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Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

Occasioni mancate

Scritto da Irene Larcan
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In questi ultimi mesi di “forzata” clausura mi è stata donata l’occasione di riflettere sulla mia vocazione di donna, di figlia e di domenicana e sul senso di appartenenza. Della vocazione ho parlato nello scorso numero di questa nostra lettera agli amici, condividendo con voi tutti le paure, i dubbi, le attese, i giudizi del profeta Giona, e mettendomi in viaggio con lui alla ricerca sempre rinnovata del Signore che chiama a dei compiti da noi spesso disattesi perché è altro quello che vorremmo, ed è un altro il Dio che c’è nella nostra testa. Giona è costretto a cedere alla volontà di Dio e va a predicare agli abitanti di Ninive, ma persiste nel suo desiderio che Dio faccia quello che ci si aspetterebbe da Lui. Una relazione difficile che ha come sfondo la misericordia di Dio per tutti.
Si fa sempre più chiara la mia vocazione di donna, chiamata a prendersi cura del suo piccolo mondo; di figlia chiamata a ridonare ai genitori quanto da loro ha ricevuto in amore, attenzione, cure; di domenicana chiamata ad annunciare il Vangelo, a testimoniare la speranza anche in situazioni dolorose, a vivere il suo amore per l’Ordine e la passione di Domenico per l’uomo e per la Chiesa.
Mi sono avvicinata al mondo domenicano più di trent’anni fa, sono stata accolta in una fraternita di laici domenicani, ho fatto il percorso di formazione previsto per il laicato domenicano ed ho promesso con trepidazione e timore di volere vivere secondo la Regola, consapevole della mia fragilità e della misericordia ricevuta. Sebbene inesperta, sono stata chiamata a ricoprire cariche di responsabilità nella fraternita prima come presidente, o come allora si diceva “priora”, poi come maestra di formazione, e sono al mio secondo mandato come presidente provinciale. Anni di entusiasmo, di lavoro, di spostamenti per tutto il territorio della Provincia allo scopo di conoscere le fraternite nelle loro sedi, di incontri con laici, frati, suore, monache, di relazioni importanti che mi hanno fatto crescere nella conoscenza dello spirito domenicano e che mi hanno permesso di sperimentare fraternità ed amicizia insieme alla gioia della condivisione e della partecipazione. So di appartenere a questo Ordine e che esso mi appartiene. E, come tutto ciò che è nostro lo curiamo, ce ne preoccupiamo, così è per l’Ordine. Vorrei essere sempre pronta e presente sia alle piccole cose, come una riunione di fraternita o un evento gioioso o doloroso da vivere con i miei confratelli, sia nelle cose più grandi come un convegno provinciale o nazionale, o europeo ed internazionale, che dilatano la mia conoscenza ed il respiro del cuore nell’incontro con l’altro.
La nostra appartenenza all’Ordine non può essere solo a parole, o solo occasionale. Essa può essere vissuta nella coscienza che ogni avvenimento, il successo di ogni iniziativa all’interno dell’Ordine ci compete, è compito che ci interpella in prima persona la costruzione della nostra “famiglia”. Noi apparteniamo all’Ordine ed esso ci appartiene quando non ci lasciamo sfuggire l’occasione di essere partecipi, quando non viviamo solo di occasioni mancate, perché non siamo capaci della fatica che ci è richiesta e troviamo delle giustificazioni (la famiglia, il marito, i nipoti, l’economia…) per il nostro non esserci.

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