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Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

Incontro di Fraternita

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“I laici di S. Domenico - disse Pio XII in un Congresso del Terz’Ordine Domenicano (29 Agosto 1958) - sono un gruppo scelto di laici dediti ai maggiori obiettivi dell’apostolato contemporaneo”. In particolare oggi siamo chiamati a svolgere compiti speciali nella missione di salvezza della Chiesa; siamo testimoni privilegiati del vangelo nelle “cose del mondo”. A questo proposito cerchiamo “sulla nostra ZATTERA” di navigare e di svolgere questo “compito speciale”  in modo semplice, incontrandoci e perchè no anche scontrandoci, ma insieme, perchè così sarà più facile per tutti!    
Luca Dentis ci riassume così la Giornata di Fraternita

La Giornata di Fraternita di dicembre è stata dedicata allo svolgimento di un lavoro di approfondimento su alcuni dei temi suggeriti da Fra’ Carlos Linera durante la sua conferenza di inizio novembre. Ci siamo divisi in 3 gruppi, chiamati ad approfondire i 3 principali
spunti di riflessione emersi dall’esposizione di Fra’ Carlos:
1) l’accoglienza (spesso tradita) del prossimo;
2) l’incoerenza della predicazione “dissociata” dalla vita vissuta;
3) sfide al nostro stile di vita suscitate dalla riflessione sui punti precedenti.
Al lavoro svolto dai singoli gruppi è seguito un momento di sintesi comunitaria, dal quale sono emerse le seguenti sintetiche considerazioni:
1) accoglienza tradita:
La nostra società ha perso di vista il valore dell’accoglienza quando, circa trenta anni fa, si è lasciata condizionare in modo del tutto acritico dalla concezione neo-liberista della vita e dell’uomo, oltre che dell’economia. Si è imposto uno stile di vita basato sulla concorrenza e sul cannibalismo sociale, che esalta la competizione del mors tua vita mea e che nulla ha di cristiano e di umano, e per conseguenza è stata progressivamente abbandonata la dimensione delle genuine relazioni sociali. A questo proposito occorre tornare a sottolineare con forza che l’uomo non è un animale da competizione! Da parte sua, la politica ha con progressiva intensità insistito nel diffondere un clima di paura e di ricerca della sicurezza, assurta a valore assoluto, che contribuisce a escludere ed isolare lo straniero e il diverso, dai quali stare in guardia. Le ultime campagne elettorali hanno visto tutti gli schieramenti politici puntare molto sui voti derivanti dall’enfatizzazione di queste psicosi collettive. Tra i più clamorosi esempi di esclusione collettiva citiamo quelle ai danni degli anziani, dei malati, dei brutti e, in generale, dei deboli. Scendendo su un piano più vicino a ciascuno di noi, è esperienza di tutti che l’accoglienza dell’altro, già difficile in via di principio, lo diventi ancor più – paradossalmente – quando chi ci sta davanti fa parte della nostra famiglia, dei nostri amici più cari. In generale, la relazione con l’altro, già di per sé faticosa, diviene più difficoltosa quando si è legati da affetto e conoscenza profonda, che sembrano ridurre la capacità di sopportazione, di ascolto, di “credito” nei confronti del prossimo. Risulta più facile e meno coinvolgente relazionarsi con estranei bisognosi, come ad esempio, fare l’elemosina ad una persona per strada o prestare un aiuto concreto a qualcuno in difficoltà momentanea e che poi non vedremo più. L’accoglienza, infatti, trascende il momento della necessità che si può concretizzare con aiuto “concreto” e richiede necessariamente il coinvolgimento emotivo e l’instaurazione di una relazione personale. Come se non bastasse, di solito siamo molto più concentrati ad osservare e giudicare l’accoglienza che riceviamo piuttosto che quella che siamo disposti a riconoscere davvero agli altri. Forse manca il tempo per farlo, oppure sappiamo inconsciamente che, se lo facessimo, dovremmo alzare il velo sui nostri reali atteggiamenti, scoprendo i nostri pensieri più scomodi e vergognosi e verificando i nostri effettivi limiti nell’instaurare delle vere, durature e impegnative relazioni. In realtà sarebbe essenziale, per la nostra maturazione umana e cristiana, trovare questo tempo di sincera riflessione su noi stessi, e sarebbe utile iniziare a farlo con riferimento alle relazioni che intessiamo nella nostra fraternita, nei gruppi che frequentiamo, nelle nostre rispettive sfere familiari.

2) Predicazione dissociata dalla pratica:

Non si può non rilevare che dopo aver conquistato con fatica molti diritti civili nelle stagioni passate, ora la nostra società non esita a negarli agli estranei, anziché riconoscerli come valori universali. Un cammino all’indietro, questo, che ha evidenti ripercussioni anche in termini di aggressività sociale. Infatti, a dispetto dei messaggi buonisti spesso solo sbandierati, è diffusa nelle pieghe della vita quotidiana una rabbia serpeggiante decisamente pericolosa ed esplosiva, chiaro segno della sconfitta della nostra cultura e pessimo sintomo per il futuro. Anche in questo caso, le cose si complicano ulteriormente quando passiamo da un piano generale a quello particolare, che ci riguarda più da vicino. Se riflettiamo sulle nostre relazioni all’interno della fraternità non possiamo non riconoscere che, molto spesso, la nostra predicazione è dissociata dalla vita, che siamo ben poco disposti ad amare realmente e ad incontrare chi è naufrago (anche se il nome della nostra fraternita è La Zattera), chi è inquieto, ai margini, senza speranza.

3) Sfide sostenibili per il nostro stile di vita:

Di fronte alla complessità del nostro tempo occorre non scoraggiarsi ed essere consapevoli che il comportamento di ciascun individuo condiziona davvero anche quello degli altri. È importante abituarsi ad avere una maggiore consapevolezza nelle proprie scelte (politiche, energetiche, alimentari, di consumo, ecologiche, comportamentali, ecc.), facendo attenzione alle conseguenze sociali, in positivo o in negativo, che esse comportano. Tale consapevolezza richiede però una vera e propria conversione del cuore. Inoltre non possiamo sottrarci ad una maggiore attività sociale, che contribuisca ad una rinascita politica che ripensi proprio la base del patto sociale. Ma la sfida più importante che attende ciascuno di noi è quella di rafforzare il legame concreto tra il Vangelo, in cui dichiariamo di credere e che vogliamo predicare, e la nostra vita concreta. Nel nostro piccolo, si tratta di avere il coraggio di comunicare le difficoltà che incontriamo nell’accogliere l’altro; di riuscire a verbalizzare queste difficoltà magari alla persona che ci sta di fronte e che aspetta da noi un atto di accoglienza. Frequentare la fraternita e stabilire relazioni più coinvolgenti a livello emotivo, ponendosi continuamente la domanda “come sto accogliendo la persona davanti a me?”. Il prossimo passo, con la Giornata di Fraternita in programma a febbraio, sarà con il Dott. Andrea Staid  che ci parlerà dei problemi del lavoro.

Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

La luce del giorno dopo

La luce del giorno dopo è quasi irriverente, lancia il suo riverbero su ogni cosa che è lì, rimane ancora al suo posto, quasi a dispetto. A dispetto di ciò che è accaduto, dei tuoi sentimenti che vorrebbero un velo più accondiscendente al tuo ripiegarti, al volere che il mondo, o almeno il tuo mondo, si chiuda sulle tue ferite come fa l’ostrica quando inghiotte un granello di sabbia. Si, un giorno ci sarà una perla, ma quel giorno è molto di là da venire.
Pasqua è uno squarcio nell’anima, costringe ad una presa di coscienza di sé, della storia, del mondo.
A Natale ci si può anche un po’ cullare, c’è una bianca innocenza che tutto inonda, la neve, le nenie, persino una spiccia come me si attarda un po’a sistemare la statuina del bambino sulla paglia: il nostro Dio fatto uomo! davvero un grande mistero.
A Pasqua il dramma è compiuto e la nostra umanità ne è stata complice. Quel dono di Dio Padre muore appeso ad una croce, come un malfattore qualsiasi.
Verrebbe da dire che non può esserci un dopo. Ad una umanità così fatta, che chiude da sé la strada al futuro cos’altro vuoi dire? Cos’altro vuoi dare?
E un angelo appare, alle donne al sepolcro, a ciascuno di noi: perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Ecco il messaggio inaudito! La tomba è vuota, non può trattenere la Parola della Vita.
L’esistenza di ciascuno di noi è costituita da tanti giorni dopo. Quante esperienze concluse ci hanno costretto nel corso del tempo a rimboccarci le maniche e a continuare, anche se con la morte nel cuore; la vita non si ferma di fronte al dolore, non dà tregua, nonostante tutto costringe ad andare.
“Va’ dai tuoi fratelli e di’ che li precedo in Galilea, là mi vedranno”.
Ancora un tratto di strada, che non può più nutrirsi della speranza che le cose cambino o che un morto risorga. Si, lo rivedremo, nel Regno dei Cieli ma ora ci tocca portarne l’assenza.
Ancora uno strappo: la tua ascesa al Padre. Adesso si è completamente soli sulla terra e nella storia.
“Perché state a guardare in alto?”  Ci è negato anche l’ultimo pezzo di cielo.
Resta la luce del giorno dopo; quella luce, che abbiamo visto dopo la parola fine di tante nostre storie, non la possiamo rinnegare. Se la tomba l’abbiamo trovata vuota non possiamo ignorarlo, non possiamo più vivere come se niente fosse accaduto, non si tradisce la vita.
Il dopo l’ho visto, e non è stato il mio solo “il fiume strozzato che gorgoglia”(1), è stata anche l’acqua che continuava a scorrere dopo che mi ero raggelata in una morsa di ghiaccio.
E’ stato anche il sole che continuava a splendere violando le oscurità del mio cuore.
Sono state le grida dei bambini che non sono mai buoni a tacere, la scia dei rumori delle automobili.
L’alternarsi della notte con il nuovo giorno che si affacciava già gravido di tutto il suo da farsi.
Lo scorrere del tempo che inesorabilmente ci cambia.
Di quella luce cominci ad accorgerti, la vedi negli occhi dei malati che non hanno più forza di lottare e sperare. Dei disoccupati che non riescono a portare più a casa il sostentamento per i propri figli e distribuiscono volantini per strada in cerca di solidarietà.
Ne ho visto un lampo abbagliante nelle immagini che mi arrivano: si chiama Luca Abbà, per protestare contro l’ampliamento del cantiere dell’alta velocità in  Val di Susa, ed è caduto da un traliccio.
Ne vedo miriadi, sui volti delle cassiere che lamentano di non avere più una domenica libera, sul volto dei vecchietti che arrivano in farmacia e hanno lasciato a casa la ricetta! E pian piano tutto inonda e ti senti riconciliato con la vita, con i suoi problemi e le sue fatiche; le sue rabbie e le sue lotte, le sue incongruenze e i suoi piccoli e grandi imbrogli. Mentre procedi si fa più spedito il passo, vedi più prossima la meta e nei tuoi momenti migliori benedici il dopo che nasce e osi anche un Buona Pasqua, rischiando un traguardo di cui hai solo intuito l’essenza.

(1) Il male di vivere, Eugenio Montale

Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

"Per questa qui cambia tutto"

“Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore” (cfr. 1Cor 15, 51-58). Sono trascorsi cinquanta anni dal Concilio Vaticano II, che con il decreto “Unitatis redintegratio” ha segnato, anche per noi cattolici, l’importanza dell’ecumenismo. Il punto di partenza dell’ unità lo troviamo nella Vita di Gesù Cristo, offerta: “Perché tutti siano una cosa sola; come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17,51).
Cinquanta anni sono tanti, un’intera esistenza la mia (sono nata nel 1962); troppi, per il nostro mondo che viaggia a memoria sempre più breve. Troppi, forse, per aspettare ancora dei risultati in campo ecumenico. «Considerando ciò che abbiamo realizzato in oltre quarant’anni, possiamo ben ringraziare il Signore per i ricchi frutti che abbiamo raccolto nei nostri dialoghi... E tuttavia dobbiamo riconoscere, realisticamente, che non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo del nostro pellegrinaggio ecumenico, ma ci troviamo in uno stadio intermedio”.  Sono le parole del card. Walter Kasper, allora presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei Cristiani all’uscita del documento sui confronti ecumenici tra cattolici e protestanti: Raccogliere i frutti. Aspetti fondamentali della fede cristiana nel dialogo ecumenico. (1) Ho conosciuto persone che hanno sofferto per le divisioni tra i cristiani, che portano sulla pelle cicatrici visibili e che si sono dati da fare perché questo non avvenisse più. Ci sono riusciti? Dalla mia di memoria emerge sempre la bellissima poesia di Boris Pa- sternak: “Essere rinomati non è bello, non è così che ci si leva in alto. Non c’è bisogno di tenere archivi, di trepidare per i manoscritti. Scopo della creazione è il restituirsi…”  Non è necessario che distinguiamo la vittoria dalla sconfitta. Necessario è ogni atto che rende la nostra vita ogni giorno alla Vita. Un fratello valdese ci ha raccontato la storiella di due che passeggiavano chiacchierando su una spiaggia piena di stelle marine condannate alla morte fuori dall’acqua; ogni tanto uno dei due si chinava, ne prendeva una e la gettava in mare, l’altro ad un certo punto gli fa notare che tanto non cambia niente, non riuscirà mai a rimetterle in mare tutte. Si, è vero, gli risponde, non cambia niente e prendendo l’ennesima stella marina gliela mostra dicendo: per questa qui cambia tutto e la ributta in mare. Chi tiene in mano la storia è il Signore, e il nostro atto di rinuncia a capire la totalità è il primo passo di ciascuno di noi per riconoscersi creature e disporsi alla solidarietà con le altre creature. Chi ci trasforma è la vittoria di Gesù Cristo, vittoria della Vita sulla morte e, della Resurrezione, abbiamo solo una tomba vuota e la vita dei discepoli che cambia. Molto si è discusso, ed è bene continuare a farlo, sulla presenza di Cristo nel mondo, sulla necessità e sulle modalità dell’evangelizzazione. Cosa è cambiato in duemila anni? Guerre, lotte hanno incluso anche il cristianesimo nei loro meccanismi; l’uomo, e la donna pure, è quello di sempre. Viviamo in un mondo civile,  ma quanta violenza! Nelle strade, nelle famiglie, sul lavoro… L’immagine di Dio che proponiamo dice qualcosa di diverso o non ci accade di uniformarlo al Grande Fratello di Orwell che, a furia di torture e compensazioni vuole non solo essere servito ma vuole anche essere amato? La Vita nuova in Cristo è una realtà, se qualcuno, come è accaduto per la stella marina, ci ha ributtato in acqua per noi è cambiato tutto. Questo viviamo e questo annunciamo.
(1) Vedi: Il Regno documenti n. 19, 2009

Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

"Va dai miei fratelli e di' loro"

In tutte le narrazioni della risurrezione è costante la scoperta del sepolcro vuoto, l’annuncio della risurrezione, l’incredulità, l’incontro con il Risorto non riconosciuto, il riconoscimento attraverso il ricordo (Parola ed Eucaristia) ed un cambiamento gioioso e sconvolgente nella consapevolezza di una vita nuova in unione con lui.
Giardiniere per la Maddalena nel giardino, pescatore per i suoi discepoli sul lago, Gesù si fa viandante per quanti sono ancora per via. Cambia il senso del loro cammino senza speranza e li fa correre verso Gerusalemme.
Non succede anche con noi?
Quando, nel giorno dopo il sabato di buon mattino, Maddalena giunge al sepolcro e piange perché hanno portato via il suo Signore, Gesù che lei non riconosce le chiede: “Chi cerchi?”.
La mia vita nell’Ordine comincia con una domanda simile: “Cosa cerchi?”
La misericordia di Dio e quella dei fratelli è quello che chiediamo, è sperimentare l’incontro con il Signore attraverso un cammino di formazione insieme ai fratelli.
Come Maria Maddalena nel giardino, il giorno della risurrezione, stiamo cercando il Signore e siamo di fronte ad una tomba vuota. Il Signore che pensavamo di avere trovato è stato portato via, non c’è più, ma siamo disposti a cercarlo se qualcuno ci dice dove trovarlo.
Una vocazione è la storia di un desiderio, di una fame. Fame di una presenza, nostalgia di una relazione, invito ad annunciare, bisogno di assenso.
La gioia dell’incontro pasquale è al centro della nostra vita domenicana, è l’invito “Va’ a dire ai miei fratelli!”, è il compito della predicazione.
Come per Maria, questa gioia passa attraverso momenti di sofferenza: la persona che amiamo non c’è più, è sparita, ma non desistiamo dal desiderio di cercarla ancora.
“Dobbiamo perdere Cristo se vogliamo ritrovarlo di nuovo, straordinariamente vivo ed inaspettatamente vicino. Dobbiamo lasciarlo andare, essere desolati, addolorati per la sua mancanza, in modo da scoprire che Dio ci è più vicino di quanto noi non avremmo potuto immaginare. Se non passiamo attraverso questa esperienza il nostro rapporto con Dio rimarrà fermo ad un livello immaturo ed infantile. Come per Maria perplessa nel giardino, ignara di quanto stava succedendo, anche per noi esiste la possibilità di essere disorientati; e questo fa parte della nostra formazione altrimenti non potremo mai essere colti di sorpresa da una intimità nuova con il Signore risorto”. Così scrive fra Timothy Radcliffe in una sua lettera all’Ordine di qualche anno fa.
Gesù chiama Maria per nome e la manda dai  fratelli ad annunciare loro che è risorto.
E lei non aspetta di diventare una buona cristiana prima di predicare. Accetta di suscitare incredulità, commenti poco gradevoli (Ci mancava solo che una donna venisse a dirci cosa fare! Vaneggia!!), di essere considerata fuori di testa.
Il condividere la Parola di Dio con gli altri fa parte della mia ricerca del Signore nel giardino. Devo avere il coraggio di guardare nella tomba vuota e costatare l’assenza del corpo, e condividere con gli altri la perdita ed il successivo ritrovamento, la mia fragilità e la nuova forza, la mia ignoranza e la conoscenza, la mia incredulità e la meraviglia.
Come Maria, nel mattino di quel giorno dopo il sabato, ho ricevuto il mandato di condividere la fede nel Signore risorto, anche se gli altri potrebbero considerarmi una illusa.
In preparazione alla celebrazione degli ottocento anni di vita dell’Ordine fino al 2016 ogni anno sarà dedicato alla riflessione su un tema. Il tema per l’anno in corso è “Le domenicane e l’Evangelizzazione”.
Fra Bruno Cadoré, attuale Maestro Generale dell’Ordine, ha inviato a tutti i Domenicani una lettera per riflettere insieme su questo argomento, sottolineando come le donne dell’Ordine sono inviate a predicare ai fratelli la forza della vita, la gioia e la speranza nella vita offerta da Cristo perché il mondo viva.
“Le domenicane, nell’avventura della “santa predicazione” hanno certamente il compito di ricordare a tutti e contro tutti che il mondo non può sentirsi in pace fino a quando le iniquità non sono risolte. Bisogna imparare a diventare sorelle e fratelli, a identificare le ingiustizie, a combatterle, attraverso questo lungo e bel lavoro di ascolto e stima reciproca. Ma esse devono essere anche il simbolo che l’evangelizzazione non è prima di tutto una questione di ministero, quanto un invito ad un certo stile di vita, interamente votato a far sì che la Parola di Dio sia una buona notizia per il mondo”.
Fra qualche giorno sarà ancora una volta Pasqua, ed ancora una volta a ciascuno di noi sarà rivolto l’invito a non cercare tra i morti il Vivente, ma a rimetterci in cammino verso la nostra Gerusalemme e ad annunciare la Buona Notizia che la morte è vinta per Gesù e per l’umanità tutta.
Buona Pasqua!

Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

Il villaggio di cartone

Accade spesso di ascoltare lamentele per la scarsa partecipazione dei fedeli alla vita della parrocchia. Agli inizi degli anni sessanta stato il boom della costruzione di chiese, soprattutto nei nuovi quartieri delle grandi città. Chiese che allora si riempivano, almeno la domenica, di cristiani radunati per la celebrazione eucaristica, oggi sono quasi deserte. Sarà colpa dei cristiani che non vivono più la loro fede? Sarà l’indifferenza postmoderna? Sarà la tristezza di tante celebrazioni, la scarsa capacità dei parroci ad esprimere la gioia e l’importanza della comunità? O della cultura e della società che propone più “attraenti” contesti? Di fatto, c’è l’incapacità di chi si professa cristiano di testimoniare la gioia della fede, ed è spesso vero che la folla dei fedeli, che un tempo riempiva i banchi delle chiese è diminuita paurosamente. La chiesa ha smesso di essere uno dei luoghi sociali di incontro e di formazione. Come può una chiesa essere ancora viva e luogo di vita? è la domanda, tra le tante, che si pone Olmi nel suo ultimo film: Il villaggio di cartone. Non mi capita spesso di andare al cinema, ma mi è piaciuto questo film, pensato dal regista in un periodo di immobilità in seguito ad una caduta. “Se non apriamo le nostre case, compresa la casa più intima, che è il nostro cuore, siamo solo uomini di cartone”. Nel film la casa che si apre è una chiesa ormai inagibile, spogliata da tut ti gli arredi sacri, smontata pezzo per pezzo sotto gli occhi attoniti e scandalizzati dell’anziano parroco, che assiste impotente alla sparizione dentro una cassa del grande Crocifisso sovrastante l’altare. Lo sguardo stanco del vecchio prete si leva verso il Crocifisso sospeso in aria. Gli occhi sono carichi di domande, ma il Cristo sembra non fornire più risposte, solo uno sguardo carico di dolore. Il prete è solo. Uomo tra gli uomini. Dall’esterno della chiesa che sta per essere smantellata provengono gli ululati di sirene. L’eco di colpi da armi da fuoco. Il calpestio degli anfibi sulla strada. Gente che scappa. Gente che grida. Nottetempo dei migranti privi di documenti si rifugiano nella chiesa, che diventerà centro di accoglienza per questo gruppo di disperati “veri ornamenti del tempio di Dio”. Lo stesso Olmi in una intervista si chiede: “Ma cosa può esserci di più importante dell’accoglienza? Vorrei ricordare ai cattolici, ed io sono tra questi, di ricordarsi di essere anche dei cristiani. Il vero tempio è la comunità umana” Il tema del film è il rapporto tra noi e i tanti che ci vengono a chiedere aiuto. Accolti dall’anziano prete, gli immigrati mettono in scena la loro odissea attraverso le frontiere, le dogane e la burocrazia come se rivivessero alcuni momenti privilegiati della vicenda terrena di Cristo. Dalla natività, al tradimento nell’orto degli ulivi, alle tentazioni. Tra le capanne costruite all’interno della chiesa con i posters di cartone delle attività della parrocchia, e nella canonica, dove il vecchio parroco ancora abita, si intrecciano tenerezza e durezza, solidarietà e tradimento, rassegnazione ed aggressività, accoglienza e rifiuto. Una chiesa che per questi migranti è casa, sosta, riposo prima di una nuova fuga per fuggire dalla violenza e inseguire un sogno di libertà e giustizia. Un luogo di desolazione si trasforma in uno spazio di accoglienza e la piccola chiesa torna viva, attraversata da sentimenti ed emozioni e dal miracolo di una nascita che il vecchio accoglie con il sommesso, solitario canto Adeste Fideles davanti all’altare spoglio e sconsacrato. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel  loro cuore”. (Gaudium et Spes). Con queste parole il Concilio Vat.II  descriveva il compito della Chiesa, una Chiesa viva, una Chiesa casa senza domande, aperta all’umanità debole e delusa. La storia raccontata in immagini da Olmi ci interroga se sappiamo ancora leggere i segni dei tempi e dare una risposta di amore alle gioie, le speranze, le tristezze e le angosce dei nostri contemporanei. L’appello al cambiamento, contenuto nell’epigrafe finale del film ci richiama alla necessità di capire che per cambiare occorre necessariamente comprendere come e perché la storia sta cambiando, nonostante le resistenze di chi non vuole affatto comprendere ma solo conservare i propri privilegi.

Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

Non mi sarebbe mai venuto in mente

di Antonietta Lamorte

Ringrazio Antonietta per questa sua testimonianza, che tratteggia in modo efficace la sua esperienza con noi. La ringrazio, soprattutto, per la sua amicizia: anche per noi conoscerla e condividere con lei le nostre giornate è stato un dono grande. A me e a chi l’ha incontrata ha comunicato una forte passione per la vita, una fede autentica e la disponibilità all’incontro e al dialogo, caratteristiche che traspaiono bene anche dalla lettera.

Mi chiamo Antonietta, sono una terziaria domenicana e vivo a Montelupo fiorentino (Fi). Insegnante di scuole superiori, in pensione da alcuni anni, mi dedico al mio hobby preferito: scrivo poesie, racconti, romanzi di letteratura amena, ma, da qualche tempo, mi dedico alla letteratura religiosa.
Non ho mai pensato di farmi suora o di vivere in un convento, ed ogni volta che mi capitava di visitarne uno, pur ammirandone la bellezza e la storia a volte straordinaria nel tempo, l’austerità e il silenzio che respiravo nel chiostro e nei vari ambienti mi respingevano, anche perché mi riportavano echi lontani dei rigorosi collegi in cui sono stata educata ed istruita. Ogni volta, mi dicevo:
“Un luogo così, non è fatto per me!”
 Fino a qualche tempo fa, non mi sarebbe mai venuto in mente che, un giorno, avrei potuto cambiare idea.
 Ho conosciuto la comunità domenicana che vive nel convento dell’Annunciazione del Signore di Agognate (No) nel mese di Giugno. Mi avevano spinta lì la curiosità e soprattutto la necessità di proseguire un lavoro su santa Caterina da Siena che avevo iniziato con un amico Sacerdote Domenicano, quando lui era in Toscana, che da qualche mese era in quella Comunità. Ma notai subito la semplicità e la bellezza del posto. Ma ancora di più, mi sorprese il fatto che il clima che respiravo era sereno, anzi gioioso.
Mi sentii subito a mio agio. Non notavo traccia dell’austero silenzio di altri chiostri, né il distaccato colloquio con il frate di turno che ci faceva da guida. Le terziarie, i terziari e i quattro Sacerdoti che vivono in comunità, sono persone simpatiche, colte e disponibili. Tra loro, avevo davvero la sensazione di vivere in una famiglia. Ognuno ha il proprio lavoro che mette a disposizione della Comunità e durante il pranzo e la cena che iniziano e terminano con la preghiera, si discute animatamente di vari argomenti.
Nei giorni in cui sono stata loro ospite, io mi sentivo libera, della libertà dei Figli di Dio, dove non ti senti giudicata ma ti senti accolto e rispettato per quello che sei, con i tuoi pregi, ma anche con i tuoi limiti o difetti. Nulla mi è dispiaciuto durante tutto il tempo che sono stata con loro. Mi affascina la vita e la vita semplice e attiva che conducono, perciò ho cercato di vivere come loro, nei momenti essenziali di ogni giornata.
La preghiera mattutina delle lodi, il pranzo alle tredici dopo una mattinata di lavoro, il Rosario, i Vespri e la celebrazione Eucaristica. Si cena tutti insieme e poi ognuno si ritira nella propria stanza per continuare il lavoro e infine per il meritato riposo.
Ma ciò che davvero mi è rimasto nel cuore, è il loro modo di pregare. Il Rosario di ogni sera, guidato in modo semplice ed essenziale da Lucia, le melodie appena ritmate dei Salmi che la voce un poco rauca ma comunque gradevole di P. Raffaele accompagna durante le lodi mattutine e i vespri della sera, le letture attente di Pier Paolo, di Irene o di S. Innocenza e soprattutto le omelie incisive e profonde di P. Ennio risuonano tuttora dentro di me e alimentano il desiderio di esserci ancora. Mi mancano anche le domande provocatorie di P. Raffaele e di P. Domenico che all’inizio sconvolgevano le mie convinzioni. Quelle loro domande mi hanno costretta via via che passavano i giorni, a scavare dentro di me e darmi risposte che mettevano in gioco la solidità e la profondità della mia fede. Mi hanno aiutata a crescere interiormente e a riflettere sul perché io credo e in Chi credo. Durante quelle lectio divine della mattina, ho compreso quanto bisogno ho io della Misericordia di Dio e della luce dello Spirito Santo, per forgiare la mia fede con il fuoco del dubbio nella Carità di Cristo.
Ringrazio davvero questi miei confratelli che mi hanno aiutata ad aprire il cuore a nuovi orizzonti, al coraggio di essere vera, e dove il dubbio non è distruttivo, ma forza che sollecita l’intelligenza e il cuore che cercano risposte vere. Ho compreso che quelle domande inusuali sono frutto di immenso amore nel cuore di chi cerca veramente Dio.
In quella comunità ho scoperto tanti doni meravigliosi che il Signore ha elargito ad ognuno di loro: intelligenza, ilarità, disponibilità alla comprensione e alla dedizione di quanti desiderano vivere la loro vita. E sono tanti gli ospiti che come me, sono attratti dal loro modo di vivere. Io ne ho conosciuti alcuni, ma durante l’arco dell’anno sono tanti e sempre nuovi. Io stessa ci sono ritornata per le feste natalizie ed ho trascorso un Natale così bello e tutto spirituale che non ricordavo più da quando ero bambina per il calore e la sincerità di affetti di fratelli e sorelle che avrei voluto avere da sempre.
In quest’ultimo periodo, poi, ho avuto la possibilità e la gioia di conoscere meglio p. Ennio, con la sua vena di fine scrittore e di profonda sensibilità che è il padre e la guida della comunità e di tutti quelli che fuori e dentro ne fanno parte. Sì, perché un’altra cosa bella è il fatto che, attorno ai terziari che vivono all’interno della Comunità, c’è un nutrito gruppo di terziari che vive all’esterno ma che con loro, condividono esercizi spirituali, giornate di fraternità, Lectio Divine. Ne ho conosciuti molti e sono davvero contenta di avere incontrato persone di profonda fede e disponibilità.
Lode e Gloria a Dio che ha spinto e accompagnato P. Ennio alla realizzazione di questa Comunità dove non ti senti mai solo e soprattutto dove tanti possono seguire gioiosamente e fiduciosamente la chiamata di Cristo Gesù. Grazie, grazie ancora.
Fibbiana, 29-1-2012.


Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

55 anni insieme

di Fernanda Di Serio

55 sono gli anni,
che tra gioie ed affanni
concertano il cammino,
tenendoci vicino
l’un l’altra affiancati
seppur, ora, affaticati…
Il passo non è eguale
per la fragilità mortale
che gli anni han tessuto
nel nostro andar compiuto.
I figli son presenti,
nei nostri giorni assenti
da ogni modernizzazione
che non dà distrazione!
Migliore è il nostro passo
lento come... un tasso
ma in questa riduzione
c’è più concentrazione.
Ogni nostra emozione
si cambia in contemplazione,
nel tempo per pregare
e tutto interiorizzare.
Benedetto sia il declino
di questo nostro cammino,
se il valore della saggezza
diventa nostra potenza;
offrire alle generazioni
le nostre riflessioni
di pensieri, prudenza,
con sorrisi e confidenza
Altro non possiamo,
così noi stiamo:
dai figli benamati
protetti e confortati

Ringrazio Bepi e Fernanda De Serio per aver voluto condividere con gli Amici di Agognate la festa per l’anniversario del loro matrimonio, per questo loro cammino di amore e di fede, iniziato cinquantacin- que anni fa. Credo che in un tempo come il nostro, caratterizzato dalla “fluidità” e dalla “mobilità” in tutti gli ambiti di vita, anche nelle relazioni umane, la loro testimonianza sia per tutti un incoraggiamento a non perdere la fiducia nell’Alleanza tra Dio e gli uomini e tra gli uomini. Per l’occasione, Fernanda mi ha in- viato una densa meditazione. Per motivi di spazio non posso riprodurla integral- mente; ne riporto alcuni passi, sperando di riuscire ugualmente a trasmettere quanto a me ha dato: lo stupore e la gioia per il dono ricevuto, per un Amore che sempre accompagna i “sacerdoti nel matrimonio”, anche nei loro momenti, inevitabili, di fatica, e che, a qualunque età, li rinnova nel cuore.  
«Nella nostra festa troviamo Dio, dal Quale e per il Quale diamo ragione alla gioia che cantiamo in questo anniversario. La Sua presenza si è manifestata con soffi sottili, fedele sempre, presente anche quando la nostra attenzione veniva soffocata dalla passione dei nostri progetti, dai desideri ragionati sulle nostre logiche. La festa di oggi è la festa che ci viene da Lui, proprio nella consapevolezza di quella Sua presenza forte nella nostra specifica fatica umana Questa è la festa che più ci commuove interiormente, ripensando allo Spirito Santo che ci ha sposati e che è tra noi presente in ogni momento, vigile nelle nostre libere scelte, rispettoso delle nostre iniziative, illuminante le nostre invocazioni, sostegno delle nostre incertezze, consolante le nostre tristezze, rivelatore nei nostri dubbi. Come essere capaci di ardori d’amore, ora, avviati decisamente alla conoscenza di quella carità perfetta raggiunta nell’esercizio di virtù provata nella pazienza di amalgamarci l’un l’altro, attraverso tribolazioni coniugali di compenetrazione nelle nostre diversità? Ebbene, il dono misterioso della nostra festa ci viene da Dio, dal Quale ci risentiamo vestiti d’una veste nuova… Questo sentirci rinnovati dentro, per rincontrarci e richiamarci per nome con sentimenti purificati nella fatica del nostro conoscerci ed intuirci meglio, è la sperimentazione più evidente della grazia sacramentale, nella quale e con la quale i coniugi perseverano la volontà del loro stare insieme. Col Salmo 83, con la perseveranza di voler nutrire con la Parola lo stare insieme, si può allora cantare: “beato chi trova in Te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio…cresce lungo il cammino il suo vigore”».

Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

Vocabolario della salute

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Mi sono svegliata con un senso di malessere generale e non sentendomi troppo bene ho misurato lo SPREAD: era alto, sopra i 500. Mi sono un po’ preoccupata e mi sono detta che forse avevo esagerato con le libagioni delle festività natalizie. Nell’armadietto del bagno ho trovato alcuni farmaci adatti; mi sono somministrata una dose di BOT e una di BTP e mi sono ripromessa di mangiare meno BUND tedeschi. Dopo un notevole sforzo e sacrificio (sempre in bagno) lo SPREAD è sceso sotto i 500. Sono salva, mi sono detta, sono fuori pericolo! Per scrupolo mi sono rivolta a degli specialisti nella clinica del benessere STANDARD & POOR’S che, anziché rassicurarmi, mi hanno fatto capire che non posso decidere io se e quando sto meglio, ma sono loro a decidere il mio stato di salute, il RATING, e secondo loro sono ancora grave. Ma ho tutti i valori a posto – ho obiettato - : lo SPREAD è sceso, il FTSE MIB è in positivo, l’€ è a 1,3 rispetto al $US... che altro devo fare per stare meglio?
La risposta degli esperti della S&P è categorica: ancora sacrifici, tanti sacrifici e sforzi, tanti sforzi, e poi dosi da cavallo di BOT, BTP, CTZ, CCT.
In verità tutto questo non mi con vince, le cure e le soluzioni imposte mi sembrano cure palliative...
Forse sono stata contagiata dall’EUROSCETTICISMO? No, l’euroscetticismo è una malattia immunitaria che colpisce solo le persone geneticamente predisposte, come i leghisti e gli svizzeri; e pur vivendo a contatto con entrambi, so che non è una patologia trasmissibile.
Forse è solo uno stato psicologico che si manifesta in questo stato di malessere? Questo è possibile, le pressioni sono tante, le difficoltà da affrontare altrettante e l’equilibrio mentale ne risente lasciando affiorare lo stato di CRISI e di RECESSIONE, quella strana sensazione simile a quando si sogna di cadere nel vuoto.
Cerco di reagire. Ho radici cristiane io! Dovrei avere più fede nel GOVERNO TECNICO che salva dalla crisi, devo avere speranza nelle LIBERALIZZAZIONI che ci liberano dalla crisi, devo avere più carità nel sostenere le BANCHE, sono le povere vittime della crisi, fare l’elemosina versando i TRIBUTI (non chiamiamole “tasse”, termine così  deprimente!): gesti concreti e responsabili come comprare le azioni UNICREDIT e pagare il TRIBUTO RAI (adesso si chiama così!) perché è un dovere cristiano la generosità nei confronti delle istituzioni più svantaggiate. E se ciò  non basta posso sempre ricorrere ai santi SNAI, SISAL e LOTTOMATICA sempre provvidi di grazie.
Ecco, così va meglio, mi sento rassicurata e più in salute seppur ancora con i postumi dell’INFLAZIONE delle vie respiratorie, ma la buona aria dei MONTI mi ristabilirà completamente.

Sempre vostra ITALIA

Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

La compassione che si fa grido

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Resoconto Seminario di studi - Roma, 25 febbraio 2012

Il 25 febbraio si è svolto a Roma il secondo seminario tematico promosso dalla Commissione Nazionale Giustizia Pace e Creato della Famiglia domenicana. “La compassione che si fa grido” è stato l’invito ai circa 40 partecipanti che, tra relazioni, interviste e gruppi di lavoro, hanno riflettuto su quanto le grida che ci arrivano dalla nostra società, in particolare dai giovani, toccano la nostra sensibilità e le nostre viscere, e ci spingono ad agire, “gridando” a nostra volta le ingiustizie che lacerano la speranza, minano le prospettive di futuro, lastricano di paure le strade dei sogni.
Apre i lavori la dott.sa Patrizia Morgante che sottolinea l’impostazione famigliare che avrà questo seminario, ringraziando le Suore Domenicane di S. Sisto per la gentile ospitalità Le risponde Suor Sara Calandra, Priora Generale della Congregazione delle Suore Missionarie di S. Sisto che si dice lieta che questo evento culturale si tenga nei locali che videro la presenza del Padre Domenico, che dobbiamo pensare essere fra di noi anche in questa occasione. Un saluto anche da parte di fra Giovanni Calcara o.p., coordinatore della Commissione Nazionale Giustizia Pace e Creato della Famiglia Domenicana, che inquadra il seminario nelle attività di tale Commissione, e di Gennaro Zuccoli che presenta sinteticamente la Associazione “Domenicani per Giustizia e Pace”, da lui presieduta e da poco costituita.
Fra Domenico Cremona o.p., con una provocazione iniziale, si definisce un “diversamente giovane” e si chiede che effetto abbiano su di noi le inquietudini, i gridi del nostro tempo e come poter educare sia i giovani che i meno giovani sulle tematiche della giustizia e della pace. Adesso è oggettivamente difficile parlare ai giovani, c’è distanza e diminuiscono i punti di confronto. In passato l’Ordine domenicano poneva il silenzio come principio della predicazione; oggi si tende a porre come principio l’ascolto delle diversità generazionali e culturali, ed il silenzio è il punto intermedio fra l’ascolto e la predicazione. I giovani sono certamente molto attenti ai concetti di Giustizia e Pace, come dimostrano i numerosi movimenti di protesta, che non sono un vago desiderio di contestazione, ma precise interrogazioni dei giovani verso i meno giovani e dimostrano come l’educazione ricevuta talora non abbia funzionato. Dopo avere esortato a leggere il messaggio “Educazione i giovani alla giustizia e alla pace” di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio), fra Domenico conclude l’intervento con la proiezione di un video di documentazione sulle tematiche che verranno trattate nel corso del seminario.
Dopo questo intervento si chiede ai presenti che lo desiderino di esprimere qualche breve suggestione sul seminario che sta per iniziare e parecchi espongono qualche flash di immediata e spontanea riflessione personale.
Quindi la dott.sa Morgante intervista due esperti delle dinamiche economiche e sociali dell’attuale momento. Inizia il dott. Andrea Baranes, della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, che individua nella degenerazione della finanza la principale causa dell’attuale situazione di profonda difficoltà economica. La finanza, come le Borse, non sono più il luogo di incontro fra chi compra e chi vende, ma sono diventate un grande casinò ove si fanno scommesse e speculazioni sui prezzi, che così perdono ogni riferimento con l’economia reale e produttiva. Gli Stati hanno così dovuto spendere enormi risorse per salvare le banche, sacrificando obiettivi ad alto contenuto umanitario e dai costi drasticamente inferiori, come l’istruzione e la lotta alla fame. Ora occorrerebbe rimettere le cose a posto, regolamentare la finanza, privilegiare la disponibilità dei generi di prima necessità, eliminare i paradisi fiscali, ridare fiducia ai mercati. Purtroppo tutto ciò non si realizza per mancanza di volontà e non appare possibile riuscire a contrastare efficacemente l’attuale strapotere della finanza. Ciascuno dovrebbe divenire azionista critico domandando alla propria banca come utilizzerà il denaro che le affida in gestione.
Viene quindi intervistato don Renato Sacco, di Pax Christi, che ha subito denunciato l’assurdità di Paesi come l’Italia e perfino la Grecia, gravati da un enorme debito pubblico che impone forti sacrifici soprattutto ai giovani ed alle fasce deboli, ma costretti a sprecare grandi risorse in armamenti quali i cacciabombardieri F35, aerei per la guerra d’attacco, nonostante l’articolo 11 della Costituzione italiana per il quale la guerra è ripudiata. La guerra crea sempre menzogne: le sue prime vittime sono sempre la verità e la corretta informazione, basti pensare che per camuffare azioni belliche è stato coniato il termine “missione di pace”, oltretutto appropriandosi di due parole care ai cattolici. Non è vero che la costruzione degli F35 crei posti di lavoro, fino ad ora per tale progetto del valore di oltre 12 miliardi sono state assunte tre sole persone. Le grandi risorse economiche necessarie per l’acquisto, la gestione e la manutenzione di tali aerei potrebbero essere proficuamente utilizzate per progetti socialmente utili e produttivi come sanità, istruzione, sicurezza, rimuovendo carenze che, soprattutto in questo momento di difficoltà, ricadono in primo luogo sui giovani.  Don Sacco si è poi soffermato su altri esempi di colpevoli grandi sprechi: in Nigeria, nonostante la legislazione locale lo vieti, il gas che accompagna l’estrazione del petrolio viene bruciato invece che essere utilizzato, privandone la popolazione locale che non ha i mezzi per acquistarlo e producendo un enorme inquinamento..
È quindi intervenuto fra Olivier Poquillon o.p., Delegato dell’Ordine all’ONU di Ginevra, che ha innanzi tutto ricordato che Gesù in croce è tra i due ladroni e presso di loro sta il centurione. Gesù quindi è venuto a stare fra gli uomini e l’uomo deve essere al centro dell’attenzione di ogni credente. L’ONU è una sorta di club di Stati, ed oltre ai loro rappresentanti vi possono partecipare anche persone invitate come portavoce di associazioni il cui pensiero è ritenuto utile ed autorevole. È dunque molto importante che fra queste possa trovare posto un rappresentante dell’Ordine Domenicano, senza diritto di voto, ma con la possibilità di fare proposte, portare informazioni, dare importanza alle decisioni. I domenicani all’ONU cercano non il confronto né tanto meno lo scontro, ma il dialogo, volendo comunicare con gli altri, comprendere le diverse posizioni ed essere propositivi.
Si è quindi tenuta una tavola rotonda sull’educazione dei giovani alla giustizia ed alla pace alla quale hanno potuto assistere anche le alunne della V classe del locale liceo psico-pedagogico gestito dalle Suore di san Sisto.
Ha iniziato la dott.sa Lilia Illuzzi, della Cooperativa Comunicazione Responsabile “SulleAli”, ricordando il messaggio “Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale” scritto dal Santo Padre il 5 giugno 2011 in occasione della 45ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, in cui viene sottolineata l’importanza e l’utilità della rete internet, se posta al servizio del bene integrale della persona e dell’umanità intera. Se ben utilizzato, il web offre grandi possibilità che i giovani sanno opportunamente cogliere. Vi è quindi un grande spazio per utilizzare il web anche per la condivisone e la diffusione  dei principi di Giustizia e Pace, in piena armonia con le parole del Papa. Certo occorre distinguere quello che è vero da quello che non lo è, filtrare le informazioni fruibili dai più giovani, ma lo spazio del web, soprattutto quello giovanile, deve restare libero. Per questo la dott.sa Illuzzi ha espresso la propria preoccupazione per il trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement) contro la pirateria informatica, attualmente sottoposto alla ratifica della UE..
Per meglio focalizzare le problematiche dei giovani, sono stati invitati alla tavola rotonda due studenti. Daniela Ruggero, che opera presso la Caritas di Roma, si è soffermata sull’importanza dell’educazione giovanile di ogni singola persona, poiché le scelte fatte fin dalla adolescenza sono decisive. Si tratta di piccole cose, ma poi nel corso della vita si ampliano e guidano le più impegnative scelte successive. Bisogna giungere ad una sobrietà felice, fatta di cose semplici ma essenziali, abituandosi a rinunciare ad ogni sciupio. Daniela va nelle scuole a dare un suo contributo educativo raccontando le esperienze da lei avute coi bambini soldato e si accorge che questo seme trova ascolto e contribuisce alla formazione di chi la ascolta. Alessio D’Angelo, laureando in Legge, vive a Napoli dove svolge attività di volontariato nei difficili e problematici Quartieri spagnoli. Ha dovuto alternare lo studio col lavoro e per questo si laurea ora che ha 28 anni. Gli piacerebbe fare il magistrato, ma, soprattutto dopo la riforma Gelmini, per poter intraprendere tale carriera occorrerebbero ulteriori studi e sensibili risorse economiche, e come fa chi non può permetterseli? Per accedere alle borse di studio bisogna essere in pari con gli esami, cosa pressoché impossibile per chi deve lavorare mentre studia. I giovani d’oggi per sopravvivere devono adattarsi ad un clima di situazioni opprimenti, cercando disperatamente di cogliere ogni sorta d’opportunità da qualsiasi parte esse provengano. E questo è in punto cruciale: quali opportunità i giovani hanno a disposizione oggi? La camorra lo ha ben compreso e spesso offre più dei datori di lavoro, anzi in talune situazioni essa è l’unica a dare un’occupazione, ed in questo modo la mafia si espande sia al sud che al nord.
In fine don Luca Pandolfi, docente di Antropologia Culturale e Sociologia della Religione presso la Pontificia Università Urbaniana, ha esortanto a educare alla giustizia ed alla pace non solo i giovani ma anche gli adulti, per giungere ad una intercultura, ove nessuno si costruisce una propria realtà, ma la cerca assieme agli altri. Non si può dire che i giovani di oggi siano meno fortunati di quelli di qualche decennio fa, perché non ci sono né sfortune né sfortunati ma solo vittime di precise responsabilità sulle quali occorre agire per contrastarle. In definitiva si può dire che i giovani non vogliono diventare adulti ed i genitori li agevolano in questo pur di averli presso di sé. Non sempre gli adulti riescono a dare esempi efficaci, una suora si lamentava perché i suoi alunni erano vittime del consumismo, poi parlando è emerso che lei utilizzava un’auto di discreto valore, un parcheggio riservato, un’abitazione con ascensore, vi era chi le cucinava il cibo, in pratica pur non possedendoli aveva tutti i beni e le comodità di una vita caratterizzata dal consumismo. Questa crisi, che crea grandi problemi ai giovani ed ai più deboli, ha almeno il vantaggio di obbligare gli adulti a rinunciare a qualche cosa, perché l’educazione dell’animo è fatta di rinunce e si spera che questa crisi possa portare all’indignazione per quello che non va e dia il coraggio di cambiare.
Dopo la pausa pranzo, si sono quindi costituiti dei gruppi di lavoro ove tutti hanno potuto ripensare e far risuonare i contenuti delle relazioni della mattinata ritenute più interessanti e chi lo desiderava ha anche potuto porre ai relatori domande per approfondimenti.
Infine ha chiuso i lavori fra Brian Pierce o.p. Promotore generale per le Monache domenicane. Un intervento di elevata spiritualità fortemente legata alle situazioni umane, che ha richiamato le prime esperienze dai frati domenicani, presso l’isola Española, oggi Repubblica Domenicana, all’indomani della scoperta delle Americhe. Fra Pedro de Cordoba priore del convento domenicano va a piedi presso la sede del Governatore, figlio di Cristoforo Colombo e, superando forti disagi, ottiene di poter parlare con le popolazioni indigene. L’incontro avviene in chiesa, dove fra Pedro predica non dal pulpito ma seduto ad un banchetto, con la semplicità con cui parlava Gesù, descritto nei vangeli talora accovacciato, talora seduto su una panca o al pozzo con la samaritana. Postosi così al loro livello, si accorge della ricettività degli indios, comprende la loro condizione e riesce a farsi ben capire, così che loro vedono nelle sue parole il volto di Dio. Questo è l’atteggiamento del frate mendicante, ma non si può predicare efficacemente con una vita troppo confortevole,  senza la preghiera e l’ascolto degli altri. Fra Brian termina il suo intervento sottolineando la necessità di uscire dal benessere per poter essere aperti al cambiamento ed al soffio dello Spirito.
La dott.sa Morgante, dopo aver rivolto un saluto a fra Prakash Lohale o.p. e a fra Wilmer Rojas Crespo o.p., giunti nel pomeriggio dalla Curia di Santa Sabina, conclude la giornata preannunciando altri incontri ed una prossima pubblicazione su questi argomenti. Auspica che questo seminario abbia raggiunto gli scopi che si era prefissato, constatando che la giornata è stata ricca di temi e di suggestioni che potranno crescere in ognuno dei partecipanti.
Il Resoconto integrale è sul sito: www.giustiziaepace.it

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