Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

Joint Strike Fighter

Scritto da

Pronto? Ciao Don Mario, sono fra Domenico di Agognate! Devo scrivere l’articolo per il giornalino di Agognate e pensando ai contenuti mi sono reso conto che non ho mai trattato il tema degli F35 e visto che la “battaglia” della Commissione giustizia e pace diocesana è quella di informare il più possibile la gente comune su quanto sta accadendo a Cameri (con i soldi dei contribuenti), ho pensato che è tempo di un articolo anche per il giornalino di Agognate.
    Bravo, bella idea, non dobbiamo perdere ogni occasione di informare la gente!
    Ho bisogno il testo dell’ultima scheda che abbiamo preparato per la veglia della pace del 31 dicembre; io ho solo il cartaceo e mi serve il testo in word.
    Se ti interessa, ho appena finito di scrivere un articolo per il prossimo numero della rivista “Popoli e Missione” dove cerco di riassumere la questione degli F35 pensando anche alla gente che non vive a Novara e che, forse, non ha mai sentito parlare di questo costosissimo progetto che colpir  le tasche di tutti gli italiani... Se vuoi, puoi pubblicarlo anche sul vostro giornalino.
    Perché no? Così mi risparmi la fatica di scrivere! Mandami l’e-mail con il testo e lo pubblicheremo!
    Te lo mando subito!
    Grazie don Mario! A presto!


I recenti attacchi ai cristiani in diverse parti del mondo, dall’Iraq alla Nigeria, dal Pakistan all’Egitto, non aiutano certamente ad attivare e ad alimentare tematiche di fratellanza e di pace nelle comunità cristiane. A fronte di questi gesti esecrabili monta in maniera surrettizia anche tra noi un impalpabile ma concreto rifiuto a tutto ciò che è diverso, ritenuto allo stesso tempo anche “nemico”, se nel devozionalismo popolare non fa mai capolino il richiamo a rispondere colpo su colpo, negli interventi che si susseguono su patinate riviste nazionali e in salottiere tavole rotonde televisive, prevale una fede “muscolosa” alimentata da gente che pur dichiarandosi non credente si prosterna fino ai piedi di ecclesiastici perdigiorno dando origine quindi a quel termine di ateo devoto che connota in maniera brillante coloro che vogliono trasformare il messaggio di Gesù di Nazareth in una sorta di religione civile da adattare alla nostra società.  Noi siamo convinti  che la fede, ed in modo particolare la fede cristiana, è solo ed esclusivamente un percorso di vita in cui il credente accetta di seguire i principi del Vangelo e di testimoniarli nel concreto storico in cui è chiamato a vivere. Benedetto XVI nel suo ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace ricordava a tutti che il mondo ha bisogno di Dio, ha bisogno di valori etici e spirituali, universali e condivisi che solo una prassi religiosa correttamente vissuta può trasformare in esaltanti sentieri di pace.
Ma come si diceva, con i tempi che corrono è molto difficile essere uomini e donne di pace e soprattutto dialogare con chi appartiene al “campo avverso”, eppure i coraggiosi, gli spiriti più nobili dell’umanità sono proprio quelli che sanno dialogare anche con i nemici; chi non ricorda l’esempio di San Francesco che in pieno periodo delle Crociate andò disarmato dal Sultano a parlare di pace. Lo spirito di San Francesco nel ricercare la pace è sempre stato uno dei punti cardini della fede cristiana Venticinque anni fa Giovanni Paolo II diede nuova linfa a questo spirito convocando ad Assisi i responsabili di tutte le religioni del mondo affinché ciascuno con la sua fede, i propri riti e nella cultura a lui più congeniale esprimesse l’anelito di pace dei popoli di tutto il mondo. Il coraggio di stringere la mano a colui che fino a pochi minuti fa era considerato nemico, è un gesto inaudito che solo chi ha una vera nobiltà d’animo sa compiere e non sempre chi fa tali gesti viene capito dai suoi: Ghandi, l’apostolo della nonviolenza del ventesimo secolo, fu ucciso da un fondamentalista indù, Rabin e Sadat, che avevano avviato un nuovo corso di pace tra Israele e Mondo Arabo, vennero uccisi da fanatici della propria gente.
Questa lunga premessa è necessaria per capire come anche nelle realtà periferiche in cui a livello ecclesiale si cerca di impegnarsi per costruire cammini di pace, a volte ci si trova di fronte non solo ad un’opinione pubblica avversa ai termini proposti, ma anche ad una comunità ecclesiale piuttosto tiepida alle sollecitazioni che le vengono rivolte sul tema della pace. Lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle come Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Novara, decisamente schierata contro la costruzione e l’assemblaggio degli aerei da combattimento F35 che tra qualche anno avverrà all’aeroporto militare di Cameri nei pressi di Novara.
L’AEREO JOINT STRIKE FIGHTER, che roba è?
Vale la pena  per i lettori di Popoli e Missione presentare una scheda che illustri l’aereo Joint Strike Fighter (F35): esso è un caccia multiruolo di quinta generazione. Il progetto è faraonico, l’F35 è un aereo da combattimento monomotore, monoposto, in grado di operare alla velocità del suono, ma con una velocità di crociera subsonica. E’ ottimizzato per il ruolo aria terra (quindi per l’attacco) ed ha due stive interne per le bombe che possono essere anche di tipo nucleare. Il progetto è realizzato in cooperazione da Stati Uniti ed altre otto nazioni: Regno Unito (primo livello con partecipazione finanziaria pari al 10%); Italia ed Olanda (secondo livello, con partecipazione finanziaria pari al 5%) e Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca (terzo livello con una partecipazione finanziaria pari al 1-2%). Si prevede la costruzione di 3.173 aerei, dei quali 2.433 sono per gli USA. L’Italia ha deciso di acquistarne 131. Da noi si è iniziato a parlare del progetto nel lontano 1996 con il Ministro della Difesa Beniamino Andreatta (primo Governo Prodi), il 23 dicembre del 1998 (Governo D’Alema) è stato firmato il Memorandum of Agreement per la fase concettuale-dimostrativa con un investimento di 10 milioni di dollari, il 24 giugno 2002 (secondo Governo Berlusconi), dopo l’approvazione delle Commissioni Difesa di Camera e Senato è stata confermata la partecipazione alla fase di sviluppo con un impegno di spesa di 1.028 milioni di dollari. Sull’andamento del progetto è stato informato il Parlamento nel luglio del 2004 e nel gennaio del 2007 (secondo Governo Prodi) è stato poi autorizzato uno stanziamento di 904 milioni di dollari. Lo scorso 8 aprile 2009, in concomitanza con i giorni del terremoto in Abruzzo, con una velocità inusuale e sconvolgente, il Senato prima e la Camera dei Deputati poi, hanno dato il via libera al Governo per l’acquisto di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighter al costo di 12,9 miliardi di euro, spalmati fino al 2026, e la realizzazione nell’aeroporto di Cameri (Novara) di un centro europeo di manutenzione. Questi dati evidenziano come i governi di qualsiasi colore hanno sposato in pieno la logica delle lobby delle armi, e mentre si riducono costantemente le spese per la sicurezza dei cittadini, vedi i tagli nelle finanziarie alle forze dell’ordine, questi progetti vengono avallati da tutti.
Fin da quando fu chiaro che il territorio novarese sarebbe stato prescelto per l’assemblaggio finale degli F35, la Commissione diocesana Giustizia e Pace espresse con una nota la propria contrarietà al progetto. E mentre a livello locale, istituzioni politiche, mondo industriale, sindacale ecc., si producevano in entusiastici commenti sull’iniziativa in quanto avrebbe portato posti di lavoro, fatto di Novara un polo tecnologico senza eguali sul territorio nazionale e via dicendo, più sommessamente la Commissione Giustizia e Pace, con la Dottrina Sociale della Chiesa alla mano, ricordava a tutti che la produzione delle armi non è immorale in quanto il prodotto finale è uno strumento di morte, ma è immorale proprio perché investendo risorse e stanziamenti finanziari così cospicui in strumenti bellici, si sottraggono risorse preziose che potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo dei popoli e per l’elevazione di intere aree disastrate del nostro paese e depresse in altre parti del mondo.  Se qualcuno ha la pazienza di andare a rileggersi tutti i discorsi che  i vari Pontefici hanno fatto da quando è stata istituita la Giornata della Pace, scoprirà un Magistero lungimirante e profetico, praticamente inascoltato. Gli stessi difensori della vita ad oltranza che allineano in ogni piega nel variegato mondo cattolico, si squagliano come neve al sole quando devono prendere posizione di fronte alla domanda se sono per la pace o per la fabbrica di strumenti di morte!
Mons. Renato Corti, Vescovo di Novara, ha sempre sostenuto l’attività della Commissione Giustizia e Pace; in un intervento fatto al seminario diocesano lo scorso 29 novembre 2010, riprendendo una presa di posizione del gennaio 2007 di mons. Fernando Charrier allora Presidente della Commissione Regionale Piemontese per la Pastorale Sociale e del Lavoro, e di mons. Tommaso Valentinetti in quel periodo Presidente di Pax Cristi, ha affermato: “La necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione degli strumenti concepiti per la guerra, in particolare alla problematica sorta recentemente sul territorio novarese relativa alla costruzione degli F35”. Ha poi proseguito dicendo che: “Abbiamo la speranza che si arrivi ad un ripensamento, che finora non è avvenuto, che permetta una riflessione più allargata e approfondita capace di incidere nella mentalità delle persone e delle Istituzioni”.
Una speranza, quella di Mons. Corti,  che unita all’impegno della Commissione Giustizia e Pace è destinata a rimanere sulla carta, in quanto ancora una volta la scelta di essere dalla parte della nonviolenza e del Vangelo, pone inevitabilmente chi la fa dalla parte dei perdenti.
Don Mario Bandera
Responsabile Commissione Giustizia e Pace
Diocesi di Novara

Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

Lazzaro e il ricco epulone

Scritto da

Non sono un filosofo, né uomo di lettere ma un semplice scrivano che è a servizio di chiunque abbia bisogno di scrivere qualcosa. Non sono né ricco né povero e porto avanti con grande dignità la mia famiglia, pago le decime e sono fedele alla legge del sabato; credo quindi di essere in grado di scrivere onestamente per tutti coloro che si rivolgono a me.
Mi permetto di scrivere di Lazzaro e del ricco epulone perché conosco bene sia questo che quello. Mi chiamo Alef e posso dire, con onestà, di essere un uomo prudente, parsimonioso, educato e servile quanto basta per non dare fastidio a nessuno. Per prudenza, ma soprattutto per amore della famiglia, non vado mai a una manifestazione di piazza e rifuggo da cortei politici. La politica non fa per me. Inoltre ho un terrore sacro di ogni maestro che sfodera idee nuove. Le idee, quando sono troppo ardite, combinano dei pasticci.
Se scrivo questa memoria del ricco epulone, lo faccio perché mi è stato ordinato e perché sono stato pagato.  Descrivere la vita di un povero è cosa abbastanza complessa, se si vuole indagare nel profondo del suo essere. E più semplice parlare di un ricco perché costui ha ritmi e pensieri che si susseguono con cadenze regolari. Non ha l’assillo del pane, non si preoccupa dove riposare, se riesce. Ha molti amici che regolarmente si ricordano di lui e lo vezzeggiano con regali di cui non ha assolutamente bisogno (i ricchi, infatti, tra di loro si fanno regali inutili). Non ha problema di sporcizia fisica, né tanto meno si pone problemi morali perché è convinto di essere sempre, o quasi sempre, nel giusto. Non ha bisogno di rubare, o se lo fa, il fatto non gli è attribuito come reato perché un ricco è sempre al di sopra di ogni sospetto. La sua prodigalità lo fa sentire a posto anche quando spende per un vestito, o in una serata passata tra amici, quanto basterebbe ad un povero per vivere molti anni della sua vita. I ricchi si credono non solo baciati dalla fortuna, cosa che non dispiace, ma arrivati a quella ricchezza perché meritevoli di possederla. Inoltre, tengono, in proporzione alle loro fortune, schiere più o meno numerose di cortigiani che hanno il compito di elogiarne le virtù, di esaltarne la capacità amministrativa e di applaudire in continuazione per ogni loro azione.
Altra caratteristica comune dei ricchi è quella di sentirsi generosi con i poveri ai quali donano molto di più di quanto questi meritino. Tutti i ricchi sono convinti che i poveri sono tali perché, in fondo, lo vogliono; cosi come essi vogliono essere ricchi. Il loro rapporto con Dio è di tipo accomodante e spesso si sentono molto amici con Jahvé. Tra ricchi e potenti, pensano, ci si intende bene. Dio non può non stare dalla loro parte, visto che ha benedetto in grande misura le loro ricchezze, tanto da farle aumentare. Perciò giustamente allungano i loro filatteri, passeggiano orgogliosi nel tempio e invitano spesso i sacerdoti alle loro mense.
Per un povero le cose non sono così lineari. I poveri sono cacciatori per costituzione e costringono, se si vuol descriverli, a seguirli in questa caccia per soddisfare i loro bisogni primari: mangiare, bere, riscaldarsi, dormire. Come tutti sanno, quando si va a caccia, il cacciatore è costretto a tirare di arco e ciò significa, anche se in forma lieve, guerreggiare. Credo che la vita di un povero potrebbe riassumersi cosi: una guerra che si protrae per tutta l’esistenza al fine di procurarsi di che mantenersi in vita. Ora, chi è in guerra non va tanto per il sottile e per lui tutto è lecito purché gli procuri ciò di cui ha bisogno. I poveri, non avendo niente da perdere, non tengono in nessun conto il bene grande che è la famiglia; per un po’ di pane, sono capaci di vendere persino i figli. So anzi, con certezza, che insegnano ai piccoli come procurarsi il cibo anche violando la legge che punisce severamente chi si appropria di cose altrui. Non credo, poi, che un povero abbia amici perché l’amicizia ha delle regole precise per essere coltivata. E’ necessario zapparla ogni giorno con la zappa della pazienza e fertilizzarla con il concime della bontà.
L’amico, dice il libro sacro, è un tesoro e loro sono capaci soltanto di dilapidare tesori e non di conservarli. Sono, inoltre, convinto che il loro Dio non è il Dio di Israele che ha fatto un patto con il nostro popolo, ma lo immaginano come un recipiente da cui è possibile ricavare ogni bene senza dare in cambio nulla. Il loro dio è una specie di macchina che deve stare a  loro servizio e spesso lo ingiuriano quando non ottengono ciò che chiedono. Avviene così che spesso si vedono nella sinagoga assorti nella preghiera mentre altre volte si comportano come atei disposti a darsi a dei stranieri pur di aver lo stomaco pieno. Delle feste liturgiche amano soltanto quelle in cui è possibile banchettare e ballare, mescolando, incautamente, il sacro e il profano. Sono comunque convinto che preferiscono le religioni pagane perché hanno molti dei. La nostra ha un solo Dio ed è difficile imbrogliarlo, mentre per le altre avendo una miriade di dei è più facile ottenere da un dio quello che un altro ha negato. Non vogliono un solo Dio come non vorrebbero un solo lavoro, anzi non vogliono nessun lavoro che sia metodico. Sia l’unità di Dio che l’unicità del lavoro sono troppo monotone. L’unica cosa che non sono riuscito a comprendere dei poveri è il loro grande desiderio di vedere sempre più bello e più ricco il tempio di Gerusalemme.
Ho visto, spesso, con i miei occhi, molti poveri gettare nel tesoro del tempio tutto ciò che avevano. Mi sono convinto che i poveri non hanno misura delle cose. Se sono cosi generosi con il tesoro del tempio, credo lo siano per l’incapacità di saper risparmiare. Non hanno neppure la cognizione del tempo che passa veloce e di conseguenza non pensano al domani, alla malattia che potrebbe colpirli, alla vecchiaia. Vivono una vita meschina racchiusa in una giornata; di conseguenza non hanno né passato né avvenire: tutto si risolve in un giorno. Fatte queste semplici premesse è possibile, certo con approssimazione, tracciare le linee essenziali del povero Lazzaro e del Ricco Epulone. Di quest’ultimo la storia non ha lasciato il nome in quanto, come dicevo poc’anzi, i ricchi sono talmente uguali ed ordinati che uno vale l’altro; per cui, descritto uno, si ha l’idea di tutti gli altri.
Cosi non avviene per i poveri, che sono uno diverso dall’altro. I poveri, infatti, organizzano le loro guerre private a secondo del grado di intelligenza. Prima, però, di parlare di Lazzaro il povero, è doveroso tracciare, sia pur brevemente, il profilo del ricco epulone ben sapendo che sarebbe sufficiente rimandare il lettore alla sua esperienza personale. Se mi permetto di descrivere costui, non è per mancanza di stima dei miei lettori, ma perché mi sembra che ciò renda più chiara la figura di Lazzaro (a cui ho pensato di dedicare questa memoria scritta).
Ho conosciuto personalmente il ricco epulone ed ora posso rivelarne il nome sentendomi più libero nei suoi confronti.
Costui si chiamava Egeo e si era trasferito da noi a Cafarnao già avanti con gli anni dopo essersi fatto costruire una casa prospiciente il nostro mare di Galilea. Aveva molti figli, non ricordo bene il numero, perché raramente venivano tutti insieme a trovare l’anziano Egeo; ma credo che neppure lui sapesse con precisione quanti figli avesse. Parlava sempre tanto volentieri delle sue ricchezze, dei suoi acciacchi, delle sue avventure con le donne e del suo fiuto nell’accumulare denaro. Aveva, inoltre, un alto senso dello Stato, di come doveva essere amministrato, guidato e sostenuto e, inoltre, vantava amicizie altolocate essendo imparentato con il sommo sacerdote Caifa. I figli, certo, li amava molto, ma per lui era cosa scontata quest’amore: infatti, si vantava di aver dato a ciascuno di essi denaro sufficiente da poter vivere senza preoccupazioni.
Qui a Cafarnao Egeo era amato e stimato da tutti perché essendo, come si dice dalle nostre parti, “una buona forchetta” invitava spesso i notabili della  città alla sua mensa ed era a sua volta contraccambiato. D’altronde, ripeteva spesso: “Quando si raggiunge la mia età, dei cinque sensi rimane valido solo il gusto e, grazie a Dio, questo mi è stato dato in abbondanza”. Ed io posso con sicurezza affermare che Egeo non lesinava in lauti banchetti in quanto vi partecipai molte volte. Confesso comunque che, malgrado io fossi giovanissimo a quei tempi, non ho mai compreso come riuscisse Egeo a mangiare e a digerire tutto ciò che mangiava. Sembrava un leone affamato più che un uomo. I suoi banchetti duravano ore ed ore, certo intercalati da piccoli spettacoli, quasi sempre, magistralmente eseguiti dalle ragazze giovani e belle che gli procurava Anuk l’etiope. Spettacoli che facevano gridare di gioia Egeo. I ricchi sono semplici e battono le mani quando sono contenti;  e l’epulone era un uomo contento e soddisfatto di sé. Quando il banchetto finiva e i commensali si riposavano, Egeo, sempre col volto ilare, li intratteneva, nutrendo la loro intelligenza con discorsi di altissima qualità, ma anche raccontando barzellette o cantando canzoncine.
Anche qui non voglio tediare oltre i miei illustri lettori sugli argomenti che Egeo trattava perché sono facilmente intuibili da ciò che ho esposto poc’anzi.
Viste le mie rudimentali qualità letterarie mi sarà, invece, difficile tratteggiare la vita di Lazzaro. Mi si scuserà, perciò, se non sarò sufficientemente chiaro.
Lazzaro era molto più giovane di Egeo e penso che avesse più o meno la mia età malgrado sin da ragazzo dimostrasse una precoce predisposizione all’invecchiamento. Sembra che fosse stato abbandonato dai suoi genitori in una discarica di immondizia a causa di una malformazione alla gamba destra che inspiegabilmente era cresciuta scheletrica e fragile da costringerlo a zoppicare, dondolando come ubriaco. A differenza del nobile Egeo, non credo abbia mai fatto in vita sua un’azione, non dico buona, ma neppure appena appena lodevole. Iniziò a rubare e a mentire sin da bambino e, con il trascorrere del tempo, divenne tanto furbo che era difficilissimo prevederne le azioni. Non credo di averlo mai visto frequentare la sinagoga e penso non abbia neppure osservato mai il sabato, anzi in città molti sostenevano, ed io con i più, che Lazzaro proprio di sabato visitava con assiduità i pollai riuscendo, con arti magiche, a far tacere i cani. Una mia vicina di casa, più volte derubata di uova e polli, sosteneva che Lazzaro era riuscito a farsi amare dal suo cane di guardia raccontandogli delle storie. Io, per fortuna, non ho mai creduto a quanto la donna asseriva, però ho visto spesso che i cani facevano sempre festa allo zoppo. Il fatto è che non lo si trovò mai sul luogo del delitto perché, malgrado la sua infermità, riusciva sempre a dileguarsi come una biscia. Non ebbe nella sua vita nessun interesse né religioso né culturale. A questo proposito ricordo il dolore del nostro rabbino nei suoi riguardi. Il pover’uomo, quando lo vedeva, scuoteva la testa costernato perché si sentiva incapace di trarre da Lazzaro qualcosa di buono. Una volta che il rabbino incontrò Lazzaro accoccolato ad un angolo della nostra città nella disdicevole funzione di succhiare un osso, credo rubato, per l’appunto, al cane del religioso e da questi apostrofato in modo cortese su quell’azione assai disdicevole, si sentì rispondere con sfrontatezza che non era lui che aveva tolto l’osso al cane ma che questi, il cielo mi perdoni se trascrivo l’impudenza dello zoppo, di sua spontanea volontà glielo aveva offerto.
Debbo riconoscere, comunque, che Lazzaro eccelleva nelle arti magiche di addestrare gli animali. Tutti, infatti, qui a Cafarnao sono pronti a giurare di averlo spesso visto parlare ai pesci e conversare con gli uccelli. Certo, sono cose dell’altro mondo, perché con gli uomini non parlava mai e, giustamente, era da costoro evitato per il cattivo odore che emanava. Unico gesto che faceva, anche con troppa frequenza, era quello di allungare la mano nel chiedere. Ma il suo, credetemi, non era un chiedere normale, era una specie di violenza che tutti noi si era costretti a subire perché, lo sciagurato, ti seguiva con insistenza, roteando i suoi occhi e trascinando la sua gamba, maleodorante al punto che la povera gente di Cafarnao era costretta a gettargli qualcosa. Se, poi, qualcuno disturbato da questo suo modo indecente di chiedere si rifiutava di esaudire la sua famelica voracità, allora Lazzaro iniziava a guaire come un cane ferito tanto da spaventare donne e bambini, per cui il furbastro otteneva con la paura ciò che altrimenti non avrebbe avuto.  Ma a ripensarci bene era proprio malandato e zoppo come appariva? Io credo fermamente che in lui albergasse la finzione perché è inverosimile vederlo sempre claudicare e nello stesso tempo agilissimo nel districarsi nelle macchie di rovi al tempo delle more. Voi non mi crederete, ma una nuvola di cavallette affamate non poteva gareggiare con lui. Riusciva ad afferrare more tra i rovi più intricati lasciando le piante prive di ogni frutto. Tanto che si diceva: “è passato Lazzaro” per significare che tutto era finito.
Vivevano altri poveri a Cafarnao, ma ognuno era un mondo a sé. Vi era chi passava di casa in casa a chiedere del cibo, chi frequentava con assiduità il porto, chi la sinagoga e chi era disposto a fare piccoli lavori per ottenere il cibo. Solo Lazzaro, che io ricordi, era un non abitudinario per cui oggi lo si vedeva in un posto e l’indomani in un altro. Alcuni sostengono di averlo visto pregare al tempio di Gerusalemme, cosa molto improbabile, perché non si riesce a credere come abbia potuto raggiungere la città santa con quella gamba scheletrica.    
Se la cosa, però, risultasse vera, intendo il recarsi a Gerusalemme, non credo che Lazzaro vi sia andato per pregare.
Lazzaro dormiva ora in una grotta, ora su un albero, ora in un fienile e, per quella sua strana magia, riusciva sempre, quando l’inverno spazzava con il suo gelido vento il nostro capo, ad ipnotizzare qualche animale, cani e gatti per lo più, ma anche asini, cavalli, mucche e vi è anche chi giura di averlo visto dormire con qualche lupo.
Come avrete capito, non è che io stimassi molto Egeo il ricco ma, con onestà, debbo confidarvi che neppure Lazzaro mi era molto simpatico per cui oggi, dopo tanti anni dalla morte di entrambi, mi ritrovo imbarazzato a scriverne soprattutto dopo che un certo Gesù, che alcuni veneravano come un grande Rabbi, li ha resi famosi.
Permettetemi che ve lo dica con molta sincerità:  per me, sia Lazzaro sia il ricco epulone sono stati due personaggi come ve ne sono tanti dalle nostre parti e non meritavano tanto chiasso sulle loro storie. Ma la vita è cosi: quando uno entra nell’ingranaggio della notorietà non è più capace di uscirne fuori e dopo tanto tempo si continua a ricordare il racconto di quest’ultimo banchetto di Egeo l’epulone e di Lazzaro lo zoppo che raccoglie le briciole sotto il tavolo e della morte di entrambi. Per me accetto volentieri l’ignavia di cui mi sono nutrito, in tutti questi anni, e ringrazio Dio di non essere né come Egeo né come Lazzaro per cui mi attendo un giudizio clemente da parte dell’Altissimo.

P.S. Gesù diceva alle folle: “Quando vedete una nuvola salire a ponente, subito dite: Viene la pioggia, e cosi accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e cosi accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12, 54-57)

Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

Vita e predicazione

Finite le feste natalizie, entrato il nuovo anno, passata la Befana, siamo tornati al tempo ordinario, senza luminarie abbaglianti, regali a cui pensare, pranzi e cenoni da preparare. E con i problemi quotidiani che si presentano puntuali, e forse un po’ monotoni, alla nostra attenzione. Problemi che trovano una soluzione e problemi che sembrano insolubili, situazioni a cui l’intelligenza trova vie d’uscita e altre in cui ci troviamo di fronte alla nostra impotenza, la nostra piccola fede vacilla e ci sembra di navigare in acque più tempestose che mai, ci è difficile, se non impossibile, credere ed essere testimoni della nostra fede.
Ma siamo chiamati a dare “ragione della speranza che è in noi”. Come farlo?
Mi viene in mente la lettura che l’avv. Boldon Zanetti, relatore al Convegno di formazione sul tema “Vita e Predicazione” dello scorso settembre a Brescia, ha dato dell’episodio raccontato dall’evangelista Luca dei Discepoli di Emmaus: la loro delusione per quanto avvenuto al loro Signore, viene colmata dall’insegnamento del viandante che si affianca a loro nel cammino di “fuga” da Gerusalemme, dove le loro speranze di un Messia erano miseramente naufragate con la sua morte in croce. Lo sconosciuto sta tutto il giorno con i due, sembra non avere fretta, come invece abbiamo noi, presi dalle tante occupazioni quotidiane, non si sente sprecato a dedicare la sua attenzione a due persone soltanto (nei nostri ambienti il numero limitato delle presenze è spesso considerato un fallimento!!!). E penso con gratitudine ai tanti “viandanti” che mi si affiancano ogni giorno e mi sono compagni nel cammino senza fretta, che mi testimoniano la loro fede e la loro fiducia, che spezzano il pane per me e poi svaniscono ai miei occhi, lasciandomi un cuore che “arde”.

“Quando la gioia di una scoperta, la gioia di un incontro è grande, non riusciamo a tenerla dentro di noi. E allora sgorga la necessità di testimoniarla, predicarla cioè, appunto, di “parlare di Dio”.  
L’esigenza di parlare di Dio, testimoniarlo è sempre stata una consapevolezza della Chiesa, e ce l’ha ricordato recentemente il Papa nell’omelia tenuta lo scorso maggio durante il viaggio in Portogallo. “Bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù. In effetti, se non sarete voi i suoi testimoni nel vostro ambiente chi lo sarà al vostro posto? Il cristiano è, nella Chiesa e con la Chiesa, un missionario di Cristo inviato nel mondo”.
Del resto la Bibbia è disseminata di indicazioni che il culto a Dio consiste nel rivolgersi alle realtà umane, alle situazioni del mondo.
“Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”. Sono parole di Dio dette tramite il profeta Isaia (Is.1,17) indicando che il culto gradito a Dio non può prescindere da queste attività.”
Così citava il relatore e mi conforta l’idea della preghiera “nell’ordinario”; la preghiera che si svolge compiendo bene i doveri del proprio stato (per me in questo tempo quello di figlia che assiste la mamma malata); il vivere in armonia con il Signore aiuta ad avvicinare l’altro, facendo azione di vera predicazione.
E concludeva:
“La nostra vita allora diventa predicazione; allora possiamo mettere un accento sul titolo del nostro incontro di oggi: La vita “è” predicazione.”
Chiudo davvero, con una frase di Sant’Agostino: “Volete dire le lodi a Dio? Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode, se vivrete bene” (Agostino -  Discorsi, 34 - Uff. letture, 3 settimana dopo Pasqua - martedì).

Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

Se non è un miraggio

La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani è per me sempre un momento importante; la nostra attività ecumenica ha il suo centro e il suo compimento nel rendere lode e grazie al Signore per quanto ci concede di vivere insieme nella diversità.
Il tema di quest’anno: “Uniti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera”  (Cfr. Atti 2,42), un dato semplicissimo nella sua esposizione, ma, per chi si è avventurato un po’ nella storia di percorsi comuni, altrettanto difficile da veder realizzato.
Ho riflettuto molto, pensando di scriverne, volendo evitare lamentele e disfattismi.
Quando rifletto molto, però, capita che spesso mi ingarbuglio; tanti argomenti vanno e vengono dalla mia mente e difficilmente trovano coerenza espressiva. Abbiate pazienza!
Dunque, un insieme perfetto, come quello della comunità descritta negli Atti degli Apostoli, possiamo mantenerlo come orizzonte ideale e noi rimanere al di qua, nelle nostre beghe quotidiane, oppure tentare di trovare un qualche riscontro.
Ora che il “dato ingenuo” nel nostro mondo non è più tanto considerato, noi che vogliamo ancora dirci Cristiani (cioè appartenenti a Cristo) siamo interpellati in senso forte a “dire” in che cosa consiste il nostro credere, a delineare il volto di quel Gesù Cristo che abbiamo incontrato tanto da non farlo rimanere solo nell’orizzonte delle fantasie, ma anche da poterlo far toccare.
Oggi vari Dan Brown (quello che ha scritto Il codice da Vinci, per intenderci), supportati da indagini che  vogliono definirsi “scientifiche”, ci presentano un volto di Gesù altrettanto fantastico, ma più attraente per la sensibilità dei nostri tempi.
Un  insieme perfetto eserciterà anche qualche fascino, ma vuoi mettere indagare nel rapporto fra Gesù e la Maddalena? Fossero 400 pagine o 800, si leggono di un fiato da cima a fondo. Leggere le letture della liturgia della Domenica …e chi lo trova il tempo?
La dose di discernimento che ci è chiesta è molto elevata, perché è anche il nostro interesse a guidare il mercato, chi ha l’occhio su queste cose “sente” cosa ci deve propinare.
Tra le tante notizie che mi investono, come penso capiti a molti, inchiodandomi con le spalle al muro nella mia colpevolezza e nella mia impotenza, c’è stata, ultimamente, quella del dramma dei contadini cinesi, costretti a dipendere dalle multinazionali. Queste hanno distribuito loro gratuitamente le sementi, che hanno prodotto frutti abbondantissimi; ma le piante sono sterili, non si riproducono e i contadini devono poi acquistare a caro prezzo i semi dalle stesse “generose” multinazionali. Molti sono caduti  nella disperazione e si sono suicidati.
Rischiamo così anche noi cristiani? Nel nostro orizzonte c’è un miraggio o una storia realizzata?
Non è un rischio di poco conto: se corriamo dietro ai miraggi ci troveremo non solo a pancia vuota, ma anche senza il messaggio sostanziale che ci permette di avere un senso nella nostra esistenza.
Provengo da una cultura contadina, povera, che conosce la fatica della terra, quindi non voglio fare un ulteriore quadretto bucolico; non sono stati bei tempi, quelli della mia infanzia, e ben venga tutto ciò che può alleviare la fatica e far crescere un raccolto.
Però una cosa voglio salvaguardare della mia provenienza: i miei nonni e tante generazioni. Hanno patito la fame, ma non hanno mai mangiato i semi!
Me li ricordo ancora i vecchietti, sceglievano la pannocchia più bella, lasciavano indietro una zucca  e così per ogni ortaggio e cereale, il migliore rimaneva lì a maturare e a produrre i semi: frutto più bello per il domani.
Quello che abbiamo da custodire è il “principio” della vita; la nostra fede è costitutivamente fatta di annuncio, ovvero, consegna alla storia presente del frutto che apre al domani.
Possiamo giocare con tante cose, mangiare a proposito e a sproposito; la Scrittura ci dice che abbiamo mangiato anche del frutto proibito, abbiamo trasgredito all’ordine della creazione, ma questa non è stata la fine.
Il Creatore non ci ha abbandonati a noi stessi; Dio ha scelto di parlare ad un popolo e attraverso un popolo, fino a farsi carne nella persona di Gesù di Nazareth, pur di riportaci alla nostra origine, al nostro “principio”.
“La formazione della Scrittura si configura come un processo della parola che a poco a poco dischiude le sue potenzialità interiori, che in qualche modo erano presenti come semi, ma si aprono solo di fronte alla sfida di nuove situazioni, nuove esperienze e nuove sofferenze”, scrive Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth.
Questo è il nostro compito, raccogliere le sfide di questa terra e legarle nell’orizzonte della fede.
Se crediamo che il “seme” della vita è custodito nella morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola del Padre, dobbiamo anche reggere “la verifica” che il nostro tempo ci impone. Quel seme dobbiamo saperlo dischiuso per noi, per la nostra esistenza; solo così possiamo consegnarci al domani come frutto ancora vitale.
Allora il tema della “comunità perfetta” se non è un miraggio… sarà un viaggio! Sarà una fede in cammino, una fede che riconosce la storia come luogo del suo incontro con Dio e luogo di realizzazione della propria umanità. Un viaggio non semplice, certo, per tutti quelli che, come me, sono complicati (i semplici hanno vie più dirette); un viaggio  che attraversa  il deserto della solitudine, percorre i sentieri del disincanto, si insinua negli anfratti del cuore per giungere lì, a piccole zolle, solo piccole zolle di terreno comune. Oasi sempre precarie, ma santuari dove inginocchiarsi e pregare, dove il radicamento del seme si rende possibile e l’oggi vive già di futuro.
Coraggio dunque, la strada ci è aperta da Colui che ci ha detto “Io sono la via, la verità, la vita”, a noi è chiesto solo seguire, nella piena fiducia che la disponibilità della terra non conosce confini. E l’orizzonte capovolto ci permette di vivere già nel cielo del suo Regno.

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Ricordando La Pira

“Abbiamo assoluto e urgente bisogno di ricordare che Dio suscita in ogni epoca veri testimoni.”
Credo che questa affermazione di Oretta Avella, laica domenicana della fraternita di Bergamo, costituisca una felice sintesi delle due testimonianze che ci vengono proposte, una della stessa Avella, riguardante La Pira, e l’altra, giuntami dall’amica Marilù, il ministro pakistano Bhatti, di recente ucciso.
Pur nella diversità delle biografie e dei contesti storici  e culturali in cui sono vissuti questi nostri fratelli nella fede, è comune ad entrambi il grande amore per i poveri, l’impegno per la pace, la passione per Cristo.
Stiamo vivendo momenti terribili per il mondo: adesso, come scrive Marilù in un’altra lettera, “è il nostro momento, il momento di testimoniare nella serenità e nella disponibilità la Speranza che coltiviamo alla luce della fede”, perché, mi ricorda Fernanda – che ringrazio per i contributi che mi ha inviato e che per motivi di spazio non posso qui riprodurre – “anche di notte il Regno di Dio cresce”.

Ricordando La Pira

di Oretta Avella

Mi è capitato di recente, come laica domenicana, ma sono vincenziana sia pure da soli quattro anni, di presentare la figura di Giorgio La Pira e di scoprire via via la complessità del compito al quale mi accingevo. Nell’affrontarne la conoscenza si resta colpiti contemporaneamente dalla profondità  del suo impegno spirituale e sociale ma anche dalla vastità del raggio di azione in cui opera, come pure dalla molteplicità dei suoi interessi.
Trasformato da esperienze di vita difficili, offerte a quel Cristo così fedelmente seguito, esperto di diritto, storia, teologia, economia, politica e arte, di relazioni personali anche internazionali, vincenziano per più di mezzo secolo. Donato domenicano (cioè laico domenicano consacrato), innamorato della Vergine Maria, prima ancora, con dispensa canonica, terziario francescano, grande intrattenitore e pubblicista su riviste come il Samaritano  (oggi La san Vincenzo in Italia), su Cronache sociali con Lazzati e Dossetti, su L’Osservatore Romano, autore di vari saggi.
 Fu, come è noto, redattore di più articoli della nostra Costituzione, tre volte deputato e tre volte sindaco di Firenze, promotore di cinque Convegni Internazionali per la pace e la civiltà, di un altro dei sindaci delle capitali mondiali (unire le città  per unire le nazioni), di quattro Colloqui del Mediterraneo per l’incontro della famiglia di Abramo (ebrei, cristiani, musulmani). Autore, in qualità di presidente del Consiglio Superiore Toscano della Conferenza di San Vincenzo,  di un singolare epistolario diretto alle claustrali di tutto il mondo, ma anche a persone di ogni ceto ed età: laici e religiosi, sacerdoti e pontefici, politici e carcerati, giovani e anziani, malati, studenti... Instancabile viaggiatore e messaggero di pace, coraggioso con gli avversari, incrollabilmente devoto nelle irrisioni, audace nelle iniziative sociali, fermo di fronte alle denunce, fu sempre sostenuto e animato da un eccezionale spirito di servizio in favore dei più deboli.
È stato avvicinato al Beato Ozanam, con cui in effetti ha parecchi punti di contatto e non solo per l’amore per i poveri, ma per la concezione teologica della storia e per l’appassionata conoscenza dei vari aspetti delle civiltà dei popoli: conoscere cioè il cammino dell’uomo per meglio aiutarlo nelle sue necessità contro le ingiustizie e gli errori ideologici, fu il loro comune sentire ed agire. La Pira nella nostra epoca ha aperto vie di pace, di moralità, di fraternità, di speranze profetiche come nel viaggio a Fatima e a Mosca nel momento dei blocchi contrapposti di America e Russia, o ad Hanoi da Ho Chi Minh per far cessare la guerra nel Vietnam. Esaurirne la biografia è impresa impossibile, ma potrebbe giovare a chiunque seguire almeno in parte le tracce di questo sconfinato italiano che riuscì a conciliare gli opposti, ad attendere fiducioso e a smuovere tempi migliori citando Abramo e S. Paolo con uno dei suoi motti preferiti: spes contra spem, sperare contro ogni speranza. Il Nobel per la pace proposto dalla Facoltà di Giurisprudenza di Firenze  (insegnò diritto romano per quarantasette anni!) glielo ha conferito il Signore stesso con l’apertura del processo canonico nel 1986 in S. Marco a Firenze, passato poi a Roma nel 2005. Abbiamo bisogno anche della sua beatificazione perché si riparli di lui per trarne fiducia ed esempio in Italia, in Europa, nel mondo. Abbiamo assoluto e urgente bisogno di ricordare che Dio suscita in ogni epoca veri testimoni.

Ricordando Shabbaz Bhatti

di Marilù Semizzi

Carissimi,
     all’inizio di questo Cammino di conversione della Quaresima desidero leggere con voi le parole del testamento spirituale che il ministro delle minoranze religiose pakistano Shabbaz Bhatti, classe 1968, ha preparato come video, presentendo la sua fine.
Si era battuto per la liberazione di Asia Bibi, la donna pakistana che rischia la pena capitale per aver difeso le sue idee cristiane con delle colleghe. Per essersi battuto per l’abolizione della legge antiblasfemia (che porta nei fatti alla persecuzione di tutti i non islamici), il ministro Bhatti è stato ucciso il 2 marzo u.s. a Islamabad con trentacinque colpi di arma da fuoco.
Un fratello nella fede da pregare, perché ci ottenga dal Padre una fede forte e una Carità senza condizioni come le sue.
Mi piace leggere con voi queste sue parole, che ci guidino a essere fedeli.
Buona Quaresima a tutti voi, uniti nel Signore

«Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico. Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora - in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan - Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri».
Per approfondimenti:
 http://www.asianews.it/notizie-it/Shahbaz-Bhatti,-cattolico-difensore-dei-deboli-e-degli-emarginati-20915.html
Video su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=mpmgWkFSAk8



Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Indignatevi

Scritto da

Mentre scriviamo gli articoli dei questo numero del giornalino di Agognate, il mondo è sconvolto da fenomeni geo-fisici-e geo-politici gravi: terremoto e tsunami in Giappone, rivolte popolari in vari paesi del nord-Africa e del Medio Oriente, nuovi flussi migratori nel mar Mediterraneo. Niente di nuovo: terremoti, rivolte, migrazioni, guerre, divisioni territoriali ed etniche, sono eventi costitutivi della storia umana. In alcuni casi la causa è la natura in altri è l’essere umano che continua a considerarsi superiore alla natura, capace di dominarla e di sfruttarla come meglio crede; quando però viene colpito da fenomeni naturali devastanti, l’uomo è inerte, può solo fronteggiare le conseguenze. A volte poi ci sono fenomeni naturali devastanti dove la responsabilità è tutta dell’uomo: deforestazioni, incuria dei corsi d’acqua, canalizzazioni, edilizia selvaggia; sono il frutto dell’opera dell’uomo che, non rispettando la natura, crea le condizioni per disastri idrogeologici (in Italia piove tre giorni di fila e mezzo paese si allaga, frana, si impantana). Ci sono poi molti eventi sconvolgenti dove la natura non c’entra: le guerre, le rivolte, i flussi migratori. Sono questi, in ultima analisi, il risultato dell’essere umano contro la propria specie, spesso motivato da interessi economici e di potere. E dall’efferatezza di pochi nei confronti dei molti, tutto ciò che si impara è come essere più efficienti nelle guerre, contro i rivoltosi, contro gli immigranti; più efficienti nell’inquinare acqua, aria e terra, nello sfruttare ed esaurire le risorse naturali per lo smodato benessere di pochi. Perché questo homo sapiens non impara? Perché non vogliamo imparare dagli errori e dagli orrori? Perché continuano ad illuderci e ci lasciamo così facilmente illudere al punto tale da credere che sia una cosa buona dominare la natura e l’uomo che ne fa parte? Siamo così convinti di dominare l’atomo solo perché sappiamo farlo esplodere? Siamo così convinti di dominare l’acqua al punto da privatizzarla? Siamo così convinti di dominare il suolo incendiando foreste per far spazio a coltivazioni intensive OGM? E siamo così sicuri che l’essere umano nella condizione di oppressione non si ribelli prima o poi all’oppressore? Ci siamo lasciati svuotare e privare di discernimento, di senso critico, di etica, di cultura, di giustizia. Siamo incapaci di una veduta lunga, cioè di programmare il nostro futuro attraverso processi a lungo termine, anziché processi brevi e tamponando gli eventi e i problemi con palliativi e sedativi. Un esempio: in Piemonte qualche settimana fa tutte le città sono state invase da giganteschi manifesti dove il Presidente regionale promette per un anno l’esorbitante cifra di 250 € per ogni homo sapiens che nascerà: bonus bebè. Un paio di mesi di pannolini se il nuovo homo sapiens non è troppo piscione. E’ questo il modo di pianificare una politica a lungo termine per le famiglie e per le coppie che desiderano un figlio? Per me è solo ostentazione del fare, incapacità di programmare processi concreti di sviluppo e di sostegno. Nel 2011 la Regione Piemonte stima una spesa complessiva di 760000 € (fonte: www.regione.piemonte.it/sanita) ai quali vanno sommate le spese di tipografia per stampare migliaia di enormi manifesti pubblicizzanti così tanta magnanimità nei confronti di chi mette al mondo dei figli (pare anche che questo bonus bebè utilizzi soldi stornati all’assistenza ai disabili). Mi chiedo perché offrire un incentivo per un figlio (come se fosse un auto) anziché costruire qualche asilo nido (ovviamente la costruzione di asili nido è nel programma politico del Presidente Cota, come in tutti i programmi regionali e provinciali di destra e di sinistra).
L’homo sapiens non impara. Non progetta. E non evolve. Soprattutto i molti politici non evolvono perché noi, popolo, non vogliamo evolvere e non volendolo non possiamo chiedere a chi ci governa di evolversi.
Alcuni anni fa l’attuale Presidente del Consiglio dei ministri affermava, riguardo alle popolazioni arabe che sono una civiltà inferiore alla nostra; oggi invece abbiamo la certezza di poter dire il contrario: popoli (arabi) che si ribellano ai loro capi politici, persone disposte a sacrificarsi per liberare il popolo a cui appartengono, persone che non sopportano più il giogo dell’oppressione.
Noi no, noi italiani no. Noi civiltà superiore, ci accontentiamo di 250 euro di pannolini, ci accontentiamo dei processi brevi, di politiche palliative e dei festeggiamenti per l’unità d’Italia. Ancor peggio: assistiamo inermi, come di fronte ad uno tsunami, allo smantellamento dello Stato, al tentativo di secessione, alla morte della cultura, alla distruzione della pubblica istruzione e della pubblica sanità. Non ci importa se si sprecano 300 milioni di euro perché  per interessi politici (soprattutto sul legittimo impedimento), i referendum saranno scorporati dalle elezioni amministrative; non ci importa neanche dei referendum: non ci importa della privatizzazione dell’acqua, non ci importa se si faranno le centrali nucleari (per accontentare i mafiosi padroni del cemento) in un paese per l’80% a rischio sismico e geologico; non ci importa se spenderemo 15 miliardi (non milioni!) per comprare 131 aerei da guerra, non ci importa di chi chiede rifugio perché scappa dall’oppressione, non ci importa, non ci importa, non ci importa. Questo è l’homo sapiens italiano, questa è la civiltà superiore.
So che alcuni lettori troveranno di che accusarmi di essere contro questo governo di destra: no, cari lettori, è il lavaggio cervello al quale vi siete lasciati sottoporre dai mezzi di comunicazione e che impedisce di capire che non sto condannando le politiche di destra per assolvere quelle di sinistra, no: sto dicendo che c’è una impostazione politica strutturalmente obsoleta, dannosa, sbagliata, sia di destra che di sinistra; una modalità politica che vuole mantenere lo status quo dei meriti, dei privilegi e dei consensi. Mo basta co ‘sta destra e ‘sta sinistra! Basta con una coalizione politica in opposizione all’altra per farci credere chi è più bravo a governarci. E il terzo polo e i cinque stelle, e il frinire dei grilli e dei grillini. Mo basta! Ne ho abbastanza di quei politici che giocano a fare politica. Si può fare politica al bar, si può fare politica nei circoli, si può fare politica a tavola (abbiamo perso anche lo spirito del galateo!) si può fare politica in televisione, fanno politica certi preti, si fa politica su un umile giornalino come quello di Agognate; il problema non è: “se anche il prete fa politica...”, il problema non è far politica, ovunque si può e si deve fare politica. Tranne in Parlamento (e nelle sedi regionali, provinciali, comunali): abbiamo bisogno di politici che si occupino e si preoccupino di politica, anziché limitarsi a fare politica. Per me fare politica equivale al promuovere un bonus bebè; occuparsi e preoccuparsi di politica significa costruire un asilo per quel figlio che nascerà.
Insomma, in questa palude della nostra apatia si può solo rispondere con l’indignazione. Indignez-vous! E’ il titolo di un breve testo, di Stephane Hessel, diplomatico francese, ex partigiano, novantatreenne che ha conquistato con questo scritto migliaia di lettori, soprattutto giovani (in Francia ha venduto circa 700000 copie). Hessel affronta i mali della nostra epoca sia a livello nazionale – e leggendolo ci si accorge che se l’Italia piange, la Francia non ride – sia a livello globale, il vasto mondo dell’interdipendenza e, al di là di schieramenti politici e di divisioni ideologiche, lancia un grido di indignazione. L’autore si rivolge principalmente ai giovani con l’invito ad una insurrezione pacifica che nasce, osservando la realtà, dall’indignazione come opposizione all’indifferenza: “Comportandovi così - nell’indifferenza - perdete uno dei fondamenti dell’essere umano, uno dei più  indispensabili: la facoltà di indignarvi e impegnarvi che ne è la conseguenza”. L’indignazione che porta all’agire come forma di rivolta, di ribellione ma in una forma pacifica: “la violenza si ritorce contro la speranza. Bisogna preferire la speranza, la speranza della non violenza”. “Ci appelliamo sempre a una vera insurrezione pacifica contro i mezzi di comunicazione di massa che propongono come orizzonte per la nostra giovinezza il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione ad oltranza di tutti contro tutti”. (Stephan Hessel: Indignatevi! ADD editore).
Una buona lettura per vivere la Pasqua di chi risorge!

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Zaccheo

Scritto da

Quando Zaccheo si alzò dal tavolo dove aveva meticolosamente riordinato i conti della giornata, gli brillavano gli occhi. Si versò una coppa di vino e, da buon intenditore, la sorseggiò lentamente. Era convinto che il vino non doveva essere bevuto, né tanto meno ingurgitato, per lui era assolutamente impossibile bere il “nettare degli dei” senza prima averlo gustato con l’intelligenza facendovi partecipare tutti i sensi. La natura lo aveva privato di un fisico normale. Era infatti piccolo di statura grassoccio ed impacciato nel camminare, ma in compenso gli aveva donato occhi vispi, una furbizia fuori del comune, e un grande concetto di se. Per lui non era importante essere bello ma credersi bello, vedersi bello, intelligente e sentirsi un vero israelita pio e osservante della legge. Molti a Gerico lo consideravano avaro, ma lui si sentiva un principe rispettoso di tutto ciò che possedeva. Ciò che era suo doveva essere curato, amato, e conservato. Nulla di ciò che possedeva non aveva valore.
 Era stato scelto dal governatore romano come esattore per questa sua  capacità di valorizzare tutto ciò che toccava. Zaccheo non riusciva a comprendere come non si potesse gioire o soffrire per avere o non avere uno spicciolo. Sosteneva che ogni dracma è sempre composta da tanti spiccioli, e considerava demente chi non sapeva gustare la gioia del possesso, anche quando questo era minuscolo. Sosteneva che una coppa di vino è sempre fatta di tante gocce e nessuna goccia va sciupata.
In realtà, come ogni avaro, era convinto di non essere così ricco, come la gente diceva, ma, con altrettanta sicurezza, era fiero e felice di ciò che aveva. Sin da ragazzo suo padre gli aveva inculcato che non è necessariamente stabilito che i ricchi siano di per sé felici, ciò che è importante e determinante per la felicità è risparmiare, conservare e accumulare.   
Dei filosofi greci, passati recentemente da Gerico, gli avevano insinuato che l’essere era meglio che l’avere. Lui, sempre untuoso con tutti, rise di questa affermazione che gli pareva campata in aria. Per Zaccheo l’essere senza l’avere non esisteva. E accarezzandosi la barbetta aguzza li lasciò dire, mentre in cuor suo, era convinto del contrario. Per lui un uomo che non ha è un uomo che non è. “Cosa sei se non hai?”
 Da ebreo era convinto che persino Jahvé sarebbe stato un povero Dio senza il creato. Si diceva che anche Dio centellinava, come stava facendo lui con il vino, le cose che aveva fatto. La Torà lo sottolineava più volte e nessun rabbino gli aveva mai fatto cambiare opinione. Non era forse scritto: “E Dio vide che era cosa buona?”.
Così gli sembrava di essere, anche lui nel suo piccolo, dio della sua roba. Guardò con orgoglio la sua casa, i suoi campi che si perdevano a vista d’occhio oltre l’uscio.
Quel giorno sentì una tenerezza tutta particolare per la sua giumenta che con altrettanta calma e beatitudine oziava nei suoi campi. Mentre il vino scendeva a piccoli sorsi nella sua gola assetata e i suoi occhi accarezzavano la sua vasta proprietà fu distratto da una voce femminile acuta e dolorante che chiedeva con insistenza ad un suo servo di vedere il “generoso” Zaccheo.
Questi, con disappunto, finì il vino rimasto e sorrise al pensiero di essere stato chiamato generoso. Di fatto tale si considerava. Non era infatti per generosità che lui si privava di parte dei suoi guadagni per alleviare le sofferenze altrui? In Gerico si sentivano tutti talmente ricchi da spendere più di quanto possedessero ed era lui, lui solo, che spesso ne pagava le conseguenze. E’ vero che pretendeva la restituzione, con interessi vari, ma il rischio era ben più grande di quanto richiedeva in cambio. Era altresì convinto di essere generosissimo nel fare prediche sul valore del denaro e queste non erano ... fatiche del tutto gratuite? I suoi uditori, purtroppo per loro, non ne approfittavano mai. Erano così avidi nel cercare denaro che ascoltavano più l’ingordigia di un possesso immediato che la saggezza dei suoi consigli.
Si asciugò la barba ancora umida e profumata di buon vino e a passetti corti e agili si diresse verso la porta. Fece entrare nella stanza un fagotto di stracci sotto il quale si intravedeva un essere umano. Sembrava più un sacco d’immondizia semovente che una donna.
Zaccheo non si scompose e gentilmente chiese in che cosa potesse essere utile. Il sacco di stracci tirò fuori una mano e con questa liberò una parte del volto. La voce acuta e lamentosa proferì un diluvio di parole intercalate da singhiozzi che irritarono l’usuraio tanto che, ad un ennesimo sfogo di pianto della donna, non ne poté più e gridò: “Senti, Zepora, o ti decidi a dirmi ciò che vuoi oppure vai fuori, finisci di piangere, e torna più tardi. Oggi non ho nessuna voglia di ascoltare il tuo pianto”.
La donna cessò di piangere all’istante e gettandosi ai piedi di Zaccheo disse con un filo di voce: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo si mise a passeggiare su e giù per la stanza per alcuni minuti. Tossì a lungo, guardò la donna e scoppiò in una risata sonora, squillante, grassa e paciosa come gli capitava di rado. Fu così fragorosa la risata che Zepora dapprima ne rimase stupita poi, come contagiata dal ridere del pubblicano, iniziò anche lei a ridere. Dapprima un riso timido, poi sempre più fragoroso tentando con evidente sforzo di accordare il suo riso all’uomo. Risero entrambi per un certo tempo finché Zaccheo, tenendosi la pancia, non si sedette stanco da quel riso che gli era scoppiato violento e corposo. La donna durò ancora qualche attimo e quando sollevò il volto guardò con timore l’uomo. Rimasta sdraiata in terra appoggiò ambedue le mani al volto in attesa che un qualcosa di pesante le dovesse da un momento all’altro precipitare sul capo. Lentamente si ricompose, si assestò gli stracci, come poteva, e rimase seduta sulle gambe guardando con gli occhi allucinati, febbricitanti, il pubblicano che stava con cura riponendo la fiasca da dove poco prima aveva cavato il vino. Gli occhi della donna seguivano attenti ogni mossa di Zaccheo come un cane segue, pur restando immobile, ogni gesto del padrone. Quando Zaccheo finalmente guardò negli occhi la donna questa abbassò lo sguardo e ripete con voce piagnucolante: “Ho bisogno di un talento”.
Questa volta Zaccheo non rise ma iniziò a parlare a voce alta più rivolto a sé che alla donna: “A Gerico la gente è convinta che io il denaro lo accumulo sfregando le mani per magia. Scambiano la mia innata bontà in dabbenaggine. Sono rovinato, non può essere che così, infatti si deve essere sparsa la voce in Gerico che Zaccheo è diventato tanto matto da prestare un intero talento anche ad una donna come Zepora”.
Poi rivolto alla donna le urlò: “No, mia cara,  Zaccheo non è matto e non getta le sue fatiche al vento come fate voi. Gerico é una città di folli dissipatori, nessuno pensa al domani. Si guadagna dieci e si spende quindici. Si vive senza prospettive, senza impegno e senza amore del risparmio; come se la vita fosse un gioco che finisce ogni giorno. Cara la mia donna io - e calò la voce su quel pronome - io non mi sono neppure sposato perché sapevo di non potermi permettere di mantenere una donna. Tu invece - non contenta di prenderti un marito - ne hai voluto un secondo quando la misericordia di Dio ti aveva liberata del primo. Oggi ti ritrovi con un uomo che ti bastona, ti fa lavorare come e peggio di un asino, e ogni anno ti fa partorire un figlio. E poi vieni da me a chiedere prestiti. Ti è saltato il cervello e chiedi un talento a me che i talenti non li ho mai visti circolare nella mia borsa. Lo sai che con un talento ci si compra una casa?”.
La donna annuì mansueta e rassegnata e Zaccheo riprese: “Chi credi di essere? La regina di Saba?”.
La donna scosse la testa in segno di diniego. Era abituata a ben altre scenate per scoraggiarsi. Avrebbe continuato all’infinito a rispondere paziente ed umile sì e no a seconda delle richieste di Zaccheo. I poveri hanno sempre paura di parlare con i ricchi. Questi però era ormai stanco di ascoltare altre lamentele della donna, per cui tagliò corto e venne al dunque: “Allora, Zepora, questa volta cosa mi dai a garanzia dei cinque spiccioli che ti posso prestare?”.
La poveretta trasse da sotto i suoi stracci uno scarabeo d’oro di squisita fattura e timidamente lo mostrò all’usuraio.
Zaccheo non riuscì a nascondere lo stupore e mostrò interesse e cupidigia così palesemente che la donna, ancora più impaurita, ritrasse la mano in cui teneva il gioiello e ripeté la richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo nel frattempo si era ricomposto. Deglutì la saliva, e gli occhi che poco prima sfavillarono maliziosiosamente furbi, tornarono torbidi. La sua voce si adeguò alla nuova situazione e, con voce mutata e melliflua, riprese: “Benedetta donna tu davvero credi che un pover’uomo come me possieda tanto denaro da potersi permettere di prestare un talento? Se fossi così ricco non farei questo mestiere, vivrei a Gerusalemme o a Roma, non in questa città, né sarei un servo dei romani e non abiterei in questa spelonca. Se tu sapessi quanti bocconi amari deve mandare giù un povero pubblicano come me! Odiato e messo in disparte dal suo stesso popolo. Potrei anche io partecipare il sabato alle funzioni in sinagoga e non essere additato ai giovani come uno da evitare. Non credere poi che i romani mi guardino con simpatia, malgrado lavori per loro onestamente. E’ un inferno, credimi, Zepora”.
Mentre parlava, il pubblicano si era lentamente avvicinato alla donna tanto da toccarla. Quando le fu vicino tese la mano cercando di celare l’emozione e le chiese di esaminare meglio lo scarabeo. Zepora sembrò dapprima timorosa, poi consegnò il gioiello ripetendo con la sua voce stridula: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo nel frattempo non riusciva a frenare l’emozione tanto lo scarabeo gli piaceva. Lo esaminò con cura, lo soppesò, lo guardò in controluce e cercando di non farsi notare dalla donna lo accarezzò lievemente. Poi sospirando lo posò su un tavolo.
La donna stette qualche attimo in silenzio, poi riprese con voce lamentosa la sua perorazione: “Generoso Zaccheo, ho bisogno di un talento”.
L’usuraio che le voltava le spalle stava riflettendo sul da farsi. Aveva bisogno di tempo per cui non rispose subito. Questa sentendosi abbandonata al proprio destino indietreggiò facendo l’atto di uscire. Zaccheo si voltò e la fermò con un cenno e sorridendo iniziò la sua danza di parole convinto, come sempre, di riuscire ad incantare la donna.
    “Certo - le disse - lo scarabeo è un discreto gioiello ma, siamo onesti, cara Zepora, quello che chiedi è un prezzo esagerato. Una tale somma potrebbe, in tutto Israele, dartela soltanto Erode”. Poi si fermò come colto da un improvviso pensiero e guardando fisso quel mucchio di stracci quasi le urlò : “Chi dice poi che lo scarabeo ti appartiene? Tu sai bene come sono puniti i ladri ed io non voglio compromettermi. Ci mancherebbe pure che Zaccheo venga arrestato per complicità con una ladra! Perciò se questo scarabeo è un furto io ti aiuterò a restituirlo al suo legittimo proprietario e, con la mia intercessione, riuscirò a non farti punire”.
Zepora, che per tutta la scena era rimasta semi nascosta sotto gli stracci che l’avvolgevano, nel sentirsi accusata di furto raddrizzò il corpo scoperse la testa e, come una leonessa ferita, si avventò verso il tavolo dove era posato il gioiello e se ne impossessò quasi travolgendo l’usuraio. Si precipitò verso l’uscio gridando la sua innocenza quando Zaccheo, più lesto di lei, le sbarrò il passo e con voce calma la rassicurò: “Io non ho detto che il gioiello è stato rubato ma ho semplicemente fatto una ipotesi. Con voi non si può parlare neppure a vostro vantaggio. Va bene, soggiunse, siediti e parliamo di quanto onestamente chiedi per lo scarabeo”.
E la donna, coprendosi ancora il capo, ripetè monotona la richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
“Ecco, vedi? Con te non si può trattare” disse Zaccheo scoraggiato.
 “Voglio essere generoso perché ti conosco e so che se vieni a chiedere è perché non ne puoi fare a meno”. Deglutì e riprese con fatica: “Io più di cento denari non posso darti”.
La donna lo interruppe e con decisione ripetè la richiesta: “Ho bisogno di un talento. Timeo vuole cacciare Bartimeo da casa a causa della sua cecità ed io non voglio che mio figlio diventi un accattone senza neppure un tetto sotto il quale riposare”.
 “Comprendo, brava donna - riprese Zaccheo - ma Timeo ha ragione. Vostro figlio Bartimeo é ormai grande ed é cieco dalla nascita. E’ ora che vada, come tutti i ciechi, ad elemosinare il suo mangiare. Che c’è di tanto strano nella richiesta di tuo marito Timeo? Pensa che guaio se i genitori dovessero pensare a tutti i figli ciechi paralitici e lebbrosi. Ognuno deve pagare di persona i propri errori e le proprie disgrazie”.
Zaccheo, come tutti gli ebrei del suo tempo, sapeva che ogni infermità era causata dal peccato che l’ammalato aveva commesso. Il suo era un ragionamento plausibile alla sua mentalità per cui riprese: “Lascia che Bartimeo viva la sua vita e torniamo allo scarabeo. Allora sei contenta se ti do cento denari? Guarda vado a prenderli e non ne parliamo più”.
Zepora, più testarda di un mulo, non volle sentire ragioni e per l’ennesima volta ripeté con tono deciso la sua richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
La tattica di Zaccheo consisteva nello stancare le vittime con la sua eloquenza e sapeva che soltanto dopo molte ore i suoi clienti cedevano.
Così avvenne anche per Zepora che, malgrado la sua disperazione, cedette lo scarabeo per duecento denari (ottocento denari in meno di quanto aveva chiesto).
Alla fine l’usuraio era stanco e giustificava in cuor suo l’affare fatto con la fatica sopportata, legittimando il suo operare perverso sentendosi generoso e pio.
Non è forse una caratteristica dell’uomo addomesticare la propria coscienza? Guai se così non fosse perché altrimenti si vedrebbe una buona parte dell’umanità torcersi giorno e notte consumati dai rimorsi. Il giudizio normalmente viene formulato sulle coscienze altrui. Chi sbaglia sono sempre ed inevitabilmente gli altri.
Così Zaccheo, anche quella notte, riposò tranquillo con la coscienza a posto. L’usuraio non aveva previsto che l’indomani per Gerico sarebbe passato Gesù e la sua vita sarebbe cambiata.
P.S. La storia dice che anche il figlio di Timeo e di Zepora incontrò il Figlio di Dio ed anche costui fu inondato di luce.

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Riservato ai laici domenicani di Agognate

I laici domenicani sono tali se “si impegnano a costruire con tutte le proprie forze la comunione all’interno della propria comunità, al fine di essere testimoni autentici e predicatori efficaci per la salvezza delle anime”.
Così recita l’art. 17 – Vocazione comunitaria dello STATUTO DELLE FRATERNITE LAICHE DI S.DOMENICO a cui noi laici facciamo riferimento quando abbiamo deciso di appartenere alla  famiglia di S. Domenico. Per realizzare questo SOGNO è NECESSARIO CAMMINARE INSIEME, INCONTRARSI PER FARE COMUNIONE. Per questa ragione si programmano all’inizio dell’anno incontri  mensili utili alla formazione e programmazione delle attività apostoliche.
E’ una giornata dedicata al nostro sogno: quello di riuscire, a cominciare da noi, a trasmettere la grande vocazione di S.Domenico – L’AMORE PER L’UOMO.
Ed è questo il titolo che abbiamo voluto dare al programma degli incontri di quest’ anno: “CHE COS’E’ L’UOMO PERCHE’ TE NE CURI?” un percorso attraverso le nostre sfide di ogni giorno.
 
Abbiamo dedicato la prima giornata di incontro di fraternita – Domenica 5 Dicembre 2010  al Convegno promosso dalla Commissione domenicana  di “Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato (promotore fra Domenico Cremona) dal titolo “lavoro in nero, morti bianche, conti in rosso” tenuto presso il Convento di San Bartolomeo di Bergamo, dove i relatori (un imprenditore, un funzionario dell’Ispettorato del Lavoro un lavoratore e un frate operaio) hanno fatto una analisi dell’attuale situazione delle problematiche del lavoro che il mondo sta vivendo OGGI - un  “controllo incrociato” sì, quello che fanno i vari istituti finanziari per verificare l’esattezza dei dati dichiarati per incastrare gli evasori fiscali, una visione a 360° delle problematiche che si innescano nel potere economico a scapito dell’uomo (povero ma anche di quello ricco). Il relatore e nostro confratello Angelo Serina – con la sua esperienza professionale sul lavoro irregolare come Direttore dell’Ispettorato del Lavoro di Verbania ci ha aiutato a prendere coscienza delle conseguenze dirette del lavoro nero/irregolare, conseguenze da estendere a tutta l’economia nera in cui tutti bene o male siamo coinvolti:
1)    lesione dei diritti dei lavoratori (contratti fasulli, lavori a termine = ricatto permanente).
2)    ricaduta sulla collettività dei costi di questa economia in nero, come dell’evasione!
3)    Concorrenza sleale a danno di chi segue le regole e paga le tasse e i contributi.
L’interrogativo sorto è: noi cosa possiamo fare? Qualche rimedio ci sarebbe: si citava della diffusione in Inghilterra della cultura del “consumo etico-critico” grazie al quale le imprese sono chiamate alla trasparenza sul rispetto di alcuni parametri etico-ambientali di produzione in modo tale che i cittadini possano operare scelte consapevoli. Iniziativa che ha i suoi limiti:questo consumo critico, innanzi tutto costa di più (e in tempo di crisi la gente piuttosto cerca di risparmiare!) e poi in Italia non esiste di fatto una normativa che permette un simile monitoraggio.
Ci sono poi molte altre realtà della vita spicciola in cui tutti quanti come cittadini e credenti siamo chiamati a negare la nostra complicità a questo mondo del sommerso e dell’illegalità (colf, badanti e tutte quelle attività che ci mettono di fronte al bivio obbligato di pagarli in nero per una cifra, ma la cifra cambia sensibilmente se chiediamo la fattura!).

       Domenica 9 gennaio 2011 il nostro segretario Paolo Crivellaro ci ha guidato alla visione di due documentari (“Gente di Terra Madre, come non farci mangiare dal cibo” e parte di quello di Ermanno Olmi sullo stesso tema).
Sono la presentazione di un “incontro internazionale torinese” nato su iniziativa di Carlin Petrini che raduna contadini, pastori e pescatori di tutto il mondo. Tutte persone che non hanno rinunciato a produrre da sé il proprio cibo seppur in piccola scala e che non intendono abdicare alla logica di mercato, agli ogm, alla mercificazione di ogni cosa. L’introduzione delle sementi ogm ha già provocato in India e altrove migliaia di suicidi e di vittime. La perversità del sistema OGM sta in tre punti chiave: 1) i semi divengono oggetto di  brevetto! In sostanza quindi l’industria agraria mette le mani su quelle che sono e devono rimanere beni comuni; 2) questi semi altamente produttivi producono però piante sterili:cosa che obbliga poi i contadini a comprare ogni volta dalle grandi compagnie come Monsanto e Carbyle quella semente che viene loro quasi regalata colla connivenza dello stato; 3) con l’introduzione di queste sementi ogm si assiste ad una PREOCCUPANTE PERDITA  ED IMPOVERIMENTO DEL PATRIMONIO BIOGENETICO: quel patrimonio che garantisce la sopravvivenza di molte colture (e popolazioni) in caso di fitopatologie devastanti, eccezionali siccità ecc... Da questa preoccupazione è nata nelle Svalbart una banca di semi: una sorta di arca di Noè della biodiversità, come l’ha ribattezzata Barroso, Presidente dell’Unione Europea.
Insomma Terra Madre è un grande festival della DIVERSITA’(sia genetica che culturale) come immensa ricchezza di TUTTI da salvaguardare PER TUTTI GLI UOMINI.
 Siamo continuamente posti di fronte a tragedie ecologiche (e umane) catastrofiche, ma non riusciamo ad andare oltre il fatalismo: tutte queste cose che accadono, non accadono solo per la cupidigia delle solite multinazionali, accadono innanzitutto per le nostre scelte – SBAGLIATE - di tutti i giorni, allora dobbiamo prendere coscienza della nostra diretta responsabilità in questa tragedia, per trovare le risposte adeguate. NON DOBBIAMO AVERE PAURA DI CAPIRE o di vedere le difficoltà, ma le dobbiamo affrontare per superarle.
Se vogliamo essere veri domenicani dobbiamo impegnarci, dobbiamo conoscere il Vangelo (LECTIO DIVINA) saper muovere il libro sacro, leggere i giornali, andare a scuola di vangelo e di politica.

Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

In viaggio con Giona

Lo scorrere veloce del tempo ci immette nella corsa della vita e la liturgia ci fa percorrere i misteri della nascita, vita, passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, eventi che hanno più di duemila anni, ma che si ripetono, giorno dopo giorno, nei tanti momenti della vita di ciascun uomo sulla faccia della terra. E mentre sotto i nostri occhi scorrono immagini terrificanti: di “onde anomale” e terremoti non voluti dall’uomo, di disastri di cui sono responsabili gli interessi, l’indifferenza, la superficialità di tanti, e di migliaia di poveri cristi che le decisioni politiche rimandano in mare, le domande senza risposta sono innumerevoli. Io, ma penso come me altri cristiani nel mondo, sono alle prese con interrogativi cui non trovo risposta e con la tentazione come quella di Giona, di nascondermi nel luogo più lontano e nascosto e annegare nel sonno la  mia “delusione” nei confronti di Dio.
Conoscete la storia del profeta Giona?  Il testo, poche pagine in tutto,  ha avuto un impatto straordinario nella storia della tradizione cristiana.
Giona è un profeta di poco più di una frase, ma la sua storia ha sempre affascinato le menti dei bambini e quelle degli adulti e nel corso dei secoli ha stimolato l’immaginazione di innumerevoli artisti, tra cui Herman Melville con il suo Moby Dick.
Giona è l’unico profeta antico con cui Gesù identifica se stesso ed al quale si riferisce esplicitamente per nome. Mi riferisco ai passi di Mt 12, 38-42 e 16, 1-4; Lc 11, 29-32 ; tre brani in cui Gesù parla di quello che chiama “il segno di Giona”. La tradizione evangelica presenta da un lato Giona profeta come unico segno offerto all’incredulità non solo di scribi e farisei, ma anche alla folla di tutta una generazione ormai incapace di credere; dall’altro Giona viene compreso come immagine privilegiata del mistero di morte e resurrezione di Cristo.
Vi starete chiedendo come mai questo mio soffermarmi a lungo sulla figura di Giona.
Sento questo profeta un anti-eroe, un disobbediente, un pauroso, un credente critico nei confronti dell’operare di Dio, in una parola, lo sento così vicino a me, a tanti di noi, pronti a ergerci a giudici dei “peccatori” e dello stesso Dio, perché … “Io, se fossi Dio…” saprei fare meglio di Lui, rimetterei uomini e cose al loro posto: premierei i buoni e castigherei i cattivi.
La storia si apre con Giona che rifiuta il comando esplicito di Dio di rivolgere la sua predicazione agli abitanti di Ninive e prende la direzione opposta a quella indicategli.
Presto però, quando si scatena una violenta tempesta, i marinai terrorizzati si sentono obbligati a buttare a mare Giona. In quel momento un grande pesce inghiotte lo sbigottito profeta che rimane nel ventre della “balena” (così viene spesso descritto il grosso pesce) per tre giorni, pregando nella sua angoscia finché viene vomitato sulla terra.
La seconda chiamata di Dio lo vede finalmente obbediente e lo porta a profetizzare la distruzione di Ninive entro quaranta giorni. La gente di Ninive si pente e Dio ritira la sua minaccia di castigo. Ma questa decisione irrita Giona che preso da autocommiserazione vuole morire. La sua collera cresce anche di più quando la pianta di ricino che Dio aveva fatto crescere sul suo capo per ripararlo dal caldo cocente, secca. Il racconto si conclude con la domanda di Dio a Giona se “è giusto che tu abbia compassione del ricino, per il quale non hai faticato… ed io non dovevo avere pietà della grande città di Ninive…?”.
Domanda, sul pregiudizio e la compassione, necessaria anche per me e questo tempo di attesa della Pasqua è il tempo che mi è concesso per una risposta.
Domanda che resta lì per ciascuno di noi, quando crediamo di poter fare meglio di Dio, o, peggio, quando vogliamo chiudere Dio nei nostri ristretti schemi mentali.
Prima o poi siamo tutti chiamati ad andare e ad affrontare a nostra volta qualche Ninive. Siamo chiamati all’improvviso a fare i profeti, mentre eravamo presi dai nostri affari. Tutte le cose che Dio vuole che noi facciamo, sono difficili per noi. Se obbediamo a Dio, noi dobbiamo disobbedire a noi stessi. Anche noi adottiamo spesso la strategia di sprofondare nel torpore del sonno, come Giona.  
“Non è più tempo di dormire!” San Paolo, come Caterina da Siena, invitano spesso a svegliarci dal torpore che ci impedisce di aprire i nostri occhi ed il nostro cuore. L’invito è a non temere: le cose che temiamo probabilmente accadranno, ma non c’è da averne paura.
Quando si comincia a comprendere il messaggio del libro di Giona, diventa chiaro che la disobbedienza e la disperazione del profeta sono sintomi di un problema più profondo: Giona è un uomo fermamente religioso ma restio ad accettare l’idea di un Dio che estende la sua bontà e misericordia a tutti. Dio, il Dio vivente, è il Dio di tutti ed è un Dio di compassione.
Questo tempo di grazia è il luogo dove cominciare a riconoscere Dio dove non ne avremmo sospettato la  presenza in precedenza,  nelle molteplici circostanze apparentemente insignificanti e banali della nostra vita.
Buon cammino di conversione e Buona Pasqua!

Pagina 10 di 49
   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op