Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Contro il lavoro

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
Vota questo articolo
(0 Voti)

Il testo che presentiamo potrebbe essere un approfondimento o un’ulteriore tassello da aggiungere al capitolo su “giustizia e pace”, ma può andar bene anche come “testimonianza” della ricerca sempre improba di smascherare gli idoli che adoriamo per lo più senza saperlo e, a volte, senza volerlo sapere. L’idolo sottoposto alla nostra attenzione è il “lavoro” o più esattamente il lavoro quando diventa idolo. Andrea Staid ci ha mandato un libretto di Philippe Godard, “Contro il lavoro”, ed. elèuthera, Milano, 2011 di cui lui scrive la prefazione. Da alcuni ritagli della stessa pensiamo di raccogliere alcune suggestioni o provocazioni, che dir si voglia, che non mirano a sostenere una qualche tesi, ma piuttosto ad allargare la nostra vista su realtà a cui solitamente non pensiamo.

di Andrea Staid

“In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare”.
Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

Che lavoro fai? Solitamente è la seconda domanda dopo come ti chiami? quando conosci una persona. Ognuno di noi ha un lavoro però è difficile spiegare cosa sia. È un qualcosa che si dovrebbe aver voglia di fare, ma per la maggior parte dei lavoratori questa voglia non c’è. Avere un lavoro significa fare sempre la stessa identica cosa. Fare una cosa uguale o simile tutti i giorni per decine di anni e la si fa per ottenere un salario non perché ne abbiamo realmente voglia o la consideriamo particolarmente utile, la facciamo perché abbiamo bisogno di reddito. [...]
La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”. [...]
Con la formazione degli stati moderni gli amministratori del capitalismo finanziario cominciarono a far diventare gli esseri umani la materia prima di una macchina sociale che era necessaria per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perché queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate” come ci vogliono far credere, ma perché dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, o quello dei terreni comuni furono aboliti.
Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora agli Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’Africa. Iniziarono spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio che si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.
E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile “l’annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, poté sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”.

Le società contro il lavoro
Chi sono questi “selvaggi” e soprattutto come gestivano l’economia nelle loro società? Interessante è indagare con l’aiuto di ricerche etnografiche il lavoro nelle “culture altre”, società che in alcune aree geografiche della terra ancora oggi resistono alla civilizzazione occidentale. Non sono società immobili sono culture in transito che attraverso l’incontro e lo scontro con la società occidentale hanno adattato, modificato, ibridato i loro modi diversi di organizzarsi in comunità. [...]
Mi sembra qui opportuno sfatare il mito che nelle “società primitive3” vige un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare un minimo per la sopravvivenza della società. Troppo spesso si parla in testi accademici di una fantomatica economia di sopravvivenza che impedisce un accumulo di scorte tali da garantire, anche solo a breve termine la sopravvivenza del gruppo, un’ immagine di un “selvaggio” come un uomo sopraffatto e dominato dalla natura, minacciato dalla carestia e perennemente dominato dall’angoscia di procurare a sé e ai propri figli i mezzi per sopravvivere. [...]
È un vero e proprio mito quello del selvaggio condannato a una esistenza quasi animale. Dall’analisi di Shalins l’economia dei primitivi non solo non risulta come un’economia della miseria, ma al contrario le società primitive sono le prime vere società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea quella delle carestie e della povertà diffusa su larga scala;
Da un terzo a metà dell’umanità, si dice, si corica ogni sera affamata. Nella vecchia Età della pietra, la percentuale deve essere stata molto inferiore. Questa è l’epoca della fame senza precedenti. Oggigiorno, nell’era delle massime conquiste tecniche, la carestia è una istituzione.
Secondo Pierre Clastres la società primitiva è una struttura che funziona sempre al di sotto delle proprie possibilità, e che potrebbe, se lo volesse, produrre rapidamente un surplus. Se questo non accade, è perché le società primitive non lo vogliono. Australiani e Boscimani, raggiunto l’obiettivo alimentare che si erano proposti, cessano di cacciare e raccogliere, poiché sanno che le scorte di riserve alimentari sono inglobate in permanenza dalla natura. Sempre Sahlins demistifica nel suo testo quel pensiero che assume il produttivismo contemporaneo a misura di tutte le cose, nelle società primitive, il processo lavorativo è sensibile a interferenze di vario tipo, soggetto a interrompersi a beneficio di altre attività serie come il rituale o frivole come il riposo. La tradizionale giornata lavorativa è spesso breve; se si protrae, subisce frequenti interruzioni.
Abbiamo la dimostrazione che, se l’uomo primitivo è alieno dallo spirito imprenditoriale e dalle logiche del lavoro salariato, è perché la categoria profitto non lo interessa: se non reinveste, non è perché ignora il fatto, ma perché non rientra tra gli obiettivi che persegue. [...]
Il fatto etnograficamente documentato da diversi studi antropologici è che le economie primitive sono sotto-produttive, che solo una parte della collettività lavora, e su tempi brevi e a bassa intensità, si impone di fatto, che le società primitive sono società dell’abbondanza.
Clastres nel suo Archeologia della violenza afferma che le società primitive sono società contro l’economia; la socialità primitiva assegna alla produzione un compito ben preciso e determinato, impedendole di andare oltre. Là dove così non è, l’economia si sottrae al controllo della società, la disgrega introducendo la separazione tra ricchi e poveri: l’alienazione degli uni dagli altri. Stiamo parlando di società senza economia o meglio: società contro l’economia.
Nelle società contro l’economia non solo le forze produttive non tendono a svilupparsi autonomamente, ma qui nel modo di produrre è deliberatamente affermata una volontà esplicita di sottoproduzione. [...].
“Noi” occidentali, capitalisti, non riusciamo a concepire la preistoria umana come un’era di abbondanza e, confrontandola con il nostro modello di vita con quello di esseri ritenuti poco più che bestie, ci fa comodo vederli come abbrutiti dalla privazione, dediti alla ricerca continua di che sfamarsi.
Ovviamente l’uomo primitivo non aveva la nostra percezione del tempo. Alcune decine di millenni più vicino a noi, anche gli uomini delle società pre-classiche, già arrivate ad un alto grado di urbanizzazione e di suddivisione in gerarchie sociali, non avevano una concezione del tempo che dividesse nettamente vita e lavoro: anche perché per loro non aveva nessun senso né la parola “lavoro” nell’accezione moderna, né tantomeno la frase “tempo libero”. Più tardi, in una società ormai divisa in classi e basata sullo sfruttamento di masse di schiavi, il lavoro coincise con l’attività normale di chi si dedicava ad attività manuali in genere, tant’è vero che in greco (ponos) e in latino (labor) il termine che oggi traduciamo così significava semplicemente sforzo, fatica, pena, sofferenza.
Esistono molti esempi etnograficamente interessanti per capire il lavoro nelle culture altre: [...]
Questi esempi etnografici di società primitive e culture altre che non vivevano la contraddizione di lavorare per produrre un surplus inutile o per una moneta sono delle esperienze interessanti, da non mitizzare ma da cui possiamo prendere spunto per criticare l’assurda logica del lavoro salariato che ci annienta quotidianamente.
In un mondo dove tutti dalla televisione alla radio passando per libri e giornali non fanno altro che parlare di crisi economica, sovrapproduzione, sottosviluppo, licenziamenti, lavoro precario, flessibilità, questo libro di Philippe Godard contro il lavoro è una ottima riflessione che ci aiuta a liberarci dal concetto di lavoro come fatica e obbligo e sottolinea che i lavoratori non hanno abolito e non aboliranno mai i rapporti di classe senza abolire il lavoro.

Letto 1350 volte

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op