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Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

Se non è un miraggio

La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani è per me sempre un momento importante; la nostra attività ecumenica ha il suo centro e il suo compimento nel rendere lode e grazie al Signore per quanto ci concede di vivere insieme nella diversità.
Il tema di quest’anno: “Uniti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera”  (Cfr. Atti 2,42), un dato semplicissimo nella sua esposizione, ma, per chi si è avventurato un po’ nella storia di percorsi comuni, altrettanto difficile da veder realizzato.
Ho riflettuto molto, pensando di scriverne, volendo evitare lamentele e disfattismi.
Quando rifletto molto, però, capita che spesso mi ingarbuglio; tanti argomenti vanno e vengono dalla mia mente e difficilmente trovano coerenza espressiva. Abbiate pazienza!
Dunque, un insieme perfetto, come quello della comunità descritta negli Atti degli Apostoli, possiamo mantenerlo come orizzonte ideale e noi rimanere al di qua, nelle nostre beghe quotidiane, oppure tentare di trovare un qualche riscontro.
Ora che il “dato ingenuo” nel nostro mondo non è più tanto considerato, noi che vogliamo ancora dirci Cristiani (cioè appartenenti a Cristo) siamo interpellati in senso forte a “dire” in che cosa consiste il nostro credere, a delineare il volto di quel Gesù Cristo che abbiamo incontrato tanto da non farlo rimanere solo nell’orizzonte delle fantasie, ma anche da poterlo far toccare.
Oggi vari Dan Brown (quello che ha scritto Il codice da Vinci, per intenderci), supportati da indagini che  vogliono definirsi “scientifiche”, ci presentano un volto di Gesù altrettanto fantastico, ma più attraente per la sensibilità dei nostri tempi.
Un  insieme perfetto eserciterà anche qualche fascino, ma vuoi mettere indagare nel rapporto fra Gesù e la Maddalena? Fossero 400 pagine o 800, si leggono di un fiato da cima a fondo. Leggere le letture della liturgia della Domenica …e chi lo trova il tempo?
La dose di discernimento che ci è chiesta è molto elevata, perché è anche il nostro interesse a guidare il mercato, chi ha l’occhio su queste cose “sente” cosa ci deve propinare.
Tra le tante notizie che mi investono, come penso capiti a molti, inchiodandomi con le spalle al muro nella mia colpevolezza e nella mia impotenza, c’è stata, ultimamente, quella del dramma dei contadini cinesi, costretti a dipendere dalle multinazionali. Queste hanno distribuito loro gratuitamente le sementi, che hanno prodotto frutti abbondantissimi; ma le piante sono sterili, non si riproducono e i contadini devono poi acquistare a caro prezzo i semi dalle stesse “generose” multinazionali. Molti sono caduti  nella disperazione e si sono suicidati.
Rischiamo così anche noi cristiani? Nel nostro orizzonte c’è un miraggio o una storia realizzata?
Non è un rischio di poco conto: se corriamo dietro ai miraggi ci troveremo non solo a pancia vuota, ma anche senza il messaggio sostanziale che ci permette di avere un senso nella nostra esistenza.
Provengo da una cultura contadina, povera, che conosce la fatica della terra, quindi non voglio fare un ulteriore quadretto bucolico; non sono stati bei tempi, quelli della mia infanzia, e ben venga tutto ciò che può alleviare la fatica e far crescere un raccolto.
Però una cosa voglio salvaguardare della mia provenienza: i miei nonni e tante generazioni. Hanno patito la fame, ma non hanno mai mangiato i semi!
Me li ricordo ancora i vecchietti, sceglievano la pannocchia più bella, lasciavano indietro una zucca  e così per ogni ortaggio e cereale, il migliore rimaneva lì a maturare e a produrre i semi: frutto più bello per il domani.
Quello che abbiamo da custodire è il “principio” della vita; la nostra fede è costitutivamente fatta di annuncio, ovvero, consegna alla storia presente del frutto che apre al domani.
Possiamo giocare con tante cose, mangiare a proposito e a sproposito; la Scrittura ci dice che abbiamo mangiato anche del frutto proibito, abbiamo trasgredito all’ordine della creazione, ma questa non è stata la fine.
Il Creatore non ci ha abbandonati a noi stessi; Dio ha scelto di parlare ad un popolo e attraverso un popolo, fino a farsi carne nella persona di Gesù di Nazareth, pur di riportaci alla nostra origine, al nostro “principio”.
“La formazione della Scrittura si configura come un processo della parola che a poco a poco dischiude le sue potenzialità interiori, che in qualche modo erano presenti come semi, ma si aprono solo di fronte alla sfida di nuove situazioni, nuove esperienze e nuove sofferenze”, scrive Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth.
Questo è il nostro compito, raccogliere le sfide di questa terra e legarle nell’orizzonte della fede.
Se crediamo che il “seme” della vita è custodito nella morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola del Padre, dobbiamo anche reggere “la verifica” che il nostro tempo ci impone. Quel seme dobbiamo saperlo dischiuso per noi, per la nostra esistenza; solo così possiamo consegnarci al domani come frutto ancora vitale.
Allora il tema della “comunità perfetta” se non è un miraggio… sarà un viaggio! Sarà una fede in cammino, una fede che riconosce la storia come luogo del suo incontro con Dio e luogo di realizzazione della propria umanità. Un viaggio non semplice, certo, per tutti quelli che, come me, sono complicati (i semplici hanno vie più dirette); un viaggio  che attraversa  il deserto della solitudine, percorre i sentieri del disincanto, si insinua negli anfratti del cuore per giungere lì, a piccole zolle, solo piccole zolle di terreno comune. Oasi sempre precarie, ma santuari dove inginocchiarsi e pregare, dove il radicamento del seme si rende possibile e l’oggi vive già di futuro.
Coraggio dunque, la strada ci è aperta da Colui che ci ha detto “Io sono la via, la verità, la vita”, a noi è chiesto solo seguire, nella piena fiducia che la disponibilità della terra non conosce confini. E l’orizzonte capovolto ci permette di vivere già nel cielo del suo Regno.

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Ricordando La Pira

“Abbiamo assoluto e urgente bisogno di ricordare che Dio suscita in ogni epoca veri testimoni.”
Credo che questa affermazione di Oretta Avella, laica domenicana della fraternita di Bergamo, costituisca una felice sintesi delle due testimonianze che ci vengono proposte, una della stessa Avella, riguardante La Pira, e l’altra, giuntami dall’amica Marilù, il ministro pakistano Bhatti, di recente ucciso.
Pur nella diversità delle biografie e dei contesti storici  e culturali in cui sono vissuti questi nostri fratelli nella fede, è comune ad entrambi il grande amore per i poveri, l’impegno per la pace, la passione per Cristo.
Stiamo vivendo momenti terribili per il mondo: adesso, come scrive Marilù in un’altra lettera, “è il nostro momento, il momento di testimoniare nella serenità e nella disponibilità la Speranza che coltiviamo alla luce della fede”, perché, mi ricorda Fernanda – che ringrazio per i contributi che mi ha inviato e che per motivi di spazio non posso qui riprodurre – “anche di notte il Regno di Dio cresce”.

Ricordando La Pira

di Oretta Avella

Mi è capitato di recente, come laica domenicana, ma sono vincenziana sia pure da soli quattro anni, di presentare la figura di Giorgio La Pira e di scoprire via via la complessità del compito al quale mi accingevo. Nell’affrontarne la conoscenza si resta colpiti contemporaneamente dalla profondità  del suo impegno spirituale e sociale ma anche dalla vastità del raggio di azione in cui opera, come pure dalla molteplicità dei suoi interessi.
Trasformato da esperienze di vita difficili, offerte a quel Cristo così fedelmente seguito, esperto di diritto, storia, teologia, economia, politica e arte, di relazioni personali anche internazionali, vincenziano per più di mezzo secolo. Donato domenicano (cioè laico domenicano consacrato), innamorato della Vergine Maria, prima ancora, con dispensa canonica, terziario francescano, grande intrattenitore e pubblicista su riviste come il Samaritano  (oggi La san Vincenzo in Italia), su Cronache sociali con Lazzati e Dossetti, su L’Osservatore Romano, autore di vari saggi.
 Fu, come è noto, redattore di più articoli della nostra Costituzione, tre volte deputato e tre volte sindaco di Firenze, promotore di cinque Convegni Internazionali per la pace e la civiltà, di un altro dei sindaci delle capitali mondiali (unire le città  per unire le nazioni), di quattro Colloqui del Mediterraneo per l’incontro della famiglia di Abramo (ebrei, cristiani, musulmani). Autore, in qualità di presidente del Consiglio Superiore Toscano della Conferenza di San Vincenzo,  di un singolare epistolario diretto alle claustrali di tutto il mondo, ma anche a persone di ogni ceto ed età: laici e religiosi, sacerdoti e pontefici, politici e carcerati, giovani e anziani, malati, studenti... Instancabile viaggiatore e messaggero di pace, coraggioso con gli avversari, incrollabilmente devoto nelle irrisioni, audace nelle iniziative sociali, fermo di fronte alle denunce, fu sempre sostenuto e animato da un eccezionale spirito di servizio in favore dei più deboli.
È stato avvicinato al Beato Ozanam, con cui in effetti ha parecchi punti di contatto e non solo per l’amore per i poveri, ma per la concezione teologica della storia e per l’appassionata conoscenza dei vari aspetti delle civiltà dei popoli: conoscere cioè il cammino dell’uomo per meglio aiutarlo nelle sue necessità contro le ingiustizie e gli errori ideologici, fu il loro comune sentire ed agire. La Pira nella nostra epoca ha aperto vie di pace, di moralità, di fraternità, di speranze profetiche come nel viaggio a Fatima e a Mosca nel momento dei blocchi contrapposti di America e Russia, o ad Hanoi da Ho Chi Minh per far cessare la guerra nel Vietnam. Esaurirne la biografia è impresa impossibile, ma potrebbe giovare a chiunque seguire almeno in parte le tracce di questo sconfinato italiano che riuscì a conciliare gli opposti, ad attendere fiducioso e a smuovere tempi migliori citando Abramo e S. Paolo con uno dei suoi motti preferiti: spes contra spem, sperare contro ogni speranza. Il Nobel per la pace proposto dalla Facoltà di Giurisprudenza di Firenze  (insegnò diritto romano per quarantasette anni!) glielo ha conferito il Signore stesso con l’apertura del processo canonico nel 1986 in S. Marco a Firenze, passato poi a Roma nel 2005. Abbiamo bisogno anche della sua beatificazione perché si riparli di lui per trarne fiducia ed esempio in Italia, in Europa, nel mondo. Abbiamo assoluto e urgente bisogno di ricordare che Dio suscita in ogni epoca veri testimoni.

Ricordando Shabbaz Bhatti

di Marilù Semizzi

Carissimi,
     all’inizio di questo Cammino di conversione della Quaresima desidero leggere con voi le parole del testamento spirituale che il ministro delle minoranze religiose pakistano Shabbaz Bhatti, classe 1968, ha preparato come video, presentendo la sua fine.
Si era battuto per la liberazione di Asia Bibi, la donna pakistana che rischia la pena capitale per aver difeso le sue idee cristiane con delle colleghe. Per essersi battuto per l’abolizione della legge antiblasfemia (che porta nei fatti alla persecuzione di tutti i non islamici), il ministro Bhatti è stato ucciso il 2 marzo u.s. a Islamabad con trentacinque colpi di arma da fuoco.
Un fratello nella fede da pregare, perché ci ottenga dal Padre una fede forte e una Carità senza condizioni come le sue.
Mi piace leggere con voi queste sue parole, che ci guidino a essere fedeli.
Buona Quaresima a tutti voi, uniti nel Signore

«Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico. Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora - in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan - Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri».
Per approfondimenti:
 http://www.asianews.it/notizie-it/Shahbaz-Bhatti,-cattolico-difensore-dei-deboli-e-degli-emarginati-20915.html
Video su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=mpmgWkFSAk8



Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Indignatevi

Scritto da

Mentre scriviamo gli articoli dei questo numero del giornalino di Agognate, il mondo è sconvolto da fenomeni geo-fisici-e geo-politici gravi: terremoto e tsunami in Giappone, rivolte popolari in vari paesi del nord-Africa e del Medio Oriente, nuovi flussi migratori nel mar Mediterraneo. Niente di nuovo: terremoti, rivolte, migrazioni, guerre, divisioni territoriali ed etniche, sono eventi costitutivi della storia umana. In alcuni casi la causa è la natura in altri è l’essere umano che continua a considerarsi superiore alla natura, capace di dominarla e di sfruttarla come meglio crede; quando però viene colpito da fenomeni naturali devastanti, l’uomo è inerte, può solo fronteggiare le conseguenze. A volte poi ci sono fenomeni naturali devastanti dove la responsabilità è tutta dell’uomo: deforestazioni, incuria dei corsi d’acqua, canalizzazioni, edilizia selvaggia; sono il frutto dell’opera dell’uomo che, non rispettando la natura, crea le condizioni per disastri idrogeologici (in Italia piove tre giorni di fila e mezzo paese si allaga, frana, si impantana). Ci sono poi molti eventi sconvolgenti dove la natura non c’entra: le guerre, le rivolte, i flussi migratori. Sono questi, in ultima analisi, il risultato dell’essere umano contro la propria specie, spesso motivato da interessi economici e di potere. E dall’efferatezza di pochi nei confronti dei molti, tutto ciò che si impara è come essere più efficienti nelle guerre, contro i rivoltosi, contro gli immigranti; più efficienti nell’inquinare acqua, aria e terra, nello sfruttare ed esaurire le risorse naturali per lo smodato benessere di pochi. Perché questo homo sapiens non impara? Perché non vogliamo imparare dagli errori e dagli orrori? Perché continuano ad illuderci e ci lasciamo così facilmente illudere al punto tale da credere che sia una cosa buona dominare la natura e l’uomo che ne fa parte? Siamo così convinti di dominare l’atomo solo perché sappiamo farlo esplodere? Siamo così convinti di dominare l’acqua al punto da privatizzarla? Siamo così convinti di dominare il suolo incendiando foreste per far spazio a coltivazioni intensive OGM? E siamo così sicuri che l’essere umano nella condizione di oppressione non si ribelli prima o poi all’oppressore? Ci siamo lasciati svuotare e privare di discernimento, di senso critico, di etica, di cultura, di giustizia. Siamo incapaci di una veduta lunga, cioè di programmare il nostro futuro attraverso processi a lungo termine, anziché processi brevi e tamponando gli eventi e i problemi con palliativi e sedativi. Un esempio: in Piemonte qualche settimana fa tutte le città sono state invase da giganteschi manifesti dove il Presidente regionale promette per un anno l’esorbitante cifra di 250 € per ogni homo sapiens che nascerà: bonus bebè. Un paio di mesi di pannolini se il nuovo homo sapiens non è troppo piscione. E’ questo il modo di pianificare una politica a lungo termine per le famiglie e per le coppie che desiderano un figlio? Per me è solo ostentazione del fare, incapacità di programmare processi concreti di sviluppo e di sostegno. Nel 2011 la Regione Piemonte stima una spesa complessiva di 760000 € (fonte: www.regione.piemonte.it/sanita) ai quali vanno sommate le spese di tipografia per stampare migliaia di enormi manifesti pubblicizzanti così tanta magnanimità nei confronti di chi mette al mondo dei figli (pare anche che questo bonus bebè utilizzi soldi stornati all’assistenza ai disabili). Mi chiedo perché offrire un incentivo per un figlio (come se fosse un auto) anziché costruire qualche asilo nido (ovviamente la costruzione di asili nido è nel programma politico del Presidente Cota, come in tutti i programmi regionali e provinciali di destra e di sinistra).
L’homo sapiens non impara. Non progetta. E non evolve. Soprattutto i molti politici non evolvono perché noi, popolo, non vogliamo evolvere e non volendolo non possiamo chiedere a chi ci governa di evolversi.
Alcuni anni fa l’attuale Presidente del Consiglio dei ministri affermava, riguardo alle popolazioni arabe che sono una civiltà inferiore alla nostra; oggi invece abbiamo la certezza di poter dire il contrario: popoli (arabi) che si ribellano ai loro capi politici, persone disposte a sacrificarsi per liberare il popolo a cui appartengono, persone che non sopportano più il giogo dell’oppressione.
Noi no, noi italiani no. Noi civiltà superiore, ci accontentiamo di 250 euro di pannolini, ci accontentiamo dei processi brevi, di politiche palliative e dei festeggiamenti per l’unità d’Italia. Ancor peggio: assistiamo inermi, come di fronte ad uno tsunami, allo smantellamento dello Stato, al tentativo di secessione, alla morte della cultura, alla distruzione della pubblica istruzione e della pubblica sanità. Non ci importa se si sprecano 300 milioni di euro perché  per interessi politici (soprattutto sul legittimo impedimento), i referendum saranno scorporati dalle elezioni amministrative; non ci importa neanche dei referendum: non ci importa della privatizzazione dell’acqua, non ci importa se si faranno le centrali nucleari (per accontentare i mafiosi padroni del cemento) in un paese per l’80% a rischio sismico e geologico; non ci importa se spenderemo 15 miliardi (non milioni!) per comprare 131 aerei da guerra, non ci importa di chi chiede rifugio perché scappa dall’oppressione, non ci importa, non ci importa, non ci importa. Questo è l’homo sapiens italiano, questa è la civiltà superiore.
So che alcuni lettori troveranno di che accusarmi di essere contro questo governo di destra: no, cari lettori, è il lavaggio cervello al quale vi siete lasciati sottoporre dai mezzi di comunicazione e che impedisce di capire che non sto condannando le politiche di destra per assolvere quelle di sinistra, no: sto dicendo che c’è una impostazione politica strutturalmente obsoleta, dannosa, sbagliata, sia di destra che di sinistra; una modalità politica che vuole mantenere lo status quo dei meriti, dei privilegi e dei consensi. Mo basta co ‘sta destra e ‘sta sinistra! Basta con una coalizione politica in opposizione all’altra per farci credere chi è più bravo a governarci. E il terzo polo e i cinque stelle, e il frinire dei grilli e dei grillini. Mo basta! Ne ho abbastanza di quei politici che giocano a fare politica. Si può fare politica al bar, si può fare politica nei circoli, si può fare politica a tavola (abbiamo perso anche lo spirito del galateo!) si può fare politica in televisione, fanno politica certi preti, si fa politica su un umile giornalino come quello di Agognate; il problema non è: “se anche il prete fa politica...”, il problema non è far politica, ovunque si può e si deve fare politica. Tranne in Parlamento (e nelle sedi regionali, provinciali, comunali): abbiamo bisogno di politici che si occupino e si preoccupino di politica, anziché limitarsi a fare politica. Per me fare politica equivale al promuovere un bonus bebè; occuparsi e preoccuparsi di politica significa costruire un asilo per quel figlio che nascerà.
Insomma, in questa palude della nostra apatia si può solo rispondere con l’indignazione. Indignez-vous! E’ il titolo di un breve testo, di Stephane Hessel, diplomatico francese, ex partigiano, novantatreenne che ha conquistato con questo scritto migliaia di lettori, soprattutto giovani (in Francia ha venduto circa 700000 copie). Hessel affronta i mali della nostra epoca sia a livello nazionale – e leggendolo ci si accorge che se l’Italia piange, la Francia non ride – sia a livello globale, il vasto mondo dell’interdipendenza e, al di là di schieramenti politici e di divisioni ideologiche, lancia un grido di indignazione. L’autore si rivolge principalmente ai giovani con l’invito ad una insurrezione pacifica che nasce, osservando la realtà, dall’indignazione come opposizione all’indifferenza: “Comportandovi così - nell’indifferenza - perdete uno dei fondamenti dell’essere umano, uno dei più  indispensabili: la facoltà di indignarvi e impegnarvi che ne è la conseguenza”. L’indignazione che porta all’agire come forma di rivolta, di ribellione ma in una forma pacifica: “la violenza si ritorce contro la speranza. Bisogna preferire la speranza, la speranza della non violenza”. “Ci appelliamo sempre a una vera insurrezione pacifica contro i mezzi di comunicazione di massa che propongono come orizzonte per la nostra giovinezza il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione ad oltranza di tutti contro tutti”. (Stephan Hessel: Indignatevi! ADD editore).
Una buona lettura per vivere la Pasqua di chi risorge!

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Zaccheo

Scritto da

Quando Zaccheo si alzò dal tavolo dove aveva meticolosamente riordinato i conti della giornata, gli brillavano gli occhi. Si versò una coppa di vino e, da buon intenditore, la sorseggiò lentamente. Era convinto che il vino non doveva essere bevuto, né tanto meno ingurgitato, per lui era assolutamente impossibile bere il “nettare degli dei” senza prima averlo gustato con l’intelligenza facendovi partecipare tutti i sensi. La natura lo aveva privato di un fisico normale. Era infatti piccolo di statura grassoccio ed impacciato nel camminare, ma in compenso gli aveva donato occhi vispi, una furbizia fuori del comune, e un grande concetto di se. Per lui non era importante essere bello ma credersi bello, vedersi bello, intelligente e sentirsi un vero israelita pio e osservante della legge. Molti a Gerico lo consideravano avaro, ma lui si sentiva un principe rispettoso di tutto ciò che possedeva. Ciò che era suo doveva essere curato, amato, e conservato. Nulla di ciò che possedeva non aveva valore.
 Era stato scelto dal governatore romano come esattore per questa sua  capacità di valorizzare tutto ciò che toccava. Zaccheo non riusciva a comprendere come non si potesse gioire o soffrire per avere o non avere uno spicciolo. Sosteneva che ogni dracma è sempre composta da tanti spiccioli, e considerava demente chi non sapeva gustare la gioia del possesso, anche quando questo era minuscolo. Sosteneva che una coppa di vino è sempre fatta di tante gocce e nessuna goccia va sciupata.
In realtà, come ogni avaro, era convinto di non essere così ricco, come la gente diceva, ma, con altrettanta sicurezza, era fiero e felice di ciò che aveva. Sin da ragazzo suo padre gli aveva inculcato che non è necessariamente stabilito che i ricchi siano di per sé felici, ciò che è importante e determinante per la felicità è risparmiare, conservare e accumulare.   
Dei filosofi greci, passati recentemente da Gerico, gli avevano insinuato che l’essere era meglio che l’avere. Lui, sempre untuoso con tutti, rise di questa affermazione che gli pareva campata in aria. Per Zaccheo l’essere senza l’avere non esisteva. E accarezzandosi la barbetta aguzza li lasciò dire, mentre in cuor suo, era convinto del contrario. Per lui un uomo che non ha è un uomo che non è. “Cosa sei se non hai?”
 Da ebreo era convinto che persino Jahvé sarebbe stato un povero Dio senza il creato. Si diceva che anche Dio centellinava, come stava facendo lui con il vino, le cose che aveva fatto. La Torà lo sottolineava più volte e nessun rabbino gli aveva mai fatto cambiare opinione. Non era forse scritto: “E Dio vide che era cosa buona?”.
Così gli sembrava di essere, anche lui nel suo piccolo, dio della sua roba. Guardò con orgoglio la sua casa, i suoi campi che si perdevano a vista d’occhio oltre l’uscio.
Quel giorno sentì una tenerezza tutta particolare per la sua giumenta che con altrettanta calma e beatitudine oziava nei suoi campi. Mentre il vino scendeva a piccoli sorsi nella sua gola assetata e i suoi occhi accarezzavano la sua vasta proprietà fu distratto da una voce femminile acuta e dolorante che chiedeva con insistenza ad un suo servo di vedere il “generoso” Zaccheo.
Questi, con disappunto, finì il vino rimasto e sorrise al pensiero di essere stato chiamato generoso. Di fatto tale si considerava. Non era infatti per generosità che lui si privava di parte dei suoi guadagni per alleviare le sofferenze altrui? In Gerico si sentivano tutti talmente ricchi da spendere più di quanto possedessero ed era lui, lui solo, che spesso ne pagava le conseguenze. E’ vero che pretendeva la restituzione, con interessi vari, ma il rischio era ben più grande di quanto richiedeva in cambio. Era altresì convinto di essere generosissimo nel fare prediche sul valore del denaro e queste non erano ... fatiche del tutto gratuite? I suoi uditori, purtroppo per loro, non ne approfittavano mai. Erano così avidi nel cercare denaro che ascoltavano più l’ingordigia di un possesso immediato che la saggezza dei suoi consigli.
Si asciugò la barba ancora umida e profumata di buon vino e a passetti corti e agili si diresse verso la porta. Fece entrare nella stanza un fagotto di stracci sotto il quale si intravedeva un essere umano. Sembrava più un sacco d’immondizia semovente che una donna.
Zaccheo non si scompose e gentilmente chiese in che cosa potesse essere utile. Il sacco di stracci tirò fuori una mano e con questa liberò una parte del volto. La voce acuta e lamentosa proferì un diluvio di parole intercalate da singhiozzi che irritarono l’usuraio tanto che, ad un ennesimo sfogo di pianto della donna, non ne poté più e gridò: “Senti, Zepora, o ti decidi a dirmi ciò che vuoi oppure vai fuori, finisci di piangere, e torna più tardi. Oggi non ho nessuna voglia di ascoltare il tuo pianto”.
La donna cessò di piangere all’istante e gettandosi ai piedi di Zaccheo disse con un filo di voce: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo si mise a passeggiare su e giù per la stanza per alcuni minuti. Tossì a lungo, guardò la donna e scoppiò in una risata sonora, squillante, grassa e paciosa come gli capitava di rado. Fu così fragorosa la risata che Zepora dapprima ne rimase stupita poi, come contagiata dal ridere del pubblicano, iniziò anche lei a ridere. Dapprima un riso timido, poi sempre più fragoroso tentando con evidente sforzo di accordare il suo riso all’uomo. Risero entrambi per un certo tempo finché Zaccheo, tenendosi la pancia, non si sedette stanco da quel riso che gli era scoppiato violento e corposo. La donna durò ancora qualche attimo e quando sollevò il volto guardò con timore l’uomo. Rimasta sdraiata in terra appoggiò ambedue le mani al volto in attesa che un qualcosa di pesante le dovesse da un momento all’altro precipitare sul capo. Lentamente si ricompose, si assestò gli stracci, come poteva, e rimase seduta sulle gambe guardando con gli occhi allucinati, febbricitanti, il pubblicano che stava con cura riponendo la fiasca da dove poco prima aveva cavato il vino. Gli occhi della donna seguivano attenti ogni mossa di Zaccheo come un cane segue, pur restando immobile, ogni gesto del padrone. Quando Zaccheo finalmente guardò negli occhi la donna questa abbassò lo sguardo e ripete con voce piagnucolante: “Ho bisogno di un talento”.
Questa volta Zaccheo non rise ma iniziò a parlare a voce alta più rivolto a sé che alla donna: “A Gerico la gente è convinta che io il denaro lo accumulo sfregando le mani per magia. Scambiano la mia innata bontà in dabbenaggine. Sono rovinato, non può essere che così, infatti si deve essere sparsa la voce in Gerico che Zaccheo è diventato tanto matto da prestare un intero talento anche ad una donna come Zepora”.
Poi rivolto alla donna le urlò: “No, mia cara,  Zaccheo non è matto e non getta le sue fatiche al vento come fate voi. Gerico é una città di folli dissipatori, nessuno pensa al domani. Si guadagna dieci e si spende quindici. Si vive senza prospettive, senza impegno e senza amore del risparmio; come se la vita fosse un gioco che finisce ogni giorno. Cara la mia donna io - e calò la voce su quel pronome - io non mi sono neppure sposato perché sapevo di non potermi permettere di mantenere una donna. Tu invece - non contenta di prenderti un marito - ne hai voluto un secondo quando la misericordia di Dio ti aveva liberata del primo. Oggi ti ritrovi con un uomo che ti bastona, ti fa lavorare come e peggio di un asino, e ogni anno ti fa partorire un figlio. E poi vieni da me a chiedere prestiti. Ti è saltato il cervello e chiedi un talento a me che i talenti non li ho mai visti circolare nella mia borsa. Lo sai che con un talento ci si compra una casa?”.
La donna annuì mansueta e rassegnata e Zaccheo riprese: “Chi credi di essere? La regina di Saba?”.
La donna scosse la testa in segno di diniego. Era abituata a ben altre scenate per scoraggiarsi. Avrebbe continuato all’infinito a rispondere paziente ed umile sì e no a seconda delle richieste di Zaccheo. I poveri hanno sempre paura di parlare con i ricchi. Questi però era ormai stanco di ascoltare altre lamentele della donna, per cui tagliò corto e venne al dunque: “Allora, Zepora, questa volta cosa mi dai a garanzia dei cinque spiccioli che ti posso prestare?”.
La poveretta trasse da sotto i suoi stracci uno scarabeo d’oro di squisita fattura e timidamente lo mostrò all’usuraio.
Zaccheo non riuscì a nascondere lo stupore e mostrò interesse e cupidigia così palesemente che la donna, ancora più impaurita, ritrasse la mano in cui teneva il gioiello e ripeté la richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo nel frattempo si era ricomposto. Deglutì la saliva, e gli occhi che poco prima sfavillarono maliziosiosamente furbi, tornarono torbidi. La sua voce si adeguò alla nuova situazione e, con voce mutata e melliflua, riprese: “Benedetta donna tu davvero credi che un pover’uomo come me possieda tanto denaro da potersi permettere di prestare un talento? Se fossi così ricco non farei questo mestiere, vivrei a Gerusalemme o a Roma, non in questa città, né sarei un servo dei romani e non abiterei in questa spelonca. Se tu sapessi quanti bocconi amari deve mandare giù un povero pubblicano come me! Odiato e messo in disparte dal suo stesso popolo. Potrei anche io partecipare il sabato alle funzioni in sinagoga e non essere additato ai giovani come uno da evitare. Non credere poi che i romani mi guardino con simpatia, malgrado lavori per loro onestamente. E’ un inferno, credimi, Zepora”.
Mentre parlava, il pubblicano si era lentamente avvicinato alla donna tanto da toccarla. Quando le fu vicino tese la mano cercando di celare l’emozione e le chiese di esaminare meglio lo scarabeo. Zepora sembrò dapprima timorosa, poi consegnò il gioiello ripetendo con la sua voce stridula: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo nel frattempo non riusciva a frenare l’emozione tanto lo scarabeo gli piaceva. Lo esaminò con cura, lo soppesò, lo guardò in controluce e cercando di non farsi notare dalla donna lo accarezzò lievemente. Poi sospirando lo posò su un tavolo.
La donna stette qualche attimo in silenzio, poi riprese con voce lamentosa la sua perorazione: “Generoso Zaccheo, ho bisogno di un talento”.
L’usuraio che le voltava le spalle stava riflettendo sul da farsi. Aveva bisogno di tempo per cui non rispose subito. Questa sentendosi abbandonata al proprio destino indietreggiò facendo l’atto di uscire. Zaccheo si voltò e la fermò con un cenno e sorridendo iniziò la sua danza di parole convinto, come sempre, di riuscire ad incantare la donna.
    “Certo - le disse - lo scarabeo è un discreto gioiello ma, siamo onesti, cara Zepora, quello che chiedi è un prezzo esagerato. Una tale somma potrebbe, in tutto Israele, dartela soltanto Erode”. Poi si fermò come colto da un improvviso pensiero e guardando fisso quel mucchio di stracci quasi le urlò : “Chi dice poi che lo scarabeo ti appartiene? Tu sai bene come sono puniti i ladri ed io non voglio compromettermi. Ci mancherebbe pure che Zaccheo venga arrestato per complicità con una ladra! Perciò se questo scarabeo è un furto io ti aiuterò a restituirlo al suo legittimo proprietario e, con la mia intercessione, riuscirò a non farti punire”.
Zepora, che per tutta la scena era rimasta semi nascosta sotto gli stracci che l’avvolgevano, nel sentirsi accusata di furto raddrizzò il corpo scoperse la testa e, come una leonessa ferita, si avventò verso il tavolo dove era posato il gioiello e se ne impossessò quasi travolgendo l’usuraio. Si precipitò verso l’uscio gridando la sua innocenza quando Zaccheo, più lesto di lei, le sbarrò il passo e con voce calma la rassicurò: “Io non ho detto che il gioiello è stato rubato ma ho semplicemente fatto una ipotesi. Con voi non si può parlare neppure a vostro vantaggio. Va bene, soggiunse, siediti e parliamo di quanto onestamente chiedi per lo scarabeo”.
E la donna, coprendosi ancora il capo, ripetè monotona la richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
“Ecco, vedi? Con te non si può trattare” disse Zaccheo scoraggiato.
 “Voglio essere generoso perché ti conosco e so che se vieni a chiedere è perché non ne puoi fare a meno”. Deglutì e riprese con fatica: “Io più di cento denari non posso darti”.
La donna lo interruppe e con decisione ripetè la richiesta: “Ho bisogno di un talento. Timeo vuole cacciare Bartimeo da casa a causa della sua cecità ed io non voglio che mio figlio diventi un accattone senza neppure un tetto sotto il quale riposare”.
 “Comprendo, brava donna - riprese Zaccheo - ma Timeo ha ragione. Vostro figlio Bartimeo é ormai grande ed é cieco dalla nascita. E’ ora che vada, come tutti i ciechi, ad elemosinare il suo mangiare. Che c’è di tanto strano nella richiesta di tuo marito Timeo? Pensa che guaio se i genitori dovessero pensare a tutti i figli ciechi paralitici e lebbrosi. Ognuno deve pagare di persona i propri errori e le proprie disgrazie”.
Zaccheo, come tutti gli ebrei del suo tempo, sapeva che ogni infermità era causata dal peccato che l’ammalato aveva commesso. Il suo era un ragionamento plausibile alla sua mentalità per cui riprese: “Lascia che Bartimeo viva la sua vita e torniamo allo scarabeo. Allora sei contenta se ti do cento denari? Guarda vado a prenderli e non ne parliamo più”.
Zepora, più testarda di un mulo, non volle sentire ragioni e per l’ennesima volta ripeté con tono deciso la sua richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
La tattica di Zaccheo consisteva nello stancare le vittime con la sua eloquenza e sapeva che soltanto dopo molte ore i suoi clienti cedevano.
Così avvenne anche per Zepora che, malgrado la sua disperazione, cedette lo scarabeo per duecento denari (ottocento denari in meno di quanto aveva chiesto).
Alla fine l’usuraio era stanco e giustificava in cuor suo l’affare fatto con la fatica sopportata, legittimando il suo operare perverso sentendosi generoso e pio.
Non è forse una caratteristica dell’uomo addomesticare la propria coscienza? Guai se così non fosse perché altrimenti si vedrebbe una buona parte dell’umanità torcersi giorno e notte consumati dai rimorsi. Il giudizio normalmente viene formulato sulle coscienze altrui. Chi sbaglia sono sempre ed inevitabilmente gli altri.
Così Zaccheo, anche quella notte, riposò tranquillo con la coscienza a posto. L’usuraio non aveva previsto che l’indomani per Gerico sarebbe passato Gesù e la sua vita sarebbe cambiata.
P.S. La storia dice che anche il figlio di Timeo e di Zepora incontrò il Figlio di Dio ed anche costui fu inondato di luce.

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Riservato ai laici domenicani di Agognate

I laici domenicani sono tali se “si impegnano a costruire con tutte le proprie forze la comunione all’interno della propria comunità, al fine di essere testimoni autentici e predicatori efficaci per la salvezza delle anime”.
Così recita l’art. 17 – Vocazione comunitaria dello STATUTO DELLE FRATERNITE LAICHE DI S.DOMENICO a cui noi laici facciamo riferimento quando abbiamo deciso di appartenere alla  famiglia di S. Domenico. Per realizzare questo SOGNO è NECESSARIO CAMMINARE INSIEME, INCONTRARSI PER FARE COMUNIONE. Per questa ragione si programmano all’inizio dell’anno incontri  mensili utili alla formazione e programmazione delle attività apostoliche.
E’ una giornata dedicata al nostro sogno: quello di riuscire, a cominciare da noi, a trasmettere la grande vocazione di S.Domenico – L’AMORE PER L’UOMO.
Ed è questo il titolo che abbiamo voluto dare al programma degli incontri di quest’ anno: “CHE COS’E’ L’UOMO PERCHE’ TE NE CURI?” un percorso attraverso le nostre sfide di ogni giorno.
 
Abbiamo dedicato la prima giornata di incontro di fraternita – Domenica 5 Dicembre 2010  al Convegno promosso dalla Commissione domenicana  di “Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato (promotore fra Domenico Cremona) dal titolo “lavoro in nero, morti bianche, conti in rosso” tenuto presso il Convento di San Bartolomeo di Bergamo, dove i relatori (un imprenditore, un funzionario dell’Ispettorato del Lavoro un lavoratore e un frate operaio) hanno fatto una analisi dell’attuale situazione delle problematiche del lavoro che il mondo sta vivendo OGGI - un  “controllo incrociato” sì, quello che fanno i vari istituti finanziari per verificare l’esattezza dei dati dichiarati per incastrare gli evasori fiscali, una visione a 360° delle problematiche che si innescano nel potere economico a scapito dell’uomo (povero ma anche di quello ricco). Il relatore e nostro confratello Angelo Serina – con la sua esperienza professionale sul lavoro irregolare come Direttore dell’Ispettorato del Lavoro di Verbania ci ha aiutato a prendere coscienza delle conseguenze dirette del lavoro nero/irregolare, conseguenze da estendere a tutta l’economia nera in cui tutti bene o male siamo coinvolti:
1)    lesione dei diritti dei lavoratori (contratti fasulli, lavori a termine = ricatto permanente).
2)    ricaduta sulla collettività dei costi di questa economia in nero, come dell’evasione!
3)    Concorrenza sleale a danno di chi segue le regole e paga le tasse e i contributi.
L’interrogativo sorto è: noi cosa possiamo fare? Qualche rimedio ci sarebbe: si citava della diffusione in Inghilterra della cultura del “consumo etico-critico” grazie al quale le imprese sono chiamate alla trasparenza sul rispetto di alcuni parametri etico-ambientali di produzione in modo tale che i cittadini possano operare scelte consapevoli. Iniziativa che ha i suoi limiti:questo consumo critico, innanzi tutto costa di più (e in tempo di crisi la gente piuttosto cerca di risparmiare!) e poi in Italia non esiste di fatto una normativa che permette un simile monitoraggio.
Ci sono poi molte altre realtà della vita spicciola in cui tutti quanti come cittadini e credenti siamo chiamati a negare la nostra complicità a questo mondo del sommerso e dell’illegalità (colf, badanti e tutte quelle attività che ci mettono di fronte al bivio obbligato di pagarli in nero per una cifra, ma la cifra cambia sensibilmente se chiediamo la fattura!).

       Domenica 9 gennaio 2011 il nostro segretario Paolo Crivellaro ci ha guidato alla visione di due documentari (“Gente di Terra Madre, come non farci mangiare dal cibo” e parte di quello di Ermanno Olmi sullo stesso tema).
Sono la presentazione di un “incontro internazionale torinese” nato su iniziativa di Carlin Petrini che raduna contadini, pastori e pescatori di tutto il mondo. Tutte persone che non hanno rinunciato a produrre da sé il proprio cibo seppur in piccola scala e che non intendono abdicare alla logica di mercato, agli ogm, alla mercificazione di ogni cosa. L’introduzione delle sementi ogm ha già provocato in India e altrove migliaia di suicidi e di vittime. La perversità del sistema OGM sta in tre punti chiave: 1) i semi divengono oggetto di  brevetto! In sostanza quindi l’industria agraria mette le mani su quelle che sono e devono rimanere beni comuni; 2) questi semi altamente produttivi producono però piante sterili:cosa che obbliga poi i contadini a comprare ogni volta dalle grandi compagnie come Monsanto e Carbyle quella semente che viene loro quasi regalata colla connivenza dello stato; 3) con l’introduzione di queste sementi ogm si assiste ad una PREOCCUPANTE PERDITA  ED IMPOVERIMENTO DEL PATRIMONIO BIOGENETICO: quel patrimonio che garantisce la sopravvivenza di molte colture (e popolazioni) in caso di fitopatologie devastanti, eccezionali siccità ecc... Da questa preoccupazione è nata nelle Svalbart una banca di semi: una sorta di arca di Noè della biodiversità, come l’ha ribattezzata Barroso, Presidente dell’Unione Europea.
Insomma Terra Madre è un grande festival della DIVERSITA’(sia genetica che culturale) come immensa ricchezza di TUTTI da salvaguardare PER TUTTI GLI UOMINI.
 Siamo continuamente posti di fronte a tragedie ecologiche (e umane) catastrofiche, ma non riusciamo ad andare oltre il fatalismo: tutte queste cose che accadono, non accadono solo per la cupidigia delle solite multinazionali, accadono innanzitutto per le nostre scelte – SBAGLIATE - di tutti i giorni, allora dobbiamo prendere coscienza della nostra diretta responsabilità in questa tragedia, per trovare le risposte adeguate. NON DOBBIAMO AVERE PAURA DI CAPIRE o di vedere le difficoltà, ma le dobbiamo affrontare per superarle.
Se vogliamo essere veri domenicani dobbiamo impegnarci, dobbiamo conoscere il Vangelo (LECTIO DIVINA) saper muovere il libro sacro, leggere i giornali, andare a scuola di vangelo e di politica.

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

In viaggio con Giona

Lo scorrere veloce del tempo ci immette nella corsa della vita e la liturgia ci fa percorrere i misteri della nascita, vita, passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, eventi che hanno più di duemila anni, ma che si ripetono, giorno dopo giorno, nei tanti momenti della vita di ciascun uomo sulla faccia della terra. E mentre sotto i nostri occhi scorrono immagini terrificanti: di “onde anomale” e terremoti non voluti dall’uomo, di disastri di cui sono responsabili gli interessi, l’indifferenza, la superficialità di tanti, e di migliaia di poveri cristi che le decisioni politiche rimandano in mare, le domande senza risposta sono innumerevoli. Io, ma penso come me altri cristiani nel mondo, sono alle prese con interrogativi cui non trovo risposta e con la tentazione come quella di Giona, di nascondermi nel luogo più lontano e nascosto e annegare nel sonno la  mia “delusione” nei confronti di Dio.
Conoscete la storia del profeta Giona?  Il testo, poche pagine in tutto,  ha avuto un impatto straordinario nella storia della tradizione cristiana.
Giona è un profeta di poco più di una frase, ma la sua storia ha sempre affascinato le menti dei bambini e quelle degli adulti e nel corso dei secoli ha stimolato l’immaginazione di innumerevoli artisti, tra cui Herman Melville con il suo Moby Dick.
Giona è l’unico profeta antico con cui Gesù identifica se stesso ed al quale si riferisce esplicitamente per nome. Mi riferisco ai passi di Mt 12, 38-42 e 16, 1-4; Lc 11, 29-32 ; tre brani in cui Gesù parla di quello che chiama “il segno di Giona”. La tradizione evangelica presenta da un lato Giona profeta come unico segno offerto all’incredulità non solo di scribi e farisei, ma anche alla folla di tutta una generazione ormai incapace di credere; dall’altro Giona viene compreso come immagine privilegiata del mistero di morte e resurrezione di Cristo.
Vi starete chiedendo come mai questo mio soffermarmi a lungo sulla figura di Giona.
Sento questo profeta un anti-eroe, un disobbediente, un pauroso, un credente critico nei confronti dell’operare di Dio, in una parola, lo sento così vicino a me, a tanti di noi, pronti a ergerci a giudici dei “peccatori” e dello stesso Dio, perché … “Io, se fossi Dio…” saprei fare meglio di Lui, rimetterei uomini e cose al loro posto: premierei i buoni e castigherei i cattivi.
La storia si apre con Giona che rifiuta il comando esplicito di Dio di rivolgere la sua predicazione agli abitanti di Ninive e prende la direzione opposta a quella indicategli.
Presto però, quando si scatena una violenta tempesta, i marinai terrorizzati si sentono obbligati a buttare a mare Giona. In quel momento un grande pesce inghiotte lo sbigottito profeta che rimane nel ventre della “balena” (così viene spesso descritto il grosso pesce) per tre giorni, pregando nella sua angoscia finché viene vomitato sulla terra.
La seconda chiamata di Dio lo vede finalmente obbediente e lo porta a profetizzare la distruzione di Ninive entro quaranta giorni. La gente di Ninive si pente e Dio ritira la sua minaccia di castigo. Ma questa decisione irrita Giona che preso da autocommiserazione vuole morire. La sua collera cresce anche di più quando la pianta di ricino che Dio aveva fatto crescere sul suo capo per ripararlo dal caldo cocente, secca. Il racconto si conclude con la domanda di Dio a Giona se “è giusto che tu abbia compassione del ricino, per il quale non hai faticato… ed io non dovevo avere pietà della grande città di Ninive…?”.
Domanda, sul pregiudizio e la compassione, necessaria anche per me e questo tempo di attesa della Pasqua è il tempo che mi è concesso per una risposta.
Domanda che resta lì per ciascuno di noi, quando crediamo di poter fare meglio di Dio, o, peggio, quando vogliamo chiudere Dio nei nostri ristretti schemi mentali.
Prima o poi siamo tutti chiamati ad andare e ad affrontare a nostra volta qualche Ninive. Siamo chiamati all’improvviso a fare i profeti, mentre eravamo presi dai nostri affari. Tutte le cose che Dio vuole che noi facciamo, sono difficili per noi. Se obbediamo a Dio, noi dobbiamo disobbedire a noi stessi. Anche noi adottiamo spesso la strategia di sprofondare nel torpore del sonno, come Giona.  
“Non è più tempo di dormire!” San Paolo, come Caterina da Siena, invitano spesso a svegliarci dal torpore che ci impedisce di aprire i nostri occhi ed il nostro cuore. L’invito è a non temere: le cose che temiamo probabilmente accadranno, ma non c’è da averne paura.
Quando si comincia a comprendere il messaggio del libro di Giona, diventa chiaro che la disobbedienza e la disperazione del profeta sono sintomi di un problema più profondo: Giona è un uomo fermamente religioso ma restio ad accettare l’idea di un Dio che estende la sua bontà e misericordia a tutti. Dio, il Dio vivente, è il Dio di tutti ed è un Dio di compassione.
Questo tempo di grazia è il luogo dove cominciare a riconoscere Dio dove non ne avremmo sospettato la  presenza in precedenza,  nelle molteplici circostanze apparentemente insignificanti e banali della nostra vita.
Buon cammino di conversione e Buona Pasqua!

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Pasqua

Pasqua è un “altrove” che vive già qui, in questa “ora”.  E’ un mistero svelato; nella morte e risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo, il senso di ogni vita è ridato. Di questo siamo chiamati a testimoniare, qui in questo “luogo” rinasce la speranza per ogni “dove”.
Certo, resta un abisso non facile da esplorare, in esso vivono i folli, sul suo baratro si affacciano santi e poeti, ne descrivono alcuni tratti,  trasmettono qualche bagliore che proviene dall’oscurità della Croce.
Sono i profeti di ogni tempo, che danno voce a tutto ciò che dell’umano non può rimanere muto, perché è Parola detta dal Padre. Nella Pasqua si sciolgono le campane a festa perché nessun sepolcro rimane chiuso.
Pasqua è il momento di operare delle scelte, di assumere una parte e per quella vivere e lottare.
“Non è il rigore che ti condurrà dove vuoi andare, e nemmeno l’ascesi, la sofferenza o quello che credi di aver compreso. E’ la spezia. Il profumo della forza che si ama”  (Sciamano della Sierra Grande).
Si possono fare grandi propositi ma sarà sempre ciò che amiamo, ciò che sentiamo, a darci la direzione. Forse ogni donna ha un po’ della strega, a volte io penso di averne una dose superiore alla media; quando vedo qualcuno che va in una direzione opposta a quella che indica, le antenne mi impazziscono.
Penso sia il dramma del nostro tempo: la mancanza di connessione tra le parole e la direzione, non credo che il disagio sia solo mio, ne soffriamo in tanti, forse si fa fatica a definirlo e si risolve con lo scoraggiamento, con il ritirarsi nel … “privato”! Già la parola dice tutto,  siamo già stati privati, ci è gia stato tolto.
Viviamo in un tempo di liberismo in cui sembra che chiunque possa vestire i panni che gli sembrano più adatti al momento e gli altri devono essere costretti a credergli e a usargli tutta la deferenza che quel costume suppone.
Se siamo disposti a farlo, o è per negligenza, a volte anche questa ha un suo grado di colpevolezza, o perché è un profumo che “sentiamo”.  In maniera più o meno celata anche noi siamo stimolati da certi comportamenti. Oh, li disapproviamo certo, ci mancherebbe! ma quando si tratta di fare un passo, la direzione è sempre un po’ diversa, magari appena appena…
La Pasqua ci interpella, rotola via la pietra sepolcrale, ci butta allo scoperto, ci costringe a guardare la nostra vita alla luce della morte e risurrezione.
In questi tempi molti fanno fatica a riconoscersi in una patria, in una chiesa. C’è da vergognarsi di essere italiani? Cattolici? Mah!, io mi dico, le strutture sono sempre state e sempre saranno strutture, più o meno rispondenti alle esigenze di chi ci sta dentro. Il giorno che non risponderanno più cambieranno. “Ecclesia semper reformanda est” è una delle affermazioni fondamentali della Riforma Protestante, in particolare nell’idea del teologo tedesco Martin Lutero. La chiesa per rimanere fedele al vangelo deve riformarsi, continuamente.
Ma la chiesa non è solo struttura, è in prima istanza realtà sacramentale, Corpo di Cristo, questo è chiamato a vivere ogni singolo credente. La chiamata è sempre personale e tale è la risposta, l’insieme che ne scaturisce è si, aggregato umano leggibile dal punto di vista sociologico ma è anche Regno già presente. Non si può essere Corpo di Cristo senza assumersi la  responsabilità che questo comporta,  senza assumere le modalità che propone.
Il gioco è sempre lo stesso: scegliere l’autoconservazione oppure correre il rischio di vivere la novità del vangelo ogni giorno. Con i limiti della condizione umana, ma senza troppi alibi.
La scelta tocca a ciascuno, nessuno può pretendere che altri lo facciano, chi è giunto alla consapevolezza che alcune cose debbano cambiare (ognuno ha le sue) non ha che da rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani.
“Io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole” Scriveva Giovanni Pascoli nella bellissima poesia L’Aquilone (mi è costata l’inimicizia dell’intera classe alle elementari! La maestra ce l’aveva assegnata come punizione, non ricordo più di che cosa, e io ho avuto la sventurata determinazione di passare la notte ad impararla).
Nella misura in cui si “sente” un nuovo profumo non ci sarà bisogno di tante parole né di tanti programmi (qui non vedo molti eccessi) ci si incamminerà semplicemente in quella direzione. Chi ha sperimentato l’odore pulito dell’aria non ci torna più tanto facilmente nel chiuso. Chi sa di “essere stato comprato a caro prezzo”  come dice l’Apostolo Paolo non si vende per poco.
Potrà mai un prigioniero liberato avere nostalgia dei ceppi? Chi è stato liberato potrà mai desiderare la schiavitù?
Sulla via della Croce si può anche dire di sì, ma non sarà più il sì della convenienza e della connivenza, sarà il sì di chi ha rinunciato ad ogni privilegio, ad ogni rivendicazione.  Il sì di chi ha scelto la libertà che passa dalla Verità.
Non vergogniamoci di essere italiani, festeggiamoli questi centocinquantanni di Unità; non vergogniamoci della nostra chiesa cattolica, la commistione con il potere è sempre stata forte. Chissà, senza la lotta tra i principi tedeschi e l’egemonia di Roma, forse anche la giusta causa di Lutero avrebbe avuto risvolti diversi.
Per i redenti anche la schiavitù è possibilità. E’ rispondere ad un amore. Se abbiamo sentito questo profumo, se la nostra vita ha avuto sapore da questa spezia possiamo anche tornare ai nostri ceppi affinché la forza della Pasqua possa continuamente e sempre infrangerli ancora.

Auguri.

Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

Ho fatto per più di 40 anni il giudice

Torino, 2 maggio 2011
Caro padre Ennio,
                              ho letto sul numero di “Agognate –Lettera agli amici” uscito in aprile il Suo articolo intitolato “Indignatevi senza scoraggiarvi mai!” e desidero esprimerLe il mio vivo ringraziamento per le Sue considerazioni, che condivido pienamente. Sono anch’io indignato per la situazione attuale dell’Italia, avvelenata da una spudorata immoralità che domina  sia nella vita politica, sia nei rapporti sociali, economici e sessuali. Lei definisce tale situazione “uno tsunami”, e tale espressione esprime efficacemente la vastità di un imbarbarimento che coinvolge tutta la società, ponendo una pesante ipoteca sulle generazioni più giovani.
   Io ho ottantasei anni: ho quindi vissuto l’aspra realtà del fascismo, la disastrosa guerra 1940-45 in cui il fascismo gettò l’Italia, l’occupazione nazista, l’entusiasmo della Liberazione e della ricostruzione dell’Italia distrutta dalla guerra, l’elaborazione di una Costituzione centrata sul valore della persona umana e quindi ricca di fermenti democratici, lo sviluppo della Gioventù di Azione Cattolica (i tempi di Carlo Carretto!), la comparsa di Papa Giovanni XXIII e la sua immensa preveggenza nel convocare il Concilio Vaticano II, gli appassionanti anni trascorsi nell’impegno di divulgare le straordinarie “novità conciliari”, la stagione orrenda delle Brigate Rosse e dell’uccisione di Aldo Moro e di tante altre personalità (magistrati e non magistrati), le speranze suscitate dai governi Prodi; poi la precipitosa caduta “a vite” del costume politico e sociale, il mostruoso diffondersi delle mafie, dell’egoismo e della immoralità in tutti i settori della vita pubblica e privata, il trionfo della “vanità” e dell’individualismo (che – come Lei dice giustamente – taglia le radici stesse della Speranza).
   Ho fatto per più di quarant’anni il giudice e, proprio alla luce di quella esperienza, sono in grado di valutare l’assurdità delle pesanti accuse che vengono oggi rivolte alla giustizia italiana, la cui lentezza ritengo addebitabile alla scarsità e povertà dei mezzi che i Governi italiani forniscono all’Amministrazione della giustizia, spesso lasciata allo sbando, senza personale sufficiente e senza strumenti operativi adeguati. Si pensi, ad esempio, che – mentre a livello politico si fa uno spreco scandaloso di “auto blu” – vi sono Procure della Repubblica e giudici istruttori carenti di mezzi di trasporto; e che spesso negli uffici giudiziari le fotocopiatrici sono difettose o manca addirittura la carta per fare le fotocopie. Io ho presieduto per vari anni la seconda sezione penale della Corte di Appello di Torino: eravamo in sette giudici (due presidenti e cinque consiglieri di Corte di Appello), che formavano a turno i vari collegi giudicanti (composti di un presidente e di due consiglieri); avevamo un carico di qualche migliaio di processi che ci giungevano, in fase di appello, da tutti i Tribunali e le Preture del Piemonte e della Valle d’Aosta. Tra quei processi ce n’erano molti che, per la natura dei reati o per il numero degli imputati o per entrambi i motivi, avrebbero, - ciascuno di essi – impegnato un presidente e due consiglieri per vari giorni: si pensi che ogni processo deve essere preventivamente studiato dal giudice che sarà relatore, poi deve essere discusso in udienza - a volte per settimane, se ci sono parecchi imputati da sentire e parecchi avvocati che devono svolgere le loro difese (mi è capitato di presiedere un processo con 70 imputati!) – e che infine, dopo la camera di consiglio e la pronuncia del dispositivo in udienza, il giudice relatore deve motivare per iscritto la decisione, dando conto del perché il tribunale (o la Corte di Appello) ha deciso in un modo anziché in un altro; e ciò comporta un lavoro che, a seconda del numero di imputati e del numero di questioni giuridiche che il processo presenta, richiede un certo periodo di tempo.
   Ciò chiarisce perché un processo comporta un immenso lavoro, il quale richiede necessariamente tempi che diventano lunghi sia per la massa dei processi da smaltire, sia per le questioni che essi involgono, sia perché talvolta gli avvocati hanno interesse a sollevare questioni che rallentino il processo, nella speranza di arrivare alla prescrizione del reato per decorso del tempo.
Pur avendo le mie idee politiche, ho sempre praticato la più assoluta neutralità nelle mie decisioni giudiziarie. So bene che qualche magistrato, dopo alcuni anni di professione giudiziaria, si è dedicato alla politica; e mi rendo conto che ciò può dare adito a critiche e a dubbi sulla imparzialità delle sue pregresse decisioni giudiziarie. Ma penso che sia una forzatura ricavarne certezze per accusarlo di scorrettezza nel suo pregresso operato di giudice. E la forzatura diventa enorme e pretestuosa quando pretende di gettare sull’intera categoria dei magistrati (cioè sul potere giudiziario, che è il terzo potere dello Stato) l’accusa di essere politicamente schierata e di usare il suo potere per prevaricare sul potere esecutivo. Tutto ciò mi sembra finalizzato a distruggere l’equilibrio fra i tre poteri dello Stato, modificando la fisionomia della nostra Costituzione: la quale, in effetti, sta subendo imponenti manomissioni, che finora sono state provvidenzialmente arginate dalla Corte Costituzionale.
   Grazie, dunque, del Suo invito alla chiarezza, a non perdere il coraggio e a continuare una “resistenza” che poggia saldamente sui valori umani e sulla speranza cristiana.
   Un caro saluto a tutti i membri della comunità e, in particolare, a Pier Paolo, caro amico e figlio di un valente magistrato. E ancora grazie per il Suo articolo e per la intensa collaborazione alla “Lettera” di Agognate.
                                                                          Rodolfo Venditti
Presidente aggiunto della Corte di Cassazione e già Docente di Diritto penale militare nell’Università di Torino, Rodolfo Venditti in più occasioni ci ha onorato della sua presenza e ci donato la sua competenza; esperto cultore di musica classica, nell’ambito dei “Sabati di Agognate” ci ha offerto momenti intensi di meditazione spirituale attraverso l’ascolto della grande musica. Gli siamo grati per la sua amicizia e per questo suo prezioso contributo sulla situazione italiana ed in particolare della magistratura.

Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

Referendum: atto di democrazia

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“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. ... Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.”
Enrico Berlinguer: “La questione morale”. Intervista di Eugenio Scalfari – La Repubblica – 28 luglio 1981 (estratto).

Poiché l’informazione pubblica sarà piuttosto contenuta nel propagandare i referendum del prossimo 12-13 giugno, utilizziamo questo spazio del giornalino per esprimere, come comunità, il nostro SÌ ai quattro quesiti referendari. Non vuole essere opera di convincimento (probabilmente questo numero del giornalino arriverà in molte zone d’Italia dopo il 13 giugno) e tantomeno una posizione a favore o contro una fazione politica (il testo di Berlinguer sopra riportato rimane di attualità). Così non ci soffermiamo sulle varie strategie attuate dal Governo per boicottare o quanto meno svilire il valore democratico del referendum e il diritto di voto del popolo italiano.1
Il voto elettorale è un diritto irrinunciabile in uno Stato democratico come l’Italia, parimenti il diritto di voto referendario. Anzi, il voto referendario, essendo esterno a giochi di potere quali ad esempio l’assegnazione di poltrone, si configura maggiormente come espressione democratica. Per questo, al di là degli orientamenti politici e indipendentemente dalle ragioni e dai criteri di valutazione che hanno maturato in seno alla comunità di Agognate il propendere per il SÌ dei 4 quesiti referendari, la nostra posizione è quella di sostenere il valore del referendum come forma democratica di espressione diretta del popolo italiano. Questo non solo al fine di raggiungere il quorum di validità del referendum ma soprattutto per non rinunciare al diritto di partecipare direttamente alle attività legislative mediante un atto di democrazia che consente agli Italiani, e non ai parlamentari, di scegliere e distinguere quale sia realmente il bene comune per il nostro presente e il nostro futuro.
I quattro quesiti referendari di questa tornata elettorale 2011 mirano all’abrogazione di leggi non estranee ad interessi personali o favorevoli a produrre ricchezza per pochi impoverendo ulteriormente i molti.
Chi trarrà beneficio dalla privatizzazione della gestione dell’acqua? Con la legge Ronchi – quella che i due referendum sull’acqua vogliono abrogare – l’acqua entra di diritto nel vortice delle leggi del libero mercato e non sarà più possibile controllare i rincari sulle bollette da pagare (in alcune zone italiane dove la privatizzazione si è già attuata c’è stato un rincaro medio del 300%).
Gli interessi di chi si aggiudicherà i contratti di gestione dell’acqua non hanno bisogno di essere esplicitati: l’acqua come bene comune e non privato, è un diritto universale riconosciuto recentemente anche dall’ONU (documento votato all’Assemblea Generale del 28 luglio 2011).

Anche le stime sui rincari delle bollette Enel per il nucleare saranno vertiginosi: dal 2000 nelle attuali bollette Enel sono stati inserite delle tasse (il 20% della bolletta) definite oneri di sistema e riportate sul retro della bolletta con delle sigle e l’importo corrisposto; tra questi oneri di sistema c’è una tassa sullo smantellamento delle centrali nucleari e sullo smaltimento delle scorie radioattive prodotte fino al 1987 (data del referendum); a distanza di oltre 20 anni, gli impianti e le sostanze radioattive prodotte sono ancora in buona parte da smantellare e smaltire e per molto tempo dovremo ancora pagare in bolletta Enel questa tassa che frutta annualmente all’Enel circa 150 milioni di euro. Gli interessi di chi si aggiudicherà – in maniera assolutamente trasparente – le gare di appalto e la lievitazione dei costi in fase di realizzazione riempirà poche tasche e svuoterà la maggior parte di quelle della popolazione italiana: prendere in mano una bolletta Enel sarà più pericoloso che infilare due dita nella presa di corrente!
Ma è bello e rassicurante sapere che la privatizzazione dell’acqua e la costruzione di nuove centrali nucleari sono scelte politiche esclusivamente per il bene comune.
Oltre ai privilegi e agli interessi di pochi (mafiosi) vanno considerati anche gli effetti d’impatto ambientale che la privatizzazione della gestione dell’acqua e la costruzione di centrali nucleari con i rifiuti radioattivi produrranno.
Infine il quarto referendum per l’abrogazione del legittimo impedimento (legge 7 aprile 2010, n. 51) non ci riguarda direttamente in quanto la maggior parte della popolazione italiana non sarà mai eletta alla funzione di Presidente del Consiglio o di Ministro e – qualora dovesse trovarsi ad affrontare un processo – non beneficerà del legittimo impedimento. Tuttavia questo quarto quesito referendario ci pone di fronte ad una scelta di giustizia che dice che la legge è uguale per tutti.

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