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Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Contro il lavoro

Il testo che presentiamo potrebbe essere un approfondimento o un’ulteriore tassello da aggiungere al capitolo su “giustizia e pace”, ma può andar bene anche come “testimonianza” della ricerca sempre improba di smascherare gli idoli che adoriamo per lo più senza saperlo e, a volte, senza volerlo sapere. L’idolo sottoposto alla nostra attenzione è il “lavoro” o più esattamente il lavoro quando diventa idolo. Andrea Staid ci ha mandato un libretto di Philippe Godard, “Contro il lavoro”, ed. elèuthera, Milano, 2011 di cui lui scrive la prefazione. Da alcuni ritagli della stessa pensiamo di raccogliere alcune suggestioni o provocazioni, che dir si voglia, che non mirano a sostenere una qualche tesi, ma piuttosto ad allargare la nostra vista su realtà a cui solitamente non pensiamo.

di Andrea Staid

“In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare”.
Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

Che lavoro fai? Solitamente è la seconda domanda dopo come ti chiami? quando conosci una persona. Ognuno di noi ha un lavoro però è difficile spiegare cosa sia. È un qualcosa che si dovrebbe aver voglia di fare, ma per la maggior parte dei lavoratori questa voglia non c’è. Avere un lavoro significa fare sempre la stessa identica cosa. Fare una cosa uguale o simile tutti i giorni per decine di anni e la si fa per ottenere un salario non perché ne abbiamo realmente voglia o la consideriamo particolarmente utile, la facciamo perché abbiamo bisogno di reddito. [...]
La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”. [...]
Con la formazione degli stati moderni gli amministratori del capitalismo finanziario cominciarono a far diventare gli esseri umani la materia prima di una macchina sociale che era necessaria per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perché queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate” come ci vogliono far credere, ma perché dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, o quello dei terreni comuni furono aboliti.
Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora agli Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’Africa. Iniziarono spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio che si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.
E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile “l’annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, poté sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”.

Le società contro il lavoro
Chi sono questi “selvaggi” e soprattutto come gestivano l’economia nelle loro società? Interessante è indagare con l’aiuto di ricerche etnografiche il lavoro nelle “culture altre”, società che in alcune aree geografiche della terra ancora oggi resistono alla civilizzazione occidentale. Non sono società immobili sono culture in transito che attraverso l’incontro e lo scontro con la società occidentale hanno adattato, modificato, ibridato i loro modi diversi di organizzarsi in comunità. [...]
Mi sembra qui opportuno sfatare il mito che nelle “società primitive3” vige un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare un minimo per la sopravvivenza della società. Troppo spesso si parla in testi accademici di una fantomatica economia di sopravvivenza che impedisce un accumulo di scorte tali da garantire, anche solo a breve termine la sopravvivenza del gruppo, un’ immagine di un “selvaggio” come un uomo sopraffatto e dominato dalla natura, minacciato dalla carestia e perennemente dominato dall’angoscia di procurare a sé e ai propri figli i mezzi per sopravvivere. [...]
È un vero e proprio mito quello del selvaggio condannato a una esistenza quasi animale. Dall’analisi di Shalins l’economia dei primitivi non solo non risulta come un’economia della miseria, ma al contrario le società primitive sono le prime vere società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea quella delle carestie e della povertà diffusa su larga scala;
Da un terzo a metà dell’umanità, si dice, si corica ogni sera affamata. Nella vecchia Età della pietra, la percentuale deve essere stata molto inferiore. Questa è l’epoca della fame senza precedenti. Oggigiorno, nell’era delle massime conquiste tecniche, la carestia è una istituzione.
Secondo Pierre Clastres la società primitiva è una struttura che funziona sempre al di sotto delle proprie possibilità, e che potrebbe, se lo volesse, produrre rapidamente un surplus. Se questo non accade, è perché le società primitive non lo vogliono. Australiani e Boscimani, raggiunto l’obiettivo alimentare che si erano proposti, cessano di cacciare e raccogliere, poiché sanno che le scorte di riserve alimentari sono inglobate in permanenza dalla natura. Sempre Sahlins demistifica nel suo testo quel pensiero che assume il produttivismo contemporaneo a misura di tutte le cose, nelle società primitive, il processo lavorativo è sensibile a interferenze di vario tipo, soggetto a interrompersi a beneficio di altre attività serie come il rituale o frivole come il riposo. La tradizionale giornata lavorativa è spesso breve; se si protrae, subisce frequenti interruzioni.
Abbiamo la dimostrazione che, se l’uomo primitivo è alieno dallo spirito imprenditoriale e dalle logiche del lavoro salariato, è perché la categoria profitto non lo interessa: se non reinveste, non è perché ignora il fatto, ma perché non rientra tra gli obiettivi che persegue. [...]
Il fatto etnograficamente documentato da diversi studi antropologici è che le economie primitive sono sotto-produttive, che solo una parte della collettività lavora, e su tempi brevi e a bassa intensità, si impone di fatto, che le società primitive sono società dell’abbondanza.
Clastres nel suo Archeologia della violenza afferma che le società primitive sono società contro l’economia; la socialità primitiva assegna alla produzione un compito ben preciso e determinato, impedendole di andare oltre. Là dove così non è, l’economia si sottrae al controllo della società, la disgrega introducendo la separazione tra ricchi e poveri: l’alienazione degli uni dagli altri. Stiamo parlando di società senza economia o meglio: società contro l’economia.
Nelle società contro l’economia non solo le forze produttive non tendono a svilupparsi autonomamente, ma qui nel modo di produrre è deliberatamente affermata una volontà esplicita di sottoproduzione. [...].
“Noi” occidentali, capitalisti, non riusciamo a concepire la preistoria umana come un’era di abbondanza e, confrontandola con il nostro modello di vita con quello di esseri ritenuti poco più che bestie, ci fa comodo vederli come abbrutiti dalla privazione, dediti alla ricerca continua di che sfamarsi.
Ovviamente l’uomo primitivo non aveva la nostra percezione del tempo. Alcune decine di millenni più vicino a noi, anche gli uomini delle società pre-classiche, già arrivate ad un alto grado di urbanizzazione e di suddivisione in gerarchie sociali, non avevano una concezione del tempo che dividesse nettamente vita e lavoro: anche perché per loro non aveva nessun senso né la parola “lavoro” nell’accezione moderna, né tantomeno la frase “tempo libero”. Più tardi, in una società ormai divisa in classi e basata sullo sfruttamento di masse di schiavi, il lavoro coincise con l’attività normale di chi si dedicava ad attività manuali in genere, tant’è vero che in greco (ponos) e in latino (labor) il termine che oggi traduciamo così significava semplicemente sforzo, fatica, pena, sofferenza.
Esistono molti esempi etnograficamente interessanti per capire il lavoro nelle culture altre: [...]
Questi esempi etnografici di società primitive e culture altre che non vivevano la contraddizione di lavorare per produrre un surplus inutile o per una moneta sono delle esperienze interessanti, da non mitizzare ma da cui possiamo prendere spunto per criticare l’assurda logica del lavoro salariato che ci annienta quotidianamente.
In un mondo dove tutti dalla televisione alla radio passando per libri e giornali non fanno altro che parlare di crisi economica, sovrapproduzione, sottosviluppo, licenziamenti, lavoro precario, flessibilità, questo libro di Philippe Godard contro il lavoro è una ottima riflessione che ci aiuta a liberarci dal concetto di lavoro come fatica e obbligo e sottolinea che i lavoratori non hanno abolito e non aboliranno mai i rapporti di classe senza abolire il lavoro.

Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Impressioni di settembre

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Nell’ultimo numero di questo giornalino, prima della pausa estiva, in questa rubrica, la comunità di Agognate esprimeva il proprio invito al voto per i referendum del 12-13 giugno. Era un invito in quanto vivendo in una democrazia partecipativa, la partecipazione alla vita politica è dovere di ogni cittadino. Il risultato del voto referendario (quasi 28 milioni di votanti) è stato chiaro: oltre a dire NO alle centrali nucleari (dei 4 il quesito meno votato) e al legittimo impedimento, la democrazia partecipativa ha stabilito anche un secco NO alla privatizzazione dei servizi pubblici locali d’interesse generale, a partire dalla gestione dell’acqua ma non solo, NO ai profitti del mercato sui beni comuni essenziali...
La manovra finanziaria dello scorso agosto prevede all’articolo 4 la privatizzazione dei servizi pubblici locali! Non è novità che, abrogata una legge col referendum, successivamente il Governo, cambiando solo qualche virgola e qualche termine al testo della legge, la mantenga in vigore. Anzi, con più vigore di prima. Così è stato per il referendum che ha abrogato la legge riguardante il finanziamento pubblico ai partiti politici del 1993: la legge è rimasta sostituendo a “finanziamento pubblico ai partiti” la dicitura “rimborso elettorale” lasciando tutto come precedentemente al referendum. In questi giorni si stanno raccogliendo le 500000 firme necessarie per un referendum che abroghi l’attuale legge elettorale definita “una porcata” dallo stesso Ministro del Governo (Calderoli) estensore di questa legge. Se ci sarà il referendum e se si abrogasse la legge (legge 270 del dicembre 2005), con quel mio SÌ cambierò il sistema elettorale?
Che fare dunque? Come vivere in un Paese a democrazia partecipativa se la mia partecipazione alla vita politica viene comunque ignorata e le decisioni referendaria raggirate?
Siamo all’ultima spiaggia? No perché anche quella è stata privatizzata!
Forse devo piegarmi alla saggezza di un altro Ministro del Governo, Bossi (di cui Calderoli è il braccio destro – il sinistro se lo è misteriosamente rotto questa estate!) che dichiara che “l’Italia va a picco”. Forse è vero ma in tal caso lo ringrazio del suo prezioso contributo per tale realizzazione.
Oppure devo con mansuetudine allinearmi al Presidente del Consiglio convinto che “l’Italia è un Paese di merda”. E se lo dice chi governa questo paese, una, almeno una, ragione c’è per inverare questa affermazione. Considerando la vastità della corruzione, il disprezzo della Costituzione e delle regole della democrazia, il controllo dei mezzi d’informazione, il disprezzo del potere esecutivo e giudiziario, il tentativo di smantellare la sanità e la scuola pubblica, lo svuotamento della cultura ridotta ad istinti del basso ventre e gravida di razzismo e omofobia, l’oppressione della povertà e la disoccupazione indotte, considerando e nonostante tutto ciò, mi convinco che l’Italia non è un Paese di merda, ma riservo e applico questo biologico aggettivo ad alcune persone che detengono, là dove ne creano necessità, il potere politico, economico, religioso e, sfruttandone i privilegi, se ne servono per soddisfare i loro smisurati bisogni e i loro effimeri desideri. E ciò a scapito della serietà e della qualità professionale. Così la crisi economico-finanziaria la si affronta per tentativi, proposte assurde, provvedimenti inutili, cercando di allontanarne lo spettro con l’esorcismo delle distrazioni e dell’intrattenimento e con il sacrificio delle tasse. Tra “l’isola dei famosi” - nuovamente nel palinsesto RAI - e l’aumento al 21% dell’IVA esiste uno stesso filo conduttore di sfruttamento e d’impoverimento delle menti e delle tasche della popolazione italiana.
È il prezzo che paghiamo per il nostro atteggiamento d’omertà e d’indifferenza che hanno preso il posto del coraggio e della dignità, facendoci sentire a nostra volta ‘nu poco omm’emmerda.

Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Una rosa dopo l'altra

Scritto da

Non so come in S.Domenico sia nata l’idea del Rosario. La storia non lo dice. Fin da bambino, però, mi piacque pensarla così.
E’ sera. Dopo una faticosa giornata di lavoro, gli uomini riposano. Il cielo è tutto una festa di stelle e il silenzio della campagna viene solo interrotto, di tanto in tanto, dal canto solitario di un grillo.
S. Domenico non ha accolto l’invito premuroso di chi lo aveva sollecitato a riposare almeno per qualche ora. Egli sa troppo bene quanto il silenzio della notte sia favorevole al dialogo con Dio; perciò si reca a pregare nella chiesa deserta. Ma quella sera, non sa come, riesce solo a ripetere infinite volte: «Ave, Maria - Ave, Maria», mentre lacrime di commozione rigano il suo bel viso.
Sull’altare la lampada del SS. Sacramento illumina impercettibilmente le grandi navate della chiesa e riverbera la sua fioca luce rossa sul volto orante di Domenico che piange per tutti i peccati che ogni giorno offendono il buon Dio e rattristano la sua dolcissima Madre. Sente che tanta, troppa gente è lontana dal Signore e non se ne preoccupa affatto. «O Maria, Regina degli Apostoli  - esclama a un certo momento - soccorri questo tuo servo inutile. Insegnami a parlare di Dio agli uomini; guidami, insieme ai miei frati, per i sentieri che conducono al tuo Gesù ».
Ad un tratto, ecco apparire una vivida luce che aumenta in pochi attimi fino a riempire del suo fulgore tutta la chiesa.
Domenico si alza e contempla sbalordito ciò che i suoi occhi non avevano mai visto: davanti a lui è comparsa una Signora giovane e splendente, avvolta da una veste candida più che la neve. Tra le mani tiene un gran fascio di rose profumatissime. Il suo capo è cinto di una corona di gemme, di cui si vedono solo i raggi luminosi in forma di croce. Quasi per incanto le pareti della chiesa sono scomparse; sembra di poter abbracciare tutta la terra, rischiarata da una intensa luce. Domenico comprende che il Cielo si rivolge a tutti gli uomini.
La Madre di Gesù è davanti a lui e gli parla: «Non dubitare, Domenico. Una mamma non abbandona mai i suoi figli. Vedi, ho colto per te, nel giardino di Dio, i fiori della sua misericordia. Questi fiori saranno, da oggi in poi, l’arma che sconfiggerà i nemici di Dio”.
Le parole della Madonna aprono una grande speranza e una grande attesa nell’animo di Domenico che guarda stupito i gesti della bella Signora. Ella getta sulla terra, ai piedi dell’umile frate, ad una ad una, lentamente, ben centocinquanta rose. Un profumo inebriante, sempre più intenso, si sprigiona da ogni rosa che tocca il suolo.
Ma accade un fatto ancora più strepitoso: questa pioggia di rose fa rivivere a Domenico tutto il Vangelo. Infatti, durante la caduta a terra di ogni diecina di rose, egli vede svolgersi una scena della vita di Gesù.
Dapprima contempla l’angelo che annuncia a Maria la nascita del Salvatore; poi la visita della Vergine a Santa Elisabetta e ode le loro parole; subito dopo osserva il Bambino nato nella grotta e lo adora insieme ai pastori e ai magi. Poi Gesù viene presentato nel Tempio e, infine, quando è già adolescente, discute con i dottori di Gerusalemme. Domenico si sente sbalordito e gioioso, mentre le sue labbra ripetono, ad ogni rosa che cade: «Ave Maria, piena di grazia... ».
La Madonna sembra esitare prima di far cadere le altre rose: sono tutte rosse, così vermiglie come mai Domenico ne aveva viste di uguali. Le prime dieci stanno cadendo a terra e Domenico vede Gesù nell’orto che suda sangue; allora si unisce a Lui nella Passione. Lo vede nel pretorio di Pilato, legato e flagellato, incoronato di spine e deriso; lo segue sulla via del Calvario e assiste alla sua crocifissione.
Le lacrime rigano inarrestabili il suo volto, mentre balbetta sbigottito: «Ave Maria, Ave Maria... prega per noi peccatori ».
Ai piedi del buon frate ci sono già cento rose che sembrano guardarlo. Ne restano ancora cinquanta, da meditare e offrire. Ora la Vergine Maria è tutta sorridente e invita Domenico nel giardino della gloria. Là egli contempla Gesù che esce vittorioso dal sepolcro, bellissimo, e sale al Cielo da cui manda sugli Apostoli lo Spirito Santo. Poi vede il corpo glorioso di Maria salire in Paradiso e ricevere dalla SS. Trinità la gloria a cui era destinata, oltre ad uno straordinario potere di intercedere per noi per ottenere tante grazie.
 Per ogni rosa che cade, Domenico è immerso nella contemplazione del «mistero», mentre non si stanca di ripetere: «Ave, Maria, piena di grazia...».
Di colpo tutto scompare, così come d’improvviso l’apparizione si era presentata: non più rose, non più luce, non più la voce dolcissima di Maria. Le pareti della chiesa sono lì, fredde e mute, alla tenue luce della lampada eucaristica; e fuori, nella campagna, i grilli continuano il loro trillo. I frati, come gli altri uomini, dormono ignari di tanto miracolo.
 Ma quando all’alba Domenico lascia a malincuore quel luogo di preghiera, si sente forte e sicuro. Ciò che è accaduto in quella notte gli diventa chiaro: il Cielo si è aperto per lui e la Madonna gli ha consegnato un’arma meravigliosa per portare gli uomini a Gesù. Da quel giorno il Rosario sarà il sostegno e l’anima di tutto il suo apostolato; sarà la scuola di predicazione per i suoi frati che lo propagheranno nel mondo.
La vecchia mamma che non si stanca di far scorrere la corona, il fanciullo che recita la sua decina, le folle che ripetono il Rosario, non conoscono, forse, la visione di Domenico. Ma provano una gioia che è molto simile a quella sentita da lui, in una notte di preghiera.

Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

domenica 2 ottobre ingresso in fraternita

Sono stata scelta all’interno del consiglio di fraternita come maestra di formazione dei laici domenicani, con il compito essenziale di aver cura della formazione dei candidati alla vita domenicana. Come previsto dallo statuto delle F.L.D. art. 32 par. 2 “il/la maestro/a di formazione è un confratello o una consorella che abbia:
1° - buona preparazione dottrinale;
2° - buona conoscenza dell’ordine;
3° - prudenza nelle relazioni umane;
4° - capacità di valutare le persone;
5° - sensibilità ai problemi dei candidati.”
Credo che ci siano tutti gli ingredienti per sentirsi importanti e che con una buona dose di coraggio potrei sentirmi di rappresentare una simile figura! E’ chiaro che tutti questi requisiti saranno indispensabili per farmi capire che non sono niente di tutto ciò, ma mi saranno da guida per un mio primario impegno personale, che potrà dare frutti solo con l’aiuto e con la fiducia di tutti i fratelli. Quest’anno alcuni di loro hanno richiesto di far parte della nostra fraternita e di impegnarsi nelle diverse fasi di formazione previste dallo statuto, ovvero:
• accoglienza nella fraternita (consiste nel primo anno di percorso);
• promessa temporanea (impegno del candidato per un periodo di tre anni);
• promessa perpetua (impegno a vivere per sempre la vocazione di appartenenza alla famiglia domenicana.
Alla mia domanda “perché vuoi diventare laico domenicano?” le risposte prevalenti sono state:
• amore per l’uomo;
• necessità di leggere il Vangelo in rapporto alla realtà di oggi;
• desiderio di raccontare il Dio appassionato dell’uomo;
• impegno verso la regola come aiuto e come stile di vita;
• impegno a vivere la fede personale in comunione con i fratelli.
Ed io aggiungo:
• consapevolezza dell’essere naufraghi e bisognosi gli uni degli altri.
Buon cammino a tutti.



Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Trovarsi in un convegno di etica

Camminare in novità di vita non si inventa! Occorre che qualcosa irrompa nella nostra esistenza e la cambi radicalmente. Comunemente, in un linguaggio di fede questo lo chiamiamo “conversione”, “metanoia”, movimento che ci porta a convergere con una realtà nuova, al di là della nostra mente, dei nostri pensieri e desideri. Occorre un cambiamento che ci faccia vedere “buono” ciò che prima per noi non aveva alcun significato o addirittura era visto negativo.
Per usare ancora un linguaggio teologico diciamo che è il Cristo che irrompe nella nostra vita, la strappa dalla morte e la restituisce a vita nuova. Senza questo intervento continuiamo ad avvolgerci in spirali che ci soffocano sempre di più.
Solo un intervento esterno, lo Spirito Santo che soffia, crea la realtà nuova. E’ come la mano ferma e precisa di un chirurgo che asporta dal corpo quanto ci conduce alla morte e riapre la vita alla sua possibilità. Non voglio far coincidere la salvezza con la salute fisica ma il paragone mi pare valido per chiarire il significato.
Come singoli credenti e come Chiese ci è chiesto di ordinare in un senso i tanti avvenimenti che sempre ci investono con estrema violenza.
Una donna, in un ristorante, scambia qualche affettuosità con la sua compagna e un uomo si indispone al punto di spaccarle la faccia! C’è ancora chi scrive sui muri: “Valdese eretico”... testamenti biologici e quant’altro arrivano alle nostre orecchie dai mezzi di comunicazione (quando possiamo ancora definirli tali) e ci lasciano nello sconcerto.
“La gente si smarrisce dietro ai mille piccoli dettagli che qui ti vengono quotidianamente addosso, e in questi si perde e annega. Così non tiene più d’occhio le grandi linee, smarrisce la rotta e trova assurda la vita…”  Scriveva Etty Hillesum nelle sue Lettere già nel 1943.
Trovarsi in un convegno a dialogare sull’etica vuol dire cercare queste grandi linee per non smarrirsi e per tracciare un percorso dove ognuno possa essere accolto nel cammino con le sue esigenze e le sue ferite.
Il dialogo esige una società che sia capace di comunicare, e già qui troviamo il primo intralcio, se la comunicazione è ridotta ad essere investiti di violenze perpetrate in ogni luogo e in ogni condizione vediamo già scendere vorticosamente la nostra e l’altrui possibilità di confrontare le diverse prospettive.
Il dialogo esige fiducia, devo credere che se chi mi sta di fronte ha una posizione diversa dalla mia non lo fa per averne un tornaconto ma semplicemente perché si trova a vivere in una situazione che è altra rispetto alla mia.
Due le linee che voglio evidenziare: la prima è fatta di apertura e rispetto, capacità di accogliere e contenere percorsi di vita non sempre corrispondenti a quella  linearità che ci piace immaginare. Ci voleva Picasso per spezzare le forme e farle rimanere ancora nell’arte.
Se questo esige fatica perché ciò che è diverso scardina le nostre certezze e ci mette in balìa dell’ignoto, è vero anche l’inverso, l’ignoto e la fatica ci permettono di vedere ciò che è spezzato, in una certa visione, all’interno di un percorso di vita che ha ancora tutte le caratteristiche per definirsi tale.
Affinché questo accada, affinché si dia qualche modifica nei nostri orizzonti di pensiero è necessario lasciare la propria riva. Siamo un po’ tutti “una barca che anela al mare eppure lo teme” come dice la splendida poesia di Edgar Lee Masters in Antologia di Spoon River; eppure sappiamo bene che è l’unica possibilità per raggiungere l’altra.
Il desiderio da solo a volte non basta, una condizione essenziale per lasciare la propria sponda e uscire da quell’immobilismo che genera violenza sono due braccia tese e una voce che chiama; come per il bimbo piccolo che si muove verso chi gli dice: “vieni” e si dispone ad accogliere l’incertezza dei suoi primi passi.
Primo: non giudicare, in tutta la Scrittura è ripetuto in continuazione che il giudizio appartiene a Dio.
A noi che vogliamo essere suoi seguaci è chiesto discernimento e rigore, questa è la seconda linea: pedofilie più o meno occultate, paradisi fiscali, scarpe di Prada pensiamo possano essere due braccia rassicuranti?
Meglio restare nella propria sponda, aggrapparsi alle proprie certezze, pestare pugni e dare la caccia agli eretici di turno.
La posta in gioco è alta.
Come donne e uomini di fede siamo fortemente interpellati ad essere segno tangibile. A saperci “segnati”, ovvero appartenenti a Cristo. Incisi nella carne da chi ha tolto per noi la morte e ha fatto sgorgare una vita nuova. Siamo  allora chiamati a fuggire le opere di morte, piccole o grandi che siano, a ritrovare il senso di un peccato sociale che è molto più radicale di ciò che appare in superficie.  Ci troviamo a condannare la violenza e continuiamo, come Pilato, a lavarci le mani, ci bendiamo gli occhi e non vogliamo o non possiamo sapere che l’abbiamo prodotta.
Un passo diverso dunque se cammino si vuole diverso, passo che sostiene la fatica e si apre alla gioia della danza.

Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

I did it my way

Settant’anni di vita mi sembrano un’occasione buona per fare dei bilanci. In questo contesto vorrei concentrarmi sul bilancio della mia vita spirituale di cristiano. Seguirò il procedimento cronologico per  rendere più chiaro il filo conduttore in mezzo alle contraddizioni e rotture  che ci sono state nella mia vita .
La mia socializzazione religiosa era in gran parte segnata da un’educazione severa e cattolicissima da parte dei miei genitori, due persone semplici, con poca cultura, ma assolutamente coerenti ed autentiche. Hanno sempre fatto di tutto per non fare mancare niente ai quattro figli, materialmente ed affettivamente. Ci sentivamo protetti ed amati. Nello stretto ambiente in cui siamo cresciuti, sono state quasi esclusivamente la famiglia, la scuola e la Chiesa – meno i pochi amici, perché abitavamo in profonda campagna - a dare un’impronta alla nostra infanzia ed adolescenza. Per quanto riguarda l’orientamento religioso della nostra educazione, questi pilastri della vita di un giovane  di allora ci hanno insegnato e fatto vivere un Dio onnipotente, severo, che punisce senza pietà ogni peccato. L’onnipresenza di questa immagine del Dio inesorabile ci metteva paura piuttosto che amore ed affetto e questo soprattutto in un ragazzo sensibile e scrupoloso come me, i cui sogni di una vita migliore si alternavano ancora con degli incubi dei pochi ma crudelissimi ricordi della guerra. Una fede basata sulla paura insegna umiltà,  ma paralizza il credente, gli impedisce di crescere e maturare .
In questo stato di immaturità (non solo) religiosa ho cominciato i miei studi di filologia all’Università di Münster, la cui facoltà di teologia allora vantava professori come Rahner, Ratzinger, Metz, Lehmann ed altri nomi famosissimi. Mi dispiace tanto di non aver approfittato di più di questa situazione unica durante il Concilio Vaticano Secondo. In fondo sono stato uno studente anonimo, che studiava e taceva. Tanti dei miei amici di scuola e commilitoni in questi anni hanno reagito con indifferenza, protesta o aperta rabbia alla Chiesa degli anni ’60. Molti l’hanno anche lasciata definitivamente.
La grande svolta nella mia vita  – anche dal punto di vista religioso - avvenne proprio nel famoso ’68.  Dopo la laurea e le prime esperienze da insegnante sentivo un vuoto terribile dentro di me. “Tutto il mondo cambia, solo tu rimani quello di sempre. Questo è già tutto?”
E si è svegliato quell’altro lato in me che finora pensavo di dover reprimere perché poco serio e non efficiente. Oltre a Theo, il tipico tedesco diligente, disciplinato e sempre serio, esisteva - di nascosto si capisce - anche un Theo pieno di fantasie, curioso di conoscere tutto e tutti e con una voglia matta di ridere. Ho fatto domanda per l’incarico come assistente di lingua e cultura tedesche in Italia, ho vinto il concorso e sono entrato …in Paradiso.  Da allora una vita – a parte la salute - solo in discesa (è strano, ma anche tipico: nello stesso contesto in tedesco si direbbe aufwärts - in salita) e questo giudizio vale per tutti i campi della vita. Per quanto concerne la mia vita di cristiano, sono subito stato fortunatissimo. Il Ministero mi aveva assegnato un istituto a Firenze. Per puro caso (ma è stato un caso?), lì ho trovato una sistemazione in uno studentato gestito dai padri Missionari del Sacro Cuore, in pieno centro città. Proprio in quell’anno, era il’68, i padri facevano un progetto interessantissimo ed esplosivo: due giovani padri, 6 novizi e 6 “normali” studenti universitari - fra loro anch’io come unico straniero - tutti sotto un tetto. Quel secondo Theo, che ho descritto sopra, si è trovato subito a suo agio. Infatti, pur handicappato all’inizio per il mio italiano molto povero, cercavo di non perdere nessuna discussione e nessuna delle tante imprese fatte insieme. Soprattutto quei due padri eccezionali – purtroppo ambedue sono morti pochi anni fa - mi hanno insegnato tante cose. Grazie alla loro parola e al loro esempio sono riuscito ad “aggiornare” e vivacizzare la mia fede ed il modo di viverla. Per la prima volta in vita mia percepivo un legame vivo  fra la  buona novella del Vangelo e la gioia.
Ciononostante, anche dopo questo evo d’oro le crisi spirituali tornavano con una certa regolarità.
L’ultima grande crisi risale all’inizio degli anni ’90. Si annunciava come sempre con un grande vuoto in me: nella professione avevo più o meno raggiunto gli obiettivi che mi ero posto, avevo definitivamente rinunciato a creare una famiglia ed alla mia vita spirituale cominciavano a scarseggiare  la  determinazione e la freschezza .
Anche in questa situazione il Signore mi ha fatto conoscere delle persone straordinarie che mi hanno aiutato e mi aiutano tutt’ora  a fare altri passi nel mio cammino verso una soddisfacente vita da cristiano. Sto parlando del carismatico padre Werenfried e della comunità domenicana di Novara, in particolare del grande padre Ennio e del carissimo amico Pier Paolo.
Oggi, dopo tanti alti e bassi,  la mia filosofia personale  di come vivere la fede (ed affrontare la vita) è grosso modo questa:
La mia fede non è stata mai un blocco monolitico, avevo sempre dei dubbi, ma pensavo che questi dubbi fossero un segno di debolezza, in fondo una prova che io come fedele valevo meno dei “buoni cristiani “. Oggi so che i dubbi fanno parte della fede e non mi escludono dall’appartenenza al popolo di Dio. La natura umana è debole ma anche i deboli sono membri della Chiesa del Signore. Sarebbe pericoloso trattare l’argomento con troppa faciloneria e cadere nella trappola di un facile relativismo. Ma ho conosciuto tante persone - spesso ipersensibili e devote – sempre sull’orlo della depressione. L’amico padre Werenfried mi ha detto una volta: “non è previsto da Dio che dobbiamo soffrire in continuazione”. Che brutta novella sarebbe quella che rendesse la vita ed anche la fede non vivibili. La speranza e la gioia sono messaggi cristiani fondamentali. Perché dovremmo lasciarle alla psicologia ed al mondo esoterico?!
Dio ha dato ad ognuno di noi delle doti diverse ed anche nella vita ognuno poi fa delle esperienze individuali molto differenti. Questo vale anche per il modo di vivere la propria esperienza di fede.
Il mio rapporto con il Signore è un rapporto  molto personale (padre - figlio) caratterizzato da preghiere altrettanto personali. L’immagine del Dio Re onnipotente che vede tutto e ti punisce subito per me è un anacronismo; mi ricorda le mie paure quando ero giovane. A volte faccio fatica a recitare preghiere, litanie ed anche il rosario (mi dispiace, padre Ennio!) soprattutto quando i loro contenuti non coincidono con le mie intenzioni del momento. Suscitano l’interesse estetico e filologico dell’ ex professore (registri, immagini, mezzi stilistici) ma anche mi conducono ad interferenze mentali e distrazioni.
Non mi piacciono neanche  tanto i momenti molto solenni ed edificanti. Mi è rimasta in mente invece, quasi come programma, una frase di padre Ennio molto vicina al mio mondo abbastanza concreto: “Dio si trova soprattutto nel volto dei più poveri e deboli”.  Così tanti anni fa ho cominciato a seguire i malati terminali in un ospedale della mia città e a rispondere al telefono amico della Caritas.
Quando i miei studenti – cristiani o meno - per l’indiscrezione di qualcuno  hanno appreso dei miei impegni sociali, mi hanno fatto tante domande, per me una buona occasione per un outing della mia fede  con il comandamento centrale dell’amore verso il prossimo.
Perché ho chiesto a Pier Paolo di pubblicare questo articolo? Sono un assiduo lettore del giornalino della Comunità. Trovo temi interessanti ed attuali, ma a volte mi piacerebbe anche sapere qualcosa sugli scrittori  degli articoli.

È strano: una lettera personale, “intima”, come questa, in lingua tedesca non l’avrei scritta….

Ringrazio Theo per la sua amicizia, iniziata casualmente (ma, riprendendo una sua espressione, si è trattato di un caso?) quasi vent’anni fa, e per questa sua densa lettera, che ripercorre la sua storia personale e, sullo sfondo, i cambiamenti avvenuti nella società e nella Chiesa con il Concilio Vaticano II.
Sono molti gli spunti di riflessione che il suo scritto ci propone; mi posso soffermare solo su alcuni, lasciando ai lettori, se lo desiderano, intervenire a loro volta con i loro commenti.
Innanzi tutto il titolo, che riassume l’intero contenuto: “Ognuno di noi ha la sua storia con Dio”. È  vero,  il percorso di fede di ognuno, come ogni uomo, è unico e irripetibile. Ricordo che l’allora cardinal Ratzinger nel libro-intervista Il sale della terra (1997) alla domanda su quante fossero le vie per incontrare Dio rispondeva: tante quante sono gli uomini.
Theo ci mostra il cambiamento che è avvenuto in lui nell’immagine di Dio, da un Dio giudice che incute paura al Dio che è fonte della nostra libertà, al Dio del Vangelo. Purtroppo nella storia della Chiesa ci sono anche molti errori e ci sono state una predicazione e una pedagogia che, forse per la preoccupazione di promuovere la vita morale, hanno sottolineato il tema della colpa e della punizione, perdendo di vista qual è la fonte della morale e quasi dimenticando che l’annuncio cristiano è il Vangelo, la Buona Novella di Cristo ed è causa di gioia: “siate sempre lieti nel Signore”, raccomandava san Paolo (1 Ts 4,4)
Theo ci parla anche dei dubbi che tuttora accompagnano la sua fede: “Oggi so che i dubbi fanno parte della fede”. Sto leggendo un interessante libro di Tomáš Halík, teologo dell’università di Praga (è tradotto in tedesco e in altre lingue, non mi risulta lo sia anche in italiano): ha un titolo significativo “Pazienza con Dio”. La fede ci colloca nel mistero, non risolve problemi e deve restare sempre aperta alla ricerca. “Le risposte senza domande, scrive Halík, senza quelle domande che hanno originato le risposte e quelle nuove,  che le risposte hanno successivamente suscitato, sono come alberi senza radici”, ma spesso, aggiunge, le “verità cristiane “ci sono presentate come alberi senza radici, senza più linfa vitale.
Un’ultima considerazione. Theo scrive che una lettera come questa in lingua tedesca non l’avrebbe mai scritta e lo trova strano. A me non pare strano: la lingua è sempre carica di una particolare cultura, di un modo di essere, si collega alle esperienze che con essa abbiamo vissuto. Ricordo le ore di tedesco alle superiori come momenti molto belli, eravamo solo in sei a studiarlo, con un’insegnante molto paziente e serena; forse è anche per questo che amo il tedesco. Ed è un caso?
Grazie ancora, Theo, e a nome di tutta la comunità e dei tuoi amici i più fervidi auguri per i tuoi settant’anni!

Avere qualche cosa di ragionevole in cui credere o aggrapparsi ti tiene a galla. Banalmente potrei dire che in questi mesi sia stata la fede a non farmi sprofondare nella depressione. Cosa sia successo per mettermi a rischio depressione non ha ora molta importanza. Ciò che conta è l’esperienza di fede che mi ha tenuto a galla. Come dico sempre, la fede è la cosa più concreta di questo mondo, ma non la fede in un Dio invisibile, misterioso il cui rapporto si esaurisce nel culto (sempre più simile ad uno spettacolo di dubbio gusto estetico!); su questo aspetto ho molti più dubbi che fede. La fede che mi tiene a galla, che non mi fa sprofondare è la fede nelle persone che condividono la mia vita e sono presenti nelle mie difficoltà. Così in questi mesi la comunità la Zattera - nella varietà delle sue espressioni che rendono ricco il vivere in comunità - è stata un appiglio saldo; uguale riconoscimento lo devo a tutta la mia famiglia, solida referenza di amore, e alle buone amicizie sempre pronte a tendermi una mano e sorreggermi. E’ stata la manifestazione concreta della loro misericordia che mi ha tenuto in piedi. La mia fede riposta nella loro misericordia, insistente come un grido, mi ha permesso di continuare il mio cammino. Un cammino di umanità.
A partire da questa esperienza di fede e di misericordia condivisa, lo scorso 6 novembre abbiamo invitato il promotore internazionale di giustizia e pace dell’Ordine domenicano che ha tenuto una conferenza/incontro alla/con la Famiglia Domenicana di Agognate. In coincidenza con la giornata di fraternita mensile, fra Carlos Linera è stato invitato anche per celebrare la commemorazione del 5° centenario del sermone di fra Antonio Montesinos (vedi “Agognate” n. 61). Il titolo dell’incontro è stato : UN GRIDO DI MISERICORDIA, UN CAMMINO DI UMANITA’. La misericordia, principio fondante la vita domenicana (è “la misericordia di Dio e dei fratelli” quella che abbiamo chiesto quando siamo stati accolti nell’Ordine), ci permette di camminare dentro l’umanità di questo mondo, soprattutto là dove questa umanità è a rischio, compromessa, è strumentalizzata, calpestata, oppressa, soffocata, crocifissa. E’ l’umanità che il vangelo indica come “pietra scartata dai costruttori” che deve diventare “pietra angolare” anche grazie al grido di misericordia come è stato quello di Montesinos.

Riportiamo di seguito un estratto dell’intervento di fra Carlos:

Sono qui, prima di tutto, per incontrarvi e conoscervi con le mie debolezze e la mia vulnerabilità. San Domenico spesso è rappresentato con a fianco un cane con una torcia infiammata in bocca; a me piace più il cane con la torcia che san Domenico perché ho cambiato il mio modo di pensare rispetto a quanto mi insegnavano durante la formazione e cioè che noi domenicani abbiamo la verità e portiamo la luce della verità ovunque; col passare del tempo ho imparato che io non ho la verità e ho bisogno del cane e della torcia per illuminare la mia strada e permettermi di vedere e incontrare l’altro. Ma anche per permettere all’altro di vedermi e di incontrami e poter poi camminare e costruire insieme. Questo sta alla base della fraternità, della famiglia. A casa mia non si è mai parlato di giustizia o di diritti umani, ma per tutti era chiaro che bisognava dare a ciascuno secondo il loro bisogno e questo era possibile perché c’era l’amore. E nell’amore è contenuta la misericordia: donare amore e perdonare. Nell’Ordine ho poi imparato che l’amore non cambia solo la persona amata ma cambia soprattutto la persona che ama. Con un’espressione che può sembrare eretica, posso dire che anche Dio, amandoci, cambia; l’Incarnazione è il cambiamento radicale di Dio nel suo amore per l’umanità. L’amore e misericordia di Dio lo spingono a farsi uomo, a stare con gli uomini, a vivere con gli uomini, soffrire, gioire, morire come loro. E anche alla fine, sulla croce si manifesta la misericordia e il perdono: “perdonali perché non sanno quello che fanno”; Gesù in croce ama e perdona gli uomini non per i loro meriti ma proprio perché non hanno meriti.
E’ all’interno di questa misericordia che io mi presento ai fratelli e alle sorelle come io sono, con la mia debolezza dicendo: io ho bisogno del tuo aiuto per camminare, ho bisogno che tu dieci volte, cento volte, abbia pietà di me, abbia misericordia di me. E io voglio fare altrettanto.
Questa mattina Ennio diceva che Montesinos è stato un frate importante 500 anni fa; ma noi dobbiamo preoccuparci e occuparci dell’oggi, non di 500 anni fa. Sono d’accordo, è per questo che, pur celebrando oggi Montesinos, non voglio parlare di lui ma di me, di me stesso. Cosa sto facendo io oggi quando il mondo, la società, cammina su un sistema di pensiero, filosofico ed economico, dove ciò che conta sono solo io, il mio gruppo, la mia ditta e il modo di accumulare il maggior lucro possibile nel minor tempo possibile, senza riguardi nei confronti dell’altro? Forse era così anche al tempo di Gesù, era così anche al tempo di Montesinos, ma soprattutto è così oggi. Questo il mondo nel quale oggi vivo. Nel vangelo Gesù ci insegna che questo è il mondo, ma fra di noi non deve essere così. In quanto cristiani siamo in questo mondo per presentare, per annunciare, un’alternativa di vita. Purtroppo però se guardo me stesso, la mia comunità, la mia Chiesa, vedo che invece di influenzare il mondo e cambiarne la filosofia, cambiarne il sistema, è il mondo che ha influenzato me, la comunità, la Chiesa, il nostro stile di vita e di vivere il vangelo. Come al tempo di Gesù ci ritroviamo con una religione fatta di gerarchie dove non c’è accesso diretto con Dio ma solo tramite la mediazione del clero. Anche nella vita religiosa ci sono frati di prima classe, di seconda classe, di terza classe (parlo dei frati ma vale anche per le suore e il laicato): quelli di prima classe sono quelli che hanno “un posto”, provinciali, priori, economi, che hanno un certo privilegio; poi ci sono quelli di seconda classe che sono gli amici di quelli che hanno un posto; la terza classe sono tutti gli altri frati che non hanno un posto di responsabilità e non sono amici dei frati che hanno responsabilità...
In queste differenze o caste l’amore e la misericordia spariscono; come il mondo, anche la vita religiosa ha un sistema uguale solo che viene fatto nel nome di Dio. E poi si parla di fraternità! Forse sarebbe ora di iniziare a parlare nelle nostre comunità di amicizia, di umanità.
In questi anni ho imparato che non ho scelto la vita religiosa per essere santo ma per imparare ad essere umano. Ed essere umano è la più grande cosa a cui dare valore oggi perché anche Dio si è fatto umano per mostrarmi la grandezza di essere umano. So che morirò senza diventare mai completamente umano cioè avendo una piena umanità per gli altri, ma continuo il mio cammino di umanità consapevole che per farlo, a partire dalla mia fragilità e vulnerabilità, ho continuamente bisogno della misericordia degli altri.
[L’audio integrale della conferenza/incontro con fra Carlos Linera potete ascoltarlo sul nostro sito: agognate.it]
E’ Natale, un po’ di silenzio!
Taccia il tintinnio delle monete nei centri commerciali,
tacciano le borse finanziarie e le speculazioni,
tacciano i politici corrotti che ostentano le loro abilità,
tacciano le ruspe delle inutili grandi opere,
tacciano le armi, anche quelle silenziose.
Ssst! Nasce un bambino.
Solo un grido di misericordia deve risuonare:
“Gloria a Dio nell’alto dei cieli,
pace in terra agli uomini di buona volontà”

Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

Gelsomino

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C’era una volta un bambino con il nome di un fiore ma tutti in paese lo chiamavano “Ave Maria” perché questa invocazione era continuamente nelle sue labbra. Ave Maria era quasi tutto di quanto aveva assimilato al catechismo. Fu battezzato col nome di “Gelsomino” perché portato al fonte battesimale dentro un canestro rivestito di un fascio di gelsomini. Intorno ai quindici anni, a causa della peste, perse i genitori. Questa morte non turbò molto il ragazzo perché gli fu detto che la sua mamma e il suo papà erano volati in cielo vicino alla Madonna ed era contento che i suoi genitori fossero in Paradiso. Rimasto solo, Gelsomino dovette arrangiarsi alla meglio per vivere. La Provvidenza, comunque, c’è per tutti ed anche Gelsomino, che pareva più un cane randagio che un bambino, riuscì a portare avanti i suoi anni senza saltare troppi pasti. Del fiore gentile, di cui portava il nome, non aveva  nulla. Era cresciuto buono e docile, è vero, ma aveva un corpo grosso e tozzo e lo si riconosceva a un miglio di distanza.
Malgrado pesasse intorno ai novanta chili, Gelsomino non aveva un briciolo di forza; era rimasto un bambinone semplice e gentile, un bimbo di non più di quattro anni e come tale si comportava. Se ne stava ore e ore a giocare con la sabbia presso il ruscello, mentre ripeteva in continuazione, nel suo semplicissimo parlare: “Ave Maria, Ave Maria...”. Se diceva: Buon giorno, vi aggiungeva Ave Maria. Un qualsiasi discorso era ricolmo del saluto angelico alla madre di Gesù. Anche nei suoi giochi pensava sempre alla Madonna come se Maria gli fosse accanto in ogni momento. Cercava persino di modellarla nei pupazzi grossolani che costruiva con la sabbia bagnata. Ci metteva tanto impegno che pareva ne contemplasse continuamente la visione. Guardava in alto, come se dal cielo prendesse ispirazione, e sorridendo si metteva a lavorare con la sabbia.
Gli altri bambini, spesso e volentieri, si divertivano a distruggere quelle figure non appena terminate. Lui, non sapendo come difendere le sue povere opere, si buttava in ginocchio, allargava le braccia per proteggerle con la massa del suo corpo. Si curvava sulla figura di sabbia e abbracciandola urlava piangendo: “Ave Maria, no! Ave Maria, no!”. Molte volte, spinto dagli altri bambini, cadeva sulle rozze statuine di sabbia, da lui modellate, rimanendo a lungo immobile, su quelle immagini distrutte.  Chiudeva gli occhi per continuare a vederle così come le aveva fatte.
Come tanti bambini era servizievole e ubbidiente e tutti ne approfittavano volentieri. “Ave Maria, portami questo a casa”, “Ave Maria, vai a prendermi il cesto”, “Ave Maria, fa’ questa cosa”, “Ave Maria, fa’ quest’altra”... Tutti si approfittavano di lui, nonostante gli volessero bene. Lui ogni giorno, trotterellava su e giù per il paese come un giovane elefante, sorridente e felice di rendersi utile.
 Gelsomino aveva il dono straordinario dello stupore. Una barchetta di carta che galleggiava nel ruscello riempiva i suoi occhi di meraviglia come se fosse un transatlantico, che per una strana magia, navigava in quel fiumiciattolo. Una formica che camminava in equilibrio su un filo d’erba; il salto di una rana nello stagno, il ronzio di un moscone... tutto aveva il potere di stupirlo e di farlo felice. La semplicità dei suoi gesti e delle sue emozioni davano a chi lo guardava, con occhi buoni, il senso dell’eterno.
 Specialmente il suono delle campane lo mandava in estasi. Quando le campane della chiesa iniziavano a suonare lo si vedeva guardare in alto incantato. Contemporaneamente si sentiva modulare la sua voce e ripetere in continuazione ad ogni rintocco: “Ave Maria, Ave Maria...”.
 Un giorno, mentre ormai il sole stava tramontando e la maggior parte della gente del paese era in casa, Gelsomino se ne stava seduto sui gradini della chiesa a mangiare un panino. Arrivarono alcuni ragazzacci con la testa rapata e con tanti tatuaggi in ogni parte del loro corpo. Urlavano, ridevano sguaiatamente, cantavano canzoni oscene. Alcuni di loro, armati di bombolette spray, si misero ad impiastricciare il muro della chiesa. Nel vedere quella baraonda Gelsomino, da prima non comprese nulla, anzi iniziò a battere le mani contento di vedere dei ragazzi che cantavano. Si mise poi paura quando vide che alcuni urinavano addosso al muro della chiesa. Iniziò a piangere e gridare:
“Non bene, non bene, Ave Maria. Non bene fare pipì sulla casa di Maria”.
I ragazzi, che non avevano ancora notato Gelsomino, nel vederlo piangere e gridare frasi strane incominciarono a deriderlo ed a prenderlo a spintoni. Ad ogni spinta Gelsomino ripeteva: “Ave Maria”. Pareva si divertisse. In seguito le spinte divennero sempre più furiose, accompagnate da calci. Il povero ragazzone incominciò ad urlare tremando: “Ave Maria, stanco! Ave Maria, Gelsomino stanco!”. I giovani tatuati non lo ascoltavano, anzi, lo sforzo che facevano a muovere novanta chili di carne molle e inerte, pareva eccitarli diabolicamente : “Forza! Dai! Prendi su! Piglia questa...”. Gelsomino cadeva, si rialzava, ricadeva.
Il macabro gioco durò a lungo. Alla fine, tra uno spintone e l’altro, lo trascinarono, come fosse una palla, fino alla riva del ruscello. Gelsomino cadde a terra sfinito. Era irriconoscibile, gli usciva il sangue dal naso e dalle mani, era ammaccato dappertutto e il suo volto si era trasformato in una maschera orrenda di paura e di lividi. I ragazzacci nel vederlo a terra ricoperto di sangue, scapparono  via ridendo. Gelsomino rimase a terra senza dare più nessun segno di vita.
 Poiché nessuno si occupava sul serio di lui, in paese nessuno si accorse di nulla, né quella sera, né per tutta il giorno dopo e la notte seguente.
Solo una figura, splendente di luce, vegliava dall’alto. La Vergine Maria, così amata e invocata da Gelsomino, fece scendere dal cielo tanta neve da ricoprire il corpo del ragazzo come fosse un grande mantello bianchissimo. Poi Lei stessa scese a prenderlo per mano e portarlo con sé in Paradiso.
L’indomani, in paese, tutti si misero alla ricerca di Gelsomino. Senza di lui la vita in quel paese sembrava improvvisamente cambiata. Gelsomino non poteva essere sparito nel nulla. Lo cercarono in ogni casa e in ogni angolo ma di lui non c’era traccia. Temendo che fosse caduto nel ruscello, dove era solito giocare, vi si recarono tutti insieme, con apprensione.
Il prato, ricoperto di neve, sembrava un grande lampadario su cui il sole mattutino si divertiva a far rimbalzare i suoi raggi, con tutti i riflessi dell’arcobaleno.  La luce, stranamente, si concentrava soprattutto su un punto che risplendeva in modo abbagliante. I paesani, attirati da quella luce, si avvicinarono a quel mucchio di neve che risplendeva in modo particolare. Con uno stupore misto a una certa paura videro che sopra quell’ammasso di neve si stagliavano nette le parole: “Ave Maria”. Chi le aveva scritte? Dopo alcuni momenti di grande stupore qualcuno osò dire:
“E’ possibile che Gelsomino sia sepolto sotto la neve”.
Questo dubbio doveva immediatamente essere controllato, ma non avendo nessuno strumento per togliere la neve, i soccorritori si misero a scavare con le mani. Quando il bianco mantello fu rimosso, trovarono il corpo di Gelsomino.  Nonostante il viso tumefatto sembrava sorridere felice. Mentre gli uomini tirarono fuori il corpo inerte del ragazzo le campane iniziarono a suonare per chiamare la gente alla Messa mattutina. I compaesani di Gelsomino sentirono ancora una volta la sua esile voce, che all’unisono con le campane, cantava:  “Ave Maria, Ave Maria”.

Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

Incontri di Fraternita

Nella giornata di Fraternita ci siamo incontrati per organizzare il tema che ci farà da guida nel corso dell’anno. Di comune accordo abbiamo deciso di programmare il nostro cammino di formazione, in comunione con l’Ordine Domenicano. Tema sarà: “Predicazione e cultura, predicazione comunitaria”; in preparazione al Giubileo di Fondazione dell’Ordine  (1216-2016), La figura centrale sarà fra Antonio Montesinos e il suo sermone pronunciato/gridato 500 anni fa nell’isola Espanola in difesa della vita e dei diritti degli indios.
All’inizio delle attività il nostro assistente religioso  P.Ennio Staid  ha ricordato chi sono i Laici Domenicani e quale è la loro vocazione. Ne trascrivo un mia sintesi:
Con il Concilio Vaticano II, i laici hanno assunto un ruolo sempre più rilevante all’interno della Chiesa. La crescita e l’espansione dei nuovi movimenti ecclesiali è un esempio di come i laici possano testimoniare efficacemente la loro fede. Purtroppo la grande massa dei laici cristiani non sa che cosa significhi essere laici nella comunità cristiana . Pochi  sanno che con il battesimo tutti cristiani sono SACERDOTI, PROFETI e di STIRPE REGALE.             
I laici domenicani sono consapevoli non soltanto di essere battezzati e, quindi, salvati dal sacrificio di Cristo, ma anche di avere nella Chiesa e nella società un posto, una collocazione molto precisa. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa “Lumen gentium”  dice che i Laici sono quei fedeli che, divenuti parte del corpo mistico di Cristo col battesimo e, quindi,  resi partecipi del sacerdozio “comune” (cioè non ministeriale) e degli “Uffici” profetico (cioè di annuncio) e regale (cioè di servizio) di Cristo e, grazie alla loro “propria e peculiare indole secolare [...] per loro vocazione cercano il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”. I laici “vivono nel secolo” e in esso sono chiamati a santificare se stessi e tutta le realtà del mondo.... I laici domenicani, in più, hanno scelto di attuare questo particolare sacerdozio seguendo le orme di San Domenico, appoggiando il vostro cammino sulla misericordia di Dio e dei fratelli come i frati, le monache e le delle suore. La Regola domenicana non è fatta per coloro che si sentono forti e bravi, ma come tutte le regole, è stata scritta per chi si sente debole ed ha bisogno che altri lo aiutino a vivere la sua vocazione!   
Dobbiamo sempre fare memoria di essere parte della Famiglia Domenicana, ricordando con gratitudine quando per la prima volta ci siamo incontrati, non per caso, ma perché innamorati di Dio e dei fratelli. Amore importante, che ha cambiato la nostra vita. Come ogni storia d’amore, con il tempo si potrebbe affievolire o spegnere, perdendo quel calore e quel fuoco che ci ha fatto incontrare. E’ per questo che dobbiamo sempre tenere vivo questo sentimento-desiderio di rivestirci degli abiti di Cristo. E’ un cammino lungo, continuo, fatto anche di piccoli passi da praticare sempre senza stancarsi fino all’ ULTIMO GIORNO!
 Daniela Mosca e Angelo Serina  hanno chiesto quest’anno di poter essere ammessi  alla professione  nella famiglia di San Domenico, mentre Maria Innocenza Marletta ha chiesto d’essere accolta per iniziare la formazione.. Ho domandato loro: perché vuoi diventare Laico Domenicano? Sei consapevole e prometti di vivere secondo la Regola?
 Le risposte mi hanno dato grande gioia. Ne pubblichiamo una che, grosso modo, esprime il pensiero di tutti e tre.
Grazie a tutti voi!

La ragione per cui chiedo di poter essere ammesso a impegnarmi definitivamente nel laicato domenicano è molto semplice.
E’ la chiusura di un cerchio che si è aperto nel 2004 quando ho avuto modo di conoscere Ennio, prima, e la fraternità di Agognate, dopo.
L’incontro con Ennio è stato oltre che l’incontro con una persona, anche con una narrazione del Vangelo molto diversa da quella che avevo udito sino a quel momento.
Il Dio che mi raccontò Ennio era lontano dal Dio cartaceo ed etereo che avevo nella mente: Ennio mi presentò il Dio di Gesù Cristo che ha scelto la storia come propria casa rispetto ad un trono stampato su di un cielo turchino, avvolto da nubi e schiere di puttini. Una casa disordinata, per la verità, la dimora eletta da Dio: là vi si trova di tutto, chi esce e chi entra, chi mente e poi passa per santo, chi è santo realmente ed è pressoché ignoto, chi uccide ed è portato in trionfo, chi muore, piccolo e calpestato, ed è individuato come colpevole. La storia dell’umanità come la sappiamo noi, insomma, di fronte alla quale Dio non si è messo le mani ai capelli. L’ha invece scelta così com’è, amandola ed entrando in lei come suo compagno per la vita così da essere con lei un cuore solo e un corpo solo. Col tempo ho intuito che ciò di cui mi parlava Ennio traeva spunto non solo dalla sua vicenda personale (come accade a ciascuno di noi) ma soprattutto dalla vicenda personale di Domenico che scelse in nome dell’umanità amata da Dio di lasciar perdere i luoghi fatti di incenso, ampolle e riti per seguire le strade preferite da Dio, quelle nelle quali pulsa la storia, fatta ancora una volta di disordine, del caotico fluire del tempo e dell’errore, dell’eresia, dell’umanità varia, della miseria e della ricchezza e delle tiepide vie di mezzo.
Dell’ambiguità. Se c’è una cosa che in passato mi disturbava dell’essere umano è proprio la sua ambiguità.
Ma col tempo e con qualche capello bianco mi sono accorto che nessuno va esente da questo tratto tipico dell’umano che il Dio del racconto di Ennio e di Domenico, del Dio amico della storia, non ha ricusato.
Con l’impegno definitivo per l’ordine e per la regola, non credo di poter dire di aver messo un punto. Si chiude un ciclo, come dicevo, ma una nuova urgenza si affaccia chiara: la necessità di una sempre maggiore comprensione della storia e l’impegno a raccontare alla storia medesima il Dio appassionato dell’uomo, così com’è.
Non posso nascondere, specialmente ora che mi accingo a professare l’impegno solenne al rispetto di una regola, una certa mia inclinazione a diffidare verso ciò che si assume abbia il carattere della perentorietà e della incontrovertibilità, come non posso nascondere una certa diffidenza verso una bontà per definizione delle regole stabili (che sono pur tuttavia mio pane quotidiano, com’è noto).
Sono affascinato, invece, dal dubbio e dalla fatica che esso impone e sono attratto dall’inquietudine delle domande di chi, per mestiere o soltanto per indole, si interroga e interroga gli altri e sa che le domande molto spesso non hanno risposte come proprio orizzonte ma nuovi e più stringenti interrogativi.
Scegliere la strada di Domenico da uomo del mondo, come laico, se da un canto mi impegna verso la regola, dall’altro credo mi confermi nella libertà di uomo inquieto, desideroso di abbracciare la storia nella sua inarrestabile mutevolezza e ambiguità.
Con queste intenzioni mi accosto, con gioia ma non senza qualche preoccupazione, all’ordine domenicano e faccio la mia richiesta di impegnarmi per sempre per esso.
Angelo Serina, Novara, 17 settembre 2011



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