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Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Succede in Fraternita

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Sono grata a Padre Raffaele per la sua garbata e “ferma” proposta di scrivere alcune considerazioni (mi ha lasciato anche qualche spazio di libertà) e di raccontare attraverso alcune iniziative qualcosa della vita della Fraternità..
Mi riferirò, in modo non troppo organico, agli incontri domenicali, aperti al pubblico, ed al ciclo di conferenze dal titolo “ Inquietudine del sacro “ tuttora in corso presso la Fraternità di Agognate .

Quest’anno l’argomento comune a tutte le domeniche è stato l’attenzione all’uomo, ai suoi diritti e alle problematiche dell’esistenza.
Infatti:” se non ami il fratello che vedi come farai ad amare Dio che non vedi ?”

Si è preso l’avvio dalla commemorazione, proposta da “Giustizia e Pace”, del discorso di Montesinos, domenicano, che parlava a nome di tutta la sua comunità e che fu il primo a denunciare pubblicamente, nella quarta domenica di Avvento, lo sfruttamento degli Indios nell’ America Latina da parte dei Conquistadores .
Discorso che tenne il 21 dicembre 1511 nell’isola denominata attualmente Santo Domingo, con il quale nel suo esordio domandava:” Con quale diritto ed in nome di quale giustizia tenete gli indiani in una schiavitù così crudele e terribile?”
Allora, come oggi, l’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani, padroni e schiavi, uomini e donne era tutt’altro che scontata,.anche se, da quel fatto, sono passati cinquecento anni.. Questo episodio ci interpella tutti e sollecita fortemente noi domenicani alla predicazione e alla testimonianza.
C’è stato in seguito un incontro sul “meticciato”, ovvero sulla questione degli immigrati, tenuto da un giovane e appassionato ricercatore dell’ Università di Genova, Andrea Staid che attraverso un attento studio delle problematiche della situazione attuale ci ha ricordato che siamo tutti migranti, meticci , simili anzi uguali a quelli che noi, ora, consideriamo stranieri, diversi, ingombranti, aventi sì gli stessi nostri diritti, ma, come dire un po’ meno di noi, un po’ dopo di noi.
“ La distanza del vicino e la vicinanza del prossimo “.
Ed ancora, un altro incontro sul diritto al lavoro, non come occasione di puro profitto, prevaricazione, competizione a tutti i costi, ma come occasione di realizzazione umana e relazioni significative, pur non tenendo in secondo ordine la produzione.
Ci sono state presentate concrete sperimentazioni, già in atto anche dalle nostre parti. Non solo una speranza, ma una possibile realtà.
Oltre al diritto ad una vita dignitosa, ad un lavoro sostenibile, anche il diritto ad una morte priva di accanimento terapeutico.
La visione del film “Il mare dentro” ha fornito lo spunto per meditare tra dettami morali — responsabilità — libertà.
Molti gli argomenti, tutti importanti, sui quali c’è stata una appassionata riflessione e un vivace confronto.
E poi, i sabati di Agognate , incontri ancora in corso, sul tema “L’inquietudine del sacro”. Argomento ampio, accattivante, anzi “fascinante”.
Don Pier Mario Ferrari spiega che l’esperienza del “sacro” (rifacendosi anche agli studi di Rudolf Otto, 1869-1937), è sostanzialmente irrazionale, specifica, autonoma e si riconosce nel sentimento, prima ancora che nella razionalità.
Il momento della traducibilità dell’ esperienza religiosa in teologia, in concetti, in dogmi, in morale è successivo alla prima esperienza (del sacro) che è totalmente irrazionale e “numinosa” . Il Numen è indicibilmente esorbitante ogni capacità di dire e di attribuire i significati propri della natura umana.
“Tremendum e Fascinans” due categorie opposte che appartengono all’esperienza del sacro. Tema affascinante e meno male che con le moderne tecnologie si possono riascoltare tutte le relazioni per capirne di più e approfondire.
C’è poi stato il secondo incontro tenuto da uno studioso appassionato il prof. Augusto Cavadi di Palermo, che ci ha proposto una interpretazione “libera” dei Testi Sacri, soprattutto riguardo il significato della parola “amore”.
Non potendo riassumere la sua relazione riporto qui di seguito la dedica che scrive nella prima pagina di un suo libro “Chiedete e non vi sarà dato”: “A mia moglie Adriana, raro, prezioso intreccio di eros, philia ed agape”.
Sabato scorso c’è stato il terzo incontro, moderato dalla gentile compostezza del prof. Pier Paolo Boldon Zanetti: un filosofo il prof. Arcoleo, uno psichiatra il prof. Borredon, un teologo padre Raffaele Previato.
Il prof. Arcoleo ha fatto rivivere i filosofi greci Eraclito, Platone, Aristotele, Plotino e la filosofia medioevale, San Tommaso.
E’ stata poi la volta del prof. Borredon alle prese tra il (im) possibile confine tra misticismo e follia e il rito religioso come terapia collettiva.
Da ultimo, ma non il minore (come dicono gli inglesi), Padre Raffaele che si è cimentato con notevole passione e razionalità nella sua originale convinzione (e non solo sua) che tutti i possibili inganni del sacro e del rito si annullano ai piedi della Croce dove è stata sacrificata una vittima innocente.
Mancano ancora due incontri. Non potete perderli.

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Cromosoma Y ?

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Sono sempre stato allergico alle suore! Sono cresciuto in una famiglia dove una zia, sorella di mio padre, era una suora Salesiana. Le poche volte e il poco tempo che trascorreva a casa erano vissuti come momenti di panico per la forza dirompente che quella zia riusciva a scatenare in seno alla quiete e semplicità di una famiglia contadina: al suo arrivo per me erano amare medicine ricostituenti che dovevo bere per crescere sano, compensate da altrettanto sgradevoli caramelle al gusto di naftalina che la premurosa zia conservava nei cassetti della biancheria. Inquietudine, disagio, sconcerto, hanno così marcato la mia prima giovinezza e il mio immaginario del mondo religioso femminile. Non me ne voglia la cara zia suora che oggi mi guarda comunque con benevolenza dal Paradiso; erano altri tempi, altri modi di formarsi e di esprimere e trasmettere la propria vocazione e il proprio stile di vita..., forse. In noviziato è stato un trauma “frequentare” tutte le comunità di suore e monache presenti sul territorio: i giovani fraticelli novizi costretti a rallegrare della loro presenza le suorine. Di ritorno da queste visite inevitabilmente iniziava una discussione e un scontro con il maestro di noviziato che mi imponeva tali frequentazioni. Terminato il noviziato, ero ormai completamente allergico alle suore. Quante risate si sono fatti su questa mia allergia i miei confratelli durante gli anni di formazione! Ma a poco a poco, grazie anche a quelle risate, la mia allergia è andata stemperandosi, lasciando spazio ad una maggiore consapevolezza che quell’immaginario dentro la mia testa stava sparendo. Ho iniziato a vedere con occhi diversi e con diverso interesse l’altra dimensione della vita religiosa, quella femminile. Le parole di Gesù “che c’è tra me e te donna?” (Gv 2,4) risuonavano come paradigma di nuovi interrogativi che ancora oggi sono costanti ingredienti della mia vocazione: che rapporto c’è tra frati e suore?; che tipo di collaborazione, di predicazione? Come integro la dimensione femminile nella mia vita religiosa?

La scelta del tema annuale del Giubileo domenicano “Le donne e la predicazione”, mi offre l’opportunità di meglio concretizzare questi interrogativi. Il logo realizzato da suor Thoma Swanson per questo tema inquadra il fondamento della donna predicatrice, come prima testimone del Risorto e con l’arduo compito di credibilità di fronte ai destinatari di questa Buona Notizia. La credibilità di Maria di Magdala è inquinata dal suo passato e ho sempre pensato che fosse questa la ragione del suo primato come predicatrice della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. San Domenico riproporrà lo stesso schema con la fondazione di Prouille: il primo parto di san Domenico è femmina. In Maria di Magdala e nella comunità di Prouille vedo la necessità di integrazione della donna (suore, monache, laiche) nella predicazione. Anzi, di più: mi sembra che la predicazione o l’evangelizzazione abbia il suo punto di inizio in una voce femminile e la voce maschile abbia dovuto poi integrarsi. Attraverso i secoli della storia della Chiesa le cose sono andate diversamente e la voce femminile è rimasta (e rimane) incompiuta o soffocata dalla difficoltà di oltrepassare le barriere culturali maschiliste e sessiste che pretendono l’esclusiva della predicazione. Recentemente in una conferenza su ‘Dio Padre’ richiamavo le espressioni teologiche che cercano di esaltare anche la dimensione materna di Dio: posto che sia insensata un’interpretazione sessista di Dio (Dio non ha cromosomi!), rimane evidente che dietro la rivendicazione di movimenti o teologie femministe del ‘Dio Madre’ c’è tutta la problematica contemporanea del Dio patriarcale e, soprattutto, della Chiesa patriarcale. La Chiesa ha come fondamento l’annuncio di un messaggio di salvezza e come struttura le relazioni di comunione e la gerarchia (preclusa alle donne) è specialmente funzionale; ma è comunque riuscita fino ad oggi a mantenere questa dimensione patriarcale, trasmessa e inculcata nella cultura, nella vita famigliare, nella liturgia, nella morale (la centralità della morale sessuale rispecchia il pensiero preponderante del maschio?).

“Maschio e femmina li creò” (Gn 127), non traccia una linea di demarcazione tra uomo e donna ma un unico atto creativo di Dio. Dio non ha creato Adamo ma un esemplare di uomo o meglio di umanità nel senso che ogni maschio e ogni femmina sono immagine-somiglianza di Dio. Per avere un uomo che gli somigli e che lo rappresenti, Dio ha bisogno di crearne due: maschio e femmina. È  l’integrazione dell’uomo e della donna che esprime l’immagine e la somiglianza con Dio. La tradizione teologica domenicana ha sempre avuto due criteri di analisi: si può distinguere senza separare; si può unire senza confondere. Distinzione e unione sono la via all’integrazione.

Credo che non sia sufficiente, per quanto importante, continuare a chiederci come e cosa predichiamo. Anche se è una domanda costante che rinnova le nostre professioni religiose. Ma per mantenere viva questa vocazione dobbiamo anche chiederci ‘con chi?’. Con chi predichiamo? La Famiglia Domenicana ha questa risorsa inesauribile di unire la sensibilità femminile a quella maschile per offrire una predicazione integrata. Purtroppo nelle nostre comunità tale integrazione è poco praticata. Come possiamo allora essere testimoni di un annuncio di salvezza di/per/con ogni uomo e ogni donna se non viviamo questa integrazione? È solo un problema di cromosomi?

Dal 1999  vivo qui nella comunità Agognate, composta da frati e laiche/ci domenicani/e: un progetto e un senso di vita religiosa che cerca – dico ‘cerca’ perché non sempre  riesce – di integrare l’universo maschile e quello femminile in un’unica esperienza di predicazione (mantenendo stili e sensibilità differenti). Sempre in quell’anno gli Atti del Capitolo Generale di Bologna dedicano una sezione a ‘Uomini e donne insieme nella missione’: “Spesso i frati dell’Ordine hanno considerato le suore e i laici come i destinatari della loro cura pastorale, invece di vedere in essi i loro pari nella missione apostolica. […] Crediamo sia importante che i frati facciano l’esame della loro immagine della donna, come pure l’immagine che offrono agli altri mediante le loro parole e i loro comportamenti.” (n° 34).

Oggi, a distanza di 13 anni, mi rendo conto di quanta strada ci sia ancora da percorrere in questa prospettiva di integrazione di missione apostolica.

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Safira

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Da quando Maria e Giuseppe erano venuti ad abitare nella casa accanto, Safira non riusciva più a combinare niente di buono. Tutto le andava storto e vedeva nera ogni cosa. È risaputo che per chi vede nero è come se gli calasse sugli occhi qualcosa che impedisce di vedere correttamente. Non perde la vista, vede male. Come non esiste più sordo di chi non vuole sentire, così non esiste collirio capace di far vedere chi non vuole vedere. Se uno decide in cuor suo di non vedere la bellezza di un altro, non solo non la riconosce come bellezza, ma vi trova ogni difetto, tanto da percepirlo come bruttezza. Ciò avviene anche per la bontà. La si coglie come falsità, come imbroglio o come affettazione da chi ha deciso che “l’altro” non è né buono, né onesto.
Safira andava in Chiesa tutti i giorni, la mattina a Messa e tutti i pomeriggi al Rosario e alla Benedizione Eucaristica. Era presidentessa di una associazione caritativa e, se non ricordo male, apparteneva al terz’ordine dei laici francescani in qualità di maestra delle novizie. Si considerava una brava donna... tanto brava che, quando ogni 15 giorni andava a confessarsi, trovava difficoltà ad esaminare la sua coscienza perché non riusciva mai a trovarsi un peccato vero.
“Che gli dico al prete?... Bestemmiare, non sono abituata, rubare, Dio me ne guardi, commettere atti impuri men che meno visto che, per grazia di Dio, ho conservato intatta la verginità! Il delitto mi fa orrore e non ho mai desiderato né la roba, né l’uomo di un’altra. Il mio peccato, se ne ho - si diceva - é sempre il solito: mi distraggo un pochino nella preghiera e tutt’al più mormoro un pochino. In fondo sono anche una donna...”.
I nuovi vicini erano profughi, ma Safira non sapeva bene di che paese fossero. Lui era un capellone che si spacciava per falegname e lei che, anche quando il caldo era soffocante, non si toglieva mai il velo dalla testa, suppliva ai tanti capelli che lui mostrava, nascondendo i propri. A questi due strani personaggi era stato dato in uso un locale mezzo diroccato dove anticamente esisteva una stalla. Locale posto all’esterno del palazzo e che da tempo veniva adibito soltanto a ripostiglio, una specie di discarica privata di tutti gli abitanti del palazzo.
I nuovi venuti avevano trasformata la vecchia stalla in abitazione togliendo ai vari condomini la possibilità di accumulare in quel luogo tutto ciò che sarebbe stato opportuno gettare in una discarica. Senza mai lamentarsi e sempre con il sorriso sulle labbra, i due giovani avevano ripulito il locale.  Di conseguenza non solo Safira ma la maggioranza dei condomini, privati di una discarica sotto casa, si lamentavano con il padrone dello stabile, che, per una carità “pelosa”, aveva permesso ai due emigranti di abitarvi. In effetti il pensiero di molti era negativo nei confronti di tanti stranieri che da qualche anno continuavano ad affluire nelle loro città.  
In quel condominio anche altri problemi assillavano Safira: l’inquilina del piano sopra aveva recentemente divorziato e si era risposata al comune. Tre o quattro famiglie non mettevano mai piede in chiesa; il signor Rossi si era accompagnato con una donna rumena più giovane di venti anni. Infine vi era una coppia di sordomuti che litigavano in continuazione e che secondo Safira  certamente si picchiavano sodo un giorno sì e un altro pure. Ma tutto ciò era passato nel dimenticatoio; in quei due giovani si era ormai appuntata tutta l’ira e la curiosità della donna, per cui tutto il resto le sembrava meno grave. Non capiva come potessero vivere sempre contenti e sorridenti malgrado la loro  indigenza. La ragazza aspettava un bambino ma lavorava in continuazione. Sentendola anche cantare, scuoteva la testa mormorando:“Signore mio, non capisco come abbia voglia di cantare, non c’è dubbio, quella ragazza non ha la testa sulle spalle. Come farà a cantare tutto il giorno, quando non ha un soldo neppure per far cantare un cieco?! Sono dei terroni sciocchi e senza giudizio! Lui è un capellone che secondo me sa a stento usare la pialla e lei ha una faccia da madonnina tutta zucchero e miele. E’ proprio vero: Dio prima li fa e poi li accoppia”; e sospirando si ripeteva angosciata: “Il dramma è che continuano a mettere al mondo dei bambini!  A me che sono tutta casa e chiesa Dio non ha dato nessun figlio e non vi è dubbio che lo avrei educato e cresciuto nella legge del Signore. Ma come crescerà questo bambino con due genitori così?”
La gioia che zampillava da ogni azione dei due giovani, oltre che darle fastidio, le faceva covare il sospetto che avessero da nascondere un qualche cosa di losco. Il suo dilemma era sempre quello: “Che siano dei terroristi?”  
E rimuginando queste cose, ogni giorno, spiava tra le persiane le mosse di Maria. Spesso non badava più al ragù che si bruciava o non stava attenta al latte che usciva fuori dal bricco e spesso non aveva più tempo neppure di rifarsi il letto.
  Un giorno che i due sposi ebbero una visita, tanta fu la curiosità della donna che per correre alla finestra lasciò aperto il rubinetto dell’acqua del bagno  e si trovò allagato l’appartamento. Aveva sentito parlottare Maria e Giuseppe e le era sembrato di udire delle cose che confermavano i suoi sospetti. Ciò che le sembrava di aver udito e capito risuonò in lei come qualcosa di mostruoso. L’ospite, certo un terrone anche lui, rincuorava Giuseppe perché presto sarebbe venuto un Salvatore che avrebbe messo in libertà i prigionieri.
“Lo sapevo, lo sapevo che quei due sono dei terroristi” bofonchiò la donna.  Maledisse l’acqua che scorreva, e per tamponare il disastro, perse il resto del discorso. Un’altra volta lasciò bruciare lo stufato perché vide partire Maria da sola. Venne poi a sapere che la giovane sposina era andata ad aiutare una sua lontana parente, una certa Elisabetta che, a quanto aveva sentito, abitava molto distante. “Qui gatta ci cova” si disse Safira “una sposina che se ne parte sola e per di più mentre aspetta un bambino, non mi fa presagire nulla di buono”. Ogni domenica  dopo la messa, Safira si fermava volentieri con le amiche e giù a parlare della strana coppia. “Quel Giuseppe è rimasto solo, è troppo taciturno. Chissà come vive, e poi perché non si taglia i capelli? Mai visto un falegname capelluto!”.  Di tutto ciò  parlava spesso anche con Debora, che faceva la dama di carità a tempo pieno. Donna, questa, stimata da tutti, tanto che la chiamavano: il buon Samaritano della città. Costei si vantava, giustamente, di riuscire a capire al volo chi era davvero povero e chi, come quella strana coppia, fingeva per sfruttare la bontà della gente per bene. La dama di carità aveva in pieno condiviso i pensieri di Safira, anzi le aveva consigliato di vigilare su quella strana coppia.
Un bel giorno la sposina ritornò e dopo qualche mese nacque un bambino, ma neppure la sua nascita fece cambiare idea a Safira sulla “strana coppia”.  La donna, infatti, il giorno di Natale si recò come al solito in chiesa e davanti al presepio, non sapendo con chi sparlare, iniziò a lamentarsi con la Madonna: “Perché alla gente strana vanno sempre bene tutte le cose? Io ho passato la vita tra casa e chiesa ed eccomi qui, quasi vecchia, e sola in questo giorno di Natale!”.
Pianse un pochino sentendosi la pecorella smarrita e, sempre lamentandosi,  si sedette davanti al presepio e si appisolò. Nel dormiveglia le sembrò che la Madonna si alzasse dal presepio e le venisse a sedere vicino, sentì che le prendeva una mano e le diceva: “Safira, figlia mia, soltanto l’amore è il collirio necessario per aprire gli occhi del cuore. Il mio Gesù, che tu dici di amare, ha detto: “Chi è mia Madre, chi i miei fratelli?”. Madri e fratelli del Signore sono tutti quelli che fanno la volontà del Padre mio. In ogni uomo, in ogni donna, indipendentemente dal colore della pelle e dal luogo di provenienza vi é un figlio mio. Ama quella coppia straniera e in essa vedrai Giuseppe, me ed il mio Figlio Gesù”.
 Quando Safira si svegliò, guardò il presepio e nelle statue della Sacra Famiglia riconobbe i volti di quella famiglia che abitava vicino alla sua casa. Si stropicciò gli occhi più volte, si avvicinò alle statuine e finalmente capì.

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

La predicazione delle donne

Sono andata con grande emozione, o dovrei dire con “timore e tremore”, nel sancta sanctorum dell’Ordine, a Roma sull’Aventino, dove si trova la Curia Generalizia e dove Domenico visse per qualche tempo. Ero stata invitata da fra David Kammler, promotore internazionale del Laicato domenicano, a partecipare al Salotto che quest’anno avrebbe trattato il tema della predicazione delle donne nell’Ordine.
Il Maestro Generale, fra Bruno Cadoré, nella sua introduzione all’incontro, come nella Lettera indirizzata a tutti i membri dell’Ordine all’inizio del 2012, preferisce usare il termine evangelizzazione per non creare confusioni con la predicazione ministeriale o istituzionale, riservata ai frati ed ai presbiteri. Mi piace l’immagine di donna portatrice di buone notizie, specie in questi giorni in cui la Tv ci sommerge di pessime notizie: l’attentato alla scuola di Brindisi in cui una ignara ed innocente, la sedicenne Melissa, ha perduto la vita; le case, le chiese, gli stabilimenti industriali sventrati dal terremoto in Emilia.
Ma fuori dalle distinzioni terminologiche, Sr Giovanna Figini, monaca di Pratovecchio (AR), Sr Elena Ascoli della Congregazione Romana di San Domenico, impegnata nella pastorale universitaria a Perugia, ed io laica domenicana e presidente provinciale delle FLD, abbiamo condiviso con i numerosi intervenuti, frati, suore e laici, la nostra esperienza di annuncio.
Ad ognuna di noi, donne del XXI secolo, come alla Maddalena, è rivolto l’invito di Gesù “Va’ a dire ai miei fratelli”: raccontare quello che abbiamo visto con i nostri occhi e toccato con mano, uscire dalle nostre tombe per cercare tra i viventi il Crocifisso risorto.
Va’ a dire loro che la tomba è vuota, che il Signore è di nuovo tra i vivi e che tra questi bisogna cercarlo, raggiungerlo, riconoscerlo. Nella “Galilea delle genti”, nella con-fusione di razze e culture che da sempre è stato il luogo della ricerca e dell’incontro, per condividere con loro le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne con il loro vissuto di desideri, di sogni spesso sepolti dall’assordante voce della fatica quotidiana o del timore.
Spetta a me, a noi, saper narrare l’esperienza dell’incontro con il Signore, morto e risorto. Spetta a noi trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l’unica Parola che salva, portare l’annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini. Spetta a noi essere in silenzio a fianco di chi soffre, laddove non servono parole, ma solidarietà.
A me donna, a tutte le donne credenti, alla mia fragilità, ai miei tradimenti, alle mie paure, ma anche ai miei sogni è stato affidato il mandato di essere narratrice di speranza. Il mio “pulpito” privilegiato, quello di tante donne, è la vita di tutti i giorni: la famiglia, il lavoro, la parrocchia, la scuola, la comunità.
Che cosa ne ho fatto dell’ardente passione per l’uomo vissuta da Domenico? Della sua urgenza di incarnare la Parola di Dio perché diventi la nostra vita? Gesù non rimane seduto all’interno della sinagoga, ma percorre le strade, non ha paura di sporcarsi le mani, di mettersi al limite della legalità cultuale e culturale del suo tempo!
Anche Domenico lascia la sicurezza e la tranquillità della cattedrale di Osma, scende in mezzo alla gente e soprattutto ama: non si può condividere con chi non si ama, si rischia di portare solo la nostra condiscendenza, o peggio ancora il nostro giudizio.
Come donne, chiamate ad annunciare la Parola, ci troviamo a cercare una rinnovata fantasia nell’annuncio, a cogliere ogni occasione, ad essere predicatrici credibili, convincenti ed autentiche secondo modalità femminili. A farci carico delle molteplici situazioni di ingiustizia, di violenza e di oppressione. Abbiamo un esempio di come le donne domenicane possano rispondere alla loro chiamata: con Caterina da Siena e come lei denunciare ciò che non va, “non più tacere. Veggo che per tacere il mondo è guasto”!

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

I comandamenti

Quest’anno come Gruppo locale del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) abbiamo approfondito lo studio sui Comandamenti. Come di consueto abbiamo scelto di non avere relatori per i nostri incontri, ma di farci noi stessi carico dello studio e della presentazione degli argomenti. Accompagnati dal Pastore Davide Rostan, che per un anno ha svolto il suo servizio nella Chiesa Valdese-Metodista di Novara, abbiamo coordinato un lavoro che possiamo definire ricco e fruttuoso.
Riprendere “le dieci parole” per riascoltarle con le istanze che oggi la storia ci pone ha significato non rilegarle più a pagine scritte o ricordi di catechismo. Ci ha aiutato a capire come è necessario che interagiscano con le nostre scelte ed i nostri comportamenti.
Tra le tante suggestioni raccolgo quella che è emersa con forza da un intervento del Pastore nel corso di un incontro: “ i comandamenti non sono espressi all’imperativo ma all’indicativo futuro”.
Anche nella nuova versione della Bibbia di Gerusalemme, sia in Esodo che in Deuteronomio non troviamo più la formulazione: “Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare…”. Abbiamo: “Non Ucciderai. Non commetterai adulterio. Non ruberai…”
“Io sarò con te” e tu sari in grado di mettere in pratica un programma di vita per te, per il tuo prossimo, per la società tutta.
Vederli collocati nella luce della Promessa riprendono un nuovo vigore.
Non norme dettate dall’imposizione arbitraria di un Dio, ma possibilità data ad un popolo liberato dalla schiavitù dell’Egitto di continuare a vivere nella libertà.
Non peso da portare per compiacenza ad una divinità, ma sequela di un Dio che apre il mare per dare al suo popolo una strada all’asciutto.
Parole ricevute su di un monte fumante in mezzo a tuoni, lampi e suono di corno. Il Signore si manifesta in tutta la sua potenza provocando tremore. Solo Mosé si avvicina, il popolo si tiene a distanza. Sono parole di un patto che resta scritto su tavole di pietra. Il Dio d’Israele cammina in testa al suo popolo e non verrà mai meno alla sua fedeltà.
Senso di liberazione e gratitudine dovrebbero sgorgare dal nostro cuore per una legislazione che chiede solo quello che dà. Una legge da custodire perché da essa siamo custoditi.
Ci sarà ancora un monte, avvolto da una nube oscura, quello del Golgota, dove ancora una volta Dio in Gesù di Nazareth si fa carico di aprire la strada ad un’umanità nuova.
Qui anche la nostra colpevolezza è stata risanata, come ci dice l’apostolo Paolo: “annullando il  documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla Croce”  (Col. 2,14)
Questo è da vivere come singoli fedeli e come Chiese. Come grazia e dono.
I musulmani in Italia: tra libertà religiosa e prospettive di relazioni interreligiose

Quest’anno la Giornata di formazione della Commissione interregionale Ecumenismo e dialogo si è svolta a Vercelli. “Benvenuti nella Chiesa madre” è stato il saluto  dell’Arcivescovo mons. Enrico Masseroni.
I lavori sono stati preceduti dalla preghiera nella cappella del Seminario con una intensa riflessione biblica fatta da Don Silvio Barbaglia (attuale responsabile Diocesano di Novara per l’Ecumenismo e il Dialogo).
I Musulmani fanno risalire la loro discendenza a Ismaele, primo figlio di Abramo. Sara è sterile, non può avere figli, allora pensa di dare una discendenza ad Abramo attraverso la sua schiava, ma, quando nel grembo di Agar fiorisce la vita, la sua rivalità di donna arriva all’estremo e chiede ad Abramo di allontanarla!
Agar si trova nel deserto, da sola. Ci sono due racconti nella Genesi, uno in cui Agar è maltrattata e si allontana quando è incinta e l’altro in cui viene scacciata insieme al bambino.
Nel primo racconto la trova l’angelo del Signore, le dice di tornare dalla sua padrona e le assicura che moltiplicherà la sua discendenza (cfr. Gen. 16).
Nel secondo (cfr. Gen 21,8-21) il Signore ascolta la voce del bimbo destinato a morire, apre gli occhi ad Agar e vede un pozzo e nel deserto l’acqua è il fiorire della vita.
C’è un angelo che viene dopo il dolore.
Sono seguite poi le relazioni:
Don Andrea Pacini si è  soffermato sui fondamenti teologici del dialogo interreligioso come emergono dal Vaticano II.
 La giovane dottoressa Maria Bombardieri, che ha condotto recenti ricerche sull’Islam in Italia, ci ha ben delineato il quadro della presenza musulmana. Il professor Roberto Mazzola, docente di diritto ecclesiastico, che segue da anni le questioni relative al diritto di libertà religiosa, ci ha parlato delle difficoltà di raggiungere accordi a livello legislativo.
L’ospitalità del seminario al mattino e delle Suore di Santa Maria di Loreto al pomeriggio, la visita alla Sinagoga hanno reso questa giornata di studio anche un momento piacevole di conoscenza della realtà locale ricca di storia e di cultura.

Ho ricevuto dall’amico Theo il testo di un’interessante riflessione del padre francescano Werenfried Wessel, che ho avuto occasione di conoscere durante un mio soggiorno a Dortmund.
Ve lo propongo in una mia traduzione, purtroppo con qualche taglio per motivi di spazio. Se alcuni passaggi sono, forse, espressione di una particolare situazione della Chiesa tedesca, nell’insieme credo costituisca per tutti un testo che invita a riflettere sul proprio impegno nella e per la Chiesa.

A 50 ANNI DAL CONCILIO
IL SOGNO DI UNA CHIESA APERTA
 di Werenfried Wessel OFM

I
Cinquant’anni dal Concilio
Che tutto questo sia stato un grande errore?
-  La speranza in una Chiesa cattolica – romana che va incontro al mondo con le braccia aperte e che non si rifugia nella sacrestia?
-  Che ritiene gli uomini capaci di decisione e rispetta la libertà delle loro decisioni secondo coscienza?
-  Che unisce la mistica e la politica e si impegna per i poveri del mondo?
-  Una Chiesa alla quale non interessa il potere sugli altri e che non si preoccupa solo dell’ortodossia teologica?
-  Che riconosce che anche nella altre religioni c’è un’azione di salvezza da parte di Dio?
Tutto questo soltanto un autoinganno? Io non lo credo, ma questa fede, in questi giorni, viene messa a dura prova.

II
C’era un tempo una Chiesa posta nel mondo come una solida fortezza. Chi era all’interno, era orgoglioso di appartenervi. Si sentiva a casa sua, era nato in essa e in essa aveva la propria patria, tra persone che condividevano le stesse idee. Si era contenti che il comandante tenesse quasi sempre sollevato il ponte levatoio e le finestre chiuse. Fuori c’era il mondo pagano. Certo, con queste precauzioni difficilmente poteva entrare il male. Così si pensava.
Ma l’aria, in questi locali così sigillati, diventava sempre più soffocante; si era creata una situazione simile a quella di una pentola sotto pressione, non più capace di trattenere il vapore.
Ma lo Spirito, lo Spirito Santo, lo abbiamo visto, soffia dove vuole.
Venne un Papa, che fu chiamato un papa di transizione, e proprio lui, da cui certamente non si aspettava nulla di tutto ciò, ebbe un’idea rivoluzionaria: “Apriamo le finestre!”, disse, “nella Chiesa deve entrare aria fresca”. E così avvenne. Era Giovanni XXIII, poi chiamato “il papa buono”.
Il mondo, non soltanto la Chiesa, fu presto preso da stupore.
Tre mesi dopo la sua elezione, il 25 gennaio 1959, annunciò un Concilio ecumenico. Chiedeva un “aggiornamento”, un riavvicinamento della Chiesa alle richieste del tempo. Non doveva essere un concilio dottrinale, con nuovi dogmi, né un Concilio per condannare delle eresie. Doveva affrontare i problemi che toccavano i cristiani nel XX secolo.
La basilica di San Pietro fu trasformata nell’aula conciliare e l’11 ottobre 1962 2542 padri conciliari provenienti da 133 paesi fecero il loro ingresso in essa, lasciando il mondo stupito.
Il 1962 è stato anche l’anno della mia ordinazione presbiterale.
Noi avevamo vissuto un’altra realtà: il latino come unica lingua della Chiesa, la celebrazione della Messa con le spalle rivolte al popolo, una disciplina ecclesiastica basata sull’obbedienza, una teologia fatta di dottrine da imparare a memoria, una morale con scarsi riferimenti all’esperienza degli uomini d’oggi.
E poi, d’un tratto, questo straordinario nuovo inizio.
Mi ricordo bene: andavamo affannosamente in cerca di un televisore, per essere anche noi, in qualche modo, presenti all’evento.
Attendevamo con ansia le relazioni settimanali del carismatico gesuita Mario von Galli.
Come d’improvviso, appariva un’altra chiesa: accogliente, aperta, viva. […]

III
Che è accaduto da allora?
Dobbiamo dire: è avvenuto un tempo, non ritorna più?
Non vorrei rassegnarmi. È vero, via via altre forze hanno ripreso il timone. Soffrivano per la corrente d’aria provocata da Giovanni e così hanno chiuso ora una finestra, ora una porta.
Si è di nuovo imposto un pensiero clericale-gerarchico. Invece della Chiesa come comunità, come popolo di Dio in cammino, come un reciproco impegno dei presbiteri e dei cosiddetti laici, al posto di tutto ciò, un opprimente ristagno delle riforme.
Faccio presenti alcuni punti, con impazienza, ma anche con speranza:
Il celibato, sempre oggetto di discussione. È un segno spirituale importante della nostra Chiesa e deve rimanere tale. Non è, però, nemmeno una panacea. Eppure, tiene lontano dal presbiterato molti uomini capaci, di cui abbiamo bisogno, perché le nostre comunità restano orfane.
Di fatto: abbiamo bisogno di nuove possibilità di accesso al ministero presbiterale.
Lo si vede: proprio nel campo dove si può fare concretamente esperienza di Chiesa, nella cura pastorale, la situazione diventa difficile. Sempre più, le parrocchie vengono unificate in gigantesche strutture pastorali. Ma la cura pastorale è essenzialmente incontro! Il problema non si può risolvere soltanto da un punto di vista organizzativo. In questo modo allunghiamo soltanto la crisi!
Altre domande senza risposta:
Che ne è dei cristiani divorziati e risposati? Rimangono esclusi dai Sacramenti? A questo proposito, il cardinal Martini ha detto: “I Sacramenti non sono uno strumento di disciplina. La domanda se i divorziati possano fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a persone le cui relazioni sono diventate difficili o sono fallite?”
O ancora: Che ne è della partecipazione alla mensa eucaristica, negata ai cristiani evangelici?
Che ne è nella nostra Chiesa del dovuto riconoscimento dell’importanza delle donne, che tengono in piedi la vita delle parrocchie, ma rimangono escluse da importanti uffici ecclesiali?
Che ne è della partecipazione della base alla nomina di vescovi e parroci? Già nella chiesa primitiva valeva la regola: “Ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti”. Noi diciamo: dovrebbe esserci almeno una decisone com-partecipata.
Che ne è della riforma della curia romana, già sollecitata dal Concilio? È vero che ci possono essere resoconti [dei media] che spingono in una certa direzione, ma queste storie penose che emergono dal Vaticano non sono soltanto frutto di invenzione!

IV
Desidero precisare: non si tratta di una critica mossa con l’atteggiamento di chi resta in disparte. Al contrario, si tratta di un atto di lealtà critica, di un sano amore alla Chiesa. La Chiesa non ci è indifferente, noi l’onoriamo. Essa è il luogo vitale per la nostra fede. Dalle sue mani riceviamo la Parola e i Sacramenti. Senza di essa noi – e neppure i nostri genitori e i nostri nonni - non avremmo saputo nulla di Gesù.
 La Chiesa ci dà una speranza che va oltre la morte.
 È il luogo della quiete, della riflessione, della preghiera.  […]
Quanto più povero sarebbe anche il nostro Paese se non ci fossero le feste, l’arte, l’architettura, la musica, la poesia, la liturgia e la diaconia create dal cristianesimo. In breve: un’eredità meravigliosa. Eppure, anche la migliore eredità deve essere vissuta in forme sempre nuove.
La domanda pressante suona quindi – e per questo abbiamo bisogno di riforme – “come andare avanti?”. I nostri figli e nipoti sentiranno ancora parlare di Dio e da chi?
Il nostro capitale più proprio è lo stesso vangelo; il criterio di giudizio è uno: Gesù di Nazareth. Il suo messaggio, vissuto nel modo giusto, annunciato nel contesto del nostro tempo, farà presa anche sugli uomini d’oggi.
Infatti, chi non va alla ricerca di un sostegno? Chi non va alla ricerca di un senso per la sua vita? Chi non ha bisogno di misericordia? […]
Perché un giorno non potrebbero accadere cose meravigliose, che oggi non riteniamo possibili?
Perché la fame spirituale nel nostro Paese un giorno non potrebbe essere così grande da far dire: “senza la visione della predica della montagna, senza questa fonte fondamentale della speranza, che mi sostiene, io non vorrei vivere”?

Sabato, 01 Dicembre 2012 00:00

Succede in Fraternita

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Qualche riflessione / considerazione della Presidente

Mi accingo a proporre (è un tentativo) in maniera non strettamente organica alcuni momenti della prima domenica di fraternità di quest’anno (01/11/2012): l’intento oltre a quello di farne una breve cronaca, sarebbe quello di condividere con gli assenti… e con i lettori del giornalino le riflessioni e le emozioni vissute durante quella giornata.    
Riporto la mia introduzione alla giornata che avviene sempre con il canto delle Lodi mattutine.

Benvenuti e ben ritrovati (i vostri sguardi mi rimandano un saluto altrettanto affettuoso e un invito silenzioso e gentile a continuare).
Siamo qui di nuovo a proseguire il nostro cammino o se volete il nostro percorso di Laici domenicani.
Ci aspettano giornate di incontri, riflessione, studio, preghiera, tutte occasioni che il Signore ci offre per mettere a frutto i doni della sua grazia.
E quindi dobbiamo essere riconoscenti e impegnarci.
Non è la prima volta che ho occasione di riflettere con voi sul brano del profeta Ezechiele che stamattina la liturgia ci propone.
Anche allora, come oggi, la storia del Popolo di Israele era un susseguirsi di infedeltà e di tradimenti. Ma il Signore, che a tratti sembra ritrarre il suo spirito, ritorna immancabilmente, non fa mancare la sua benedizione e il suo aiuto.
Qui Ezechiele fa ricorso alla rappresentazione di un popolo ormai morto, sepolto in una tomba e che ritorna a vivere per opera del Signore che, non dimenticando la sua alleanza, risuscita i morti dai sepolcri e fa rifluire la vita.
Una testimonianza  di misericordia e di perseveranza.
Come tradurre questa visione ai tempi di oggi?
Viene la tentazione di dire: sono cose piene di fascino, che succedevano allora, in tempi mitici quando i concetti e gli avvenimenti venivano trasmessi con un linguaggio immaginifico e ridondamte.
Ora che il cielo è stato svuotato da tutti i miti e dagli idoli, queste cose non succedono più: peccato!
L’alleanza con il Signore è faticosa, oggi come allora. E’ più comodo credere negli idoli, meno esigenti, più alla portata di mano e quindi lasciare che scivoli via l’idea dell’alleanza (la Sua con noi e la nostra con Lui) e dell’impegno.
C’è ancora un Ezechiele che ci rovescia la prospettiva e che fa rinascere la speranza a noi che spesso tendiamo a farci deludere da tutto?
C’è un profeta che ci suggerisce che quello che noi vediamo come finito è l’inizio di un cambiamento?
Provo a riflettere e cerco di vedere quello che mi circonda: faccio riferimento a due spunti, non per tentare di dare una risposta, ma come si dice oggi, per offrire una pista di riflessione, spunti che traggo da questo stesso giornale. Non è vero che siamo tutti profeti?
Il primo è una considerazione che mi è venuta dall’articolo di P. Raffaele sul Vangelo della settimana scorsa:
“Se il vostro occhio vi è di scandalo cavatelo”.
Allora che il problema non stia tanto nella realtà esterna, quanto nella nostra incapacità di vedere le cose… L’occhio è incapace di vedere..
I Farisei e i dottori della legge non sono stati capaci di vedere in Gesù il Figlio di Dio e quindi l’hanno condannato a morte: “non hanno visto la vita che fioriva.”
Qualcuno dice che l’opera d’arte sta negli occhi di chi guarda!
Se ci è difficile “cavarci un occhio” cerchiamo almeno di cambiare il modo di vedere le cose, per esempio di non pensare di avere sempre ragione e di possedere la verità.
La seconda riflessione la traggo dall’articolo di Lucia che ci parla dei suoi incontri ecumenici, sui dieci comandamenti ovvero sulle Dieci Parole.
Ci ricorda che i comandamenti non sono stati formulati all’imperativo ma al futuro: non ucciderai, non ruberai, quindi non un condizionamento a volte impossibile, ma un futuro aperto alla speranza.
Allora, con l’aiuto del Signore, diamoci da fare con la “speranza di vedere l’invisibile nel visibile”.

Sabato, 01 Dicembre 2012 00:00

Eletto!

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Quest’anno il Natale è la festa dell’Eletto che si frappone fra l’eletto presidente degli USA e i 630 deputati (Camera) + 315 senatori (senato) che eleggeremo il prossimo aprile. Con questo esercito di eletti, festeggiare un Eletto che manco abbiamo votato per le primarie (Dio non è democratico, come la gerarchia ecclesiastica) ha poca importanza o è del tutto insignificante. Ecco perché il Natale è tutt’altro che la festa dell’Eletto. Questione di abitudine: anche l’attuale Governo tecnico non è stato eletto (contemplato però dalla Costituzione italiana) e, pur facendo fatica ad accettarlo, ci stiamo abituando anche a questo. L’uomo è un animale che si abitua! Così come ci dovremo forse abituare alle città più buie di notte, come prevederebbe una normativa dalla Legge di Stabilità che, anche se si tratta dell’ennesima Finanziaria, non bisogna chiamarla con il suo nome: Legge di Stabilità suona meglio, è rassicurante (potremmo chiamare il 25 dicembre Festa della Stabilità da sostituire all’obsoleto e banale “Natale”?)...
Comunque sia, nella Legge di Stabilità è stata inserito un provvedimento che prevede  la riduzione e l’affievolimento delle illuminazioni urbane: «per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici» . Il provvedimento è stato chiamato “Operazione cieli bui” e in questo caso il titolo ha poco di rassicurante: come se la situazione italiana non contemplasse cieli già abbastanza bui... Scopo di tale “operazione”, come si legge nella bozza è dunque quello di risparmiare le bollette elettriche comunali e risparmiare risorse energetiche (riguardo poi alla ‘razionalizzazione e ammodernamento’ che costituirebbe una spesa notevole, non capisco dove sia il risparmio). Sia il titolo che le finalità di tale provvedimento mi hanno lasciato molto perplesso in quanto vi vedo molto buio e poca luce: mi sono da subito chiesto come mai il Governo pensa che riducendo l’intensità luminosa si possa risparmiare sulla bolletta quando l’Enel, con il benestare governativo, continua ad aumentarne i prezzi; così come mi sono chiesto se il risparmio energetico auspicato risolva l’impossibilità dell’Italia ad essere autonoma sulla produzione di energia elettrica. In un Paese sviluppato o in via di sviluppo la bocciatura dell’utilizzo delle centrali nucleari comporterebbe necessariamente per il Governo un ripensamento e un rinnovamento dei sistemi di produzione dell’energia elettrica, investendo in programmi di fonti rinnovabili (e a basso costo), avvalendosi di quanto la tecnica oggi mette a disposizione. Questo non è avvenuto in Italia dove il referendum contro il nucleare è stato visto solo come una vittoria o una sconfitta politica limitandosi quindi a goderne il successo o a laccarsi le ferite. E sotto i cieli sempre più bui c’è qualche illuminato come Giulio Sapelli, docente di economia politica e storia economica, che lo scorso marzo, in un’audizione pubblica di fronte alla Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione, proponeva come fonte energetica l’utilizzo del “sano carbone” (ha usato questa espressione) oltre al petrolio che non fa male. Ottima ricetta per avere cieli sempre più bui anche di giorno! [Il testo integrale della audizione è pubblicato solo in formato e-book].
L’uso e l’abuso delle fonti energetiche e delle risorse per produrle sono problematiche centrali sullo scenario globale post-crisi, ma gli eletti di questo mondo non possono e non vogliono sganciarsi da un’economia impostata sui combustibili fossili. Si cercano dunque soluzioni/palliativi a breve termine come affievolire l’illuminazione pubblica. Mentre scrivo, prendo atto che alcuni giorni fa la commissione Bilancio della Camera ha cancellato il provvedimento “cieli bui” dal testo dalla legge Stabilità. Per quanto la decisione abbia trovato la disapprovazione da parte delle associazioni ambientaliste ed ecologiste, le ragioni di tale “passo in dietro” riguardano la sicurezza, in quanto strade poco luminose invitano a delinquere (la stessa Commissione Bilancio ha però introdotto una tassa di 500 euro sulle “gru acchiappa peluche”, macchinette costituite da un contenitore pieno di  pupazzetti di stoffa che bisogna riuscire a pescare manovrando un braccio meccanico).
Quindi, state sereni che a Natale le luminarie pubbliche sovrabbonderanno senza ritegno e senza rimorso e noi tutti plaudiremo illusi che i cieli non siano più bui.
Tuttavia l’inefficienza  dei nostri eletti (efficienti nel tassare anche i peluches) non ci esime da responsabilità, comportamenti e stili di vita che ci portino a un diverso utilizzo delle risorse naturali e ad un minore spreco di risorse energetiche.
Non credo che il Vaticano quest’anno si farà confezionare un presepe in piazza san Pietro meno costoso dello scorso Natale (era solo un misero presepe da 250.000 euro!) e metterà un albero di natale con qualche fila in meno di lampadine colorate, ma si sa: non sempre il buon esempio viene dall’alto. Allora proviamo a darlo dal basso: in un piccolo paese della Diocesi di Novara, da 23 anni i parrocchiani rinunciano a qualche luminaria elettrica optando per dei lumini accesi sui davanzali delle finestre; scrive il parroco, don Renato Sacco: Nel piccolo paese dove abito, Cesara (Vb), 500 abitanti, c’è una bella iniziativa, legata alle luminarie di Natale: ‘Contro la fame cambia la vita e spegni le luci. No allo spreco per le luminarie Natalizie, si alla solidarietà’. E’ nata in tempi non sospetti, non c’era la crisi di oggi, con lo scopo di far cogliere la bellezza, la gioia del non sprecare, dello spegnere per accendere vita, solidarietà. Per dare speranza. Invece delle luminarie accendiamo dei piccoli lumini alle finestre di casa, e il ricavato va a situazioni di bisogno. Chissà, magari per questo Natale 2012, qualcuno potrebbe copiare l’idea!
Così è. Copio l’idea. Per questo Natale ho proposto la stessa iniziativa nelle piccole parrocchie di montagna dove svolgo la funzione di parroco. Una piccola luce sotto questi cieli bui, un piccolo gesto che vuole ancora esprimere il senso proprio del Natale, il senso del dono, il senso della luce che l’Eletto ci fa anche quest’anno, anche con qualche lampadina spenta.

Sabato, 01 Dicembre 2012 00:00

Brescia 2012 e... oltre

Padre Yves Congar op definisce il laico nella Chiesa “un uomo per cui tutte le cose esistono”, qualcuno che vive con passione tutte le esperienze e che ama appassionatamente ogni singolo uomo e l’umanità tutta, tanto da volersi confondere in essa senza pretendere per sé i segni distintivi della ricchezza e dell’intelligenza, ma attribuendo ad ogni essere umano quella sacralità ereditata da Dio.
È l’immagine di Domenico che passava le sue notti in preghiera rivolgendo a Dio ed a se stesso sempre lo stesso interrogativo: “che ne sarà dei peccatori?”, più attento alle sorti del suo prossimo (confratelli, eretici, povera gente) che alla personale affermazione.
È l’immagine di Caterina, piccola donna del Trecento, il cui fuoco interiore e le cui parole appassionate ottengono risultati insperati come la pace tra famiglie rivali, il ritorno del Papa a Roma dopo anni di lontananza. O quella di Montesinos che negli anni della colonizzazione del nuovo mondo si scaglia contro lo sfruttamento degli indios attuato dai suoi ricchi ed avidi connazionali. E potrei aggiungere tanti altri personaggi che hanno fatto la storia dell’Ordine.
Un cantautore/contestatore degli anni ’70, Giorgio Gaber, in uno dei suoi famosi monologhi cantati, ripeteva “La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione!”. Sembra che nel nostro tempo parlare di partecipazione sia come evocare un fantasma del passato. La vita frenetica, la crisi economica, la delusione politica ci portano ad un graduale isolamento, ad un pericoloso individualismo, ad una dannosa indifferenza su quanto ci circonda. Eppure è la nostra vita, è il nostro mondo, è la nostra storia e non possiamo delegare altri a viverla per noi, al nostro posto.
Come cristiani siamo chiamati ad essere narratori di speranza perché la speranza di cui ci facciamo narratori è Gesù Cristo, “luce per illuminare le genti”, il Figlio di Dio, fattosi uomo tra gli uomini perché possiamo vivere la speranza della salvezza che è venuto a portare. Nei giorni di tristezza e di chiusura, nei momenti di delusione e di scoraggiamento, nelle situazioni in cui mettiamo sotto accusa noi stessi e gli altri, questa luce si fa vicina attraverso le parole di conforto di un amico, una conversazione impensata, la carezza di una mano, il sorriso silenzioso di uno sconosciuto, perché il buio in cui ci troviamo e che ci fa paura sia illuminato dalla seppure piccola fiammella tremolante che ci dice: “Il buio si rischiara. Coraggio!”.
Si sa, partecipare può essere un rischio, coinvolge, crea delle aspettative, scardina il nostro modo di pensare privandoci delle nostre sicurezze, può essere deludente, ma significa “esserci”, non guardare a distanza la vita che passa. Partecipare è essere in movimento con i piedi e con la mente, con il corpo e con il cuore, è vivere l’itineranza voluta da Domenico per i suoi figli, è diventare passo dopo passo più consapevoli della nostra vocazione di uomini e donne, di cristiani e domenicani. È quanto è accaduto a quanti hanno partecipato al Convegno Provinciale dei laici domenicani che si è tenuto a Brescia alla fine dello scorso settembre dal tema “Predicazione domenicana al femminile: S. Caterina da Siena. Dinamicità ed analogie tra il suo tempo ed il nostro”. Un percorso tutto cateriniano che ci ha guidato a riflettere sul valore della dignità umana, ci ha invitato a non sotterrare il talento, ci ha interrogato sulla carità nel giudizio del mondo e del prossimo ed in ultima analisi su come in fraternita e nella vita quotidiana viviamo la promessa di seguire la Regola, ovvero se siamo veramente domenicani come diciamo. Chi c’era ha ammesso la fatica sia fisica che economica, ma ha sottolineato anche la gioia della condivisione della preghiera e delle parole, della mensa eucaristica e della mensa amicale ed anche di due chiacchiere scambiate in modo informale durante gli intervalli o nel fare due passi insieme nel parco. Tutto ha contribuito a migliorare la conoscenza reciproca.
La nostra appartenenza all’Ordine non può essere solo a parole, o solo saltuaria. Ogni evento, il successo di ogni iniziativa all’interno dell’Ordine deve essere vissuto in prima persona, perché a ciascuno di noi è affidato il compito di fare crescere la “famiglia” e di preoccuparci del suo benessere. Apparteniamo all’Ordine ed esso ci appartiene se non ci lasciamo sfuggire l’opportunità di “esserci”, di essere partecipi. In questo sta la libertà. Come diceva Gaber “libertà è partecipazione”.

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