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Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Trovarsi in un convegno di etica

Scritto da Lucia Iorio
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Camminare in novità di vita non si inventa! Occorre che qualcosa irrompa nella nostra esistenza e la cambi radicalmente. Comunemente, in un linguaggio di fede questo lo chiamiamo “conversione”, “metanoia”, movimento che ci porta a convergere con una realtà nuova, al di là della nostra mente, dei nostri pensieri e desideri. Occorre un cambiamento che ci faccia vedere “buono” ciò che prima per noi non aveva alcun significato o addirittura era visto negativo.
Per usare ancora un linguaggio teologico diciamo che è il Cristo che irrompe nella nostra vita, la strappa dalla morte e la restituisce a vita nuova. Senza questo intervento continuiamo ad avvolgerci in spirali che ci soffocano sempre di più.
Solo un intervento esterno, lo Spirito Santo che soffia, crea la realtà nuova. E’ come la mano ferma e precisa di un chirurgo che asporta dal corpo quanto ci conduce alla morte e riapre la vita alla sua possibilità. Non voglio far coincidere la salvezza con la salute fisica ma il paragone mi pare valido per chiarire il significato.
Come singoli credenti e come Chiese ci è chiesto di ordinare in un senso i tanti avvenimenti che sempre ci investono con estrema violenza.
Una donna, in un ristorante, scambia qualche affettuosità con la sua compagna e un uomo si indispone al punto di spaccarle la faccia! C’è ancora chi scrive sui muri: “Valdese eretico”... testamenti biologici e quant’altro arrivano alle nostre orecchie dai mezzi di comunicazione (quando possiamo ancora definirli tali) e ci lasciano nello sconcerto.
“La gente si smarrisce dietro ai mille piccoli dettagli che qui ti vengono quotidianamente addosso, e in questi si perde e annega. Così non tiene più d’occhio le grandi linee, smarrisce la rotta e trova assurda la vita…”  Scriveva Etty Hillesum nelle sue Lettere già nel 1943.
Trovarsi in un convegno a dialogare sull’etica vuol dire cercare queste grandi linee per non smarrirsi e per tracciare un percorso dove ognuno possa essere accolto nel cammino con le sue esigenze e le sue ferite.
Il dialogo esige una società che sia capace di comunicare, e già qui troviamo il primo intralcio, se la comunicazione è ridotta ad essere investiti di violenze perpetrate in ogni luogo e in ogni condizione vediamo già scendere vorticosamente la nostra e l’altrui possibilità di confrontare le diverse prospettive.
Il dialogo esige fiducia, devo credere che se chi mi sta di fronte ha una posizione diversa dalla mia non lo fa per averne un tornaconto ma semplicemente perché si trova a vivere in una situazione che è altra rispetto alla mia.
Due le linee che voglio evidenziare: la prima è fatta di apertura e rispetto, capacità di accogliere e contenere percorsi di vita non sempre corrispondenti a quella  linearità che ci piace immaginare. Ci voleva Picasso per spezzare le forme e farle rimanere ancora nell’arte.
Se questo esige fatica perché ciò che è diverso scardina le nostre certezze e ci mette in balìa dell’ignoto, è vero anche l’inverso, l’ignoto e la fatica ci permettono di vedere ciò che è spezzato, in una certa visione, all’interno di un percorso di vita che ha ancora tutte le caratteristiche per definirsi tale.
Affinché questo accada, affinché si dia qualche modifica nei nostri orizzonti di pensiero è necessario lasciare la propria riva. Siamo un po’ tutti “una barca che anela al mare eppure lo teme” come dice la splendida poesia di Edgar Lee Masters in Antologia di Spoon River; eppure sappiamo bene che è l’unica possibilità per raggiungere l’altra.
Il desiderio da solo a volte non basta, una condizione essenziale per lasciare la propria sponda e uscire da quell’immobilismo che genera violenza sono due braccia tese e una voce che chiama; come per il bimbo piccolo che si muove verso chi gli dice: “vieni” e si dispone ad accogliere l’incertezza dei suoi primi passi.
Primo: non giudicare, in tutta la Scrittura è ripetuto in continuazione che il giudizio appartiene a Dio.
A noi che vogliamo essere suoi seguaci è chiesto discernimento e rigore, questa è la seconda linea: pedofilie più o meno occultate, paradisi fiscali, scarpe di Prada pensiamo possano essere due braccia rassicuranti?
Meglio restare nella propria sponda, aggrapparsi alle proprie certezze, pestare pugni e dare la caccia agli eretici di turno.
La posta in gioco è alta.
Come donne e uomini di fede siamo fortemente interpellati ad essere segno tangibile. A saperci “segnati”, ovvero appartenenti a Cristo. Incisi nella carne da chi ha tolto per noi la morte e ha fatto sgorgare una vita nuova. Siamo  allora chiamati a fuggire le opere di morte, piccole o grandi che siano, a ritrovare il senso di un peccato sociale che è molto più radicale di ciò che appare in superficie.  Ci troviamo a condannare la violenza e continuiamo, come Pilato, a lavarci le mani, ci bendiamo gli occhi e non vogliamo o non possiamo sapere che l’abbiamo prodotta.
Un passo diverso dunque se cammino si vuole diverso, passo che sostiene la fatica e si apre alla gioia della danza.

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