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Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

Che cos'è l'uomo perché te ne curi?

La nostra fraternita spesso invita esperti per aiutarci a discutere e conoscere e di conseguenza ad immergerci in tutto ciò che “bolle” nel mondo. Come domenicani sappiamo bene che il Vangelo va letto avendo accanto a noi i giornali. Vi proponiamo una scheda di lavoro che Angela Vaccanio ha tratto da una delle nostre riunioni.

Abbiamo continuato il percorso del nostro programma dell’anno “ CHE COS’E’ L’UOMO PERCHE’ TE NE CURI?” con un’analisi del relatore Marco Parisi (Caritas-Novara) sul tema
“TEMPO DI CRISI, PROSPETTIVE, CAMBIAMENTI

E’ un dato di fatto che l’Europa ha perso il potere economico! Come afferma il fondatore dell’Unione Europea: quello che stiamo vivendo, è un momento particolare mai vissuto!
Lo stato sociale non sta più in piedi: prima c’era una media di un pensionato ogni tre lavoratori, oggi sono per metà pensionati e metà lavoratori. I Comuni non hanno i fondi per gestire i servizi sociali. La condizione lavorativa dei giovani è disastrosa, non c’è contribuzione, quindi non c’è sicurezza neanche per i pensionati attuali. Abbiamo superato i limiti ambientali, il gas e il petrolio vengono consumati in modo superiore alle nostre energie!
La nostra vita oggi è un quadro di:
SOFFERENZE
I giovani non hanno sicurezze per formare una famiglia. C’è conflittualità tra i giovani che vogliono far parte del mondo del lavoro – che non c’è - e i giovani che ne fanno già parte.
DESIDERI
Manca il desiderio e aumentano in modo spropositato i disturbi mentali. Mancano futuro e sicurezza e aumentano le forme di sballo, rischio, ed emozioni forti!
IMMIGRATI
Vengono istituite le pratiche per regolarizzare con sanatorie e far entrare soldi, ma poi devono essere restituiti per disoccupazione e assegno famigliare
COMPETIZIONE-PRESTAZIONE
Uno deve sempre cercare di fare meglio dell’altro, rendendo così i rapporti interpersonali burrascosi. Non c’è limite – un’Italia dove tutto è possibile - dove è facile avere i soldi! Fisicamente non temiamo nulla e questo mina la nostra società.
MINORI
Sempre più le famiglie sono povere e non ci sono i soldi per l’educazione: oggi i bambini hanno una educazione minore di quella di 20 anni fa.
TERRITORIO
Tra Nord e Sud aumenta la differenza tra i ricchi e poveri.
        In questo quadro possiamo tirare fuori la
POSITIVITA’
La parola crisi è un momento di cambiamento, è il momento in cui il cristiano ha la possibilità di AGIRE –
La Rabbia di vedere come vanno le cose.
Il Coraggio di vedere come potrebbero andare. Cominciare a riflettere bene e fare personalmente dei cambiamenti:
Agire-Agere-Direzione-Senso della Vita e noi siamo volontà di vita perchè noi siamo Desiderio!
LAVORO
Bisogna ripensare a cosa è per noi il lavoro: io lavoro al meglio nell’azienda, in collaborazione con l’altro, perchè il lavoro sia fatto bene! Il concetto di professione e di mestiere è la capacità di risolvere i problemi.
Ci possiamo provare: riflettere e APRIRSI PER ESSERE DISPONIBILI ALL’APERTURA DELL’ALTRO!

Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

Occasioni mancate

In questi ultimi mesi di “forzata” clausura mi è stata donata l’occasione di riflettere sulla mia vocazione di donna, di figlia e di domenicana e sul senso di appartenenza. Della vocazione ho parlato nello scorso numero di questa nostra lettera agli amici, condividendo con voi tutti le paure, i dubbi, le attese, i giudizi del profeta Giona, e mettendomi in viaggio con lui alla ricerca sempre rinnovata del Signore che chiama a dei compiti da noi spesso disattesi perché è altro quello che vorremmo, ed è un altro il Dio che c’è nella nostra testa. Giona è costretto a cedere alla volontà di Dio e va a predicare agli abitanti di Ninive, ma persiste nel suo desiderio che Dio faccia quello che ci si aspetterebbe da Lui. Una relazione difficile che ha come sfondo la misericordia di Dio per tutti.
Si fa sempre più chiara la mia vocazione di donna, chiamata a prendersi cura del suo piccolo mondo; di figlia chiamata a ridonare ai genitori quanto da loro ha ricevuto in amore, attenzione, cure; di domenicana chiamata ad annunciare il Vangelo, a testimoniare la speranza anche in situazioni dolorose, a vivere il suo amore per l’Ordine e la passione di Domenico per l’uomo e per la Chiesa.
Mi sono avvicinata al mondo domenicano più di trent’anni fa, sono stata accolta in una fraternita di laici domenicani, ho fatto il percorso di formazione previsto per il laicato domenicano ed ho promesso con trepidazione e timore di volere vivere secondo la Regola, consapevole della mia fragilità e della misericordia ricevuta. Sebbene inesperta, sono stata chiamata a ricoprire cariche di responsabilità nella fraternita prima come presidente, o come allora si diceva “priora”, poi come maestra di formazione, e sono al mio secondo mandato come presidente provinciale. Anni di entusiasmo, di lavoro, di spostamenti per tutto il territorio della Provincia allo scopo di conoscere le fraternite nelle loro sedi, di incontri con laici, frati, suore, monache, di relazioni importanti che mi hanno fatto crescere nella conoscenza dello spirito domenicano e che mi hanno permesso di sperimentare fraternità ed amicizia insieme alla gioia della condivisione e della partecipazione. So di appartenere a questo Ordine e che esso mi appartiene. E, come tutto ciò che è nostro lo curiamo, ce ne preoccupiamo, così è per l’Ordine. Vorrei essere sempre pronta e presente sia alle piccole cose, come una riunione di fraternita o un evento gioioso o doloroso da vivere con i miei confratelli, sia nelle cose più grandi come un convegno provinciale o nazionale, o europeo ed internazionale, che dilatano la mia conoscenza ed il respiro del cuore nell’incontro con l’altro.
La nostra appartenenza all’Ordine non può essere solo a parole, o solo occasionale. Essa può essere vissuta nella coscienza che ogni avvenimento, il successo di ogni iniziativa all’interno dell’Ordine ci compete, è compito che ci interpella in prima persona la costruzione della nostra “famiglia”. Noi apparteniamo all’Ordine ed esso ci appartiene quando non ci lasciamo sfuggire l’occasione di essere partecipi, quando non viviamo solo di occasioni mancate, perché non siamo capaci della fatica che ci è richiesta e troviamo delle giustificazioni (la famiglia, il marito, i nipoti, l’economia…) per il nostro non esserci.

Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

L'altro, l'incontro, la relazione

A margine del Convegno di Primavera del SAE – (Segretariato Attività Ecumeniche) Bergamo, 9-10 aprile 2011


Sarà la primavera… certo la stagione unita alla bellezza della città di Bergamo Alta hanno reso questi tre giorni ricchi di contenuto, anche intensi dal punto di vista del vissuto.
La preghiera comune, il culto nella Chiesa Evangelica celebrato dalla pastora Janique Perrin, gli interventi dei relatori, tutto ha contribuito a formare un insieme armonico, oasi in cui sostare e rinfrancarsi in percorsi non sempre facili.
Quest’avventura ecumenica iniziata da Maria Vingiani, dopo il Concilio, mantiene intatta freschezza e novità di proposte.
Maria ha compiuto novanta anni, a lei i nostri auguri e ringraziamenti per avere osato un cammino che spinge sui confini di ciò che è già costituito per aprirli ad orizzonti più vasti ove l’uomo e la donna, nella loro rispettiva fede, possono trovare spazi di accoglienza.
Da Novara siamo riusciti ad organizzarci per essere presenti come Gruppo. Per noi e per tutti gli altri partecipanti il “guadagno” ha ripagato ampiamente “la spesa” che ognuno ha dovuto affrontare. Non possiamo ignorare che i tempi sono sempre più difficili per tutti, la disponibilità economica diminuisce, i tempi lavorativi aumentano. Ogni volta che si sceglie di fare qualcosa si sceglie contestualmente di non farne delle altre.
Pur nella fatica credo che questo ci porta ad una sincerità di cuore, ovvero ad imbrogliarci meno nelle cose, a sapere effettivamente che cosa è essenziale e cosa secondario per la nostra esistenza.
Anche la teologia, costretta dalla contingenza, anziché stagliarsi in un orizzonte ideale deve, necessariamente, accostarsi ai confini dell’umano.
Occorre parlare di etica e di vita; di vita là dove è, non dove si vorrebbe che fosse. Occorre cercare la sapienza del cuore seguendo le strade di chi prima di noi in esse si è avventurato e su queste calcare i nostri passi affinché cammini vitali non vengano sopraffatti da interessi a corto raggio che non salvano nessuno neanche nel presente ma che, soprattutto, non conoscono l’accesso al domani.
“Perché i giovani non ci sono?” si è chiesta e mi ha chiesto, una mia amica. Come spesso capita ho risposto senza riflettere che noi abbiamo fatto ciò in cui abbiamo creduto, quello che siamo stati contenti di fare, è giusto che sia così anche per loro; “torneranno a far metter il velo alle donne” ha ribattuto…Sì, la rinuncia alla consegna non può mai essere una scelta. Nessuno butta via una eredità economica, ma si adopera con tutte le proprie capacità per tradurla in disponibilità di ricchezza per nuovi interessi. Pare che in certi ambiti, come è quello della fede, manchi un anello a questa trasmissione. Occorre imparare a tradursi.
“Tradurrei la parola identità  con la parola autenticità”, ha detto il Presidente nazionale del SAE Meo Gnocchi. “Autenticità nelle nostre aperture e autenticità nelle nostre dichiarazioni di limite”.
Costituirsi in questa identità ci rende già terreno fecondo. Nella misura in cui ci poniamo solo ed unicamente come punto di partenza, escludendo man mano, strada facendo, ogni tentazione totalizzante siamo nella direzione per l’Altro, per l’incontro per la relazione. E ciò che ne scaturisce è già un movimento che dall’io va verso il tu.
Riporto qualcosa di quanto ho raccolto delle relazioni (1)

Vivere come essere nella relazione: Carlo Sala, docente di filosofia – Milano
“A quale problema filosofico rinvia questo titolo? E’ relativo al conoscere? E’ relativo all’essere? Cosa è quello che dico di essere? Sono un essere vivente? Il primo termine è la vita, il mio vivere? Quindi un discorso di filosofia della natura vivente? E’ un tema biologico?
Questo titolo suggerisce che questo vivere è tale perché costituito nella relazione. Questo vivere diventa umano, nelle sue speciali dimensioni conoscitive, pratiche, produttive, riproduttive ed estetiche, nelle relazioni che stabiliamo con l’altro e altri, essere plurali e diseguali per le possibili e qualitative risposte che l’essere in relazione fa scaturire dal genoma che ci accomuna.”

A questa introduzione è seguito un ampio sviluppo storico e di riflessione, ma mi piace riportare quanto scritto da un’allieva del prof. Sala, forse perché donna, più vicina al mio modo di sentire e al mio dire. (2)

“Però la conoscenza avviene con il confronto con l’altro, senza il quale non potremmo porci quegli interrogativi che ci guidano. È un percorso che si fa in compagnia, con quelle persone che attirano il nostro cuore; un viaggio fatto di contatti, sintonie, condivisione di esperienze, vissute da entrambi o da uno solo, che sono la fine, il risultato, di tutto quello che siamo. Come tali, come punto di arrivo, suscitano il desiderio di capire da dove nascono, risalire alla fonte, che consiste nell’addentrarsi ancora più a fondo. Tutto questo con la parola, i gesti, gli sguardi: un modo di comunicare che permette di condividere la vita con l’altro affinché questo ci accompagni e si faccia accompagnare nella ricerca di sé. L’uomo ha bisogno di questo contatto, di trovare sintonia, intesa per affrontare il viaggio, dentro di sé, nell’altro, e lungo la vita. C’è bisogno di affezionarsi, di far dipendere dall’altro la nostra felicità, la nostra soddisfazione, la nostra completezza. Da soli non ci bastiamo. Servono evasioni, novità, improvvisazioni che rompano la monotonia delle giornate e dello stare soli con noi stessi. Serve ascoltare, guardare, percepire, osservare, per farci guidare, per lasciare che l’altro tiri fuori da sé quello che ha vissuto, lo condivida, lo capisca, lo affronti, e faccia suo e nostro. Così “conoscersi” è fatto di vita vissuta mia, e vita vissuta dell’altro, e dell’altro e di tutti i “sé” che ci accompagnano e che ascoltiamo. Spesso sono esperienze che non abbiamo vissuto, ma con le parole dell’altro che cercano di descrivere un ricordo fatto d’immagini, sensazioni, profumi, paure, egli ce le presenta, è come se potessimo vederle anche noi, come se fossimo lì con lui, e facciamo domande, per vedere meglio, e nello stesso tempo guidare l’altro nel trovare le parole che possano renderci partecipi al meglio.
Tant’è che quando si ascolta nel tentativo di capire, poi si ricordano le parole dette, soprattutto lo sguardo, concentrato, quasi assente dell’altro, come se non fosse più sé: uno sguardo vuoto, ma pieno di un ricordo che non si vede, perso, ma attento, come se entrambi fossimo estranei a quello che c’è fuori, ma chiusi, insieme, in un ricordo, che l’uno osserva da fuori, con immagini sue, perché non l’ha vissuto, e l’altro da dentro. E c’è come una sintonia che permette di seguire il percorso dell’altro, senza perdersi nella sua descrizione. E la grandezza deriva dalla capacità che abbiamo di capire esattamente quello che l’altro vuole dire, consiste nell’ascoltare le parole che usa per guidarci, inevitabilmente diverse da quelle che avremmo usato noi, ed è questo il bello, l’inspiegabile: imparare a conoscere l’altro attraverso le sue parole, che hanno dentro di sé tutto il vissuto e la rielaborazione che ha fatto dell’episodio di cui ci sta rendendo partecipi. Ascoltare vuol dire apprezzare le sfumature, intuire dove si vuole arrivare, empatia, sintonia. Ma si può arrivare così a fondo solo se c’è fiducia in quello che ascolta, solo se questo è riuscito a dare il messaggio “ascolto”, “ho bisogno di ascoltarti”, “voglio ascoltarti per capirti, conoscerti e perché tu possa fidarti e condividere i pesi della vita”. Questa intesa è inconscia, c’è, e parlando permette di dare all’altro la libertà di aprirsi, esporsi, raccontarsi, e questo racconto diventa anche nostro, proprio per la sintonia iniziale: questa c’è, nasce perché fin dall’inizio si “sapeva” che ci si sarebbe capiti, che l’uno si sarebbe fatto guidare dall’altro nella conoscenza di sé, senza paure ma solo con la voglia e il bisogno di raccontarsi e ascoltare.
Bisogno di raccontarsi che nasce dalla nostra incompletezza, dal fatto che siamo la metà, un terzo, un ottavo di noi, e tutto il resto ci viene dagli altri. Dobbiamo confrontarci per trovare delle conferme, per sapere che qualcuno ci capisce e ci può accompagnare, per il bisogno di parlare, condividere esperienze belle o brutte, che in entrambi i casi comunque non possiamo portarci dietro da soli: se troppo belle, è fortissimo il desiderio di condividerle, per dare all’altro quella stessa gioia, senso di leggerezza e libertà che abbiamo noi; se brutte per trovare nell’altro la forza che ci manca, il punto di vista, la prospettiva positiva che in quel momento non abbiamo, essendo così accecati, chiusi, concentrati su un evento, che ci serve l’altro per ricordarci che il sole brucia anche per noi e per trovare quell’Amore che è venuto meno. Abbiamo bisogno che l’altro impari a fidarsi, che si senta libero di condividere la sua vita. Sentiamo il bisogno di dare, quello che abbiamo, energia, entusiasmo, forza, amore. È questo bisogno che ci spinge alla relazione con l’altro, all’ascolto, all’osservazione, alla ricerca di qualcuno con cui fare il viaggio nella vita, nostra, sua e nel tempo.”

              (1)    Sono disponibili sul sito www.saenotizie.it
              (2)    SILVIA OSIMO , Conoscersi, non preoccuparsi di sé. Prendersi come punto di partenza, non come meta.p.50, Esercizio di pensiero sulla lettura di M. Buber, Il cammino dell’uomo, pro manuscripto, 2009

Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Contro il lavoro

Il testo che presentiamo potrebbe essere un approfondimento o un’ulteriore tassello da aggiungere al capitolo su “giustizia e pace”, ma può andar bene anche come “testimonianza” della ricerca sempre improba di smascherare gli idoli che adoriamo per lo più senza saperlo e, a volte, senza volerlo sapere. L’idolo sottoposto alla nostra attenzione è il “lavoro” o più esattamente il lavoro quando diventa idolo. Andrea Staid ci ha mandato un libretto di Philippe Godard, “Contro il lavoro”, ed. elèuthera, Milano, 2011 di cui lui scrive la prefazione. Da alcuni ritagli della stessa pensiamo di raccogliere alcune suggestioni o provocazioni, che dir si voglia, che non mirano a sostenere una qualche tesi, ma piuttosto ad allargare la nostra vista su realtà a cui solitamente non pensiamo.

di Andrea Staid

“In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare”.
Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

Che lavoro fai? Solitamente è la seconda domanda dopo come ti chiami? quando conosci una persona. Ognuno di noi ha un lavoro però è difficile spiegare cosa sia. È un qualcosa che si dovrebbe aver voglia di fare, ma per la maggior parte dei lavoratori questa voglia non c’è. Avere un lavoro significa fare sempre la stessa identica cosa. Fare una cosa uguale o simile tutti i giorni per decine di anni e la si fa per ottenere un salario non perché ne abbiamo realmente voglia o la consideriamo particolarmente utile, la facciamo perché abbiamo bisogno di reddito. [...]
La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”. [...]
Con la formazione degli stati moderni gli amministratori del capitalismo finanziario cominciarono a far diventare gli esseri umani la materia prima di una macchina sociale che era necessaria per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perché queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate” come ci vogliono far credere, ma perché dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, o quello dei terreni comuni furono aboliti.
Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora agli Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’Africa. Iniziarono spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio che si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.
E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile “l’annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, poté sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”.

Le società contro il lavoro
Chi sono questi “selvaggi” e soprattutto come gestivano l’economia nelle loro società? Interessante è indagare con l’aiuto di ricerche etnografiche il lavoro nelle “culture altre”, società che in alcune aree geografiche della terra ancora oggi resistono alla civilizzazione occidentale. Non sono società immobili sono culture in transito che attraverso l’incontro e lo scontro con la società occidentale hanno adattato, modificato, ibridato i loro modi diversi di organizzarsi in comunità. [...]
Mi sembra qui opportuno sfatare il mito che nelle “società primitive3” vige un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare un minimo per la sopravvivenza della società. Troppo spesso si parla in testi accademici di una fantomatica economia di sopravvivenza che impedisce un accumulo di scorte tali da garantire, anche solo a breve termine la sopravvivenza del gruppo, un’ immagine di un “selvaggio” come un uomo sopraffatto e dominato dalla natura, minacciato dalla carestia e perennemente dominato dall’angoscia di procurare a sé e ai propri figli i mezzi per sopravvivere. [...]
È un vero e proprio mito quello del selvaggio condannato a una esistenza quasi animale. Dall’analisi di Shalins l’economia dei primitivi non solo non risulta come un’economia della miseria, ma al contrario le società primitive sono le prime vere società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea quella delle carestie e della povertà diffusa su larga scala;
Da un terzo a metà dell’umanità, si dice, si corica ogni sera affamata. Nella vecchia Età della pietra, la percentuale deve essere stata molto inferiore. Questa è l’epoca della fame senza precedenti. Oggigiorno, nell’era delle massime conquiste tecniche, la carestia è una istituzione.
Secondo Pierre Clastres la società primitiva è una struttura che funziona sempre al di sotto delle proprie possibilità, e che potrebbe, se lo volesse, produrre rapidamente un surplus. Se questo non accade, è perché le società primitive non lo vogliono. Australiani e Boscimani, raggiunto l’obiettivo alimentare che si erano proposti, cessano di cacciare e raccogliere, poiché sanno che le scorte di riserve alimentari sono inglobate in permanenza dalla natura. Sempre Sahlins demistifica nel suo testo quel pensiero che assume il produttivismo contemporaneo a misura di tutte le cose, nelle società primitive, il processo lavorativo è sensibile a interferenze di vario tipo, soggetto a interrompersi a beneficio di altre attività serie come il rituale o frivole come il riposo. La tradizionale giornata lavorativa è spesso breve; se si protrae, subisce frequenti interruzioni.
Abbiamo la dimostrazione che, se l’uomo primitivo è alieno dallo spirito imprenditoriale e dalle logiche del lavoro salariato, è perché la categoria profitto non lo interessa: se non reinveste, non è perché ignora il fatto, ma perché non rientra tra gli obiettivi che persegue. [...]
Il fatto etnograficamente documentato da diversi studi antropologici è che le economie primitive sono sotto-produttive, che solo una parte della collettività lavora, e su tempi brevi e a bassa intensità, si impone di fatto, che le società primitive sono società dell’abbondanza.
Clastres nel suo Archeologia della violenza afferma che le società primitive sono società contro l’economia; la socialità primitiva assegna alla produzione un compito ben preciso e determinato, impedendole di andare oltre. Là dove così non è, l’economia si sottrae al controllo della società, la disgrega introducendo la separazione tra ricchi e poveri: l’alienazione degli uni dagli altri. Stiamo parlando di società senza economia o meglio: società contro l’economia.
Nelle società contro l’economia non solo le forze produttive non tendono a svilupparsi autonomamente, ma qui nel modo di produrre è deliberatamente affermata una volontà esplicita di sottoproduzione. [...].
“Noi” occidentali, capitalisti, non riusciamo a concepire la preistoria umana come un’era di abbondanza e, confrontandola con il nostro modello di vita con quello di esseri ritenuti poco più che bestie, ci fa comodo vederli come abbrutiti dalla privazione, dediti alla ricerca continua di che sfamarsi.
Ovviamente l’uomo primitivo non aveva la nostra percezione del tempo. Alcune decine di millenni più vicino a noi, anche gli uomini delle società pre-classiche, già arrivate ad un alto grado di urbanizzazione e di suddivisione in gerarchie sociali, non avevano una concezione del tempo che dividesse nettamente vita e lavoro: anche perché per loro non aveva nessun senso né la parola “lavoro” nell’accezione moderna, né tantomeno la frase “tempo libero”. Più tardi, in una società ormai divisa in classi e basata sullo sfruttamento di masse di schiavi, il lavoro coincise con l’attività normale di chi si dedicava ad attività manuali in genere, tant’è vero che in greco (ponos) e in latino (labor) il termine che oggi traduciamo così significava semplicemente sforzo, fatica, pena, sofferenza.
Esistono molti esempi etnograficamente interessanti per capire il lavoro nelle culture altre: [...]
Questi esempi etnografici di società primitive e culture altre che non vivevano la contraddizione di lavorare per produrre un surplus inutile o per una moneta sono delle esperienze interessanti, da non mitizzare ma da cui possiamo prendere spunto per criticare l’assurda logica del lavoro salariato che ci annienta quotidianamente.
In un mondo dove tutti dalla televisione alla radio passando per libri e giornali non fanno altro che parlare di crisi economica, sovrapproduzione, sottosviluppo, licenziamenti, lavoro precario, flessibilità, questo libro di Philippe Godard contro il lavoro è una ottima riflessione che ci aiuta a liberarci dal concetto di lavoro come fatica e obbligo e sottolinea che i lavoratori non hanno abolito e non aboliranno mai i rapporti di classe senza abolire il lavoro.

Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Impressioni di settembre

Scritto da

Nell’ultimo numero di questo giornalino, prima della pausa estiva, in questa rubrica, la comunità di Agognate esprimeva il proprio invito al voto per i referendum del 12-13 giugno. Era un invito in quanto vivendo in una democrazia partecipativa, la partecipazione alla vita politica è dovere di ogni cittadino. Il risultato del voto referendario (quasi 28 milioni di votanti) è stato chiaro: oltre a dire NO alle centrali nucleari (dei 4 il quesito meno votato) e al legittimo impedimento, la democrazia partecipativa ha stabilito anche un secco NO alla privatizzazione dei servizi pubblici locali d’interesse generale, a partire dalla gestione dell’acqua ma non solo, NO ai profitti del mercato sui beni comuni essenziali...
La manovra finanziaria dello scorso agosto prevede all’articolo 4 la privatizzazione dei servizi pubblici locali! Non è novità che, abrogata una legge col referendum, successivamente il Governo, cambiando solo qualche virgola e qualche termine al testo della legge, la mantenga in vigore. Anzi, con più vigore di prima. Così è stato per il referendum che ha abrogato la legge riguardante il finanziamento pubblico ai partiti politici del 1993: la legge è rimasta sostituendo a “finanziamento pubblico ai partiti” la dicitura “rimborso elettorale” lasciando tutto come precedentemente al referendum. In questi giorni si stanno raccogliendo le 500000 firme necessarie per un referendum che abroghi l’attuale legge elettorale definita “una porcata” dallo stesso Ministro del Governo (Calderoli) estensore di questa legge. Se ci sarà il referendum e se si abrogasse la legge (legge 270 del dicembre 2005), con quel mio SÌ cambierò il sistema elettorale?
Che fare dunque? Come vivere in un Paese a democrazia partecipativa se la mia partecipazione alla vita politica viene comunque ignorata e le decisioni referendaria raggirate?
Siamo all’ultima spiaggia? No perché anche quella è stata privatizzata!
Forse devo piegarmi alla saggezza di un altro Ministro del Governo, Bossi (di cui Calderoli è il braccio destro – il sinistro se lo è misteriosamente rotto questa estate!) che dichiara che “l’Italia va a picco”. Forse è vero ma in tal caso lo ringrazio del suo prezioso contributo per tale realizzazione.
Oppure devo con mansuetudine allinearmi al Presidente del Consiglio convinto che “l’Italia è un Paese di merda”. E se lo dice chi governa questo paese, una, almeno una, ragione c’è per inverare questa affermazione. Considerando la vastità della corruzione, il disprezzo della Costituzione e delle regole della democrazia, il controllo dei mezzi d’informazione, il disprezzo del potere esecutivo e giudiziario, il tentativo di smantellare la sanità e la scuola pubblica, lo svuotamento della cultura ridotta ad istinti del basso ventre e gravida di razzismo e omofobia, l’oppressione della povertà e la disoccupazione indotte, considerando e nonostante tutto ciò, mi convinco che l’Italia non è un Paese di merda, ma riservo e applico questo biologico aggettivo ad alcune persone che detengono, là dove ne creano necessità, il potere politico, economico, religioso e, sfruttandone i privilegi, se ne servono per soddisfare i loro smisurati bisogni e i loro effimeri desideri. E ciò a scapito della serietà e della qualità professionale. Così la crisi economico-finanziaria la si affronta per tentativi, proposte assurde, provvedimenti inutili, cercando di allontanarne lo spettro con l’esorcismo delle distrazioni e dell’intrattenimento e con il sacrificio delle tasse. Tra “l’isola dei famosi” - nuovamente nel palinsesto RAI - e l’aumento al 21% dell’IVA esiste uno stesso filo conduttore di sfruttamento e d’impoverimento delle menti e delle tasche della popolazione italiana.
È il prezzo che paghiamo per il nostro atteggiamento d’omertà e d’indifferenza che hanno preso il posto del coraggio e della dignità, facendoci sentire a nostra volta ‘nu poco omm’emmerda.

Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Una rosa dopo l'altra

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Non so come in S.Domenico sia nata l’idea del Rosario. La storia non lo dice. Fin da bambino, però, mi piacque pensarla così.
E’ sera. Dopo una faticosa giornata di lavoro, gli uomini riposano. Il cielo è tutto una festa di stelle e il silenzio della campagna viene solo interrotto, di tanto in tanto, dal canto solitario di un grillo.
S. Domenico non ha accolto l’invito premuroso di chi lo aveva sollecitato a riposare almeno per qualche ora. Egli sa troppo bene quanto il silenzio della notte sia favorevole al dialogo con Dio; perciò si reca a pregare nella chiesa deserta. Ma quella sera, non sa come, riesce solo a ripetere infinite volte: «Ave, Maria - Ave, Maria», mentre lacrime di commozione rigano il suo bel viso.
Sull’altare la lampada del SS. Sacramento illumina impercettibilmente le grandi navate della chiesa e riverbera la sua fioca luce rossa sul volto orante di Domenico che piange per tutti i peccati che ogni giorno offendono il buon Dio e rattristano la sua dolcissima Madre. Sente che tanta, troppa gente è lontana dal Signore e non se ne preoccupa affatto. «O Maria, Regina degli Apostoli  - esclama a un certo momento - soccorri questo tuo servo inutile. Insegnami a parlare di Dio agli uomini; guidami, insieme ai miei frati, per i sentieri che conducono al tuo Gesù ».
Ad un tratto, ecco apparire una vivida luce che aumenta in pochi attimi fino a riempire del suo fulgore tutta la chiesa.
Domenico si alza e contempla sbalordito ciò che i suoi occhi non avevano mai visto: davanti a lui è comparsa una Signora giovane e splendente, avvolta da una veste candida più che la neve. Tra le mani tiene un gran fascio di rose profumatissime. Il suo capo è cinto di una corona di gemme, di cui si vedono solo i raggi luminosi in forma di croce. Quasi per incanto le pareti della chiesa sono scomparse; sembra di poter abbracciare tutta la terra, rischiarata da una intensa luce. Domenico comprende che il Cielo si rivolge a tutti gli uomini.
La Madre di Gesù è davanti a lui e gli parla: «Non dubitare, Domenico. Una mamma non abbandona mai i suoi figli. Vedi, ho colto per te, nel giardino di Dio, i fiori della sua misericordia. Questi fiori saranno, da oggi in poi, l’arma che sconfiggerà i nemici di Dio”.
Le parole della Madonna aprono una grande speranza e una grande attesa nell’animo di Domenico che guarda stupito i gesti della bella Signora. Ella getta sulla terra, ai piedi dell’umile frate, ad una ad una, lentamente, ben centocinquanta rose. Un profumo inebriante, sempre più intenso, si sprigiona da ogni rosa che tocca il suolo.
Ma accade un fatto ancora più strepitoso: questa pioggia di rose fa rivivere a Domenico tutto il Vangelo. Infatti, durante la caduta a terra di ogni diecina di rose, egli vede svolgersi una scena della vita di Gesù.
Dapprima contempla l’angelo che annuncia a Maria la nascita del Salvatore; poi la visita della Vergine a Santa Elisabetta e ode le loro parole; subito dopo osserva il Bambino nato nella grotta e lo adora insieme ai pastori e ai magi. Poi Gesù viene presentato nel Tempio e, infine, quando è già adolescente, discute con i dottori di Gerusalemme. Domenico si sente sbalordito e gioioso, mentre le sue labbra ripetono, ad ogni rosa che cade: «Ave Maria, piena di grazia... ».
La Madonna sembra esitare prima di far cadere le altre rose: sono tutte rosse, così vermiglie come mai Domenico ne aveva viste di uguali. Le prime dieci stanno cadendo a terra e Domenico vede Gesù nell’orto che suda sangue; allora si unisce a Lui nella Passione. Lo vede nel pretorio di Pilato, legato e flagellato, incoronato di spine e deriso; lo segue sulla via del Calvario e assiste alla sua crocifissione.
Le lacrime rigano inarrestabili il suo volto, mentre balbetta sbigottito: «Ave Maria, Ave Maria... prega per noi peccatori ».
Ai piedi del buon frate ci sono già cento rose che sembrano guardarlo. Ne restano ancora cinquanta, da meditare e offrire. Ora la Vergine Maria è tutta sorridente e invita Domenico nel giardino della gloria. Là egli contempla Gesù che esce vittorioso dal sepolcro, bellissimo, e sale al Cielo da cui manda sugli Apostoli lo Spirito Santo. Poi vede il corpo glorioso di Maria salire in Paradiso e ricevere dalla SS. Trinità la gloria a cui era destinata, oltre ad uno straordinario potere di intercedere per noi per ottenere tante grazie.
 Per ogni rosa che cade, Domenico è immerso nella contemplazione del «mistero», mentre non si stanca di ripetere: «Ave, Maria, piena di grazia...».
Di colpo tutto scompare, così come d’improvviso l’apparizione si era presentata: non più rose, non più luce, non più la voce dolcissima di Maria. Le pareti della chiesa sono lì, fredde e mute, alla tenue luce della lampada eucaristica; e fuori, nella campagna, i grilli continuano il loro trillo. I frati, come gli altri uomini, dormono ignari di tanto miracolo.
 Ma quando all’alba Domenico lascia a malincuore quel luogo di preghiera, si sente forte e sicuro. Ciò che è accaduto in quella notte gli diventa chiaro: il Cielo si è aperto per lui e la Madonna gli ha consegnato un’arma meravigliosa per portare gli uomini a Gesù. Da quel giorno il Rosario sarà il sostegno e l’anima di tutto il suo apostolato; sarà la scuola di predicazione per i suoi frati che lo propagheranno nel mondo.
La vecchia mamma che non si stanca di far scorrere la corona, il fanciullo che recita la sua decina, le folle che ripetono il Rosario, non conoscono, forse, la visione di Domenico. Ma provano una gioia che è molto simile a quella sentita da lui, in una notte di preghiera.

Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

domenica 2 ottobre ingresso in fraternita

Sono stata scelta all’interno del consiglio di fraternita come maestra di formazione dei laici domenicani, con il compito essenziale di aver cura della formazione dei candidati alla vita domenicana. Come previsto dallo statuto delle F.L.D. art. 32 par. 2 “il/la maestro/a di formazione è un confratello o una consorella che abbia:
1° - buona preparazione dottrinale;
2° - buona conoscenza dell’ordine;
3° - prudenza nelle relazioni umane;
4° - capacità di valutare le persone;
5° - sensibilità ai problemi dei candidati.”
Credo che ci siano tutti gli ingredienti per sentirsi importanti e che con una buona dose di coraggio potrei sentirmi di rappresentare una simile figura! E’ chiaro che tutti questi requisiti saranno indispensabili per farmi capire che non sono niente di tutto ciò, ma mi saranno da guida per un mio primario impegno personale, che potrà dare frutti solo con l’aiuto e con la fiducia di tutti i fratelli. Quest’anno alcuni di loro hanno richiesto di far parte della nostra fraternita e di impegnarsi nelle diverse fasi di formazione previste dallo statuto, ovvero:
• accoglienza nella fraternita (consiste nel primo anno di percorso);
• promessa temporanea (impegno del candidato per un periodo di tre anni);
• promessa perpetua (impegno a vivere per sempre la vocazione di appartenenza alla famiglia domenicana.
Alla mia domanda “perché vuoi diventare laico domenicano?” le risposte prevalenti sono state:
• amore per l’uomo;
• necessità di leggere il Vangelo in rapporto alla realtà di oggi;
• desiderio di raccontare il Dio appassionato dell’uomo;
• impegno verso la regola come aiuto e come stile di vita;
• impegno a vivere la fede personale in comunione con i fratelli.
Ed io aggiungo:
• consapevolezza dell’essere naufraghi e bisognosi gli uni degli altri.
Buon cammino a tutti.



Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Trovarsi in un convegno di etica

Camminare in novità di vita non si inventa! Occorre che qualcosa irrompa nella nostra esistenza e la cambi radicalmente. Comunemente, in un linguaggio di fede questo lo chiamiamo “conversione”, “metanoia”, movimento che ci porta a convergere con una realtà nuova, al di là della nostra mente, dei nostri pensieri e desideri. Occorre un cambiamento che ci faccia vedere “buono” ciò che prima per noi non aveva alcun significato o addirittura era visto negativo.
Per usare ancora un linguaggio teologico diciamo che è il Cristo che irrompe nella nostra vita, la strappa dalla morte e la restituisce a vita nuova. Senza questo intervento continuiamo ad avvolgerci in spirali che ci soffocano sempre di più.
Solo un intervento esterno, lo Spirito Santo che soffia, crea la realtà nuova. E’ come la mano ferma e precisa di un chirurgo che asporta dal corpo quanto ci conduce alla morte e riapre la vita alla sua possibilità. Non voglio far coincidere la salvezza con la salute fisica ma il paragone mi pare valido per chiarire il significato.
Come singoli credenti e come Chiese ci è chiesto di ordinare in un senso i tanti avvenimenti che sempre ci investono con estrema violenza.
Una donna, in un ristorante, scambia qualche affettuosità con la sua compagna e un uomo si indispone al punto di spaccarle la faccia! C’è ancora chi scrive sui muri: “Valdese eretico”... testamenti biologici e quant’altro arrivano alle nostre orecchie dai mezzi di comunicazione (quando possiamo ancora definirli tali) e ci lasciano nello sconcerto.
“La gente si smarrisce dietro ai mille piccoli dettagli che qui ti vengono quotidianamente addosso, e in questi si perde e annega. Così non tiene più d’occhio le grandi linee, smarrisce la rotta e trova assurda la vita…”  Scriveva Etty Hillesum nelle sue Lettere già nel 1943.
Trovarsi in un convegno a dialogare sull’etica vuol dire cercare queste grandi linee per non smarrirsi e per tracciare un percorso dove ognuno possa essere accolto nel cammino con le sue esigenze e le sue ferite.
Il dialogo esige una società che sia capace di comunicare, e già qui troviamo il primo intralcio, se la comunicazione è ridotta ad essere investiti di violenze perpetrate in ogni luogo e in ogni condizione vediamo già scendere vorticosamente la nostra e l’altrui possibilità di confrontare le diverse prospettive.
Il dialogo esige fiducia, devo credere che se chi mi sta di fronte ha una posizione diversa dalla mia non lo fa per averne un tornaconto ma semplicemente perché si trova a vivere in una situazione che è altra rispetto alla mia.
Due le linee che voglio evidenziare: la prima è fatta di apertura e rispetto, capacità di accogliere e contenere percorsi di vita non sempre corrispondenti a quella  linearità che ci piace immaginare. Ci voleva Picasso per spezzare le forme e farle rimanere ancora nell’arte.
Se questo esige fatica perché ciò che è diverso scardina le nostre certezze e ci mette in balìa dell’ignoto, è vero anche l’inverso, l’ignoto e la fatica ci permettono di vedere ciò che è spezzato, in una certa visione, all’interno di un percorso di vita che ha ancora tutte le caratteristiche per definirsi tale.
Affinché questo accada, affinché si dia qualche modifica nei nostri orizzonti di pensiero è necessario lasciare la propria riva. Siamo un po’ tutti “una barca che anela al mare eppure lo teme” come dice la splendida poesia di Edgar Lee Masters in Antologia di Spoon River; eppure sappiamo bene che è l’unica possibilità per raggiungere l’altra.
Il desiderio da solo a volte non basta, una condizione essenziale per lasciare la propria sponda e uscire da quell’immobilismo che genera violenza sono due braccia tese e una voce che chiama; come per il bimbo piccolo che si muove verso chi gli dice: “vieni” e si dispone ad accogliere l’incertezza dei suoi primi passi.
Primo: non giudicare, in tutta la Scrittura è ripetuto in continuazione che il giudizio appartiene a Dio.
A noi che vogliamo essere suoi seguaci è chiesto discernimento e rigore, questa è la seconda linea: pedofilie più o meno occultate, paradisi fiscali, scarpe di Prada pensiamo possano essere due braccia rassicuranti?
Meglio restare nella propria sponda, aggrapparsi alle proprie certezze, pestare pugni e dare la caccia agli eretici di turno.
La posta in gioco è alta.
Come donne e uomini di fede siamo fortemente interpellati ad essere segno tangibile. A saperci “segnati”, ovvero appartenenti a Cristo. Incisi nella carne da chi ha tolto per noi la morte e ha fatto sgorgare una vita nuova. Siamo  allora chiamati a fuggire le opere di morte, piccole o grandi che siano, a ritrovare il senso di un peccato sociale che è molto più radicale di ciò che appare in superficie.  Ci troviamo a condannare la violenza e continuiamo, come Pilato, a lavarci le mani, ci bendiamo gli occhi e non vogliamo o non possiamo sapere che l’abbiamo prodotta.
Un passo diverso dunque se cammino si vuole diverso, passo che sostiene la fatica e si apre alla gioia della danza.

Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

I did it my way

Settant’anni di vita mi sembrano un’occasione buona per fare dei bilanci. In questo contesto vorrei concentrarmi sul bilancio della mia vita spirituale di cristiano. Seguirò il procedimento cronologico per  rendere più chiaro il filo conduttore in mezzo alle contraddizioni e rotture  che ci sono state nella mia vita .
La mia socializzazione religiosa era in gran parte segnata da un’educazione severa e cattolicissima da parte dei miei genitori, due persone semplici, con poca cultura, ma assolutamente coerenti ed autentiche. Hanno sempre fatto di tutto per non fare mancare niente ai quattro figli, materialmente ed affettivamente. Ci sentivamo protetti ed amati. Nello stretto ambiente in cui siamo cresciuti, sono state quasi esclusivamente la famiglia, la scuola e la Chiesa – meno i pochi amici, perché abitavamo in profonda campagna - a dare un’impronta alla nostra infanzia ed adolescenza. Per quanto riguarda l’orientamento religioso della nostra educazione, questi pilastri della vita di un giovane  di allora ci hanno insegnato e fatto vivere un Dio onnipotente, severo, che punisce senza pietà ogni peccato. L’onnipresenza di questa immagine del Dio inesorabile ci metteva paura piuttosto che amore ed affetto e questo soprattutto in un ragazzo sensibile e scrupoloso come me, i cui sogni di una vita migliore si alternavano ancora con degli incubi dei pochi ma crudelissimi ricordi della guerra. Una fede basata sulla paura insegna umiltà,  ma paralizza il credente, gli impedisce di crescere e maturare .
In questo stato di immaturità (non solo) religiosa ho cominciato i miei studi di filologia all’Università di Münster, la cui facoltà di teologia allora vantava professori come Rahner, Ratzinger, Metz, Lehmann ed altri nomi famosissimi. Mi dispiace tanto di non aver approfittato di più di questa situazione unica durante il Concilio Vaticano Secondo. In fondo sono stato uno studente anonimo, che studiava e taceva. Tanti dei miei amici di scuola e commilitoni in questi anni hanno reagito con indifferenza, protesta o aperta rabbia alla Chiesa degli anni ’60. Molti l’hanno anche lasciata definitivamente.
La grande svolta nella mia vita  – anche dal punto di vista religioso - avvenne proprio nel famoso ’68.  Dopo la laurea e le prime esperienze da insegnante sentivo un vuoto terribile dentro di me. “Tutto il mondo cambia, solo tu rimani quello di sempre. Questo è già tutto?”
E si è svegliato quell’altro lato in me che finora pensavo di dover reprimere perché poco serio e non efficiente. Oltre a Theo, il tipico tedesco diligente, disciplinato e sempre serio, esisteva - di nascosto si capisce - anche un Theo pieno di fantasie, curioso di conoscere tutto e tutti e con una voglia matta di ridere. Ho fatto domanda per l’incarico come assistente di lingua e cultura tedesche in Italia, ho vinto il concorso e sono entrato …in Paradiso.  Da allora una vita – a parte la salute - solo in discesa (è strano, ma anche tipico: nello stesso contesto in tedesco si direbbe aufwärts - in salita) e questo giudizio vale per tutti i campi della vita. Per quanto concerne la mia vita di cristiano, sono subito stato fortunatissimo. Il Ministero mi aveva assegnato un istituto a Firenze. Per puro caso (ma è stato un caso?), lì ho trovato una sistemazione in uno studentato gestito dai padri Missionari del Sacro Cuore, in pieno centro città. Proprio in quell’anno, era il’68, i padri facevano un progetto interessantissimo ed esplosivo: due giovani padri, 6 novizi e 6 “normali” studenti universitari - fra loro anch’io come unico straniero - tutti sotto un tetto. Quel secondo Theo, che ho descritto sopra, si è trovato subito a suo agio. Infatti, pur handicappato all’inizio per il mio italiano molto povero, cercavo di non perdere nessuna discussione e nessuna delle tante imprese fatte insieme. Soprattutto quei due padri eccezionali – purtroppo ambedue sono morti pochi anni fa - mi hanno insegnato tante cose. Grazie alla loro parola e al loro esempio sono riuscito ad “aggiornare” e vivacizzare la mia fede ed il modo di viverla. Per la prima volta in vita mia percepivo un legame vivo  fra la  buona novella del Vangelo e la gioia.
Ciononostante, anche dopo questo evo d’oro le crisi spirituali tornavano con una certa regolarità.
L’ultima grande crisi risale all’inizio degli anni ’90. Si annunciava come sempre con un grande vuoto in me: nella professione avevo più o meno raggiunto gli obiettivi che mi ero posto, avevo definitivamente rinunciato a creare una famiglia ed alla mia vita spirituale cominciavano a scarseggiare  la  determinazione e la freschezza .
Anche in questa situazione il Signore mi ha fatto conoscere delle persone straordinarie che mi hanno aiutato e mi aiutano tutt’ora  a fare altri passi nel mio cammino verso una soddisfacente vita da cristiano. Sto parlando del carismatico padre Werenfried e della comunità domenicana di Novara, in particolare del grande padre Ennio e del carissimo amico Pier Paolo.
Oggi, dopo tanti alti e bassi,  la mia filosofia personale  di come vivere la fede (ed affrontare la vita) è grosso modo questa:
La mia fede non è stata mai un blocco monolitico, avevo sempre dei dubbi, ma pensavo che questi dubbi fossero un segno di debolezza, in fondo una prova che io come fedele valevo meno dei “buoni cristiani “. Oggi so che i dubbi fanno parte della fede e non mi escludono dall’appartenenza al popolo di Dio. La natura umana è debole ma anche i deboli sono membri della Chiesa del Signore. Sarebbe pericoloso trattare l’argomento con troppa faciloneria e cadere nella trappola di un facile relativismo. Ma ho conosciuto tante persone - spesso ipersensibili e devote – sempre sull’orlo della depressione. L’amico padre Werenfried mi ha detto una volta: “non è previsto da Dio che dobbiamo soffrire in continuazione”. Che brutta novella sarebbe quella che rendesse la vita ed anche la fede non vivibili. La speranza e la gioia sono messaggi cristiani fondamentali. Perché dovremmo lasciarle alla psicologia ed al mondo esoterico?!
Dio ha dato ad ognuno di noi delle doti diverse ed anche nella vita ognuno poi fa delle esperienze individuali molto differenti. Questo vale anche per il modo di vivere la propria esperienza di fede.
Il mio rapporto con il Signore è un rapporto  molto personale (padre - figlio) caratterizzato da preghiere altrettanto personali. L’immagine del Dio Re onnipotente che vede tutto e ti punisce subito per me è un anacronismo; mi ricorda le mie paure quando ero giovane. A volte faccio fatica a recitare preghiere, litanie ed anche il rosario (mi dispiace, padre Ennio!) soprattutto quando i loro contenuti non coincidono con le mie intenzioni del momento. Suscitano l’interesse estetico e filologico dell’ ex professore (registri, immagini, mezzi stilistici) ma anche mi conducono ad interferenze mentali e distrazioni.
Non mi piacciono neanche  tanto i momenti molto solenni ed edificanti. Mi è rimasta in mente invece, quasi come programma, una frase di padre Ennio molto vicina al mio mondo abbastanza concreto: “Dio si trova soprattutto nel volto dei più poveri e deboli”.  Così tanti anni fa ho cominciato a seguire i malati terminali in un ospedale della mia città e a rispondere al telefono amico della Caritas.
Quando i miei studenti – cristiani o meno - per l’indiscrezione di qualcuno  hanno appreso dei miei impegni sociali, mi hanno fatto tante domande, per me una buona occasione per un outing della mia fede  con il comandamento centrale dell’amore verso il prossimo.
Perché ho chiesto a Pier Paolo di pubblicare questo articolo? Sono un assiduo lettore del giornalino della Comunità. Trovo temi interessanti ed attuali, ma a volte mi piacerebbe anche sapere qualcosa sugli scrittori  degli articoli.

È strano: una lettera personale, “intima”, come questa, in lingua tedesca non l’avrei scritta….

Ringrazio Theo per la sua amicizia, iniziata casualmente (ma, riprendendo una sua espressione, si è trattato di un caso?) quasi vent’anni fa, e per questa sua densa lettera, che ripercorre la sua storia personale e, sullo sfondo, i cambiamenti avvenuti nella società e nella Chiesa con il Concilio Vaticano II.
Sono molti gli spunti di riflessione che il suo scritto ci propone; mi posso soffermare solo su alcuni, lasciando ai lettori, se lo desiderano, intervenire a loro volta con i loro commenti.
Innanzi tutto il titolo, che riassume l’intero contenuto: “Ognuno di noi ha la sua storia con Dio”. È  vero,  il percorso di fede di ognuno, come ogni uomo, è unico e irripetibile. Ricordo che l’allora cardinal Ratzinger nel libro-intervista Il sale della terra (1997) alla domanda su quante fossero le vie per incontrare Dio rispondeva: tante quante sono gli uomini.
Theo ci mostra il cambiamento che è avvenuto in lui nell’immagine di Dio, da un Dio giudice che incute paura al Dio che è fonte della nostra libertà, al Dio del Vangelo. Purtroppo nella storia della Chiesa ci sono anche molti errori e ci sono state una predicazione e una pedagogia che, forse per la preoccupazione di promuovere la vita morale, hanno sottolineato il tema della colpa e della punizione, perdendo di vista qual è la fonte della morale e quasi dimenticando che l’annuncio cristiano è il Vangelo, la Buona Novella di Cristo ed è causa di gioia: “siate sempre lieti nel Signore”, raccomandava san Paolo (1 Ts 4,4)
Theo ci parla anche dei dubbi che tuttora accompagnano la sua fede: “Oggi so che i dubbi fanno parte della fede”. Sto leggendo un interessante libro di Tomáš Halík, teologo dell’università di Praga (è tradotto in tedesco e in altre lingue, non mi risulta lo sia anche in italiano): ha un titolo significativo “Pazienza con Dio”. La fede ci colloca nel mistero, non risolve problemi e deve restare sempre aperta alla ricerca. “Le risposte senza domande, scrive Halík, senza quelle domande che hanno originato le risposte e quelle nuove,  che le risposte hanno successivamente suscitato, sono come alberi senza radici”, ma spesso, aggiunge, le “verità cristiane “ci sono presentate come alberi senza radici, senza più linfa vitale.
Un’ultima considerazione. Theo scrive che una lettera come questa in lingua tedesca non l’avrebbe mai scritta e lo trova strano. A me non pare strano: la lingua è sempre carica di una particolare cultura, di un modo di essere, si collega alle esperienze che con essa abbiamo vissuto. Ricordo le ore di tedesco alle superiori come momenti molto belli, eravamo solo in sei a studiarlo, con un’insegnante molto paziente e serena; forse è anche per questo che amo il tedesco. Ed è un caso?
Grazie ancora, Theo, e a nome di tutta la comunità e dei tuoi amici i più fervidi auguri per i tuoi settant’anni!

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