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Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Mio figlio, un alieno

“Ogni mese avevo vissuto con sofferenza il ripetersi del mio ciclo; ma dopo un bel pianto riprendevo a ripetere tra me con un’insistenza maniacale: «Io avrò un figlio». Ancora oggi, a più di settanta anni, nei momenti di distrazione, mi accorgo di ripetere tra me questa frase.
E finalmente è arrivato, quando ormai non speravo più: è un bel bambino, sano, robusto, allegro, socievole. Le tappe del suo sviluppo sono quelle di tutti i bambini. All’età di un anno cammina, a un anno e mezzo comincia a dire qualche parolina, a due anni conta fino a cento. A due anni e mezzo si comincia a delineare la tragedia: lo sviluppo si arresta, anzi si nota un lento regredire. Leonardo è sempre più scontroso, rifiuta il contatto anche con me. Non posso neppure dargli un bacio e coccolarlo, perfino vestirlo diventa un problema. Anche dalla scuola materna che frequenta, benché non abbia ancora compiuto i tre anni, torna a casa stanco e irritabile”.

E’ l’inizio della storia di Leonardo, un figlio tanto desiderato, atteso per sei anni; Leonardo, “un alieno che viene dal pianeta autismo, da una galassia lontana, la galassia della solitudine”, e di sua madre, Sandra Lupi Macrì che in un breve ma intenso libro racconta “l’avventura più grande e difficile” della sua vita (Mio figlio, un alieno. Dal pianeta autismo Edizioni Messaggero Padova, 2010. Euro 8,00).
Devo molto a Sandra, a cui mi lega anche un rapporto di parentela (è cugina di mio padre): mi ha sempre comunicato molta serenità e una fede forte. Ricordo che, terminato il liceo, negli anni del mio vagabondare tra una facoltà e un’altra alla ricerca della mia strada, mi spronava ad abbandonare le incertezze e ad impegnarmi con determinazione in un cammino: “scelta una strada, abbracciala e sposala e sii fedele!”; e poi aggiungeva, credo pensando al proprio itinerario, “ma sappi che è la vita che ci guida per i suoi sentieri”.
Le pagine di Mio figlio, un alieno ci fanno ripercorrere i sentieri che la vita ha riservato a Sandra, a Corrado, suo marito, “la sua roccia”, e a Leonardo, sentieri a volte molto aspri, segnati da solitudine ed incomprensioni, anche nell’ambiente religioso, da momenti di smarrimento e sconforto (“Chiusa in bagno, giunsi a sbattere la testa contro il muro; la disperazione era così grande che avrei voluto morire e quasi ci riuscivo”) ma anche da incontri di autentica amicizia, come quello con Giuseppe, il padrone della pensione in Val Badia, dove trascorrevano le vacanze (“secondo me era un filosofo che casualmente faceva l’albergatore... Giuseppe e la sua famiglia avevano adottato Leonardo, accettando la sua diversità e perdonando i suoi capricci e scenate”), di gesti e reti di solidarietà.  
Sono pagine che ci invitano di aprire gli occhi su una realtà, quella dell’autismo, forse ai più sconosciuta, sul mistero delle persone “diverse”, sulle nostre responsabilità sociali nei confronti dei disabili.
Pagine che, soprattutto, provocano alla speranza e all’amore.
“Nel 1975 ci fu il viaggio a Lourdes, il primo che riuscimmo a fare con Leonardo, che allora aveva sette anni, durante le vacanze natalizie.
Il viaggio a Lourdes è rimasto quindi memorabile. Leonardo ne ricorda ancora tutte le tappe, il numero delle camere nei vari alberghi, perfino il menu di tutti i pasti.[…]
Potrei dividere la mia vita in due periodi: prima di Lourdes e dopo Lourdes. Quando una persona visita i santuari e si rivolge a Dio, spera, naturalmente, di ottenere un intervento decisivo e miracoloso che cambi completamente le sue situazioni negative. Anche noi siamo partiti così.
A Lourdes non abbiamo ottenuto il miracolo della guarigione, anche se da quell’epoca Leonardo ha cominciato a migliorare, ma io ho avuto un miracolo anche più grande. Ho accettato Leonardo e ho imparato ad amarlo per quello che è, per il mistero che rappresenta e per l’avventura che potevamo vivere insieme. Non mi sono più vergognata di lui, al contrario ho cominciato ad amare la sua ingenuità, le capacità straordinarie e inutili ai fini pratici della sua mente, la sua diversità.”

Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Dal viaggio Spagna-Francia

Scritto da

Di Gianni e Sandra Bentivoglio

Non avevamo mai fatto nessun viaggio organizzato, abbiamo affrontato questa avventura con entusiasmo: sembravamo due adolescenti, entusiasti di tutto, ridevamo ogni volta che “metti la valigia sul pullman, togli la valigia dal pullman, camera n°…ecc. Ci sono piaciuti gli alberghi, le soste: insomma, siamo stati bene e per questo ringraziamo p. Raffaele. Anche per lui era la prima volta che organizzava, e se l’è cavata benissimo!
Il viaggio ci ha consentito di vedere tante cose, tante città, città che abbiamo trovato piacevoli, ognuna con la propria bellezza e particolarità. Il vero viaggio, per noi, è iniziato però a Palencia. Lì abbiamo cominciato a sentire l’atmosfera giusta per entrare in sintonia con il senso del nostro viaggiare.
Palencia: la città dove Domenico studente vende i suoi libri per aiutare i poveri. Ci siamo chiesti: “noi saremmo capaci di rinunciare a qualcosa di nostro per aiutare un altro?”. Noi diamo sempre il superfluo…
Abbiamo chiesto a san Domenico di farci conoscere la vera carità, la carità che va oltre il dare, la carità del cuore.
Caleruega: qui nasce Domenico. Entrare nella cripta per la Messa, quindi in casa di Domenico: lo abbiamo immaginato bimbo mentre giocava, rideva, piangeva, inconsapevole allora che il Signore lo aveva scelto per essere un grande apostolo di Cristo. La Messa intorno al pozzo di Domenico: svolgere il compito di lettore, in quel luogo, era rendere omaggio a Domenico e ringraziare il Signore di averci chiamato ad essere domenicani.
El Burgo de Osma: si respira aria domenicana nel borgo dove Domenico ha vissuto come canonico e sottopriore della Cattedrale. Nei nostri giri lui è accanto a noi che, escludendo il traffico ed il rumore, abbiamo immaginato Osma ai suoi tempi, e avvertendo il suo abbraccio, abbiamo pregato.
Tolosa: abbiamo visitato la casa da cui è partito l’Ordine, la Chiesa di Les Jacobins dove è sepolto san Tommaso e l’attuale convento dei frati, vicino all’università. Domenico voleva fortemente lo studio, che era per lui un lavoro spirituale e servizio alla predicazione per la salvezza delle anime.
Fanjeaux: nei lunghi anni di solitudine in questo luogo, Domenico comincia a pensare alla necessità della predicazione. Tutt’intorno catari, che con la loro predicazione snaturavano il volto del Dio della misericordia, ma con i quali entra in relazione, in ascolto. Come sarebbe importante per noi se riuscissimo a metterci in ascolto di chi riteniamo diverso, non per convertire ma per condividere!
Prouille: qui ha raccolto le donne più disperate, che nel pensiero comune non valevano nulla e che nessuno voleva e ne ha fatto la prima “Santa Predicazione”.
Il viaggio sulle orme di Domenico ci ha fatto bene all’anima e vogliamo ringraziare quanti abbiamo incontrato e che hanno condiviso con noi dei bellissimi giorni, il loro sorriso ed un po’ della loro storia.
Vorremmo dedicare a tutti questa antica benedizione gaelica
Sul Palmo della sua mano
La strada ti venga sempre dinanzi,
e il vento soffi alle tue spalle
e la rugiada bagni l’erba
su cui poggi i passi.
E il sorriso brilli sul tuo volto
e il cielo ti copra di benedizioni.
Possa una mano amica
tergere le tue lacrime
nel momento del dolore.
Possa il Signore Iddio
tenerti sul palmo della mano
fino al nostro prossimo incontro.

Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

27 novembre a Bergamo

Scritto da

Il dott. Norman Zarcone, docente universitario precario che si è ucciso nei giorni scorsi gettandosi da un terrazzo dell’ateneo di Palermo, rivendicando il diritto al lavoro, aveva 27 anni. All’apprendere la notizia, di riflesso mi sono tornate in mente le polemiche riguardanti il Messaggio di Benedetto XVI per la prossima giornata mondiale della gioventù (2011 a Madrid): in una parte del testo (www.vatican.va) sembrava che il Papa esortasse i giovani a non preoccuparsi della ricerca di un posto fisso di lavoro come fonte di sicurezza ma di ricercare piuttosto questa sicurezza in Dio. Come al solito, la frase estrapolata dal contesto, poteva sembrare una beffa nei confronti di giovani disorientati da un lavoro precario senza futuro al punto che, circa un mese dopo, nell’Angelus di domenica 5 settembre, il Papa ha nuovamente ripreso e spiegato il contenuto del Messaggio ai giovani. Forse Norman ha preferito uscire dalla condizione di precariato per un posto fisso in paradiso!
Comunque sia, la morte-suicidio di Norman non verrà annoverata nella sempre più lunga lista delle morti bianche... Ma sulla lista sono finiti Giuseppe Cecere, Antonio Di Matteo, Vincenzo Musso morti l’11 settembre dentro a una cisterna di uno stabilimento chimico della multinazionale olandese DSM a Capua. “Se la sono andata a cercare” si potrebbe dire, parafrasando un diabolico anziano senatore della Repubblica italiana. Oppure si potrebbe pensare che non si amavano abbastanza. Già perché questo è lo slogan degli squallidi spot pubblicitari che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dedica alla sicurezza sui luoghi di lavoro: “la pretende chi si vuol bene”; come dire che chi muore sul lavoro, in fin dei conti, ne è responsabile perché non si ama abbastanza e non pretende che le norme di sicurezza sul lavoro siano attuate. Domanda: come si può pretendere la sicurezza sul lavoro quando si è precari o si lavora in nero? Molti lavoratori precari o in nero sono privati dei fondamentali diritti del lavoro, sono in una condizione di ricatto, e se provano minimamente a pretendere la sicurezza sul lavoro, vengono mandati a casa. Oppure come si può lavorare in sicurezza quando costretti a turni massacranti? Ma forse anche in questo caso c’è una cattiva interpretazione dei contenuti: aspettiamo la ratifica dello spot al prossimo angelus del ministro Sacconi...
Ciò che non ha bisogno di rettifica perché inequivocabile è invece la perspicace affermazione del ministro Tremonti che dalla pulpito del Berghem fest ha affermato che «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci».
A tutto questo va aggiunto quanto accaduto alla Fiat di Pomigliano e di Melfi dove si sono creati  precedenti gravi per i diritti dei lavoratori che si riproporranno in futuro per altri stabilimenti, gruppi industriali, imprese. La crisi finanziaria/economica ha prodotto 650mila cassintegrati, milioni di precari, crisi dell’industria tessile, chimica, ceramica, alimentare, automobilistica. Ma, citando ancora il ministro Treconti, “l’emergenza è finita”.

A differenza di quanto ci rassicura il ministro dell’economia, la Commissione Giustizia Pace Creato della Famiglia Domenicana ha scelto come tema dell’annuale Giornata per l’impegno e la solidarietà la crisi economica e gli effetti che essa ha prodotto e produce nel mondo del lavoro. L’appuntamento è per il 27 novembre a Bergamo (non al Berghem fest).

Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Gambadura

Scritto da

GAMBADURA

Il sole stava ancora scherzando tra i rami degli alberi come se godesse della lunga agonia di un giorno troppo lun­go; indifferente ai problemi degli uomini. Il sole, la neve o la pioggia non hanno sentimenti e non si lasciano influenzare dall’umore degli uomini. Le stagioni si rincorrono con cadenze regolari, insensibili ai bisogni degli uomini. Esiste tuttavia un cielo più in alto che è attento ai bisogni umani e non rimane indifferente al grido del povero. La storia narra che un giorno di fine estate, quando il sole che scalda il nostro pianeta non si mostrava così crudele, un bambino dall’aria triste si avviava, come di solito, verso una chiesetta poco frequentata alla periferia del paese. Il bambino camminava lentamente, con le mani nelle tasche dei pantaloncini che mettevano a nudo le sue gambe. Una gamba, la destra, sembrava un osso vestito di pelle e rigido come un bastone. Portava avanti con piccoli calci un barattolo arrugginito che risuonava, falsamente alle­gro, sul selciato della strada. Nel suo viso non vi era nessun tipo di emozione, sembrava indifferente a quella specie di gioco. Non era né contento né scontento. Strano vedere un bimbo portare avanti quel barattolo con puntigliosità. Aveva un volto troppo serio che i bambini non hanno. Il barattolo fungeva da palla e serviva al giovane per esercitare, senza una gran voglia, la gamba destra, più corta e rinsecchita. Pochi sapevano che il bimbo si chiamava Mario perché tutti, in paese, lo chiamavano Gambadura a causa di quella specie di gamba che si era sviluppata solo in altezza ed era rimasta magrissima e senza articolazioni. Mario non aveva mai sofferto per questo soprannome che gli ricordava la sua invalidità. Se ne era fatta una ragione quando, intorno ai sei anni, il vecchio prete della Chiesetta, gli aveva detto che non era grave avere una gamba dura. “ È importante che tu non abbia la testa dura o il cuore duro, il resto conta poco”. Se il soprannome non lo infastidiva, lo contrariava invece il sentirsi spesso escluso dai giochi degli altri bambini. Questa esclusione gli riportava alla memoria l’incidente che lo aveva menomato. In quei frangenti rivedeva il carro, tirato da due buoi, traballare sotto il peso dei sac­chi di grano.
Aveva solo tre anni quando il carro si era rovesciato gettando su di lui oltre sei quintali di grano. Ricordava per­fettamente il senso di soffocamento che gli aveva procurato tutto quel frumento. Alcuni sacchi nel cadere si erano aperti ed una pioggia di mille e mille chicchi di grano l’aveva coperto sommergendolo senza lasciargli neppure il tempo di gridare. Nella sua memoria era rimasto vivo il tintinnio del grano sul selciato, il senso di asfissia, e il lungo sus­seguirsi di giorni in cui vagamente ricordava medici e infermieri che entravano ed uscivano da una stanza tutta bianca. Fu in quella stanza che sentì, per la prima volta, pronunciare il nome Gambadura. Tutti  parlavano sotto voce  e lui ricordava quel vocabolo che veniva ripetuto più volte: “Gli rimarrà la gamba dura”. Da quella stanza Mario era uscito vivo, la sua gamba no. Essa era morta per sempre.
L’incidente aveva commosso tutto il paese, sia per la tenera età di Mario, sia perché tutti ricordavano la tragica morte della sua mamma, che aveva perso la sua giovane vita nel parto. Ne avevano parlato tutti i giornali nazionali in quanto alla puerpera era stato annunciato che il suo piccolo avrebbe potuto venire alla luce solo a scapito della vita della madre. Una strana malformazione richiedeva la morte del bambino o quella della madre. Mentre il marito assolutamente voleva che si salvasse la vita della moglie, questa non voleva sentire ragioni e aveva preteso, qualora i medici fossero stati costretti a fare una scelta, che si salvasse la vita del suo piccolo. Non solo il marito ma tutto il paese desiderava che la donna vivesse. Inutili furono i pianti del povero Beppe che tentò in tutte le maniera di convincere la sua giovane sposa:
“di figli ne potremo avere altri…
Vuoi lasciare un imbranato come me con un figlio appena nato?
Come farò senza di te a mandare avanti il podere con un bambino…        
 Allora debbo pensare che non mi vuoi bene”
Non c’erano argomenti che potessero convincere la donna. Niente da fare. Concetta non voleva morire ma se si era costretti a fare una scelta sentiva più umano e più giusto che venisse salvato il bimbo. Ad ogni supplica del marito Concetta ripeteva accorata: “Lui non ha chiesto di nascere e noi  lo abbiamo voluto. Ora lui c’è, lo sento muoversi e scalpitare. Se io muoio non è un omicidio, significa che qualcosa non funziona in me. Se permettessi di uccidere questo bambino non potrei più vivere in pace, sarei complice di un omicidio. Come puoi chiedere ad una madre di uccidere la sua creatura? Tu chiedendomi di far uccidere nostro figlio, mi trasformi da madre in una assassina”.
 La donna, come previsto dai medici, era morta, ma Beppe non era mai riuscito ad amare quel bambino come si conviene a un padre. Mario non  aveva colpa se la sua mamma era morta nel darlo alla luce. Tut­tavia, per suo padre, Gambadura fu e rimase sempre l’uni­co vero responsabile della mor­te della sua amata Concetta. Forse un amore più sincero ed un impegno più attento, da parte del padre, avrebbe evi­tato il disastro del rovesciamento del carro. Forse un soccorso più pronto, più sollecito, più premuroso, ne a­vrebbe attutito le conseguenze. Invece il taciturno Beppe s’era accorto che il figlio era sotto il grano soltanto qualche minuto dopo il ribaltamento del carro. All’ospedale trovarono al bam­bino un principio di asfissia e la gamba sinistra irrimediabil­mente perduta.
 Mario, che ormai tutti, compreso il padre, chiamavano Gambadura, a dieci anni era bello e vispo come si conviene ad un bambino di quell’età. Era do­tato di una grande sensibilità e trasferiva nel sogno ciò che non poteva realizzare materialmente. A Gambadura sareb­be piaciuto giocare al pallone. Se ne stava ore ed ore attac­cato alla radio quando si trasmettevano partite di cal­cio. Si mordeva le mani quan­do la sua squadra preferita perdeva e sprizzava euforia quan­do questa vinceva. Conosceva a memoria i nomi di tutti i grandi campioni e, nei suoi so­gni infantili, si vedeva sano e forte, conquistare coppe su cop­pe, nel ruolo di un grande cen­travanti. Sperava sempre che un giorno la sua gamba sarebbe tornata normale e progettava il suo avvenire come se per lui giocare al pallone fosse stato il lavoro più facile e più conge­niale.
Si dirà che ciò non è strano in un ragazzo, ma in realtà il suo babbo era preoc­cupato, perché Gambadura non rifletteva abbastanza sulla sua infermità e continuava a sognare un avvenire che, senza ombra di dubbio, gli era precluso. Quel figliolo, da quan­do era nato, non gli aveva procurato che guai. Un giorno che Beppe era più nero del solito, aveva voluto togliere ogni illusione a Mario e gli aveva gridato che la smet­tesse di pensare al pallone, perché la sua gamba non sarebbe mai guarita.
“Non ti accorgi di essere un bambino diverso dagli altri?
 Perché non provi a sognare cose concrete,
Pensa a sogni che si possono realizzare con la testa piuttosto che con le gambe!
 Prova ad impegnarti più con la matematica che con il pallone.
Studia con più impegno perché, prima o poi il tuo babbo, andrà dove se ne è andata tua madre”.
Questi ed altri rimproveri non scalfivano per nulla il ragazzo. Erano come acqua che scivolava via sulla pietra. Non era vero che Gambadura non rifletteva su quanto gli suggeriva il padre, ma la voglia di diventare un grande centravanti era più forte di ogni predica del padre. Lui sapeva, sentiva, era certo che, prima o poi sarebbe diventato un grande calciatore.
In quel giorno di fine estate la vita del bambino cambiò improvvisamente e lo confermò nel suo desiderio di diventare un calciatore.
Gambadura arrivò alla chiesetta quando ormai il sole stava tramontando ed entrò. Vi era una grande statua della Sacra Famiglia. La Madonna, San Giuseppe e il Bambino Gesù erano raffigurati a grandezza naturale. Il Gesù bambino era alto quasi come Gambadura e si trovava al centro tra Maria e Giuseppe. Più volte il bambino si era soffermato a pregare davanti a loro, e più volte aveva trovato consolazione nella preghiera, ma quella sera non aveva voglia di pregare. Si mise seduto su una sedia con il viso tra le mani, imbronciato. Non voleva ripetere le solite preghiere. Se avesse parlato avrebbe soltanto emesso un lamento o un grido. La mattina gli amici non lo avevano fatto giocare neppure in porta, come qualche volta gli era concesso, e suo padre gli aveva nascosto l’apparecchio radio. Mario si sentiva escluso dal mondo che amava. In quella chiesetta, che sentiva come un rifugio, nessuno lo aveva mai scacciato. Il silenzio però era solo esteriore perché dentro di sé sentiva la guerra. Niente era secondo i suoi desideri. Gli mancava la mamma che non aveva neppure conosciuta; gli mancava l’affetto del padre, chiuso nel suo dolore e  impegnato in un lavoro che lo lasciava alla sera sfinito; gli mancavano gli amici che parlavano volentieri con lui ma che non lo invitavano quasi mai a giocare con loro; gli mancava la scuola, chiusa per le vacanze estive, gli mancava il vecchio prete che era ricoverato da più di un mese in ospedale. Inoltre, da qualche giorno, gli mancava anche l’apparecchio radio che suo padre aveva nascosto e di conseguenza gli mancavano le trasmissioni sullo sport.
Preso da questi pensieri Gambadura non si era accorto che un bambino si era seduto vicino a lui. Questi, dopo un breve tempo di silenzio, mise una mano sulle spalle di Gambadura e con un filo di voce lo salutò:”Ciao Mario”.  Gambadura  guardò il nuovo arrivato e con aria stupita gli chiese: “Chi sei? Non ti ho mai visto da queste parti”. Il bimbo straniero sorrise, ma non rispose alla domanda, si alzò e,  sorridendo invitò Gambadura a giocare con lui. “Guarda, ho appena ricevuto in regalo un pallone e se vuoi possiamo provarlo”. Mostrò un pallone che sembrava appena uscito dalla fabbrica. Anche Gambadura sorrise ma rimase seduto. L’improvvisa apparizione di quel bambino se, da un lato, lo rallegrava, dall’altro gli incuteva un certo timore. Lui non lo aveva mai visto e questi lo aveva chiamato con il suo nome di battesimo. Come faceva a saperlo se in paese tutti lo chiamavano Gambadura? E poi  lo straniero vestiva in una maniera davvero singolare. Non aveva come tutti i bimbi dei pantaloncini e una maglietta ma vestiva una specie di tunica inadatta ad un bimbo di dieci anni. Gli sembrava un chierichetto pronto per andare a servire la Messa. Rimandando indietro il magone che lo aveva assillato fino a quel momento Gambadura riprese:
 “Da dove vieni e come ti chiami?
“Mi chiamo Jeshua e vengo da un paese lontano, ma dai, non fare tante domande, vuoi o non vuoi giocare con me?”
“Certo che voglio” - rispose prontamente Gambadura. Poi gli venne ancora un dubbio e sorridendo riprese:
“Ma come farai a giocare al pallone vestito in quella maniera?
 “Non ti preoccupare, non ti preoccupare, vieni”.
Jwesua correndo lo precedette nel prato adiacente alla chiesa iniziando a calciare il pallone in una maniera così goffa che Gambadura si mise a ridere e allegramente disse:
“Passa la palla a me che ti faccio veder come si gioca”.
Ricevuto il pallone Gambadura iniziò a correre come non aveva mai fatto. Gli sembrava di volare. Il pallone passava dalla gamba destra a quella sinistra, poi lo alzava e con la testa lo rigettava lontano. Invano l’altro ragazzo tentava di toglierlo, oramai Gambadura sembrava un cerbiatto che agilmente scalava una montagna. Jeshua non riusciva stargli dietro e quando Gambadura finalmente gli ripassò il pallone questi invece di prenderlo con i piedi lo raccolse con le mani. Al ché Gambadura gridò:
“Ma dove vivi? non sai che il pallone non si prende mai con le mani? Tiramelo che ti faccio vedere”.
Ricevuto il pallone lo fermò e lo scalciò lontano usando stranamente la gamba malata. Dopo aver dato il calcio avvertì che qualcosa non funzionava come prima e con sua grande meraviglia si accorse che la gamba malata non era più un osso rivestito di pelle ma era tornata normale. Era sparita la rigidità, ritornata la carne  e i muscoli rispondevano come se fossero stati in continuo allenamento. Lo stupore della cosa lo lasciò senza fiato. Si fermò, guardò, tastò, sollevò, la gamba, e dall’emozione cadde a terra incredulo. Intanto Jwesua gli si era avvicinato e con gli occhi che gli brillavano, iniziò a beffeggiarlo:
“Ti sei già stancato. Dai poltrone, tirati su e ripassami il pallone”.
Gambadura guardò il ragazzo con intensità ed improvvisamente notò che quel bambino rassomigliava stranamente al piccolo Gesù della statua in chiesa. Si stropicciò gli occhi, non riusciva a credere a ciò che intuiva. Possibile che il piccolo Gesù fosse venuto a giocare con lui? Si alzò di scatto e non fece nessuna domanda. Qualcosa di strano era successo ed ora non aveva voglia di indagare oltre. Desiderava giocare e questo fecero i due bimbi fino a quando il sole era ormai scomparso all’orizzonte. Finito il gioco si salutarono ma Jeshua prima di andar via consegnò il pallone a Gambadura dicendogli:
“Questo tienilo tu e riportalo qui quando vuoi ancora giocare con me”. Poi corse via velocemente.
 Gambadura che in vita sua non aveva mai posseduto un pallone sembrava scoppiare dalla felicità. Guardò il nuovo amico che scompariva dietro la chiesa e rigirando il pallone tra le mani provò ancora a calciarlo. Con suo grande sorpresa la gamba malata era tornata dura. Si sedette pensando di aver fatto un sogno magnifico, ma rigirando tra le mani il pallone che il bimbo straniero gli aveva regalato, intuì che qualcosa di straordinario era avvenuto. Si affrettò a ritornare a casa. Aveva desiderio di raccontare la sua avventura al padre. Dovette tuttavia trattenere la voglia di parlare perché il padre, stranamente, non era ancora rientrato a casa. Beppe arrivò che era già notte fonda. Gambadura si era appisolato su una sedia fuori dell’uscio di casa in attesa del padre. Quando questi arrivò il bambino si accorse subito che non stava bene. Beppe aveva la mano destra fasciata e tutto il braccio legato al collo con un grande fazzoletto. La voglia di raccontare ciò che gli era accaduto si smorzò subito. Comprese che più che parlare doveva ascoltare, capire, ciò che era successo al padre. Beppe intanto, più taciturno che mai, era entrato in casa e si era messo seduto vicino al tavolo. Chiese al bambino un bicchiere di vino che bevve lentamente senza dire una parola. Anche Gambadura si sedette vicino al padre. Avrebbe voluto fargli una carezza ma sapeva che al padre quelle “affettazioni”, così lui le chiamava, non piacevano, per cui rimase in silenzio finché il padre finì di bere.Poi, come parlando a se stesso e intercalando il suo dire con l’esclamazione: “Sono uno stupido” raccontò che si era tagliato la mano con la falciatrice. Stupidamente si era distratto e se non fosse accorso Lorenzo ora avrebbe una mano in meno. Guardò tristemente il bambino e, per la prima volta nella sua vita, con la mano sana accarezzò il figlio.
“Non siamo di certo messi bene noi due” – disse - “tu hai una gamba dura ed io mi sono rotto una mano. Quando vai in chiesa prega la tua mamma che ci aiuti, perché io non so più dove sbattere il capo”. Senza aggiungere altro e senza mangiare nulla si alzò dalla sedia e, trascinando le gambe, iniziò a salire lentamente le scale che portavano alla sua camera da letto. Anche Gambadura si coricò senza mangiare nulla. Prese il pallone che gli aveva regalato Jeshua e si addormentò abbracciandolo.
Il giorno dopo Beppe sembrava un altro. Gambadura non ricordava di essere mai stato chiamato Mario dal padre, né di averlo visto sorridere o rivolgersi a lui in maniera gentile. Non lo aveva mai picchiato, non gli aveva mai fatto mancare nulla, ma sorrisi, gentilezze o carezze, non facevano parte del loro rapporto. Quella mattina, malgrado avesse la mano legata al collo, Beppe era diverso. Aiutò il bambino a preparare la colazione, si sedette vicino al figlio e gli raccontò del suo incidente, della paura che aveva avuto di perdere la mano, di come andava il suo lavoro. Gambadura non sapeva che dire, non era abituato a parlare con il padre, ma sarebbe volentieri saltato sulle sue ginocchia per riempirlo di baci. Ascoltò attentamente, assentendo, con gli occhi brillanti di gioia, i discorsi del padre, e quando questi si alzò dicendo che sarebbe andato ancora dal dottore a farsi medicare la ferità, tutto d’un fiato gli gridò.
“Lo sai che io ieri ho giocato con un bambino straniero a pallone?”
Il padre lo guardò con aria interrogativa e improvvisamente triste il suo volto, osservò la gamba del figlio e malinconicamente disse:
“Va bene, va bene, so che giochi sempre al pallone, ma ti prego Mario, dai retta al tuo babbo: Non pensare troppo a giocare. Il pallone non fa per te e tu lo dovresti sapere”.
“Sì, lo so, ma ieri è avvenuta una cosa strana. Nel giocare con quel bambino io non avevo più la gamba dura, anzi correvo più di lui”.
Beppe, che si era già messo il cappello per uscire, tornò indietro, si levò il cappello e sedette. Con la mano buona lo attirò a sé e lo fece sedere sulle sue ginocchia. La sua voce tremava mentre dolcemente diceva:
“Perdonami se sono stato un padre poco attento a te, ma la morte della tua mamma, il tanto lavoro ed un carattere chiuso, non mi hanno mai permesso di starti molto vicino. Tu però ci credi che il babbo ti vuole bene? Allora dammi retta, non pensare più al pallone ed impegnati a studiare perché, purtroppo, con quella gamba malata, non potrai mai diventare un calciatore”
Il bimbo si alzò di scatto dalle ginocchia del padre e piangendo gli gridò:
“Non dico bugie. Ieri con Jeshua ho davvero giocato e lui mi ha anche regalato questo pallone”,
Strascicando la gamba andò a prendere il pallone e lo mostrò al padre con fierezza. Questi non fece nessun commento. Accarezzò ancora i capelli del figlio, si alzò e, scuotendo la testa, disse tra se: “povero figlio mio”, ed uscì di casa.
 Beppe si sentiva in colpa perché, solo ora che anche lui aveva avuto un incidente, capiva il dramma del suo bambino. Lungo la strada si dava dell’egoista perché aveva rimosso stupidamente i problemi del figlio e si ripromise di stare più tempo con il suo Mario.
Intanto a casa il bambino piangeva abbracciando il pallone. Non era stupido e sapeva di non aver sognato, d’altronde il pallone che aveva tra le mani era una realtà. È vero la gamba non la vedeva guarita. Era come sempre la ricordava, ma era certo di avere giocato con Jeshua con le gambe sane. Era avvenuto un qualcosa che non riusciva a spiegare. Lui sapeva che il giorno prima aveva calciato con tutte e due le gambe. Jeshua non faceva parte dei suoi sogni ma era un ragazzo in carne ed ossa come lui. Inoltre il pallone che aveva tra le mani era la dimostrazione più chiara che non aveva sognato. Non vedeva l’ora di tornare alla chiesetta. Si disse che doveva studiare, come faceva ogni mattina, da quando le scuole erano chiuse, poi aspettare il babbo, mangiare con lui, e soltanto il pomeriggio, sarebbe potuto tornare alla chiesetta.
Quando venne la zia Maddalena a riassettare la casa ed a preparare il pranzo, Gambadura aveva una gran voglia di raccontare alla zia  ciò che gli era successo. Il timore di non essere creduto anche da lei lo trattenne soltanto per qualche minuto. Tutti dovevano sapere che, almeno per qualche ora, la sua gamba era tornata normale. Così, mentre la zia sbucciava le patate, Gambadura raccontò ciò che era successo il giorno prima. La Zia Maddalena lo lasciò parlare. Non lo interruppe mai. Ascoltava attenta mentre continuava il suo lavoro e quando Gambadura finì il suo racconto la donna si asciugò le mani ed abbracciò il nipote. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Strinse a sé il bambino come se questi avesse raccontato la storia più comune e più semplice del mondo. Si asciugò le lacrime e sorridendo gli disse:
“Quando torni a giocare con quel bambino straniero?”
“Ci siamo dati l’appuntamento per oggi pomeriggio” Rispose il bambino felice che la zia gli avesse creduto. Poi pensieroso aggiunse:
“Allora tu credi che non dico bugie?”
“Certo che ci credo. So che sei un bambino bravo e giudizioso e non penso affatto che tu dica una cosa per un’altra. Credo che a tutti, in forme diverse, accadono fatti straordinari che è difficile raccontare. Viviamo chiusi in noi stessi e non ci accorgiamo che lo straordinario non è così inconsueto come si pensa. Tutta la vita, piccolo mio, è un dono straordinario. È sufficiente avere gli occhi innocenti per riuscire a vederlo.”
La storia di Gambadura finisce qui. Non è una storia strana e miracolosa, è la storia di coloro che sono o si fanno bambini e vedono con occhi semplici che il Signore non abbandona nessuno e, come ha promesso, egli è con noi fino alla fine dei tempi.

Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Un Ordine a 360°

C’è un passo del Dialogo della Divina Provvidenza in cui Caterina da Siena, laica domenicana, patrona d’Italia e d’Europa, Dottore della Chiesa, presenta, attraverso il Dialogo con Dio Padre, l’Ordine dei Predicatori, fondato da san Domenico, come una navicella dove “perfetti e non perfetti, tutti stanno bene. Egli (Domenico) si accostò alla mia Verità, mostrando di non volere la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Essa è tutta larga, tutta gioconda, tutta odorosa: è un giardino dilettosissimo in sé”. (Dialogo cap. 158)
All’immagine della navicella, si aggiunge, in questa ripresa delle attività delle fraternite, quella dell’albero, che affonda le proprie radici nel terreno del Vangelo, che innesta i suoi rami sul tronco di Domenico: un’immagine suggestiva, dinamica, che dice della continua crescita e trasformazione di un organismo vivente e vitale.
È così che fra David Michael Kammler, promotore generale del laicato domenicano, in visita alle fraternite della Provincia San Domenico in Italia, ci ha presentato l’Ordine, un organismo vivo, vitale, in continua trasformazione, dove anche i rami e le foglie secche contribuiscono a creare humus necessario alla crescita dell’albero.
Organizzare la sua visita ed i suoi spostamenti non è stato facile, vista la vastità del territorio della Provincia. Delle 41 fraternite presenti in Provincia, ne ha incontrate 25, con un generoso impegno di itineranza e di lavoro, promettendo di tornare per incontrare le altre. Realtà  a volte piccole, che mostrano tutta la fragilità umana, ma che assicurano la presenza domenicana in luoghi in cui un tempo erano numerosi i conventi ed i frati.
Fra David ci ha informati sulla presenza e le attività dei laici domenicani in tutto il mondo, invitandoci a mantenere aperti il cuore e la fraternita all’accoglienza di tutti. Domenico ha fondato una comunità apostolica, comprensiva di tante realtà, per predicare il Vangelo. E noi siamo gli apostoli e le apostole dei nostri giorni, predicatori e predicatrici che hanno non un pulpito nelle celebrazioni liturgiche, ma migliaia di pulpiti secolari, la famiglia, il lavoro, le relazioni con il mondo, da cui annunciare la Buona Novella, sia con la parola sia, soprattutto, con la vita.
Attraverso le immagini proiettate ci ha presentato un ventaglio di esperienze di predicazione che testimoniano come è possibile per i laici vivere i pilastri della vita domenicana: la preghiera, lo studio, la vita comune, la predicazione. Gruppi dove la preghiera scandisce i tempi della giornata, dove lo studio e la formazione diventano strumento indispensabile per rispondere alle tante sfide delle realtà sempre più lontane dalla fede, dove la predicazione della Verità che è Gesù Cristo può essere fatta attraverso i media moderni e come progetto comune di frati, monache, suore e laici.
Di tutte le foto che illustrano la vita delle fraternite nel mondo, quella che colpisce maggiormente è scattata in un penitenziario degli Stati Uniti, dove dopo la conversione un gruppo di ergastolani ha dato vita ad una fraternita predicando che “Tutti i santi hanno un passato, tutti i peccatori hanno un futuro”. A nessuno di noi è preclusa la misericordia di Dio, che ha una solida base sulla consapevolezza del nostro peccato. E questa verità essi predicano dal pulpito specialissimo del carcere!
Fra David, nei suoi incontri, ha affermato che il promotore non è un direttore, né un ispettore, e tanto meno un inquisitore. È l’animatore della vita delle fraternite, e quindi dell’Ordine.
Ed io lo ringrazio per questo suo impegno: la sua visita lascia una visione dell’Ordine a 360° e il desiderio di essere testimoni del Vangelo in tanti modi nuovi e creativi!

Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Il rigore dei sogni

I nostri sogni sono capaci di attraversare la storia? Quella personale, comunitaria, della società in cui viviamo?
Come sempre mi capita, quando le domande rimurginano a lungo nella mente, vanno poi ad incastrarsi con qualche episodio biblico che, mi pare, dica esattamente quello che è il contenuto delle mie riflessioni, indicando il percorso dell’uomo di ogni tempo.
Questa è stata la volta della vicenda di Giacobbe.
Giacobbe parte da Bersabea e si dirige verso Carrai, nel suo cammino, al tramonto del sole, si corica con una pietra come guanciale e sogna: una scala poggia sulla terra e la sua cima raggiunge il cielo; gli angeli di Dio salgono e scendono per quella scala. Il Signore gli parla e gli promette la terra sulla quale è coricato, gli assicura la sua presenza e la sua protezione, gli promette la benedizione per sé e per la discendenza e per loro a tutte le nazioni della terra.
E’ preso da timore,  riconosce che quello è un luogo terribile, che è la casa di Dio, la porta del cielo. Pianta la pietra che aveva come guanciale, e diventa una stele, versa olio sulla sua cima e promette che se tornerà dal viaggio sano e salvo il Signore sarà il suo Dio. (cfr. Gen. 28,10-22)

Il suo sogno ha bisogno ancora di rendersi storia e lo farà con tutta l’astuzia di cui può essere capace un uomo, per molti aspetti anche discutibile, ma siamo agli inizi della storia sacra e qualche imperfezione si può anche perdonare…
Compra la primogenitura per un piatto di lenticchie, strappa la benedizione a suo padre, si arricchisce e giunge lì, a quella porta del cielo promessa ma mai attraversata.
E’ al fiume Iabbok, manda avanti tutti i suoi e tutti i suoi averi e lui rimane al di qua del guado, gli resta ancora una benedizione da strappare, la più importante. Resta solo e qualcuno lotta con lui: un angelo? un uomo? Dio stesso?
Qui gli viene cambiato il nome, non sarà più Giacobbe ma Israele e qui sarà benedetto (cfr. Gen 32,23-33).

E torno ai miei sogni, sono capace di attraversare la storia fino ad arrivare alla lotta con Dio e con gli uomini? Piego la mia mente, il mio cuore, il mio agire affinché quello che ho intravisto in un sogno trovi all’aurora la benedizione promessa?
Sono i sogni che fanno la differenza, ci sono sogni che costruiscono la storia e la fanno essere storia di salvezza e sogni che allontanano dalla realtà noi stessi e anche gli altri,  “non date retta ai sogni che essi sognano” ammonisce, per questi, il profeta Geremia! (cfr Ger 29,8).
Tutti noi siamo a conoscenza di sogni singoli o collettivi che hanno portato distruzione; quanti cannoni benedetti e non solo! Quante azioni riprovevoli coperte da manti caritatevoli che hanno incancrenito la società. Quanti sogni di benessere e di esercizio di potere mascherati da spirito di servizio!
E la porta del cielo rimane inaccessibile, la nostra lotta non ottiene nessuna benedizione.
Allora rimettiamoci in cammino, qualunque sia la nostra età e la nostra condizione,  laceriamo il nostro cuore, facciamoci mendicanti, poggiamo la nostra testa sulla nuda pietra, riscopriamo la stanchezza della strada percorsa, lottiamo con gli uomini e con Dio, pieghiamo la nostra realtà ai piedi del sogno e ci trovi l’aurora in questa lotta in cui anche se ci rimettiamo, come Giacobbe, un nervo sciatico e ci ritroviamo claudicanti, quello che ci è stato promesso sarà anche realizzato.
Perché nella fede il cammino è possibile in base alla promessa, non in base a quanto ci è dato di riscontrare nell’evidenza. Se aspettiamo di vedere realizzati i sogni per poter camminare, di strada ne faremo ben poca, ma se, intravisto il sogno, ci incammineremo verso di esso i nostri passi si faranno celeri e il  loro ritmo sarà quello del mondo nuovo (cfr. Gen. 28,10-21).

Mercoledì, 01 Dicembre 2010 00:00

Perché formare una famiglia oggi

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Il concetto di famiglia, come dovere sociale, per mantenersi economicamente, per avere figli, è ormai tramontato.

Oggi avere una famiglia è più una scelta che una necessità.
Eppure, molti giovani scelgono di formare una famiglia e molte di queste famiglie non arrivano al 5° anno di convivenza.
Questo ci fa riflettere: vivere insieme è difficile.
Molte volte non si è preparati alle esigenze che vivere insieme presenta e ci si divide alle prime difficoltà che non si riescono a superare.
Posso dirvi solo, da persona che è nata senza una famiglia, ma che se ne è costruita una da più di 30 anni, cosa penso che una famiglia non debba essere e che cosa dovrebbe essere:
-    Non deve essere l’unione di due solitudini
-    Non deve essere un bel guscio vuoto
-    Non deve essere una rapporto dove si vuole cambiare l’altro
-    Non deve essere un’idea che i figli sono tuoi perché li hai fatti tu
-    Non deve essere un posto dove ci si può chiudere e lasciar fuori i
                  problemi della società e degli altri.
-    Non deve essere un luogo dove dobbiamo fare tutto insieme e non
                 lasciare spazio alla personalità dell’altro.
Penso, invece, debba essere:
-    Un motore che ci spinge ad affrontare i problemi con l’altro
-    Essere più forti con il sostegno dell’altro
-    Accettare l’altro con i suoi difetti
-    E’ pensare di fare una strada insieme con più stimoli
-    E’ spalleggiarsi quando si è in difficoltà
-    Accettare l’altro com’è, senza pensare che vogliamo sia come noi,
                 perché siamo meglio di lui
E soprattutto, penso che formarsi una famiglia sia una grossa fatica, perché è faticoso capirsi, rispettarsi, ascoltare, educare i figli ai valori veri. Faticoso è accettare i figli con la loro diversità. Faticoso non chiudersi nel guscio, dove ci si sente protetti, per non affrontare i problemi di tutto quanto sta fuori.
Ma se avete forza e voglia di affrontare questa fatica, fatelo, ne vale la pena.

Mercoledì, 01 Dicembre 2010 00:00

Buon 2011 Italia

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In un paesino di poche case vivevano due fratelli gemelli così diversi tra loro che era difficile credere fossero figli della stessa madre e dello stesso padre. Uno era così chiaro di pelle da sembrare uno scandinavo e l’altro tanto scuro che spesso lo scambiavano per un africano. Il chiaro di pelle aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi, mentre l’altro i capelli crespi e gli occhi neri. Questa diversità non era soltanto nel fisico, ma Ivan e Bruno questo era il loro nome, erano diversi nel carattere. Tanto Bruno era generoso quanto Ivan avaro e taccagno. Facevano ambedue i contadini, ma mentre Bruno sapeva appena leggere e scrivere, Ivan si vantava di aver letto L’Iliade, l’Odissea, la Divina Commedia e di sapere a memoria alcuni canti della Gerusalemme liberata.
 L’unica cosa che accomunava i due fratelli era la Povertà. Una povertà dignitosa, sosteneva sovente Bruno, una povertà che sarebbe meglio chiamare miseria, rispondeva Ivan.  
In effetti, nel paese dove vivevano, i poveri erano in molti, ma quei due fratelli erano i più po­veri di tutti e ambe­due avevano una barca di figlioli da sfamare. La terra, sassosa e avara, bastava sì e no a non fare morire di fame quelle famiglie. Come tutti sanno, anche tra i poveri vi sono delle distinzioni e certamente si è più poveri se si odia la propria condizione di vita e s’invidia la ricchezza altrui.  Bruno e la sua famiglia appartenevano a quei poveri che lodavano Dio e lo ringraziavano per quel poco che avevano; per la salute, per le belle giornate di sole, per la neve, per la loro minuscola casa, ma soprattutto per il dono grande della fede che li faceva sentire figli di Dio. Al contrario Ivan e la sua famiglia, pur avendo le stesse cose di Bruno, si lamentavano sempre di tutto. Niente per loro andava bene. Se c’era il sole si lamentavano che bruciava troppo, se veniva la neve, non andava bene perché mancavano gli scarponi come i ricchi, se mangiavano il pane non erano contenti perché volevano anche la marmellata. Così, mentre Bruno con la sua famiglia cantava le lodi di Dio, Ivan enumerava le sue disgrazie. Malgrado fossero fratelli ed ambedue poveri, Bruno era più ricco di Ivan perché non desiderava di più di quanto aveva.
La storia racconta che un Natale di tanti anni fa, la festività della nascita di Gesù giunse in quel paese con la neve così alta che a stento si riusciva ad aprire l’uscio di casa.
Le due famiglie, che abitavano vicine, avevano finito di consumare il “cenone” natalizio (polenta fumante e poco più) e si preparavano a recarsi nella chiesa, per la messa di mezzanotte. Ivan aveva quasi convinto la sua famiglia a non andare alla Messa, sostenendo che in tanti secoli di cristianesimo non si era per nulla avverato quello che Gesù aveva detto. Lui non si sentiva beato ad essere povero, tuttavia i figli e la moglie lo avevano convinto ad andare perché altrimenti in paese tutti avrebbero sparlato di loro. Si stavano infagottando nei loro stracci per uscire, quando udirono bussare alla porta. Chi bussava non doveva avere molta forza perché si aiutò con la voce:
“Apritemi, per l’amor di Dio!”
 Uno dei ragazzi di Ivan sentì quella voce e si precipitò ad aprire. Semi assiderata videro una donna ancora giovane e con i segni palesi di un’immensa stanchezza. Con un filo di voce, chiese ospitalità.
 “Fatemi entrare per amore di Dio, mi sono perduta nella notte. Ho tanto freddo e se rimango ancora per la strada morirò assiderata”. Il ragazzo impaurito fece entrare la donna che si precipitò al focolare e letteralmente si raggomitolò vicino al fuoco continuando a gemere.
 Ivan quel giorno lo aveva vissuto ancora più male del solito e non aveva fatto altro che brontolare e lamentarsi di tutto. Vedendo la donna entrare esplose in un urlo ed indicando la porta disse:
“Fuori dai piedi qui siamo anche in troppi e non abbiamo nulla per i mendicanti!”
 Non ci fu niente da fare.  Il suo orgoglio gl’impediva di capire che ci potevano essere altri più poveri di lui.
“Fuori di qui — urlò con forza —. Non è il gior­no né l’ora di buttare su al­tri i vostri guai. Alla vostra età una persona non va in giro la notte di Natale e poi noi stiamo uscendo per andare a Messa”.
 Accompagnò le parole col gesto, spingendo fuo­ri quell’importuna. Fece uscire anche moglie e figli e si sbatté la porta dietro le spalle, sperando di smaltire in chiesa il suo umore nero.
La misera donna si avvolse stretta nello scialle e guardò il cielo stellato e piangendo mormorò:
“Vergine santa, aiutami. Anche tu non hai trovato accoglienza quando sei giunta a Betlemme..”
Invocata la madre di Gesù la donna si accorse che la casa di Bruno era  illumina­ta.  Si trascinò da quella parte.
“Vi sentite male, buona don­na?”
Chiese Bruno quando vide quel fagotto vivente davanti alla porta di casa sua. Anche lui stava uscendo per seguire i fi­glioli, che già si erano incammi­nati verso la chiesa. Non uden­do risposta, si fece aiutare dalla moglie e condusse in casa quella poveretta, così intiriz­zita da sembrare un blocco di marmo. La fece accomodare vicino al focolare e ordinò alla moglie di darle una scodella di latte caldo che la poveretta scolò in un attimo. Rinfrancata disse con un filo di voce:
“Dio ve ne renda merito. So di essere inopportuna  e vedo che siete così poveri che mi vergogno doppiamente a chiedere a voi la carità”.
“ Che volete? - ri­spose Bruno - sono povero, è vero; ma noi possediamo una casa, un focolare acceso e qualcosa da met­tere sotto i denti, mentre voi, se non vi sì da una mano, certamente morirete di freddo. Non preoccupatevi per noi, soggiunse l’uomo, non si è mai così poveri da non aver qualcosa da dare agli altri e nes­suno non è mai così ricco da non aver bisogno di ricevere  anche lui qualcosa dai suoi fratelli”.
“Che fac­ciamo? - chiese la moglie di Bruno - la messa ormai sta iniziando”.
 Imperturbabile Bruno le disse sorridendo:
“Rimaniamo qui, mia cara. Il Signore sa be­ne perché ci siamo fermati in casa. Questa nostra sorella ha bisogno di noi. Non possiamo lasciarla sola.”
Così, mentre la moglie copriva con  una coperta di lana la donna, Bruno tirò fuori dalle sue tasche la corona del Rosario ed iniziò a pregare. Ad un tratto gli parve di vedere una luce sem­pre più splendente invadere la stanza. La mendicante si trasformò in una giovane bellissima con in braccio un bambino che sorrideva ai due ospiti.
Bruno e sua moglie caddero stupiti in ginocchio, senza riuscire a dire una sola parola. La scena durò alcuni minuti, che riempirono di tenerezza il cuore dei due coniugi: momenti di paradiso che non avrebbero più dimenticato.
 Quando le campane della chiesa suonarono per annunciare la nascita di Gesù la visione sparì, si spense la luce miste­riosa, e davanti a Bruno e a sua moglie vi era solo il corpo tremante della donna che avevano accolto. Nel guardare quel fagottino, ricoperto di stracci che si scaldava al focolare, sentirono una gran gioia e capirono che in quella donna c’era tutto il senso del Natale.
  Per veder Dio non si doveva guardare il cielo, ma, come aveva predicato, quel Bambino diventato maestro, era sufficiente vederlo ed accettarlo nel più piccolo dei fratelli.
 “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere. Ero nudo e mi avete vestito…”

Mercoledì, 01 Dicembre 2010 00:00

Apritemi

Scritto da

In un paesino di poche case vivevano due fratelli gemelli così diversi tra loro che era difficile credere fossero figli della stessa madre e dello stesso padre. Uno era così chiaro di pelle da sembrare uno scandinavo e l’altro tanto scuro che spesso lo scambiavano per un africano. Il chiaro di pelle aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi, mentre l’altro i capelli crespi e gli occhi neri. Questa diversità non era soltanto nel fisico, ma Ivan e Bruno questo era il loro nome, erano diversi nel carattere. Tanto Bruno era generoso quanto Ivan avaro e taccagno. Facevano ambedue i contadini, ma mentre Bruno sapeva appena leggere e scrivere, Ivan si vantava di aver letto L’Iliade, l’Odissea, la Divina Commedia e di sapere a memoria alcuni canti della Gerusalemme liberata.
 L’unica cosa che accomunava i due fratelli era la Povertà. Una povertà dignitosa, sosteneva sovente Bruno, una povertà che sarebbe meglio chiamare miseria, rispondeva Ivan.  
In effetti, nel paese dove vivevano, i poveri erano in molti, ma quei due fratelli erano i più po­veri di tutti e ambe­due avevano una barca di figlioli da sfamare. La terra, sassosa e avara, bastava sì e no a non fare morire di fame quelle famiglie. Come tutti sanno, anche tra i poveri vi sono delle distinzioni e certamente si è più poveri se si odia la propria condizione di vita e s’invidia la ricchezza altrui.  Bruno e la sua famiglia appartenevano a quei poveri che lodavano Dio e lo ringraziavano per quel poco che avevano; per la salute, per le belle giornate di sole, per la neve, per la loro minuscola casa, ma soprattutto per il dono grande della fede che li faceva sentire figli di Dio. Al contrario Ivan e la sua famiglia, pur avendo le stesse cose di Bruno, si lamentavano sempre di tutto. Niente per loro andava bene. Se c’era il sole si lamentavano che bruciava troppo, se veniva la neve, non andava bene perché mancavano gli scarponi come i ricchi, se mangiavano il pane non erano contenti perché volevano anche la marmellata. Così, mentre Bruno con la sua famiglia cantava le lodi di Dio, Ivan enumerava le sue disgrazie. Malgrado fossero fratelli ed ambedue poveri, Bruno era più ricco di Ivan perché non desiderava di più di quanto aveva.
La storia racconta che un Natale di tanti anni fa, la festività della nascita di Gesù giunse in quel paese con la neve così alta che a stento si riusciva ad aprire l’uscio di casa.
Le due famiglie, che abitavano vicine, avevano finito di consumare il “cenone” natalizio (polenta fumante e poco più) e si preparavano a recarsi nella chiesa, per la messa di mezzanotte. Ivan aveva quasi convinto la sua famiglia a non andare alla Messa, sostenendo che in tanti secoli di cristianesimo non si era per nulla avverato quello che Gesù aveva detto. Lui non si sentiva beato ad essere povero, tuttavia i figli e la moglie lo avevano convinto ad andare perché altrimenti in paese tutti avrebbero sparlato di loro. Si stavano infagottando nei loro stracci per uscire, quando udirono bussare alla porta. Chi bussava non doveva avere molta forza perché si aiutò con la voce:
“Apritemi, per l’amor di Dio!”
 Uno dei ragazzi di Ivan sentì quella voce e si precipitò ad aprire. Semi assiderata videro una donna ancora giovane e con i segni palesi di un’immensa stanchezza. Con un filo di voce, chiese ospitalità.
 “Fatemi entrare per amore di Dio, mi sono perduta nella notte. Ho tanto freddo e se rimango ancora per la strada morirò assiderata”. Il ragazzo impaurito fece entrare la donna che si precipitò al focolare e letteralmente si raggomitolò vicino al fuoco continuando a gemere.
 Ivan quel giorno lo aveva vissuto ancora più male del solito e non aveva fatto altro che brontolare e lamentarsi di tutto. Vedendo la donna entrare esplose in un urlo ed indicando la porta disse:
“Fuori dai piedi qui siamo anche in troppi e non abbiamo nulla per i mendicanti!”
 Non ci fu niente da fare.  Il suo orgoglio gl’impediva di capire che ci potevano essere altri più poveri di lui.
“Fuori di qui — urlò con forza —. Non è il gior­no né l’ora di buttare su al­tri i vostri guai. Alla vostra età una persona non va in giro la notte di Natale e poi noi stiamo uscendo per andare a Messa”.
 Accompagnò le parole col gesto, spingendo fuo­ri quell’importuna. Fece uscire anche moglie e figli e si sbatté la porta dietro le spalle, sperando di smaltire in chiesa il suo umore nero.
La misera donna si avvolse stretta nello scialle e guardò il cielo stellato e piangendo mormorò:
“Vergine santa, aiutami. Anche tu non hai trovato accoglienza quando sei giunta a Betlemme..”
Invocata la madre di Gesù la donna si accorse che la casa di Bruno era  illumina­ta.  Si trascinò da quella parte.
“Vi sentite male, buona don­na?”
Chiese Bruno quando vide quel fagotto vivente davanti alla porta di casa sua. Anche lui stava uscendo per seguire i fi­glioli, che già si erano incammi­nati verso la chiesa. Non uden­do risposta, si fece aiutare dalla moglie e condusse in casa quella poveretta, così intiriz­zita da sembrare un blocco di marmo. La fece accomodare vicino al focolare e ordinò alla moglie di darle una scodella di latte caldo che la poveretta scolò in un attimo. Rinfrancata disse con un filo di voce:
“Dio ve ne renda merito. So di essere inopportuna  e vedo che siete così poveri che mi vergogno doppiamente a chiedere a voi la carità”.
“ Che volete? - ri­spose Bruno - sono povero, è vero; ma noi possediamo una casa, un focolare acceso e qualcosa da met­tere sotto i denti, mentre voi, se non vi sì da una mano, certamente morirete di freddo. Non preoccupatevi per noi, soggiunse l’uomo, non si è mai così poveri da non aver qualcosa da dare agli altri e nes­suno non è mai così ricco da non aver bisogno di ricevere  anche lui qualcosa dai suoi fratelli”.
“Che fac­ciamo? - chiese la moglie di Bruno - la messa ormai sta iniziando”.
 Imperturbabile Bruno le disse sorridendo:
“Rimaniamo qui, mia cara. Il Signore sa be­ne perché ci siamo fermati in casa. Questa nostra sorella ha bisogno di noi. Non possiamo lasciarla sola.”
Così, mentre la moglie copriva con  una coperta di lana la donna, Bruno tirò fuori dalle sue tasche la corona del Rosario ed iniziò a pregare. Ad un tratto gli parve di vedere una luce sem­pre più splendente invadere la stanza. La mendicante si trasformò in una giovane bellissima con in braccio un bambino che sorrideva ai due ospiti.
Bruno e sua moglie caddero stupiti in ginocchio, senza riuscire a dire una sola parola. La scena durò alcuni minuti, che riempirono di tenerezza il cuore dei due coniugi: momenti di paradiso che non avrebbero più dimenticato.
 Quando le campane della chiesa suonarono per annunciare la nascita di Gesù la visione sparì, si spense la luce miste­riosa, e davanti a Bruno e a sua moglie vi era solo il corpo tremante della donna che avevano accolto. Nel guardare quel fagottino, ricoperto di stracci che si scaldava al focolare, sentirono una gran gioia e capirono che in quella donna c’era tutto il senso del Natale.
  Per veder Dio non si doveva guardare il cielo, ma, come aveva predicato, quel Bambino diventato maestro, era sufficiente vederlo ed accettarlo nel più piccolo dei fratelli.
 “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere. Ero nudo e mi avete vestito…”

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