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Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

I figli del tuono

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Zebedeo le aveva provate tutte con sua moglie per domarla, ma le sue furono fatiche gettate al vento. Debora era ancora una bella donna malgrado gli avesse partorito sette figli e Zebedeo le riconosceva altre doti oltre quella, non indifferente, della bellezza. Era senza dubbio una donna ordinata, pulita, economa ed anche, a modo suo, innamorata del marito. Se non avesse avuto quel caratterino che aveva e quella terribile lingua mai stanca, si sarebbe sentito soddisfatto di averla sposata. Vi era, però, in lei quella terribile linguaccia che rovinava tutto il resto, tanto da fargli desiderare il disordine, la sporcizia e la povertà più estrema. Spesso si diceva: “A che servono queste virtù in una donna quando poi ti toglie la pace?” Pace sognata ed intravista quando si conobbero. In quel tempo era semplice stare con lei. Gli bastava guadare i suoi occhi sorridenti per sognare mesi ed anni di dolcezze indescrivibili.
“Sono stato un somaro a lasciarmi abbindolare dalla sua bellezza e sono un asino a sopportarla ancora” si diceva il vecchio Zebedeo. Si consolava vedendo il naufragio, quasi universale, delle coppie di sua conoscenza. Sospirando rifletteva: “La bellezza si dovrebbe tramutare in dolcezza; il parlare sommesso e la mano nella mano, in silenzio riflessivo; la freschezza del rapporto, in armonia; l’agilità del corpo in un riposo che dà un senso nuovo alle cose”.
Il passare degli anni non porta, di per sé, alla maturità ma rende macroscopico ciò che in gioventù si intravedeva appena. Se uno è stato avaro, l’avarizia si rivestirà di grettezza e di meschinità. Se è stato nervoso, la vecchiaia gli porterà l’ira; e se da giovane si adirava con facilità, da anziano quasi sicuramente sarà un violento. Così un goloso aumenterà l’ingordigia nel mangiare ed un accidioso tenderà a scansare qualsiasi lavoro, passando, annoiato e triste, dal letto ad una sedia, dal tavolo della mensa all’uscio di casa. Normalmente in vecchiaia si noterà con più facilità la vera indole o natura dell’uomo. In altre parole non si riuscirà a nascondere ciò che si è stati da giovane. Tutto ciò avviene in natura sia per gli uomini come per gli animali e le piante. Un pesce giovane ha pinne agili e graziose ed un corpo liscio e levigato; un fiore, appena spuntato, brilla con tutti i suoi colori ed è diritto e sostenuto. Da vecchio al pesce le pinne diventano dure come remi e la pelle si trasforma in squame; così per le piante ed i fiori che diventano, quelle nodose e storte, e questi senza colori e brutti.
“Un fiore avvizzito fa ribrezzo”, si consolò Zebedeo, ma quasi subito, sentendo l’ennesimo urlo di sua moglie, ripiombò nella tristezza consueta.
Debora non riusciva più a parlare se non urlando e Zebedeo si sforzava di ricordare la voce che lo aveva colpito nel sentirla cantare la prima volta. Il suono, che la fantasia riportava alla memoria, rimaneva quello che era solito udire dalla mattina alla sera. Frugò nella mente, ma i ricordi si confondevano in continuazione. Era stanco di ricorrere a quei sotterfugi per trovare il coraggio di rientrare in casa. Accadeva che spesso era costretto al rientro in casa dagli urli e dai rimproveri della moglie.
Anche Debora si sentiva stanca della vita che conduceva e si lamentava perché, con il passare degli anni, aveva accumulato più dolori che gioie. Zebedeo era diventato vecchio quasi subito, ed una strana malattia agli orecchi lo aveva reso quasi del tutto sordo. Dove era finita quella forza che lo distingueva da tutti gli altri pescatori di Cafarnao? Che muscoli aveva il suo uomo! Adesso eccolo lì, sordo e fiacco, come una donnetta. Avevano sognato insieme di fare molti figli, di farne bravi marinai, tanto da aumentare il numero delle barche ed essere fra le prime famiglie di pescatori di tutto il mare di Galilea. Invece Dio l’aveva punita facendogli nascere cinque figlie, buone a nulla, e soltanto due figli maschi. Ma anche questi - che teste - buoni a nulla come il padre! Niente orgoglio, niente desiderio di aumentare barche e lavoro, niente voglia di sposarsi.
E’ l’influenza del padre - diceva sconsolata alle amiche. Si rammaricava, perché, se Giacomo aveva un fisico da lottatore, così non era per l’altro. Giovanni gli sembrava uno scherzo della natura. Sognatore, gracilino e con l’idea fissa di andare a scuola da qualche rabbino per imparare a leggere le scritture.
“Sono una madre sfortunata - si lamentava con Giovanni - ma non capisci che con lo scrivere e il leggere i pesci non entrano nelle reti? Ma chi sposerà mai le vostre sorelle se non abbiamo nulla da darle in dote?”.
Il parlare della donna non produceva l’effetto desiderato anzi, sia Giacomo che Giovanni, tendevano ambedue a diventare sordi alle grida della donna come il padre Zebedeo. La situazione precipitò quando un certo Gesù iniziò a frequentare la loro città. Zebedeo si chiuse ancora di più nel silenzio e Debora aumentò le sue angosce e le sue paure.
“Proprio i miei figli dovevano incontrare quel nazareno? Che ho fatto di male, mio Dio, perché tu mi voglia punire così?”. E giù lacrime e suppliche, tanto che la gente di Cafarnao era convinta che la povera Debora avesse un male oscuro poiché deperiva di giorno in giorno. Con Giacomo ormai la donna non riusciva più a parlare essendo questi deciso e spiccio nel far tacere la madre. Un bel giorno la fece tacere dicendole brutalmente: “Sono un uomo e le scelte che faccio sono soltanto mie. Il Maestro (così chiamavano Gesù) ha più volte ripetuto: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”.
Debora ormai sperava soltanto di riuscire a convincere il più giovane dei suoi figli. Giovanni era più accondiscendente, più riflessivo e lei era convinta di dissuaderlo dal seguire quel Nazareno così strano. Tentò con le buone parole e con il cuore in mano supplicandolo: “Io sono vecchia, tuo padre è stanco e le tue sorelle hanno bisogno di te. Se anche tu ci lasci, come riusciremo a sopravvivere?”.
E mentre parlava, usando tutta la capacità di commozione possibile, carezzava lievemente il capo del figlio. Non ottenendo risposta e sentendosi più sicura enumerava le cose da farsi.
“Senza di te la barca non scenderà più in mare. Non vedi come è ridotta la nostra casa? E chi poterà quei pochi olivi che ci restano?”.
La donna era davvero sconsolata, quando le balenò in testa ancora un’idea e, prese le mani del figlio, le strinse al petto quasi sussurrando, come si potrebbe parlare ad un complice: “Ma non desideri avere una donna che ti ami, che ti dia dei figli ed a me dei nipoti?”.
Guardò con attenzione il volto di Giovanni e ne ricavò una grande delusione. Il suo Giovanni piangeva ed aveva il volto tirato e triste come quando morì sua madre e lo rivide chino sul cadavere della nonna. La donna si spaventò e tornò ad interrogare il figlio: “Cosa ho detto di così grave da provocare il tuo pianto? Ti ho solo invitato a riflettere, a non farti prendere dagli entusiasmi per i venditori di idee. Ti ho invitato a vivere una vita normale. E tu mi diventi come una delle tue sorelle che hanno il rubinetto delle lacrime sempre aperto. Una madre vuole sempre il bene dei suoi figli. Fa tutto per loro. Io sono stata buona per tutti voi e voi non siete capaci di essere buoni con me, che non desidero altro che il vostro bene”.
Questa volta le lacrime irrigarono il volto della donna che sentì una profonda fitta al cuore al pensiero della sua bontà che veniva disconosciuta.
“E’ proprio vero, pensò, figli piccoli, guai piccoli, figli grandi, guai grandi”. E guardando con tenerezza il figlio, lo accarezzò di nuovo e tra le lacrime che ora scendevano copiose riprese: “Dai retta alla tua mamma, non partire, non andare dietro a quel Gesù. Se lui è così buono, come tutti sostengono, capirà i nostri problemi, di certo se sapesse in che condizioni ci lasci, non vorrebbe che una mamma sia privata di ambedue i figli maschi”.
Stanco di quella scena Giovanni si alzò, abbracciò sua madre e senza parlare uscì dalla casa incurante delle grida della donna.
Zebedeo, che aveva assistito alla scena in silenzio, ancora più stanco, andò a coricarsi mentre la moglie lo investiva con urla: “Che razza di padre sei? Non hai sangue nelle vene. Perché non hai fatto niente per salvare i tuoi figli? Muoviti, corri dietro di loro e riportali in casa. Non capisci che ci stanno abbandonando per seguire quel pazzo di Gesù di Nazareth?”.
Zebedeo era tornato più sordo che mai. Sempre sospirando si coricò nel suo giaciglio mentre mormorava qualcosa che la donna dapprima non comprese e che lui ripeté più volte: “I figli non sono né miei né tuoi; appartengono a loro stessi”.
La frase risuonò come una frustata nel cuore della donna, che sconsolata corse dalle vicine in cerca di comprensione per il suo grande dolore.
Da quel giorno passarono circa tre anni e la fama di Gesù era diventata così grande che Debora ogni volta che le veniva riferito un miracolo di quel Nazareno esultava di gioia. Per di più si era diffusa la voce in tutto Israele che Gesù avrebbe presto restaurato “con braccio forte e grande potenza” il regno di Israele e scacciando l’oppressore romano.
Tutte le donne di Cafarnao ormai contavano su di lei per avere raccomandazioni per i propri figli. Il suo Giacomo ed il suo Giovanni avevano avuto la vista lunga ed erano ormai tre anni che lavoravano con il Restauratore d’Israele.
A chi la interrogava, Debora non faceva che ripetere il solito ritornello: “State tranquilli, i miei figli non si dimenticheranno di voi” e poi con orgoglio ripeteva: “Io lo avevo sempre detto che i miei ragazzi sapevano ciò che facevano”.
Non sapendo scrivere, aveva fatto tanti nodi ad una corda per ricordarsi dei favori che avrebbe dovuto chiedere a Gesù. “Le raccomandazioni per gli altri vanno bene - si disse - ma se prima non penso al mio sangue sarei una sciocca”.
Così un giorno in cui vide il maestro si gettò ai suoi piedi e chiese: “Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”.
Ma questi rispose con parole sibilline e Debora ripiombò nelle sue paure. Con tutta la sua “buona volontà” non riusciva a capire quel Gesù che aveva risposto: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?”. La donna ritornò nella sua casa sconsolata e come al solito si rifece dell’umiliazione subita con il povero Zebedeo.
“Fa discorsi da matto quel Gesù che ha stregato i tuoi figli” gridò al pover’uomo. Zebedeo la sentiva urlare e brontolare e si consolò della sordità che gli permetteva una certa pace, intanto rifletteva su ciò che i suoi figli gli avevano raccontato a proposito del loro desiderio di seguire Gesù. Furono parole dure per la sua mentalità di pescatore perché Gesù aveva detto ai suoi figli: “Se qualcuno vuoi venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.
Lui non sapeva molte cose ma era convinto che non si può seguire un maestro se non si ha fiducia in lui. Sarebbe come uno che vuole imparare a pescare e non si fida di coloro che lo hanno preceduto in quel lavoro.
Questo Gesù potrebbe anche essere matto come diceva Debora, ma Giacomo e Giovanni erano felici di stare alla sua scuola. Ciò che al vecchio interessava era soltanto la felicità dei suoi figli. L’albero si riconosce dai frutti, concluse.
I suoi figli seguirono così da vicino il maestro, che iniziarono e conclusero, con la morte dell’uno e dell’altro la serie dei 12 apostoli.
Giacomo testimoniò con il sangue la fede in Gesù. Giovanni sopravvisse ai dodici , ispirato ne scrisse la vita e prese con sé la silenziosa Madre del maestro e per ultimo si addormentò.
Zebedeo e Debora non sarebbero oggi conosciuti, se non avessero generato Giacomo e Giovanni.

Letto 1182 volte Ultima modifica il Giovedì, 09 Ottobre 2014 23:23
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