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Mercoledì, 01 Giugno 2011 00:00

L'altro, l'incontro, la relazione

Scritto da Lucia Iorio
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A margine del Convegno di Primavera del SAE – (Segretariato Attività Ecumeniche) Bergamo, 9-10 aprile 2011


Sarà la primavera… certo la stagione unita alla bellezza della città di Bergamo Alta hanno reso questi tre giorni ricchi di contenuto, anche intensi dal punto di vista del vissuto.
La preghiera comune, il culto nella Chiesa Evangelica celebrato dalla pastora Janique Perrin, gli interventi dei relatori, tutto ha contribuito a formare un insieme armonico, oasi in cui sostare e rinfrancarsi in percorsi non sempre facili.
Quest’avventura ecumenica iniziata da Maria Vingiani, dopo il Concilio, mantiene intatta freschezza e novità di proposte.
Maria ha compiuto novanta anni, a lei i nostri auguri e ringraziamenti per avere osato un cammino che spinge sui confini di ciò che è già costituito per aprirli ad orizzonti più vasti ove l’uomo e la donna, nella loro rispettiva fede, possono trovare spazi di accoglienza.
Da Novara siamo riusciti ad organizzarci per essere presenti come Gruppo. Per noi e per tutti gli altri partecipanti il “guadagno” ha ripagato ampiamente “la spesa” che ognuno ha dovuto affrontare. Non possiamo ignorare che i tempi sono sempre più difficili per tutti, la disponibilità economica diminuisce, i tempi lavorativi aumentano. Ogni volta che si sceglie di fare qualcosa si sceglie contestualmente di non farne delle altre.
Pur nella fatica credo che questo ci porta ad una sincerità di cuore, ovvero ad imbrogliarci meno nelle cose, a sapere effettivamente che cosa è essenziale e cosa secondario per la nostra esistenza.
Anche la teologia, costretta dalla contingenza, anziché stagliarsi in un orizzonte ideale deve, necessariamente, accostarsi ai confini dell’umano.
Occorre parlare di etica e di vita; di vita là dove è, non dove si vorrebbe che fosse. Occorre cercare la sapienza del cuore seguendo le strade di chi prima di noi in esse si è avventurato e su queste calcare i nostri passi affinché cammini vitali non vengano sopraffatti da interessi a corto raggio che non salvano nessuno neanche nel presente ma che, soprattutto, non conoscono l’accesso al domani.
“Perché i giovani non ci sono?” si è chiesta e mi ha chiesto, una mia amica. Come spesso capita ho risposto senza riflettere che noi abbiamo fatto ciò in cui abbiamo creduto, quello che siamo stati contenti di fare, è giusto che sia così anche per loro; “torneranno a far metter il velo alle donne” ha ribattuto…Sì, la rinuncia alla consegna non può mai essere una scelta. Nessuno butta via una eredità economica, ma si adopera con tutte le proprie capacità per tradurla in disponibilità di ricchezza per nuovi interessi. Pare che in certi ambiti, come è quello della fede, manchi un anello a questa trasmissione. Occorre imparare a tradursi.
“Tradurrei la parola identità  con la parola autenticità”, ha detto il Presidente nazionale del SAE Meo Gnocchi. “Autenticità nelle nostre aperture e autenticità nelle nostre dichiarazioni di limite”.
Costituirsi in questa identità ci rende già terreno fecondo. Nella misura in cui ci poniamo solo ed unicamente come punto di partenza, escludendo man mano, strada facendo, ogni tentazione totalizzante siamo nella direzione per l’Altro, per l’incontro per la relazione. E ciò che ne scaturisce è già un movimento che dall’io va verso il tu.
Riporto qualcosa di quanto ho raccolto delle relazioni (1)

Vivere come essere nella relazione: Carlo Sala, docente di filosofia – Milano
“A quale problema filosofico rinvia questo titolo? E’ relativo al conoscere? E’ relativo all’essere? Cosa è quello che dico di essere? Sono un essere vivente? Il primo termine è la vita, il mio vivere? Quindi un discorso di filosofia della natura vivente? E’ un tema biologico?
Questo titolo suggerisce che questo vivere è tale perché costituito nella relazione. Questo vivere diventa umano, nelle sue speciali dimensioni conoscitive, pratiche, produttive, riproduttive ed estetiche, nelle relazioni che stabiliamo con l’altro e altri, essere plurali e diseguali per le possibili e qualitative risposte che l’essere in relazione fa scaturire dal genoma che ci accomuna.”

A questa introduzione è seguito un ampio sviluppo storico e di riflessione, ma mi piace riportare quanto scritto da un’allieva del prof. Sala, forse perché donna, più vicina al mio modo di sentire e al mio dire. (2)

“Però la conoscenza avviene con il confronto con l’altro, senza il quale non potremmo porci quegli interrogativi che ci guidano. È un percorso che si fa in compagnia, con quelle persone che attirano il nostro cuore; un viaggio fatto di contatti, sintonie, condivisione di esperienze, vissute da entrambi o da uno solo, che sono la fine, il risultato, di tutto quello che siamo. Come tali, come punto di arrivo, suscitano il desiderio di capire da dove nascono, risalire alla fonte, che consiste nell’addentrarsi ancora più a fondo. Tutto questo con la parola, i gesti, gli sguardi: un modo di comunicare che permette di condividere la vita con l’altro affinché questo ci accompagni e si faccia accompagnare nella ricerca di sé. L’uomo ha bisogno di questo contatto, di trovare sintonia, intesa per affrontare il viaggio, dentro di sé, nell’altro, e lungo la vita. C’è bisogno di affezionarsi, di far dipendere dall’altro la nostra felicità, la nostra soddisfazione, la nostra completezza. Da soli non ci bastiamo. Servono evasioni, novità, improvvisazioni che rompano la monotonia delle giornate e dello stare soli con noi stessi. Serve ascoltare, guardare, percepire, osservare, per farci guidare, per lasciare che l’altro tiri fuori da sé quello che ha vissuto, lo condivida, lo capisca, lo affronti, e faccia suo e nostro. Così “conoscersi” è fatto di vita vissuta mia, e vita vissuta dell’altro, e dell’altro e di tutti i “sé” che ci accompagnano e che ascoltiamo. Spesso sono esperienze che non abbiamo vissuto, ma con le parole dell’altro che cercano di descrivere un ricordo fatto d’immagini, sensazioni, profumi, paure, egli ce le presenta, è come se potessimo vederle anche noi, come se fossimo lì con lui, e facciamo domande, per vedere meglio, e nello stesso tempo guidare l’altro nel trovare le parole che possano renderci partecipi al meglio.
Tant’è che quando si ascolta nel tentativo di capire, poi si ricordano le parole dette, soprattutto lo sguardo, concentrato, quasi assente dell’altro, come se non fosse più sé: uno sguardo vuoto, ma pieno di un ricordo che non si vede, perso, ma attento, come se entrambi fossimo estranei a quello che c’è fuori, ma chiusi, insieme, in un ricordo, che l’uno osserva da fuori, con immagini sue, perché non l’ha vissuto, e l’altro da dentro. E c’è come una sintonia che permette di seguire il percorso dell’altro, senza perdersi nella sua descrizione. E la grandezza deriva dalla capacità che abbiamo di capire esattamente quello che l’altro vuole dire, consiste nell’ascoltare le parole che usa per guidarci, inevitabilmente diverse da quelle che avremmo usato noi, ed è questo il bello, l’inspiegabile: imparare a conoscere l’altro attraverso le sue parole, che hanno dentro di sé tutto il vissuto e la rielaborazione che ha fatto dell’episodio di cui ci sta rendendo partecipi. Ascoltare vuol dire apprezzare le sfumature, intuire dove si vuole arrivare, empatia, sintonia. Ma si può arrivare così a fondo solo se c’è fiducia in quello che ascolta, solo se questo è riuscito a dare il messaggio “ascolto”, “ho bisogno di ascoltarti”, “voglio ascoltarti per capirti, conoscerti e perché tu possa fidarti e condividere i pesi della vita”. Questa intesa è inconscia, c’è, e parlando permette di dare all’altro la libertà di aprirsi, esporsi, raccontarsi, e questo racconto diventa anche nostro, proprio per la sintonia iniziale: questa c’è, nasce perché fin dall’inizio si “sapeva” che ci si sarebbe capiti, che l’uno si sarebbe fatto guidare dall’altro nella conoscenza di sé, senza paure ma solo con la voglia e il bisogno di raccontarsi e ascoltare.
Bisogno di raccontarsi che nasce dalla nostra incompletezza, dal fatto che siamo la metà, un terzo, un ottavo di noi, e tutto il resto ci viene dagli altri. Dobbiamo confrontarci per trovare delle conferme, per sapere che qualcuno ci capisce e ci può accompagnare, per il bisogno di parlare, condividere esperienze belle o brutte, che in entrambi i casi comunque non possiamo portarci dietro da soli: se troppo belle, è fortissimo il desiderio di condividerle, per dare all’altro quella stessa gioia, senso di leggerezza e libertà che abbiamo noi; se brutte per trovare nell’altro la forza che ci manca, il punto di vista, la prospettiva positiva che in quel momento non abbiamo, essendo così accecati, chiusi, concentrati su un evento, che ci serve l’altro per ricordarci che il sole brucia anche per noi e per trovare quell’Amore che è venuto meno. Abbiamo bisogno che l’altro impari a fidarsi, che si senta libero di condividere la sua vita. Sentiamo il bisogno di dare, quello che abbiamo, energia, entusiasmo, forza, amore. È questo bisogno che ci spinge alla relazione con l’altro, all’ascolto, all’osservazione, alla ricerca di qualcuno con cui fare il viaggio nella vita, nostra, sua e nel tempo.”

              (1)    Sono disponibili sul sito www.saenotizie.it
              (2)    SILVIA OSIMO , Conoscersi, non preoccuparsi di sé. Prendersi come punto di partenza, non come meta.p.50, Esercizio di pensiero sulla lettura di M. Buber, Il cammino dell’uomo, pro manuscripto, 2009

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