Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

Vocazione

Il domenicano è per sua costituzione un itinerante. Spesso però  ci rendiamo conto di quanto sia difficile, vivere questa itineranza, anche solo per poche ore. Facciamo resistenza a lasciare le nostre case, le nostre abitudini, e a metterci in cammino per rispondere ad una convocazione.
I mesi di settembre ed ottobre, per noi laici domenicani, sono stati “movimentati”: le fraternite di ogni regione sono state convocate ad una giornata di riflessione sulla comune vocazione domenicana. In molti si sono mossi per raggiungere il luogo dell’incontro, alcuni con la fatica dovuta agli anni che passano, altri con quella di dover organizzarsi per lasciare il pranzo pronto per marito, figli, o nipoti, altri ancora per il viaggio non sempre agevole. Tutti alla fine della giornata sono tornati alle loro case con la richiesta di ritrovarci più spesso perché è bello, gioioso e stimolante confrontarsi sulla nostra scelta di vita, condividere difficoltà e successi della predicazione, e cercare nel dialogo e nel confronto fraterni soluzioni e progetti comuni per il cammino e la crescita delle fraternite.
Il tema scelto era la vocazione domenicana ad essere “profeti, annunciatori e predicatori.
Una chiamata alla relazione, con Dio e con i fratelli, relazione tra chi chiama e chi è chiamato.
Una chiamata alla compassione, non al giudizio né dell’agire di Dio né di quello dei fratelli.
Una chiamata al servizio, della Parola e della vita.
Una chiamata alla conversione continua per camminare secondo il progetto di Dio e non secondo i nostri desideri, alla ricerca del volto di Dio e non delle nostre idee su di Lui.
La giornata ci ha visto discutere sulla consapevolezza di ognuno della comune appartenenza all’Ordine, sulla responsabilità di una comune missione apostolica. Sui cambiamenti che questa vocazione ha portato nelle relazione con chi ci sta attorno, e su quali mezzi per alimentarla nel tempo per renderla, dopo l’entusiasmo iniziale, più profonda e consapevole.
Con chi non ha potuto essere presente voglio condividere, se non il clima di attenzione ed ascolto reciproco, almeno le riflessioni, frutto del lavoro dei delegati regionali, che hanno dato il via al dialogo.   

“La vocazione è una realtà che riguarda tutti per il fatto stesso che esistiamo.
Infatti la prima chiamata è la chiamata all’esistenza (dal nulla siamo stati pensati per diventare esseri viventi); e siamo chiamati ad essere ad “immagine e somiglianza di Dio”.
Il progetto di Dio su ciascuno di noi non è qualcosa deciso all’origine da un altro trascurando la nostra libertà, ma richiede il nostro costante assenso, esige la nostra risposta, aspetta i nostri tempi e le nostre infedeltà. È un rapporto che si costruisce in relazione a Qualcuno che ci conosce più di quanto non ci conosciamo noi stessi. Dio ci conosce veramente in profondità, conosce il nostro cuore: noi pensiamo di conoscerci, ma in realtà molto spesso ci inganniamo perché giustifichiamo i nostri comportamenti che hanno un’origine  spesso meschina, con motivazioni che danno di noi un’immagine più elevata sul piano etico. Con Dio noi dobbiamo essere in un costante dialogo anche per imparare a riconoscere le motivazioni vere della nostre azioni e la nostra realtà, che per quanto modesta, è quella con cui Dio vuole dialogare per realizzare il suo progetto d’amore e di pace proprio come lui ci ricorda: «Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11).  È perciò importante ricordare che tutta la vita che il buon Dio ci ha donato è una vocazione ad amare Lui e il prossimo, ognuno nella sua misura e nel proprio stato di vita.
Ogni vita è una chiamata ed una vocazione. Sia la vita matrimoniale che la vita consacrata rispondono a quella speciale chiamata che noi definiamo VOCAZIONE e che è  il progetto d’amore che Dio ha disegnato per ciascuno di noi. E la GRAZIA è l’aiuto che Dio ci dà perché rispondiamo alla nostra vocazione di diventare suoi figli adottivi. Essa ci introduce nell’intimità della vita trinitaria (Catechismo della Chiesa Cattolica:2021). La prima vocazione del cristiano è seguire il Signore Gesù (Catechismo:2032), ma, in particolare, è proprio dei fedeli laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio (Lumen Gentium 31b).
Nella ricerca della nostra vocazione non siamo gli unici attori del discernimento, ma siamo sempre sotto lo sguardo di Dio. Spesso infatti il percorso che intendiamo fare viene deviato da incontri, situazioni, dal nostro bagaglio  culturale ed emotivo, ma resta fermo il fatto che la nostra ricerca è un dialogo in cui, attraverso tutte queste cose, Dio interagisce con noi e ci porta a leggere le situazioni in direzione di una piena realizzazione della nostra vita e del nostro essere.
Conferme di queste trasformazioni, che nel dialogo costante con Dio dobbiamo imparare a “leggere”, ci vengono dall’accompagnamento della Chiesa, che attraverso i Sacramenti, la direzione spirituale, o gli insegnamenti, ci prospetta la dimensione comunitaria  e ci accoglie nella comunità. È nella Chiesa, in comune con tutti i battezzati, che il cristiano realizza la propria vocazione (Catechismo:2030).
Infatti il fine di ogni vocazione, laica o religiosa, non è la chiusura in se stessi o nel piccolo gruppo, ma è l’inserimento in una comunità, quella ecclesiale, ma soprattutto quella umana.
Entrando ancor più nello specifico della nostra situazione  ricordiamo che la vocazione del laico domenicano richiede che egli consacri la propria vita al culto della verità: verità amata e perciò cercata, studiata, contemplata, vissuta nella santità della vita, predicata e difesa fino all’effusione del sangue.
Il laico domenicano deve avere la consapevolezza della vocazione che ha accolto legandosi a una famiglia con una promessa e assumendosi le responsabilità conseguenti”.

Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

Il resto sono storie di potere

“Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,un corpo invece mi hai preparato.Non hai graditoné olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà. Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà".  (Ebrei 10,5-9)

Natale, il mistero di Dio che prende un corpo: l’infinito che si pone un confine, il creatore che sceglie un mezzo di contatto con tutto il creato!
In questi tempi mi ritrovo a fare i conti con il mio di corpo e mi accorgo che intelletto, volontà, desiderio, tutto deve fare i conti con la possibilità o l’impossibilità di cui il corpo dispone. Questo diventa sempre più evidente con il passare degli anni e il sopraggiungere di malattie o acciacchi vari. Vorremmo, ma… c’è il “soma” che invece di portarci, come un asino ubbidiente, si impunta e ci costringe a portarlo.
Bellissima la frase di Gesù a Pietro: “Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi…e detto questo aggiunse: seguimi” (cfr. Gv 21,18-19). La possibilità di sequela non pare ostacolata dagli impedimenti del corpo, anzi, sembra quasi il rovescio. Ciò che ci è negato nel pieno del nostro vigore, ci è donato nel momento in cui non possiamo fare altro che tendere le nostre mani.
San Tommaso diceva che l’anima informa, dà forma, al corpo, ma a differenza delle altre forme se ne può distaccare e vivere di vita propria. Un tavolo,  una volta che si è rotto del tutto non è più un tavolo, cessa la sua funzione di essere il posto dove si mangia o si studia. Questo non vale per l’anima che anche quando il corpo viene meno, continua a sussistere e può aspettare la risurrezione dei morti.
Oggi questi termini sono un po’ desueti, si preferisce parlare di “persona” ovvero l’insieme di corpo, anima, spirito che fanno di ognuno un individuo unico e irripetibile.
Riprendo la distinzione solo per mettere a fuoco che cosa può voler dire per ciascuno di noi essere di Cristo. Avere un corpo, saperlo avvolto da un’anima e, con esso, confrontarsi con la realtà che la vita ci mette davanti ogni giorno, questo ci è chiesto nel nostro cammino personale e comunitario.
“Io sono colui che sono” (Es 3,14) dice Dio a Mosè quando gli chiede il suo nome, sono il tuo presente e la tua possibilità di futuro. “Io sarò con te” (Es 3,12) E già Israele conosce un Dio che è, assieme a tutti quelli che diventano suo popolo.
“E il verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi”  (Gv 1,14); Dio, nel suo Figlio, ha posto la sua tenda, la sua presenza in mezzo a noi, per tutto ciò che è e per tutto per ciò che sarà. Si è assunto le conseguenze di una storia ferita ed è arrivato a morire in croce schernito ed umiliato come un malfattore per portare l’umanità al suo compimento.
Natale è la festa di un Dio che si fa bambino, di un Dio che rimette la sua possibilità, il suo principio in ciò che è l’umano.
“In principio era la gioia” come ci dice nel suo bel libro Matthew Fox. Sì, il principio non è il nostro peccato e la nostra ricerca di redenzione. Il principio è nella creazione che continuamente si ripropone. La creazione di un Dio che vide: “che era cosa buona”  e dell’umano: “che era cosa molto buona”, come ci viene detto nel primo capitolo della Genesi. Poi c’è stato il peccato e la necessità di Dio di redimere l’uomo. Ma questo è il secondo capitolo della nostra storia, non il primo e capovolgere questi elementi non porta allo stesso risultato!
Il male c’è e, in definitiva, rimane mistero, ne vediamo e sperimentiamo i suoi effetti ogni giorno. Ma è necessario non invertire l’ordine; mai il male deve avere la precedenza sulla bontà della creazione. Certo, non è facile, solo un centurione sul Golgota e pochi altri hanno detto: “Davvero costui era Figlio di Dio” (Mt 27,54)
Facilmente nei nostri giudizi passiamo dal primo al secondo capitolo attribuendo a Dio tutte le malefatte, anche quelle che con più evidenza sono causa della disobbedienza umana ad un progetto d’amore.
Noi cristiani riusciamo ancora a coglierci come creature volute ed amate o solo come peccatori che invano cercano il loro peccato? Senza un rapporto d’amore non c’è coscienza di peccato. E chi mai avremmo offeso se nella nostra percezione non c’è né un Dio che ci ha creati, né un umano verso cui esercitare la nostra responsabilità?
Quante volte abbiamo detto: “è volontà di Dio” davanti ai disastri naturali, davanti alla sofferenza, davanti alle ingiustizie perpetrate? Facendo passare Dio da una volontà di bene ad una volontà di male? Ovvero dal primo al secondo capitolo.
Quante storie missionarie sfociate nella tragedia! C’era innanzitutto la gioia di un incontro tra fratelli e sorelle con usi e convinzioni diverse dalle nostre o non piuttosto quello che si aveva davanti agli occhi era il loro peccato da cui dovevamo liberarli?
Quanti dei nostri incontri partono mettendoci sullo stesso piano di creature, poiché amate e redente allo stesso modo, e quanti altri, invece, hanno la strada preclusa dal muro della distinzione tra chi ha già la salvezza e chi, poverino, occorre proprio che gli spieghiamo come stanno le cose!
Partire dalla gioia di una benedizione aiuta a comprendere la realtà in modo nuovo, aiuta a ricomprenderci anche nei momenti in cui il nostro corpo non risponde alle nostre esigenze e non si piega alla nostra volontà.
Quando la realtà che ci circonda non corrisponde alle nostre aspettative, vederla nella forma di chi l’ha voluta illumina qualsiasi notte siamo chiamati ad attraversare.
Gesù di Nazaret  nasce in una stalla e cammina sulla terra, è importante che nella nostra visione non perda la sua anima, che continui a mostrarci il volto umano di Dio; importante è sentire che sta dalla parte della nostra fatica e non contro di noi.
Il resto sono storie di potere che sempre hanno accompagnato e accompagneranno la storia dell’umanità.
Siamo talmente abituati ad avere davanti gli occhi il religioso connesso con il potere che neanche ci rendiamo conto in pieno di come possa essere stridente il contrasto. Sono dovuta arrivare in Russia, in mezzo alla miseria e al degrado, per essere colpita, come un violento schiaffo, dall’immagine di un Cristo vestito da Zar. Certo, un Dio fatto uomo non poteva stare dalla parte di chi lotta e soffre per un mondo più giusto, ma era lì a convalidare un sistema di oppressione! Eppure quante volte accade e ci passa inosservato!
Buon Natale dunque, e lasciamo che nasca, lasciamo che prenda corpo, lasciamo che abbia un volto, chiniamoci di fronte alla vita come si farebbe  con un bambino a guardare incantati i lineamenti, ad ammirare le fossette sulle dita. Lasciamoci stupire, lasciamoci commuovere da ciò che accade e, se il nostro cuore avrà un solo battito in consonanza con l’universo, allora la nostra vita non sarà stata vana e la nostra testimonianza avrà raggiunto le stelle che con l’incarnazione si sono rovesciate sulla terra.
Auguri

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Testimone dell'invisibile Don Giovanni Barra

Ciò che noi attualmente siamo è frutto anche degli incontri vissuti, delle persone con cui siamo entrati in rapporto e della loro esperienza di vita. Gli altri, che ne abbiamo consapevolezza o meno, entrano nel tessuto della nostra esistenza. Così come ognuno di noi porta, in qualche modo e in varia misura, la responsabilità della vita di chi incontra.
Sono passati ormai quasi quarant’anni da quando ho conosciuto don Barra, una conoscenza che devo a mia sorella Maria Teresa. Era in montagna, nella “Casa Alpina” a Soucheres Basses, una valle del torinese, e mi telefonò invitandomi a raggiungerla, perché c’era un prete capace di parlare ai giovani: pensava  che avrebbe potuto aiutarmi nella mia ricerca di vita.
Adolescente, o poco più, trovai in don Barra un forte punto di riferimento, una guida, anche se per breve tempo, purtroppo. Ma nulla, credo, spero, è andato perduto.
A volte, nel colloquio con lui non ottenevo le riposte alle mie domande, ai miei dubbi, ma sempre ne uscivo sollevato: mi trasmetteva la gioia di chi sa di essere amato e ama. Un amore, nutrito dalla tante ore passate in preghiera, nonostante i suoi numerosi impegni. Era davvero “Testimone dell’Invisibile”, come suona il titolo di una serie di opuscoli curati dalla Diocesi di Pinerolo, da cui ho tratto alcuni passi della sua predicazione, che vi propongo.
Credo che la mia esperienza sia quella di tutti coloro che sono entrati in rapporto con lui; significativa ed emblematica è la testimonianza che ne ha dato Oscar Luigi Scalfaro: “Nei miei ricordi è rimasto vivo il suo volto sorridente, aperto, particolarmente comunicativo; vi si leggeva la grande ricchezza umana di cui don Barra era dotato… Chi lo ha conosciuto, lo ha ascoltato anche una volta sola, ancor più se lo ha avvicinato, ha certamente portato con sé il sorriso di un testimone limpido e fermo di verità, e ha certamente colto l’immagine viva di una vita donata per Amore”.
“È stato notato come nel Vangelo le folle correvano dietro a Gesù; Gesù correva dietro agli individui. Non ha paura di perdere tempo con una persona sola: la Samaritana, Nicodemo, Zaccheo, Tommaso…Scoprire l’amore individuale di Gesù non vuol dire affatto scoprire una visione gretta del cristianesimo. Nella misura in cui si scopre che il Signore sì è sacrificato per ciascuno si è portati a sacrificarsi anche noi per tutti.
Questa qualità dell’amore di Cristo per noi diventa anche una norma del nostro amore per i fratelli.”
“Nell’amore, più che il dono conta il modo di fare il dono. È il tono che fa la musica. Tale è la tendenza del cuore umano; un piccolo piacere accordato, una parola di consolazione detta con tatto e amabilità, un sorriso, sono più apprezzati che non un servizio fatto senza discrezione e con l’apparenza di esigere la riconoscenza”.
“ (Natale 1965) Che altro è stato il Concilio se non un lungo e a volte sofferto travaglio del parto? La Chiesa ci si presenta oggi in vesti novelle, di cui non riusciamo ancora a comprendere appieno il senso. Abbiamo tanto atteso, che di fronte alla nuova realtà rimaniamo a volte stupiti, e forse qualcuno persino perplesso. Proprio come i pastori al primo annuncio dell’angelo. Ma, come i pastori, non esitiamo: prendiamo i nostri bastoni e le nostre bisacce e incamminiamoci. Il Signore ci ha fatto un grande dono. Adoriamo. Ringraziamo.
E nasciamo di nuovo anche noi. Dal profondo. Oggi c’è bisogno di silenzio. Un bue, un asino, una stalla. Il buio d’una notte che già prelude all’aurora. Le nostre mani che annaspano, insieme a quelle del Bimbo, pronte ad afferrare la luce. C’è bisogno di grande silenzio; per rimeditare e prepararci per comprendere e ringraziare; per ridare nuove basi alla nostra azione. Ma anche, soltanto, per gioire e sorridere di speranza. Perché l’alba è vicina”

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Succede in Fraternita

Scritto da

Sono grata a Padre Raffaele per la sua garbata e “ferma” proposta di scrivere alcune considerazioni (mi ha lasciato anche qualche spazio di libertà) e di raccontare attraverso alcune iniziative qualcosa della vita della Fraternità..
Mi riferirò, in modo non troppo organico, agli incontri domenicali, aperti al pubblico, ed al ciclo di conferenze dal titolo “ Inquietudine del sacro “ tuttora in corso presso la Fraternità di Agognate .

Quest’anno l’argomento comune a tutte le domeniche è stato l’attenzione all’uomo, ai suoi diritti e alle problematiche dell’esistenza.
Infatti:” se non ami il fratello che vedi come farai ad amare Dio che non vedi ?”

Si è preso l’avvio dalla commemorazione, proposta da “Giustizia e Pace”, del discorso di Montesinos, domenicano, che parlava a nome di tutta la sua comunità e che fu il primo a denunciare pubblicamente, nella quarta domenica di Avvento, lo sfruttamento degli Indios nell’ America Latina da parte dei Conquistadores .
Discorso che tenne il 21 dicembre 1511 nell’isola denominata attualmente Santo Domingo, con il quale nel suo esordio domandava:” Con quale diritto ed in nome di quale giustizia tenete gli indiani in una schiavitù così crudele e terribile?”
Allora, come oggi, l’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani, padroni e schiavi, uomini e donne era tutt’altro che scontata,.anche se, da quel fatto, sono passati cinquecento anni.. Questo episodio ci interpella tutti e sollecita fortemente noi domenicani alla predicazione e alla testimonianza.
C’è stato in seguito un incontro sul “meticciato”, ovvero sulla questione degli immigrati, tenuto da un giovane e appassionato ricercatore dell’ Università di Genova, Andrea Staid che attraverso un attento studio delle problematiche della situazione attuale ci ha ricordato che siamo tutti migranti, meticci , simili anzi uguali a quelli che noi, ora, consideriamo stranieri, diversi, ingombranti, aventi sì gli stessi nostri diritti, ma, come dire un po’ meno di noi, un po’ dopo di noi.
“ La distanza del vicino e la vicinanza del prossimo “.
Ed ancora, un altro incontro sul diritto al lavoro, non come occasione di puro profitto, prevaricazione, competizione a tutti i costi, ma come occasione di realizzazione umana e relazioni significative, pur non tenendo in secondo ordine la produzione.
Ci sono state presentate concrete sperimentazioni, già in atto anche dalle nostre parti. Non solo una speranza, ma una possibile realtà.
Oltre al diritto ad una vita dignitosa, ad un lavoro sostenibile, anche il diritto ad una morte priva di accanimento terapeutico.
La visione del film “Il mare dentro” ha fornito lo spunto per meditare tra dettami morali — responsabilità — libertà.
Molti gli argomenti, tutti importanti, sui quali c’è stata una appassionata riflessione e un vivace confronto.
E poi, i sabati di Agognate , incontri ancora in corso, sul tema “L’inquietudine del sacro”. Argomento ampio, accattivante, anzi “fascinante”.
Don Pier Mario Ferrari spiega che l’esperienza del “sacro” (rifacendosi anche agli studi di Rudolf Otto, 1869-1937), è sostanzialmente irrazionale, specifica, autonoma e si riconosce nel sentimento, prima ancora che nella razionalità.
Il momento della traducibilità dell’ esperienza religiosa in teologia, in concetti, in dogmi, in morale è successivo alla prima esperienza (del sacro) che è totalmente irrazionale e “numinosa” . Il Numen è indicibilmente esorbitante ogni capacità di dire e di attribuire i significati propri della natura umana.
“Tremendum e Fascinans” due categorie opposte che appartengono all’esperienza del sacro. Tema affascinante e meno male che con le moderne tecnologie si possono riascoltare tutte le relazioni per capirne di più e approfondire.
C’è poi stato il secondo incontro tenuto da uno studioso appassionato il prof. Augusto Cavadi di Palermo, che ci ha proposto una interpretazione “libera” dei Testi Sacri, soprattutto riguardo il significato della parola “amore”.
Non potendo riassumere la sua relazione riporto qui di seguito la dedica che scrive nella prima pagina di un suo libro “Chiedete e non vi sarà dato”: “A mia moglie Adriana, raro, prezioso intreccio di eros, philia ed agape”.
Sabato scorso c’è stato il terzo incontro, moderato dalla gentile compostezza del prof. Pier Paolo Boldon Zanetti: un filosofo il prof. Arcoleo, uno psichiatra il prof. Borredon, un teologo padre Raffaele Previato.
Il prof. Arcoleo ha fatto rivivere i filosofi greci Eraclito, Platone, Aristotele, Plotino e la filosofia medioevale, San Tommaso.
E’ stata poi la volta del prof. Borredon alle prese tra il (im) possibile confine tra misticismo e follia e il rito religioso come terapia collettiva.
Da ultimo, ma non il minore (come dicono gli inglesi), Padre Raffaele che si è cimentato con notevole passione e razionalità nella sua originale convinzione (e non solo sua) che tutti i possibili inganni del sacro e del rito si annullano ai piedi della Croce dove è stata sacrificata una vittima innocente.
Mancano ancora due incontri. Non potete perderli.

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Cromosoma Y ?

Scritto da

Sono sempre stato allergico alle suore! Sono cresciuto in una famiglia dove una zia, sorella di mio padre, era una suora Salesiana. Le poche volte e il poco tempo che trascorreva a casa erano vissuti come momenti di panico per la forza dirompente che quella zia riusciva a scatenare in seno alla quiete e semplicità di una famiglia contadina: al suo arrivo per me erano amare medicine ricostituenti che dovevo bere per crescere sano, compensate da altrettanto sgradevoli caramelle al gusto di naftalina che la premurosa zia conservava nei cassetti della biancheria. Inquietudine, disagio, sconcerto, hanno così marcato la mia prima giovinezza e il mio immaginario del mondo religioso femminile. Non me ne voglia la cara zia suora che oggi mi guarda comunque con benevolenza dal Paradiso; erano altri tempi, altri modi di formarsi e di esprimere e trasmettere la propria vocazione e il proprio stile di vita..., forse. In noviziato è stato un trauma “frequentare” tutte le comunità di suore e monache presenti sul territorio: i giovani fraticelli novizi costretti a rallegrare della loro presenza le suorine. Di ritorno da queste visite inevitabilmente iniziava una discussione e un scontro con il maestro di noviziato che mi imponeva tali frequentazioni. Terminato il noviziato, ero ormai completamente allergico alle suore. Quante risate si sono fatti su questa mia allergia i miei confratelli durante gli anni di formazione! Ma a poco a poco, grazie anche a quelle risate, la mia allergia è andata stemperandosi, lasciando spazio ad una maggiore consapevolezza che quell’immaginario dentro la mia testa stava sparendo. Ho iniziato a vedere con occhi diversi e con diverso interesse l’altra dimensione della vita religiosa, quella femminile. Le parole di Gesù “che c’è tra me e te donna?” (Gv 2,4) risuonavano come paradigma di nuovi interrogativi che ancora oggi sono costanti ingredienti della mia vocazione: che rapporto c’è tra frati e suore?; che tipo di collaborazione, di predicazione? Come integro la dimensione femminile nella mia vita religiosa?

La scelta del tema annuale del Giubileo domenicano “Le donne e la predicazione”, mi offre l’opportunità di meglio concretizzare questi interrogativi. Il logo realizzato da suor Thoma Swanson per questo tema inquadra il fondamento della donna predicatrice, come prima testimone del Risorto e con l’arduo compito di credibilità di fronte ai destinatari di questa Buona Notizia. La credibilità di Maria di Magdala è inquinata dal suo passato e ho sempre pensato che fosse questa la ragione del suo primato come predicatrice della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. San Domenico riproporrà lo stesso schema con la fondazione di Prouille: il primo parto di san Domenico è femmina. In Maria di Magdala e nella comunità di Prouille vedo la necessità di integrazione della donna (suore, monache, laiche) nella predicazione. Anzi, di più: mi sembra che la predicazione o l’evangelizzazione abbia il suo punto di inizio in una voce femminile e la voce maschile abbia dovuto poi integrarsi. Attraverso i secoli della storia della Chiesa le cose sono andate diversamente e la voce femminile è rimasta (e rimane) incompiuta o soffocata dalla difficoltà di oltrepassare le barriere culturali maschiliste e sessiste che pretendono l’esclusiva della predicazione. Recentemente in una conferenza su ‘Dio Padre’ richiamavo le espressioni teologiche che cercano di esaltare anche la dimensione materna di Dio: posto che sia insensata un’interpretazione sessista di Dio (Dio non ha cromosomi!), rimane evidente che dietro la rivendicazione di movimenti o teologie femministe del ‘Dio Madre’ c’è tutta la problematica contemporanea del Dio patriarcale e, soprattutto, della Chiesa patriarcale. La Chiesa ha come fondamento l’annuncio di un messaggio di salvezza e come struttura le relazioni di comunione e la gerarchia (preclusa alle donne) è specialmente funzionale; ma è comunque riuscita fino ad oggi a mantenere questa dimensione patriarcale, trasmessa e inculcata nella cultura, nella vita famigliare, nella liturgia, nella morale (la centralità della morale sessuale rispecchia il pensiero preponderante del maschio?).

“Maschio e femmina li creò” (Gn 127), non traccia una linea di demarcazione tra uomo e donna ma un unico atto creativo di Dio. Dio non ha creato Adamo ma un esemplare di uomo o meglio di umanità nel senso che ogni maschio e ogni femmina sono immagine-somiglianza di Dio. Per avere un uomo che gli somigli e che lo rappresenti, Dio ha bisogno di crearne due: maschio e femmina. È  l’integrazione dell’uomo e della donna che esprime l’immagine e la somiglianza con Dio. La tradizione teologica domenicana ha sempre avuto due criteri di analisi: si può distinguere senza separare; si può unire senza confondere. Distinzione e unione sono la via all’integrazione.

Credo che non sia sufficiente, per quanto importante, continuare a chiederci come e cosa predichiamo. Anche se è una domanda costante che rinnova le nostre professioni religiose. Ma per mantenere viva questa vocazione dobbiamo anche chiederci ‘con chi?’. Con chi predichiamo? La Famiglia Domenicana ha questa risorsa inesauribile di unire la sensibilità femminile a quella maschile per offrire una predicazione integrata. Purtroppo nelle nostre comunità tale integrazione è poco praticata. Come possiamo allora essere testimoni di un annuncio di salvezza di/per/con ogni uomo e ogni donna se non viviamo questa integrazione? È solo un problema di cromosomi?

Dal 1999  vivo qui nella comunità Agognate, composta da frati e laiche/ci domenicani/e: un progetto e un senso di vita religiosa che cerca – dico ‘cerca’ perché non sempre  riesce – di integrare l’universo maschile e quello femminile in un’unica esperienza di predicazione (mantenendo stili e sensibilità differenti). Sempre in quell’anno gli Atti del Capitolo Generale di Bologna dedicano una sezione a ‘Uomini e donne insieme nella missione’: “Spesso i frati dell’Ordine hanno considerato le suore e i laici come i destinatari della loro cura pastorale, invece di vedere in essi i loro pari nella missione apostolica. […] Crediamo sia importante che i frati facciano l’esame della loro immagine della donna, come pure l’immagine che offrono agli altri mediante le loro parole e i loro comportamenti.” (n° 34).

Oggi, a distanza di 13 anni, mi rendo conto di quanta strada ci sia ancora da percorrere in questa prospettiva di integrazione di missione apostolica.

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Safira

Scritto da

Da quando Maria e Giuseppe erano venuti ad abitare nella casa accanto, Safira non riusciva più a combinare niente di buono. Tutto le andava storto e vedeva nera ogni cosa. È risaputo che per chi vede nero è come se gli calasse sugli occhi qualcosa che impedisce di vedere correttamente. Non perde la vista, vede male. Come non esiste più sordo di chi non vuole sentire, così non esiste collirio capace di far vedere chi non vuole vedere. Se uno decide in cuor suo di non vedere la bellezza di un altro, non solo non la riconosce come bellezza, ma vi trova ogni difetto, tanto da percepirlo come bruttezza. Ciò avviene anche per la bontà. La si coglie come falsità, come imbroglio o come affettazione da chi ha deciso che “l’altro” non è né buono, né onesto.
Safira andava in Chiesa tutti i giorni, la mattina a Messa e tutti i pomeriggi al Rosario e alla Benedizione Eucaristica. Era presidentessa di una associazione caritativa e, se non ricordo male, apparteneva al terz’ordine dei laici francescani in qualità di maestra delle novizie. Si considerava una brava donna... tanto brava che, quando ogni 15 giorni andava a confessarsi, trovava difficoltà ad esaminare la sua coscienza perché non riusciva mai a trovarsi un peccato vero.
“Che gli dico al prete?... Bestemmiare, non sono abituata, rubare, Dio me ne guardi, commettere atti impuri men che meno visto che, per grazia di Dio, ho conservato intatta la verginità! Il delitto mi fa orrore e non ho mai desiderato né la roba, né l’uomo di un’altra. Il mio peccato, se ne ho - si diceva - é sempre il solito: mi distraggo un pochino nella preghiera e tutt’al più mormoro un pochino. In fondo sono anche una donna...”.
I nuovi vicini erano profughi, ma Safira non sapeva bene di che paese fossero. Lui era un capellone che si spacciava per falegname e lei che, anche quando il caldo era soffocante, non si toglieva mai il velo dalla testa, suppliva ai tanti capelli che lui mostrava, nascondendo i propri. A questi due strani personaggi era stato dato in uso un locale mezzo diroccato dove anticamente esisteva una stalla. Locale posto all’esterno del palazzo e che da tempo veniva adibito soltanto a ripostiglio, una specie di discarica privata di tutti gli abitanti del palazzo.
I nuovi venuti avevano trasformata la vecchia stalla in abitazione togliendo ai vari condomini la possibilità di accumulare in quel luogo tutto ciò che sarebbe stato opportuno gettare in una discarica. Senza mai lamentarsi e sempre con il sorriso sulle labbra, i due giovani avevano ripulito il locale.  Di conseguenza non solo Safira ma la maggioranza dei condomini, privati di una discarica sotto casa, si lamentavano con il padrone dello stabile, che, per una carità “pelosa”, aveva permesso ai due emigranti di abitarvi. In effetti il pensiero di molti era negativo nei confronti di tanti stranieri che da qualche anno continuavano ad affluire nelle loro città.  
In quel condominio anche altri problemi assillavano Safira: l’inquilina del piano sopra aveva recentemente divorziato e si era risposata al comune. Tre o quattro famiglie non mettevano mai piede in chiesa; il signor Rossi si era accompagnato con una donna rumena più giovane di venti anni. Infine vi era una coppia di sordomuti che litigavano in continuazione e che secondo Safira  certamente si picchiavano sodo un giorno sì e un altro pure. Ma tutto ciò era passato nel dimenticatoio; in quei due giovani si era ormai appuntata tutta l’ira e la curiosità della donna, per cui tutto il resto le sembrava meno grave. Non capiva come potessero vivere sempre contenti e sorridenti malgrado la loro  indigenza. La ragazza aspettava un bambino ma lavorava in continuazione. Sentendola anche cantare, scuoteva la testa mormorando:“Signore mio, non capisco come abbia voglia di cantare, non c’è dubbio, quella ragazza non ha la testa sulle spalle. Come farà a cantare tutto il giorno, quando non ha un soldo neppure per far cantare un cieco?! Sono dei terroni sciocchi e senza giudizio! Lui è un capellone che secondo me sa a stento usare la pialla e lei ha una faccia da madonnina tutta zucchero e miele. E’ proprio vero: Dio prima li fa e poi li accoppia”; e sospirando si ripeteva angosciata: “Il dramma è che continuano a mettere al mondo dei bambini!  A me che sono tutta casa e chiesa Dio non ha dato nessun figlio e non vi è dubbio che lo avrei educato e cresciuto nella legge del Signore. Ma come crescerà questo bambino con due genitori così?”
La gioia che zampillava da ogni azione dei due giovani, oltre che darle fastidio, le faceva covare il sospetto che avessero da nascondere un qualche cosa di losco. Il suo dilemma era sempre quello: “Che siano dei terroristi?”  
E rimuginando queste cose, ogni giorno, spiava tra le persiane le mosse di Maria. Spesso non badava più al ragù che si bruciava o non stava attenta al latte che usciva fuori dal bricco e spesso non aveva più tempo neppure di rifarsi il letto.
  Un giorno che i due sposi ebbero una visita, tanta fu la curiosità della donna che per correre alla finestra lasciò aperto il rubinetto dell’acqua del bagno  e si trovò allagato l’appartamento. Aveva sentito parlottare Maria e Giuseppe e le era sembrato di udire delle cose che confermavano i suoi sospetti. Ciò che le sembrava di aver udito e capito risuonò in lei come qualcosa di mostruoso. L’ospite, certo un terrone anche lui, rincuorava Giuseppe perché presto sarebbe venuto un Salvatore che avrebbe messo in libertà i prigionieri.
“Lo sapevo, lo sapevo che quei due sono dei terroristi” bofonchiò la donna.  Maledisse l’acqua che scorreva, e per tamponare il disastro, perse il resto del discorso. Un’altra volta lasciò bruciare lo stufato perché vide partire Maria da sola. Venne poi a sapere che la giovane sposina era andata ad aiutare una sua lontana parente, una certa Elisabetta che, a quanto aveva sentito, abitava molto distante. “Qui gatta ci cova” si disse Safira “una sposina che se ne parte sola e per di più mentre aspetta un bambino, non mi fa presagire nulla di buono”. Ogni domenica  dopo la messa, Safira si fermava volentieri con le amiche e giù a parlare della strana coppia. “Quel Giuseppe è rimasto solo, è troppo taciturno. Chissà come vive, e poi perché non si taglia i capelli? Mai visto un falegname capelluto!”.  Di tutto ciò  parlava spesso anche con Debora, che faceva la dama di carità a tempo pieno. Donna, questa, stimata da tutti, tanto che la chiamavano: il buon Samaritano della città. Costei si vantava, giustamente, di riuscire a capire al volo chi era davvero povero e chi, come quella strana coppia, fingeva per sfruttare la bontà della gente per bene. La dama di carità aveva in pieno condiviso i pensieri di Safira, anzi le aveva consigliato di vigilare su quella strana coppia.
Un bel giorno la sposina ritornò e dopo qualche mese nacque un bambino, ma neppure la sua nascita fece cambiare idea a Safira sulla “strana coppia”.  La donna, infatti, il giorno di Natale si recò come al solito in chiesa e davanti al presepio, non sapendo con chi sparlare, iniziò a lamentarsi con la Madonna: “Perché alla gente strana vanno sempre bene tutte le cose? Io ho passato la vita tra casa e chiesa ed eccomi qui, quasi vecchia, e sola in questo giorno di Natale!”.
Pianse un pochino sentendosi la pecorella smarrita e, sempre lamentandosi,  si sedette davanti al presepio e si appisolò. Nel dormiveglia le sembrò che la Madonna si alzasse dal presepio e le venisse a sedere vicino, sentì che le prendeva una mano e le diceva: “Safira, figlia mia, soltanto l’amore è il collirio necessario per aprire gli occhi del cuore. Il mio Gesù, che tu dici di amare, ha detto: “Chi è mia Madre, chi i miei fratelli?”. Madri e fratelli del Signore sono tutti quelli che fanno la volontà del Padre mio. In ogni uomo, in ogni donna, indipendentemente dal colore della pelle e dal luogo di provenienza vi é un figlio mio. Ama quella coppia straniera e in essa vedrai Giuseppe, me ed il mio Figlio Gesù”.
 Quando Safira si svegliò, guardò il presepio e nelle statue della Sacra Famiglia riconobbe i volti di quella famiglia che abitava vicino alla sua casa. Si stropicciò gli occhi più volte, si avvicinò alle statuine e finalmente capì.

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

La predicazione delle donne

Sono andata con grande emozione, o dovrei dire con “timore e tremore”, nel sancta sanctorum dell’Ordine, a Roma sull’Aventino, dove si trova la Curia Generalizia e dove Domenico visse per qualche tempo. Ero stata invitata da fra David Kammler, promotore internazionale del Laicato domenicano, a partecipare al Salotto che quest’anno avrebbe trattato il tema della predicazione delle donne nell’Ordine.
Il Maestro Generale, fra Bruno Cadoré, nella sua introduzione all’incontro, come nella Lettera indirizzata a tutti i membri dell’Ordine all’inizio del 2012, preferisce usare il termine evangelizzazione per non creare confusioni con la predicazione ministeriale o istituzionale, riservata ai frati ed ai presbiteri. Mi piace l’immagine di donna portatrice di buone notizie, specie in questi giorni in cui la Tv ci sommerge di pessime notizie: l’attentato alla scuola di Brindisi in cui una ignara ed innocente, la sedicenne Melissa, ha perduto la vita; le case, le chiese, gli stabilimenti industriali sventrati dal terremoto in Emilia.
Ma fuori dalle distinzioni terminologiche, Sr Giovanna Figini, monaca di Pratovecchio (AR), Sr Elena Ascoli della Congregazione Romana di San Domenico, impegnata nella pastorale universitaria a Perugia, ed io laica domenicana e presidente provinciale delle FLD, abbiamo condiviso con i numerosi intervenuti, frati, suore e laici, la nostra esperienza di annuncio.
Ad ognuna di noi, donne del XXI secolo, come alla Maddalena, è rivolto l’invito di Gesù “Va’ a dire ai miei fratelli”: raccontare quello che abbiamo visto con i nostri occhi e toccato con mano, uscire dalle nostre tombe per cercare tra i viventi il Crocifisso risorto.
Va’ a dire loro che la tomba è vuota, che il Signore è di nuovo tra i vivi e che tra questi bisogna cercarlo, raggiungerlo, riconoscerlo. Nella “Galilea delle genti”, nella con-fusione di razze e culture che da sempre è stato il luogo della ricerca e dell’incontro, per condividere con loro le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne con il loro vissuto di desideri, di sogni spesso sepolti dall’assordante voce della fatica quotidiana o del timore.
Spetta a me, a noi, saper narrare l’esperienza dell’incontro con il Signore, morto e risorto. Spetta a noi trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l’unica Parola che salva, portare l’annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini. Spetta a noi essere in silenzio a fianco di chi soffre, laddove non servono parole, ma solidarietà.
A me donna, a tutte le donne credenti, alla mia fragilità, ai miei tradimenti, alle mie paure, ma anche ai miei sogni è stato affidato il mandato di essere narratrice di speranza. Il mio “pulpito” privilegiato, quello di tante donne, è la vita di tutti i giorni: la famiglia, il lavoro, la parrocchia, la scuola, la comunità.
Che cosa ne ho fatto dell’ardente passione per l’uomo vissuta da Domenico? Della sua urgenza di incarnare la Parola di Dio perché diventi la nostra vita? Gesù non rimane seduto all’interno della sinagoga, ma percorre le strade, non ha paura di sporcarsi le mani, di mettersi al limite della legalità cultuale e culturale del suo tempo!
Anche Domenico lascia la sicurezza e la tranquillità della cattedrale di Osma, scende in mezzo alla gente e soprattutto ama: non si può condividere con chi non si ama, si rischia di portare solo la nostra condiscendenza, o peggio ancora il nostro giudizio.
Come donne, chiamate ad annunciare la Parola, ci troviamo a cercare una rinnovata fantasia nell’annuncio, a cogliere ogni occasione, ad essere predicatrici credibili, convincenti ed autentiche secondo modalità femminili. A farci carico delle molteplici situazioni di ingiustizia, di violenza e di oppressione. Abbiamo un esempio di come le donne domenicane possano rispondere alla loro chiamata: con Caterina da Siena e come lei denunciare ciò che non va, “non più tacere. Veggo che per tacere il mondo è guasto”!

Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

I comandamenti

Quest’anno come Gruppo locale del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) abbiamo approfondito lo studio sui Comandamenti. Come di consueto abbiamo scelto di non avere relatori per i nostri incontri, ma di farci noi stessi carico dello studio e della presentazione degli argomenti. Accompagnati dal Pastore Davide Rostan, che per un anno ha svolto il suo servizio nella Chiesa Valdese-Metodista di Novara, abbiamo coordinato un lavoro che possiamo definire ricco e fruttuoso.
Riprendere “le dieci parole” per riascoltarle con le istanze che oggi la storia ci pone ha significato non rilegarle più a pagine scritte o ricordi di catechismo. Ci ha aiutato a capire come è necessario che interagiscano con le nostre scelte ed i nostri comportamenti.
Tra le tante suggestioni raccolgo quella che è emersa con forza da un intervento del Pastore nel corso di un incontro: “ i comandamenti non sono espressi all’imperativo ma all’indicativo futuro”.
Anche nella nuova versione della Bibbia di Gerusalemme, sia in Esodo che in Deuteronomio non troviamo più la formulazione: “Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare…”. Abbiamo: “Non Ucciderai. Non commetterai adulterio. Non ruberai…”
“Io sarò con te” e tu sari in grado di mettere in pratica un programma di vita per te, per il tuo prossimo, per la società tutta.
Vederli collocati nella luce della Promessa riprendono un nuovo vigore.
Non norme dettate dall’imposizione arbitraria di un Dio, ma possibilità data ad un popolo liberato dalla schiavitù dell’Egitto di continuare a vivere nella libertà.
Non peso da portare per compiacenza ad una divinità, ma sequela di un Dio che apre il mare per dare al suo popolo una strada all’asciutto.
Parole ricevute su di un monte fumante in mezzo a tuoni, lampi e suono di corno. Il Signore si manifesta in tutta la sua potenza provocando tremore. Solo Mosé si avvicina, il popolo si tiene a distanza. Sono parole di un patto che resta scritto su tavole di pietra. Il Dio d’Israele cammina in testa al suo popolo e non verrà mai meno alla sua fedeltà.
Senso di liberazione e gratitudine dovrebbero sgorgare dal nostro cuore per una legislazione che chiede solo quello che dà. Una legge da custodire perché da essa siamo custoditi.
Ci sarà ancora un monte, avvolto da una nube oscura, quello del Golgota, dove ancora una volta Dio in Gesù di Nazareth si fa carico di aprire la strada ad un’umanità nuova.
Qui anche la nostra colpevolezza è stata risanata, come ci dice l’apostolo Paolo: “annullando il  documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla Croce”  (Col. 2,14)
Questo è da vivere come singoli fedeli e come Chiese. Come grazia e dono.
I musulmani in Italia: tra libertà religiosa e prospettive di relazioni interreligiose

Quest’anno la Giornata di formazione della Commissione interregionale Ecumenismo e dialogo si è svolta a Vercelli. “Benvenuti nella Chiesa madre” è stato il saluto  dell’Arcivescovo mons. Enrico Masseroni.
I lavori sono stati preceduti dalla preghiera nella cappella del Seminario con una intensa riflessione biblica fatta da Don Silvio Barbaglia (attuale responsabile Diocesano di Novara per l’Ecumenismo e il Dialogo).
I Musulmani fanno risalire la loro discendenza a Ismaele, primo figlio di Abramo. Sara è sterile, non può avere figli, allora pensa di dare una discendenza ad Abramo attraverso la sua schiava, ma, quando nel grembo di Agar fiorisce la vita, la sua rivalità di donna arriva all’estremo e chiede ad Abramo di allontanarla!
Agar si trova nel deserto, da sola. Ci sono due racconti nella Genesi, uno in cui Agar è maltrattata e si allontana quando è incinta e l’altro in cui viene scacciata insieme al bambino.
Nel primo racconto la trova l’angelo del Signore, le dice di tornare dalla sua padrona e le assicura che moltiplicherà la sua discendenza (cfr. Gen. 16).
Nel secondo (cfr. Gen 21,8-21) il Signore ascolta la voce del bimbo destinato a morire, apre gli occhi ad Agar e vede un pozzo e nel deserto l’acqua è il fiorire della vita.
C’è un angelo che viene dopo il dolore.
Sono seguite poi le relazioni:
Don Andrea Pacini si è  soffermato sui fondamenti teologici del dialogo interreligioso come emergono dal Vaticano II.
 La giovane dottoressa Maria Bombardieri, che ha condotto recenti ricerche sull’Islam in Italia, ci ha ben delineato il quadro della presenza musulmana. Il professor Roberto Mazzola, docente di diritto ecclesiastico, che segue da anni le questioni relative al diritto di libertà religiosa, ci ha parlato delle difficoltà di raggiungere accordi a livello legislativo.
L’ospitalità del seminario al mattino e delle Suore di Santa Maria di Loreto al pomeriggio, la visita alla Sinagoga hanno reso questa giornata di studio anche un momento piacevole di conoscenza della realtà locale ricca di storia e di cultura.

Ho ricevuto dall’amico Theo il testo di un’interessante riflessione del padre francescano Werenfried Wessel, che ho avuto occasione di conoscere durante un mio soggiorno a Dortmund.
Ve lo propongo in una mia traduzione, purtroppo con qualche taglio per motivi di spazio. Se alcuni passaggi sono, forse, espressione di una particolare situazione della Chiesa tedesca, nell’insieme credo costituisca per tutti un testo che invita a riflettere sul proprio impegno nella e per la Chiesa.

A 50 ANNI DAL CONCILIO
IL SOGNO DI UNA CHIESA APERTA
 di Werenfried Wessel OFM

I
Cinquant’anni dal Concilio
Che tutto questo sia stato un grande errore?
-  La speranza in una Chiesa cattolica – romana che va incontro al mondo con le braccia aperte e che non si rifugia nella sacrestia?
-  Che ritiene gli uomini capaci di decisione e rispetta la libertà delle loro decisioni secondo coscienza?
-  Che unisce la mistica e la politica e si impegna per i poveri del mondo?
-  Una Chiesa alla quale non interessa il potere sugli altri e che non si preoccupa solo dell’ortodossia teologica?
-  Che riconosce che anche nella altre religioni c’è un’azione di salvezza da parte di Dio?
Tutto questo soltanto un autoinganno? Io non lo credo, ma questa fede, in questi giorni, viene messa a dura prova.

II
C’era un tempo una Chiesa posta nel mondo come una solida fortezza. Chi era all’interno, era orgoglioso di appartenervi. Si sentiva a casa sua, era nato in essa e in essa aveva la propria patria, tra persone che condividevano le stesse idee. Si era contenti che il comandante tenesse quasi sempre sollevato il ponte levatoio e le finestre chiuse. Fuori c’era il mondo pagano. Certo, con queste precauzioni difficilmente poteva entrare il male. Così si pensava.
Ma l’aria, in questi locali così sigillati, diventava sempre più soffocante; si era creata una situazione simile a quella di una pentola sotto pressione, non più capace di trattenere il vapore.
Ma lo Spirito, lo Spirito Santo, lo abbiamo visto, soffia dove vuole.
Venne un Papa, che fu chiamato un papa di transizione, e proprio lui, da cui certamente non si aspettava nulla di tutto ciò, ebbe un’idea rivoluzionaria: “Apriamo le finestre!”, disse, “nella Chiesa deve entrare aria fresca”. E così avvenne. Era Giovanni XXIII, poi chiamato “il papa buono”.
Il mondo, non soltanto la Chiesa, fu presto preso da stupore.
Tre mesi dopo la sua elezione, il 25 gennaio 1959, annunciò un Concilio ecumenico. Chiedeva un “aggiornamento”, un riavvicinamento della Chiesa alle richieste del tempo. Non doveva essere un concilio dottrinale, con nuovi dogmi, né un Concilio per condannare delle eresie. Doveva affrontare i problemi che toccavano i cristiani nel XX secolo.
La basilica di San Pietro fu trasformata nell’aula conciliare e l’11 ottobre 1962 2542 padri conciliari provenienti da 133 paesi fecero il loro ingresso in essa, lasciando il mondo stupito.
Il 1962 è stato anche l’anno della mia ordinazione presbiterale.
Noi avevamo vissuto un’altra realtà: il latino come unica lingua della Chiesa, la celebrazione della Messa con le spalle rivolte al popolo, una disciplina ecclesiastica basata sull’obbedienza, una teologia fatta di dottrine da imparare a memoria, una morale con scarsi riferimenti all’esperienza degli uomini d’oggi.
E poi, d’un tratto, questo straordinario nuovo inizio.
Mi ricordo bene: andavamo affannosamente in cerca di un televisore, per essere anche noi, in qualche modo, presenti all’evento.
Attendevamo con ansia le relazioni settimanali del carismatico gesuita Mario von Galli.
Come d’improvviso, appariva un’altra chiesa: accogliente, aperta, viva. […]

III
Che è accaduto da allora?
Dobbiamo dire: è avvenuto un tempo, non ritorna più?
Non vorrei rassegnarmi. È vero, via via altre forze hanno ripreso il timone. Soffrivano per la corrente d’aria provocata da Giovanni e così hanno chiuso ora una finestra, ora una porta.
Si è di nuovo imposto un pensiero clericale-gerarchico. Invece della Chiesa come comunità, come popolo di Dio in cammino, come un reciproco impegno dei presbiteri e dei cosiddetti laici, al posto di tutto ciò, un opprimente ristagno delle riforme.
Faccio presenti alcuni punti, con impazienza, ma anche con speranza:
Il celibato, sempre oggetto di discussione. È un segno spirituale importante della nostra Chiesa e deve rimanere tale. Non è, però, nemmeno una panacea. Eppure, tiene lontano dal presbiterato molti uomini capaci, di cui abbiamo bisogno, perché le nostre comunità restano orfane.
Di fatto: abbiamo bisogno di nuove possibilità di accesso al ministero presbiterale.
Lo si vede: proprio nel campo dove si può fare concretamente esperienza di Chiesa, nella cura pastorale, la situazione diventa difficile. Sempre più, le parrocchie vengono unificate in gigantesche strutture pastorali. Ma la cura pastorale è essenzialmente incontro! Il problema non si può risolvere soltanto da un punto di vista organizzativo. In questo modo allunghiamo soltanto la crisi!
Altre domande senza risposta:
Che ne è dei cristiani divorziati e risposati? Rimangono esclusi dai Sacramenti? A questo proposito, il cardinal Martini ha detto: “I Sacramenti non sono uno strumento di disciplina. La domanda se i divorziati possano fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a persone le cui relazioni sono diventate difficili o sono fallite?”
O ancora: Che ne è della partecipazione alla mensa eucaristica, negata ai cristiani evangelici?
Che ne è nella nostra Chiesa del dovuto riconoscimento dell’importanza delle donne, che tengono in piedi la vita delle parrocchie, ma rimangono escluse da importanti uffici ecclesiali?
Che ne è della partecipazione della base alla nomina di vescovi e parroci? Già nella chiesa primitiva valeva la regola: “Ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti”. Noi diciamo: dovrebbe esserci almeno una decisone com-partecipata.
Che ne è della riforma della curia romana, già sollecitata dal Concilio? È vero che ci possono essere resoconti [dei media] che spingono in una certa direzione, ma queste storie penose che emergono dal Vaticano non sono soltanto frutto di invenzione!

IV
Desidero precisare: non si tratta di una critica mossa con l’atteggiamento di chi resta in disparte. Al contrario, si tratta di un atto di lealtà critica, di un sano amore alla Chiesa. La Chiesa non ci è indifferente, noi l’onoriamo. Essa è il luogo vitale per la nostra fede. Dalle sue mani riceviamo la Parola e i Sacramenti. Senza di essa noi – e neppure i nostri genitori e i nostri nonni - non avremmo saputo nulla di Gesù.
 La Chiesa ci dà una speranza che va oltre la morte.
 È il luogo della quiete, della riflessione, della preghiera.  […]
Quanto più povero sarebbe anche il nostro Paese se non ci fossero le feste, l’arte, l’architettura, la musica, la poesia, la liturgia e la diaconia create dal cristianesimo. In breve: un’eredità meravigliosa. Eppure, anche la migliore eredità deve essere vissuta in forme sempre nuove.
La domanda pressante suona quindi – e per questo abbiamo bisogno di riforme – “come andare avanti?”. I nostri figli e nipoti sentiranno ancora parlare di Dio e da chi?
Il nostro capitale più proprio è lo stesso vangelo; il criterio di giudizio è uno: Gesù di Nazareth. Il suo messaggio, vissuto nel modo giusto, annunciato nel contesto del nostro tempo, farà presa anche sugli uomini d’oggi.
Infatti, chi non va alla ricerca di un sostegno? Chi non va alla ricerca di un senso per la sua vita? Chi non ha bisogno di misericordia? […]
Perché un giorno non potrebbero accadere cose meravigliose, che oggi non riteniamo possibili?
Perché la fame spirituale nel nostro Paese un giorno non potrebbe essere così grande da far dire: “senza la visione della predica della montagna, senza questa fonte fondamentale della speranza, che mi sostiene, io non vorrei vivere”?

Pagina 12 di 49
   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op