare.
Le due celebrità erano fermamente convinte e coscienti di aver contribuito con la loro dottrina ad alzare il velo che copre misteriosa- mente il volto di Dio. Finita la trasmissione, andarono in salotto e si sedettero per bere un caffè. Erano attenti e silenziosi a gustare il caffè quando si sentì un tuono. I due professori si guardarono un momento e poi uno disse all’altro: “Abbiamo fatto appena in tempo a rientrare, tra poco pioverà”.
L’altro annuì in silenzio. Un secondo tuono più fragoroso del primo, subito seguito da una grossa luce, li fece cadere per terra dalla paura. I due sapienti si rialzarono con una tremarella che tutta la loro scienza non era capace di fermare. Intanto in fondo alla sala videro una luce, come una lampada vivissima ed in mezzo alla luce apparve loro la Madre del Signore.
Era vestita come una donna del nostro sud quando è in lutto ed aveva il volto triste quasi fosse lì lì per piangere. I due uomini caddero in ginocchio mentre l’apparizione prese a parlare:
“Carissimi fglioli, mentre voi discutevate sull’esistenza di Dio, sulle processioni trinitarie, sugli attributi di Dio e sulla male fede di chi non crede, sono morti quarantatré milioni di esseri umani. Sono triste perché uomini come voi e con la pancia piena si accapigliano e studiano tutta la vita per sapere da che parte è la verità e anche voi, questa sera, alla televisione facevate a gara per non essere uno meno dell’altro i difensori della fede nella esistenza di Dio Padre.
Intanto, però la fame, la guerra e le ingiustizie continuano a far morire i  gli di quel Dio di cui vi vantate di dimostrare l’esistenza. Vi date da fare per presentarvi un giorno davanti a mio Figlio fulgenti di meriti, carichi di ovazioni e rivestiti di buone parole. Gli altri, quelli che voi considerate duri di cuore, invece arriveranno al giudizio solo con la loro fame, la loro sete, la loro nudità. La misericordia di quel Dio di cui sottolineate l’esistenza mi ha mandato ad avvertirvi. Egli sta per giudicare i cristiani per aver falsato la fede in Lui e stravolto le parole che  ha lasciato il mio figlio Gesù. Si falsifica la fede quando la si trasforma in filosofia, in parole a cui non segue la vita. Certo - soggiunse la Vergine - falsifica la fede chi nega la divinità di Gesù,hi nega la divinità di Gesù, chi disprezza l’Eucaristia, ma anche voi che dite di aver fede, la falsificate quando tollerate un mondo in cui possono morire di fame quarantatré milioni di esseri umani. Non serve ritenersi ortodossi nella fede e giusti solo perché si va a Messa la domenica, si asserisce di credere in Dio e non si fa nulla per i fratelli. Non ha forse detto Gesù che chi dice di amare Dio e non ama il più piccolo e il più derelitto degli uomini è un bugiardo? Il cristiano è colui che parla bene ed opera bene, altrimenti è un venditore di parole. Dio non ha bisogno di propagandisti ma di testimoni. Quel signore che non ha capito nulla dei vostri discorsi e spesso è convinto di non credere in Dio è gradito agli occhi dell’Altissimo perché vive in pieno la legge dell’amore”.
Dette queste parole la visione, scomparve. Prima un tuono piccolo, poi un tuono grande. I due uomini si ritrovarono in ginocchio con il volto stravolto, quasi si vergognassero di guardarsi l’un l’altro, perché ognuno dei due vedeva nel volto dell’altro la propria immagine. Passarono così alcuni minuti che sembrarono lunghi come tutta la loro vita ed in cui rivissero la carriera universitaria, gli incontri, gli applausi ricevuti e piansero. Ambedue si accorsero che è possibile per il cristiano parlare di Dio amore e poi relegare l’amore soltanto ad un concetto intellettuale. La parola vera senza l’amore vero non rende un servizio alla verità. Non è possibile continuare a vivere in un mondo diviso tra ricchi e poveri, tra sazi ed affamati. Capirono che senza giustizia anche la parola pace esprimeva concetti di guerra. Il più vecchio dei due si alzò e trovò sul tavolo un Vangelo aperto. L’uomo lo prese in mano e lesse: “Venite, benedetti del padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché ho avuto
fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti diranno: “Quando Signore ti abbiamo fatto questo?”. In verità vi dico: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli l’avrete fatto a me”. Il più giovane trovò un libro di poesie scritte da un suo alunno. Lo aprì e lesse una di quelle poesie. L’alunno aveva scritto:

SONO STANCO DI PAROLE

Parole, parole
Assordanti rombanti
Leggere o pesanti.
Gettate a manciate.
Veleggiano rapide
Invadono il mondo.
Gramigna di verbi
Non pesate.
Illusorie, pietose
Sferzanti.
Cattedrali di aggettivi
Senza senso
Vuote.
Di veleno
Di morte.
Venditori di niente.

I due professori illuminati dalla grazia si vergognavano e piangevano pentiti perché avevano sempre vissuto soddisfatti di essere stati al servizio della verità, dimenticando che la verità senza l’amore non è verità, e le parole, senza la vita, puzzano di morte.

Momenti di vita, Ed. Agognate, Novara, 2011

Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

La Cananea

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Quando la donna lasciò Tiro, cominciò la pioggia. Come tutti gli abitanti della città, aveva atteso quella pioggia con grande trepidazione, ora che questa tornava a dare vigore alla terra arsa, le dava problema. Le sembrava l’ultima beffa del cielo. La decisione di partire le era costata lacrime e sonno ed ora la pioggia aggiungeva al suo dolore anche la fatica e il disagio. Si strinse nello scialle e proseguì imperterrita il cammino. Una donna che cammina da sola non può permettersi indugi e prima che il sole vada a dormire, anche lei doveva trovare dove riposare.
Era una donna decisa, temprata come il ferro, e l’acqua non avrebbe fatto più danni di quanti già ne avesse procurati la siccità. Per lei, risolvere il problema della figlia valeva più di un raccolto.
 Camminando verso Zarepta pensò a suo marito, morto troppo giovane. L’aveva lasciata con una figlia malata e poca terra che le permetteva di non morire di fame. Allungò il passo, incurante della pioggia, trattenendo a stento le lacrime, che sempre spuntavano quando alla mente si affacciava la figura del marito. Sapeva che lui non sarebbe tornato in vita ed ora era determinata a non perdere anche l’unica figlia che aveva. Doveva raggiungere assolutamente Zarepta e non c’era acqua che la potesse fermare. Non riuscirono a trattenerla in casa le grida della figlia, né i consigli di parenti ed amici. Neppure il temporale sarebbe stato capace di fermarla. La pioggia non dava tregua. Il cielo, chiuso per mesi, si precipitava sulla terra con furia selvaggia. Solo un pazzo avrebbe osato uscire di casa.
 Pazza era stata definita, dai vicini di casa, quando aveva manifestato il desiderio di rivedere quel Rabbì che veniva da Nazareth e che, alcuni giorni prima, aveva predicato nella sua città. Anche lei, come molti,  non aveva compreso gran che di ciò che diceva, però di lui ricordava con precisione gli occhi. Era bastato che quel nazareno la guardasse per un breve attimo per sconvolgerla. Si era sentita come un ladro che si accorge di essere visto mentre sta commettendo un reato.
“Quell’uomo sa tutto di me”, fu il convincimento che la indusse a lasciare il gruppo che ascoltava il Maestro. Non le piaceva che altri scavassero nel suo dolore. Era già difficile tenere a bada le vicine di casa, quando sua figlia veniva presa da quella strana malattia che, in pochi attimi, la trasformava in una specie di bestia che mandava schiuma dalla bocca ed urlava come un animale feroce. Doveva allontanarsi perché quello straniero, dagli occhi di fuoco, non indagasse oltre.
Passò la notte a riflettere e quando, stanca, tentò di prendere sonno, ecco apparirle gli occhi dell’uomo di Nazareth. Fu presa da un ripensamento doloroso e purificatore che le riportò alla memoria tutta la sua vita di donna, di sposa, di madre.  In quella notte  sentì il peso e l’inutilità della propria vita.
Si era sposata per amore e per amore, almeno così aveva creduto, aveva spinto il giovane marito a lasciare lei alla cura dei campi, in modo che lui potesse guadagnare di più facendo il pescatore. Era stato il suo egoismo e il suo desiderio di ricchezza a spingere un contadino a cambiare mestiere. Il denaro le sembrava sempre troppo poco, così dopo una tempesta, perdette barca e barcaiolo. Perdette anche la figlia che, abbandonata a se stessa, si caricò di fantasmi e paure.
 Rivide la sua storia con occhi nuovi, avvertendo contemporaneamente come un senso di sollievo e di riconoscenza verso il giovane Rabbì. Non riusciva a dormire e tremava dal freddo, ma il suo tremore era soprattutto legato a quel tipo di donna nuova che sentiva nascere in lei.
 Sapeva di appartenere ad un popolo notoriamente nemico di Israele, aveva un passato di egoismo e di cupidigia. Malgrado ciò sentiva che lo sguardo di quel giudeo le stava cambiando la vita.
Al mattino aveva deciso di andarlo a cercare ancora. Si alzò di buon’ora e corse, di casa in casa, cercando di sapere di più su quello straniero. Non seppe un granché. Gli abitanti di Tiro, ricchi e orgogliosi, lo avevano ascoltato con sufficienza e guardato dall’alto in basso. Seppe, però, che si chiamava Gesù e che andava proclamando un regno di giustizia e di pace ed accompagnava la sua predicazione, con prodigi. Miracoli, dicevano alcuni. Altri sostenevano che era  una specie di mago. Sentì ripetere la stessa frase: “Cosa di buono può mai venire da Israele? da Nazareth, poi?”; mentre  guardavano con occhi increduli quella donna che cercava lo straniero pazzo che si proclamava simile a Dio.
Soltanto dopo diverse ore di affannosa ricerca trovò chi seppe darle la notizia che cercava; il Rabbì era andato a Zarepta.  Alla donna non interessava di sapere altro. I giudizi della gente di Tiro non la riguardavano.
Spiegò alla figlia che sarebbe andata a Zarepta. Questa, non volendo che sua madre la lasciasse sola, iniziò ad urlare. La donna, incurante delle grida, chiese alle vicine: “Ho bisogno di rivedere con urgenza quel Gesù di Nazareth che abbiamo conosciuto ieri qui a Tiro, sento che solo lui potrà risolvere i miei problemi. Per favore, date un’occhiata a quella sventurata figlia mia”.
Fece la sua richiesta come chi é assillato da grande fretta, senza neppure ascoltare le risposte e non tenendo conto del temporale si mise in viaggio.
Non fu un cammino facile. Giunse a destinazione in piena notte. La pioggia era cessata, ma la donna, bagnata fino al midollo delle ossa, sembrava ancora più folle della figlia quando era assalita dal male. All’ingresso della città si gettò più morta che viva in un fienile. Era febbricitante e voleva riposare. Sei ore di cammino sotto la pioggia avrebbero ucciso anche un mulo. Lei era lì, rotta in tutte le giunture, con i muscoli a pezzi, ma più che mai decisa ad incontrare Gesù di Nazareth.
Quando la mattina si alzò da quel pagliericcio, la donna Cananea, era serena. Non sapeva se Gesù le avrebbe guarito la figlia, ma già sperimentava la propria guarigione. Si sentiva rinata. Non era più la stessa. Era stato sufficiente lo sguardo penetrante di Gesù di Nazareth per darle la forza di tagliare i ponti dietro di sé.
Da Tiro a Zarepta vi sono circa venticinque chilometri, ma alla donna sembrava di aver percorso un milione di chilometri, forse più. Si era lasciata dietro un mondo che, non appartenendole più, intravedeva lontanissimo. Non aveva più niente da perdere: non rispettabilità, non ricchezze, non considerazioni umane. Ciò che desiderava, anzi ciò che voleva, era solo la guarigione della figlia. Se questo non fosse stato possibile, si sarebbe accontentata soltanto di attingere, da quel Gesù, la forza di continuare a vivere.
La febbre, la veglia, la stanchezza, invece di lasciarla prostrata aumentarono in lei quella forza che sentiva dentro e che la spingeva alla ricerca di Gesù.
Lo trovò in una piazzetta di Zarepta circondato da una folla di gente. Il Maestro stava parlando di ciò che era puro ed impuro ed aveva finito di spiegare che provengono dal cuore i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie, quando la donna si mise a gridare:
 “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio!”.
Tutti si rivolsero verso di lei, chi imponendole di tacere, chi trattenendola con la forza, chi rivolgendosi a Gesù, sottintendendo di lasciar correre, di non ascoltare.
“Poveretta -  dicevano - è pazza”.
Di fatto il Maestro sembrava non averla neppure notata e seguito dalla folla si accingeva a lasciare la piazza. Vedendolo allontanarsi la donna, con una energia incredibile, sfuggì da chi la voleva trattenere ed urlando ancora più forte gridò: “Pietà di me Signore, Pietà di me!”.
C’era trambusto. La gente si accalcava, non bastavano tre uomini a trattenerla. Sgusciò come un serpente, correndo ed urlando:
“Non puoi non esaudirmi! Ho bisogno del tuo aiuto! Signore abbi, abbi pietà di me!”.
I discepoli del Maestro non sapevano che cosa fare. C’era imbarazzo tra la gente. Molti sentivano pietà per quella donna ed alcuni discepoli parlarono a Gesù a favore di lei:  “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro!”.
Gesù si fermò. Sembrava guardasse per la prima volta la donna. Il suo volto non tradiva nessuna emozione e con calma disse: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”.
La donna, che aveva ascoltato con grande attenzione la risposta del Nazareno, non si scoraggiò e con più forza gli chiese di aiutarla.
Gesù a quelle grida sembrò rimanere indifferente tanto che soggiunse in tono brusco: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”.
La donna cananea non si sgomentò, né si offese delle sue parole dure. Sapeva che quell’uomo poteva aiutarla. Non poteva essere diversamente, visto che era bastato un suo sguardo per farle gettare via le sue presunte sicurezze.
 Il male di sua figlia era diventato il suo male e capiva che, se con uno sguardo fugace di quell’uomo, in lei era avvenuto un miracolo, perché non doveva credere che anche per sua figlia si potesse ripetere il miracolo?  La risposta che la donna dette al Maestro era ricolma di certezza. Imperterrita, e tra lo stupore degli astanti, gridò:
“E’ vero Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Dicendo così, la donna si aggrappò ai piedi di Gesù e nessuno sarebbe riuscito a toglierla di lì. Sembrava ripetere con il corpo quello che già aveva detto con la bocca: “Fai come vuoi, ma io non vado via se prima non mi dai ciò che chiedo”.
Gesù la rialzò dicendole:  “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”.
La donna baciò i piedi del Rabbì si alzò certa della guarigione propria e della figlia.

Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

Granello Granellonis

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Le fiabe sono vestiti che s’indossano nei giorni di festa.

Tra tutti i granelli di sabbia Granello Granellonis credeva di essere il più importante. La storia non dice se effettivamente lo fosse; però, con certezza, sappiamo che era il più indipendente. Si intrufolava ovunque ed era sufficiente un pochino di vento per renderlo un folletto dispettoso. Nella spiaggia dove era nato e dove regnava lo si vedeva ergersi, saltare e spesso pizzicare il corpo di ogni altro essere che osava inoltrarsi nella spiaggia. Quando scendeva la sera e la spiaggia tornava deserta, Granello Granellonis riposava con le sue gambine appuntite divaricate, guardava lontano, triste di non poter mostrare a nessuno la sua forza. Un giorno imprecisato una formica gli mostrò la lingua e gli dette uno spintone, dicendogli con voce cattiva: “Togliti di mezzo, brutto granellino”. Nessuno lo aveva mai definito brutto. Ci rimase tanto male da restare a bocca aperta. Si fa per dire, a bocca aperta, perché questa era quasi invisibile e perfettamente uguale a miriadi di altre bocche che hanno i granellini di sabbia. Lo sbalordimento per questa scoperta lo frustrò così tanto che, per la prima volta in vita sua, si vide quasi moltiplicato all’infinito. La meraviglia si tramutò in stupore poi in stizza e quindi in rabbia così possente da scuotere il mucchietto di altri granellini con cui fino a quel momento era vissuto, credendo di essere un tipo speciale. Subito li costrinse a rotolare per un declivio. Nella baraonda che seguì si ritrovò malconcio sotto un mucchio di altri granellini. Si alzò in piedi, si soffiò il naso, si dette una spolverata al vestito e sdegnosamente si allontanò dagli altri andando a meditare solitario su uno scoglio vicino al mare.

Furono meditazioni di grande tristezza. Si accorse di essere vissuto nell’incoscienza per tanti, troppi anni. Si batteva la testa minuscola con le sue manine, disgustato di vedersi così uguale a tanti, tantissimi altri granellini.
“Non c’è giustizia in questo mondo perché a me non è data nessuna qualità, nessun attributo che mi distingua o faccia notare la mia personalità. Non emergo in nulla, non brillo, non mando odori particolari, non vesto come i fiori, non scrivo come i poeti, non faccio di conto come i banchieri, non dipingo, ed ho un viso ed un comportamento talmente comune da non essere mai notato. Io sono l’inutilità della creazione!”

 I libri su cui abbiamo studiato la sua storia non fanno cenno al suo passato. Non sappiamo perciò con certezza chi furono i suoi genitori e la data della sua nascita. Molto probabilmente era nato dalla grande montagna.
 La sua storia inizia nell’estate del 1586 in una spiaggia delle attuali Antille e  termina in una cassetta di sicurezza della città di Milano nel 1986.
Ma andiamo con ordine, così come si conviene ad uno storico cavilloso ed esatto come il sottoscritto.
Da fonti attendibilissime sappiamo che nell’estate del 1600 nelle Antille vi fu un caldo così feroce che anche le nobildonne spagnole, a tutti note per la loro estrema pudicizia, si riversarono nella spiaggia, a bere succo di cocco e a respirare a pieni polmoni l’aria frizzante del mare.
Per Granello Granellonis fu una estate stupenda; mai aveva visto tanta carne umana in cui intrufolarsi. Il codice X dice testualmente: “ Al dì sei del mese di agosto la marchesa Vincenza Rosaria Carmen del Pilar Moreno si recò con il suo seguito di damigelle e paggi, otto dame, cinque cavalieri e sei paggetti (il codice K dice che le dame erano invero damigelle indigene e di numero tre. Nessun cavaliere ma soltanto due paggi nativi ben proporzionati) sulla spiaggia a rinfrescare la sua graziosa gola arsa per aver gentilmente voluto rendere omaggio ai nativi bevendo un liquore chiamato tequila. Riposando la marchesa su un grande seggiolone, portato su detta spiaggia dai paggi, la nobildonna si addormentò incautamente con la bocca aperta, quando una lieve brezza fece volare nel cavo orale, di detta marchesa, un granellino di sabbia”. É facile arguire chi fosse il non gradito ospite nella gola della marchesa.
Per non annoiare oltre i nostri amati lettori vi riassumo il codice da me studiato che indugia, oltre ogni dire, sulle convulsioni della detta marchesa e dello sgomento di tutto il seguito con lei seco. Sembra che anche il cattolicissimo Re della Spagna ne fosse informato e che le inviasse dalla nativa Spagna una scatola di cioccolatini (questo particolare, ad onor del vero, non l’ho riscontrato nel codice K).
 

La nobildonna, dopo l’incidente, fu, con grande cura, adagiata in un lettino di canne di bambù prontamente attrezzato, perché  respirava a fatica. Furono chiamati d’urgenza i migliori medici del luogo, i quali, radunati a consulto, decisero di alzare per i piedi la signora mettendo la sua testa verso il basso. Operazione quanto mai complicata perché la signora quel giorno indossava cinque sottovesti e una veste di broccato che si ripiegarono sulla povera marchesa quasi soffocandola del tutto.
Sarebbe interessante scrivere in questa relazione le parole di biasimo proferite dalle damigelle, ma la decenza vieta a uno storico serio, quale io sono, di riprendere simile sconcezze. Dopo alcune ore di sconvolgente ginnastica, e non essendo i medici riusciti a far uscire dalla gola della marchesa quello sfacciato granellino, desistettero, sia perché stanchi (la marchesa pesava 96, 500 kg.) sia perché sentivano il bisogno di ritrovarsi  da soli in un nuovo consulto più ponderato.
I poveri dottori non sapevano che nella nobilissima gola della marchesa era entrato il più impertinente e il più elettrico dei granellini di sabbia di tutte le Antille.
Per farla breve, mentre essi si scazzottavano tra loro per far prevalere ognuno la propria tesi, la marchesa, con un gesto energico, indicò di portarle la bottiglia di tequila. Ordine subito eseguito da un certo Juan, servitore cavaliere della dama. Il liquido non era ancora entrato nella nobile gola che Granello Granellonis all’odore aspro della bevanda, iniziò ad agitarsi in modo così poco verecondo che la nobile signora più che immettere tequila espulse quella bevuta la mattina.
 Travolto da un fiume acidulo, Granellino provò, per la prima volta nella sua vita, il senso della disfatta. Si vide precipitato in una specie di buca dove vivevano, ammassati uno sull’altro, tanti granelli di sabbia, umidicci, pesanti, nauseabondi. Granello tentò una fuga. Cercò, con tutte le sue forze di saltare come aveva sempre fatto, ma le sue gambette non lo tenevano e ripiombò sugli altri granelli che occupavano la buca. Le proteste si tramutarono subito in grida: “Chi pensi di essere?” urlarono i granelli abituati all’inerzia. “Non lo sai che la nostra storia è segnata? Prima o poi il mare ci riprenderà e allora hai poco da lamentarti. Devi dare addio alle corse veloci su e giù per la spiaggia. La vita è breve e tutto si consuma”, gridarono. Granello Granellonis piombò in una tristezza infinita, certo di morire da un momento a l’altro.


Passò l’estate del 1600 a cui seguì un inverno terribile per le Antille. Il vento faceva lotta acerrima con il mare. Fischi e ululati mai visti a memoria di storico. Il mare si alzava così tanto da imbrigliare il vento che spesso trascinava nel suo ventre gigantesco. Di questa lotta tremenda a farne le spese fu la povera spiaggia che subì la violenza del vento e la ferocia del mare che, senza pietà, la scavava, la rigirava, la inghiottiva e la ricreava in continuazione.
 Granello fu risucchiato e riportato nel ventre del mare da dove proveniva. L’acqua fredda lo svegliò dal torpore  in cui lo aveva gettato quel terribile odore di tequila e, miracolosamente, ritornò un granellino presentabile, quasi nuovo. Nuotava, saltava, sprizzava gioia e vita da ogni atomo del suo minuscolo corpo. Più le onde si ergevano come montagne e più lui godeva della ritrovata libertà. Ogni tanto incrociava altri granellini che si tenevano le mani sul capo per la paura di perdersi nel grande oceano, mentre lui rideva contento. Con il vigore ritrovato non aveva più paura.
“Sciocchi”, ripeteva ai compagni che vedeva trascinati dalla corrente, “Lasciatevi andare, non sentite la brezza della libertà?”
Nessuno però lo ascoltava e i più lo consideravano matto, scuotevano la loro testolina e si domandavano angosciati:
“Che libertà vi può essere mai per dei poveri granellini di sabbia?”
Si sentivano  soltanto sbattuti, trascinati dalla corrente, in balia di forze più grandi di loro.
Il codice X, a cui mi rifaccio, sottolinea con forza come Granello Granellonis fosse un autentico idealista, un sognatore. Lo presenta infatti come un granellino tenace, orgoglioso di essere ciò che era.
“Sono piccolo, si diceva, ma faccio parte del creato, sono importante almeno quanto il mare che mi avvolge e sono figlio della grande montagna che ha dominato questo mare per secoli”.


Una balena che passava da quelle parti sentendolo ragionare così gli disse: “Butta via questi pensieri, specchiati nei miei occhi e vedrai quello che realmente sei, un povero, minuscolo, inutile granellino”.
“É vero, rispose paziente, ma un piccolo granellino di sabbia è come un seme che porta vita e perciò sono utile”.
In altre parole Granellino era orgoglioso di esistere e si sentiva di fare parte del grande mare. A tratti ricordava la grande madre da cui proveniva e la vedeva ergersi maestosa al di sopra delle acque con lunghi capelli fluenti e verdissimi che si lasciavano accarezzare dal vento e dal sole. Questa sua madre la ricordava, anche se in modo confuso, imponente e così tanto generosa da ospitare ogni genere di animali. Ricordava benissimo le storie che i granellini più anziani gli raccontavano quando era bambinello. Essi narravano di una voce potente che aveva promesso ad un certo Abramo, uomo importantissimo tra gli altri uomini,  di rendere la sua discendenza numerosa come i granelli della sabbia del mare. Poi, sempre con voce seria ricordavano che anche Gesù di Nazareth aveva paragonato il suo regno ad un granellino.
Purtroppo non possiamo seguire, passo dopo passo, la storia di Granellino perché il codice K,  secondo noi più veritiero, interrompe il suo racconto con la tempesta. Però, seguendo il codice X, possiamo documentare le avventure del nostro Granellino Granellonis, con un certo grado di prudenza.
L’autore del codice X ci porta, con la sua fantasia, a seguire il nostro personaggio, dopo la ritrovata libertà nelle acque del mare oceano. Sembra vederlo correre di onda in onda, di spiaggia in spiaggia fino al giorno in cui, e qui il codice è preciso, fu di nuovo prigioniero e questa volta per sempre.


“Nell’anno del Signore 1680 Granellino si posò, come soleva fare, sopra una roccia non molto grande di una splendida baia. Erano passati molti anni dalla sua prima avventura e l’agilità non era più il suo forte e Granellino, come d’abitudine, si sdraiò con le gambine divaricate e subito si addormentò su quella roccia. Dormì tanto e saporosamente per molti anni. Quando si svegliò sentì nel suo corpicino come un certo irrigidimento. Sembrava come se la grande roccia da cui era nato lo volesse di nuovo incorporare a sè. Provò ad alzare una gamba, ma quella non obbediva più ai suoi ordini. Tentò di sollevare la testa, ma neppure questa si muoveva. Stava per lanciare un urlo di disperazione, quando il grido gli morì in gola e i suoi occhi videro con terrore che tutto il suo corpo stava per essere avvolto da una specie di ventosa molliccia. Il poverino tentò di liberarsi, ma i suoi sforzi furono vani perché in brevissimo tempo quella specie di animale si raggomitolò sopra di lui e fu la fine”.
Non vi spaventate, cari bambini, perché tutto ciò che ci sembra finisca ha invece un nuovo inizio. Niente avviene a caso e  la morte e la vita si fanno ogni giorno guerra ma, al tramonto del sole, la vittoria è sempre della vita. Così Granellino, come tutte le cose che muoiono, si trasformò in una perla preziosa. Ecco come avvenne:
Nel 1920 un pescatore di ostriche ne trovò una particolarmente grande che non portò al mercato ma decise di mangiare lui. L’ostrica pesava circa 500 grammi  e dentro vi era un mollusco ben pasciuto tanto che il marinaio pensò di tagliarlo in due e dividerlo con il suo bambino, ma la lama del suo coltello trovò un ostacolo. Il mollusco aveva come una pietra nel suo interno e con meraviglia il marinaio scoprì che il mollusco teneva avvolta nella sua carne una perla bellissima.
Granello Granellonis aveva contribuito con la sua morte a creare la perla.

Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

Lupi e pecore

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In un paese immaginario (il nome vero non posso dirlo) viveva un Lupo dal nome, se non ricordo male, preso di sana pianta da un libro sacro per gli uomini. Il suo nome era: “IO SONO”. Governava il suo branco con la certezza di essere non solo il capo, ma anche il padrone indiscusso di tutti gli animali della foresta. Aveva tane lussuosissime, un esercito di lupacchiotti al suo servizio e tante lupe che lo adoravano. IO SONO era consapevole di essere il più potente e il più intelligente dei capi della foresta. Nessuno sapeva raccontare fiabe e cantare come lui. Non c’è da meravigliarsi se il suo branco era il più numeroso e il più attrezzato. Non tutti nella foresta potevano permettersi di avere un condottiero che non sbagliava mai ed era applaudito anche da animali che di caccia non se ne intendevano.

 Qualche volta, a dire il vero, il re della foresta aveva ruggito contro il suo modo di governare, ma IO SONO aveva al suo servizio più di cento iene che difendevano il suo operato. Possedeva trappole giuste per la caccia, e una capacità d’azione che  anche il grande Orso riconosceva. La sua organizzazione era così perfetta e così efficiente da essere invidiata da molti animali  ed imitata da altri gruppi, elogiandone la struttura ed esaltandone lo spessore morale.
Sarebbe difficile anche solo citare le grandi battaglie che IO SONO  aveva fatto in favore dei gorilla, ingiustamente accusati di rapina. Lui era convinto che la legge della giungla fosse sbagliata perché non premiava la libera caccia, mentre  i nulla facenti senza ingegno pretendevano di essere trattati alla stessa stregua di chi aveva faticato e lottato per il bottino accumulato. Sosteneva: “La caccia intelligente va premiata. Guardate le cicale: cantano, cantano, ma non producono nulla. Perché premiarle? Una tana o un nido appartiene a chi ha la capacità di saperselo conquistare e conservare. Tutti gli altri sono oziosi o invidiosi”.
Il lettore deve assolutamente tener presente che IO SONO e i suoi lupi erano particolarmente devoti al Dio Mida, ne osservavano scrupolosamente gli insegnamenti, ed erano generosissimi verso i suoi ministri. Per non parlare della libertà di cui godevano i membri del gruppo, basti dire che potevano cacciare ovunque e senza limiti. Così molti, attratti da tale forza, cercavano di farselo amico accettando ordini, senza battere ciglio.
 Purtroppo IO SONO si trovò ben presto in difficoltà perché  le pecore fannullone, aizzate da un cerbiatto invidioso, tentarono di cambiare il governo della foresta. Avevano, udite, udite, la pretesa di avere pascolo ed acqua, se non proprio come i lupi, ma a sufficienza per vivere. Si erano montate la testa sostenendo che la foresta non era solo retaggio dei lupi ma apparteneva a tutti gli animali. La sommossa mandò su tutte le furie IO SONO che convocò i capi più rapaci del suo branco. Dimostrò che un Cerbiatto teneva in schiavitù un gregge enorme di pecore e le stava sobillando per portare guerra ai lupi e togliere loro quei privilegi che si erano conquistati con valore ed onestà. Al contrario le pecore, pur essendo incapaci di cacciare, erano tante e usavano tantissima acqua e pretendevano pascoli che non avevano conquistato con lo stesso ingegno dei lupi.
“Per noi – disse -  è questione di vita portare libertà nella foresta, non possiamo permettere che un Cerbiatto qualunque inquini il nostro spiccato senso di libertà e di democrazia; è assolutamente necessario fermare chi ci vuole privare dell’uso dell’acqua a nostro piacimento e di scorrazzare come sempre abbiamo fatto nei prati. Cerbiatto è invidioso della nostra forza e dal fatto che non è capace di organizzare feste come facciamo noi. Dopo tanti anni di moralità e di governo limpido come il nostro un Cerbiatto, invidioso ed incapace di governare, vorrebbe mandarci via. Farci pagare la gioia di vivere. Pensate che tristezza se nella foresta non si dovessero più sentire i nostri ululati né più vedere i nostri balli. Ci vogliono togliere acqua e tane: ma noi non lo permetteremo.
 È nostro compito fermarlo. Andate ovunque si radunano animali e ululate l’onestà del nostro modo di gestire la foresta. Non lasciatele belare, ululate ancora più forte promettendo diritti, giustizia, rettitudine ed onestà e vi accorgerete che molti saranno ancora con noi. Promettere non costa nulla e le pecore, come ben sapete, sono credulone ed hanno bisogno di favole”.   
Il suo grido di battaglia si propagò in tutta la foresta.
Grandi applausi si levarono dall’assemblea e molti gridarono: “Evviva!”.
 Si organizzò l’invasione di quel territorio e persino gli svogliati pappagalli presero parte alla spedizione. Non c’è nessuna meraviglia se uno dei pappagalli ebbe grandi applausi quando andando nel covo del grande Lupo elogiò il suo operato.
La storia racconta che il Cerbiatto fu sconfitto, ma con dolore essa deve anche scrivere le efferatezza di quella guerra. Perché, e questo tutti gli animali dovrebbero averlo imparato, i lupi vincono e le pecore sono sempre  perdenti. Migliaia di pecore persero la possibilità di continuare a brucare nel loro ben misero pascolo, i loro ovili furono distrutti, la loro dignità calpestata.
Purtroppo allo stato attuale il cronista non può ancora scrivere la parola fine a questa ennesima guerra e dubita che la democrazia sarà impiantata in quella foresta. Onestamente crede sia difficile perché le pecore sono come le allodole e spesso si lasciano ingannare dagli specchietti dei rapaci lupi. Può però sperare che anche per i lupi arriverà il giorno in cui usciranno di scena lasciando la foresta più depredata che mai.

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