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Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Impressioni di settembre

Scritto da p.Domenico Cremona
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Nell’ultimo numero di questo giornalino, prima della pausa estiva, in questa rubrica, la comunità di Agognate esprimeva il proprio invito al voto per i referendum del 12-13 giugno. Era un invito in quanto vivendo in una democrazia partecipativa, la partecipazione alla vita politica è dovere di ogni cittadino. Il risultato del voto referendario (quasi 28 milioni di votanti) è stato chiaro: oltre a dire NO alle centrali nucleari (dei 4 il quesito meno votato) e al legittimo impedimento, la democrazia partecipativa ha stabilito anche un secco NO alla privatizzazione dei servizi pubblici locali d’interesse generale, a partire dalla gestione dell’acqua ma non solo, NO ai profitti del mercato sui beni comuni essenziali...
La manovra finanziaria dello scorso agosto prevede all’articolo 4 la privatizzazione dei servizi pubblici locali! Non è novità che, abrogata una legge col referendum, successivamente il Governo, cambiando solo qualche virgola e qualche termine al testo della legge, la mantenga in vigore. Anzi, con più vigore di prima. Così è stato per il referendum che ha abrogato la legge riguardante il finanziamento pubblico ai partiti politici del 1993: la legge è rimasta sostituendo a “finanziamento pubblico ai partiti” la dicitura “rimborso elettorale” lasciando tutto come precedentemente al referendum. In questi giorni si stanno raccogliendo le 500000 firme necessarie per un referendum che abroghi l’attuale legge elettorale definita “una porcata” dallo stesso Ministro del Governo (Calderoli) estensore di questa legge. Se ci sarà il referendum e se si abrogasse la legge (legge 270 del dicembre 2005), con quel mio SÌ cambierò il sistema elettorale?
Che fare dunque? Come vivere in un Paese a democrazia partecipativa se la mia partecipazione alla vita politica viene comunque ignorata e le decisioni referendaria raggirate?
Siamo all’ultima spiaggia? No perché anche quella è stata privatizzata!
Forse devo piegarmi alla saggezza di un altro Ministro del Governo, Bossi (di cui Calderoli è il braccio destro – il sinistro se lo è misteriosamente rotto questa estate!) che dichiara che “l’Italia va a picco”. Forse è vero ma in tal caso lo ringrazio del suo prezioso contributo per tale realizzazione.
Oppure devo con mansuetudine allinearmi al Presidente del Consiglio convinto che “l’Italia è un Paese di merda”. E se lo dice chi governa questo paese, una, almeno una, ragione c’è per inverare questa affermazione. Considerando la vastità della corruzione, il disprezzo della Costituzione e delle regole della democrazia, il controllo dei mezzi d’informazione, il disprezzo del potere esecutivo e giudiziario, il tentativo di smantellare la sanità e la scuola pubblica, lo svuotamento della cultura ridotta ad istinti del basso ventre e gravida di razzismo e omofobia, l’oppressione della povertà e la disoccupazione indotte, considerando e nonostante tutto ciò, mi convinco che l’Italia non è un Paese di merda, ma riservo e applico questo biologico aggettivo ad alcune persone che detengono, là dove ne creano necessità, il potere politico, economico, religioso e, sfruttandone i privilegi, se ne servono per soddisfare i loro smisurati bisogni e i loro effimeri desideri. E ciò a scapito della serietà e della qualità professionale. Così la crisi economico-finanziaria la si affronta per tentativi, proposte assurde, provvedimenti inutili, cercando di allontanarne lo spettro con l’esorcismo delle distrazioni e dell’intrattenimento e con il sacrificio delle tasse. Tra “l’isola dei famosi” - nuovamente nel palinsesto RAI - e l’aumento al 21% dell’IVA esiste uno stesso filo conduttore di sfruttamento e d’impoverimento delle menti e delle tasche della popolazione italiana.
È il prezzo che paghiamo per il nostro atteggiamento d’omertà e d’indifferenza che hanno preso il posto del coraggio e della dignità, facendoci sentire a nostra volta ‘nu poco omm’emmerda.

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