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Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

I did it my way

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Settant’anni di vita mi sembrano un’occasione buona per fare dei bilanci. In questo contesto vorrei concentrarmi sul bilancio della mia vita spirituale di cristiano. Seguirò il procedimento cronologico per  rendere più chiaro il filo conduttore in mezzo alle contraddizioni e rotture  che ci sono state nella mia vita .
La mia socializzazione religiosa era in gran parte segnata da un’educazione severa e cattolicissima da parte dei miei genitori, due persone semplici, con poca cultura, ma assolutamente coerenti ed autentiche. Hanno sempre fatto di tutto per non fare mancare niente ai quattro figli, materialmente ed affettivamente. Ci sentivamo protetti ed amati. Nello stretto ambiente in cui siamo cresciuti, sono state quasi esclusivamente la famiglia, la scuola e la Chiesa – meno i pochi amici, perché abitavamo in profonda campagna - a dare un’impronta alla nostra infanzia ed adolescenza. Per quanto riguarda l’orientamento religioso della nostra educazione, questi pilastri della vita di un giovane  di allora ci hanno insegnato e fatto vivere un Dio onnipotente, severo, che punisce senza pietà ogni peccato. L’onnipresenza di questa immagine del Dio inesorabile ci metteva paura piuttosto che amore ed affetto e questo soprattutto in un ragazzo sensibile e scrupoloso come me, i cui sogni di una vita migliore si alternavano ancora con degli incubi dei pochi ma crudelissimi ricordi della guerra. Una fede basata sulla paura insegna umiltà,  ma paralizza il credente, gli impedisce di crescere e maturare .
In questo stato di immaturità (non solo) religiosa ho cominciato i miei studi di filologia all’Università di Münster, la cui facoltà di teologia allora vantava professori come Rahner, Ratzinger, Metz, Lehmann ed altri nomi famosissimi. Mi dispiace tanto di non aver approfittato di più di questa situazione unica durante il Concilio Vaticano Secondo. In fondo sono stato uno studente anonimo, che studiava e taceva. Tanti dei miei amici di scuola e commilitoni in questi anni hanno reagito con indifferenza, protesta o aperta rabbia alla Chiesa degli anni ’60. Molti l’hanno anche lasciata definitivamente.
La grande svolta nella mia vita  – anche dal punto di vista religioso - avvenne proprio nel famoso ’68.  Dopo la laurea e le prime esperienze da insegnante sentivo un vuoto terribile dentro di me. “Tutto il mondo cambia, solo tu rimani quello di sempre. Questo è già tutto?”
E si è svegliato quell’altro lato in me che finora pensavo di dover reprimere perché poco serio e non efficiente. Oltre a Theo, il tipico tedesco diligente, disciplinato e sempre serio, esisteva - di nascosto si capisce - anche un Theo pieno di fantasie, curioso di conoscere tutto e tutti e con una voglia matta di ridere. Ho fatto domanda per l’incarico come assistente di lingua e cultura tedesche in Italia, ho vinto il concorso e sono entrato …in Paradiso.  Da allora una vita – a parte la salute - solo in discesa (è strano, ma anche tipico: nello stesso contesto in tedesco si direbbe aufwärts - in salita) e questo giudizio vale per tutti i campi della vita. Per quanto concerne la mia vita di cristiano, sono subito stato fortunatissimo. Il Ministero mi aveva assegnato un istituto a Firenze. Per puro caso (ma è stato un caso?), lì ho trovato una sistemazione in uno studentato gestito dai padri Missionari del Sacro Cuore, in pieno centro città. Proprio in quell’anno, era il’68, i padri facevano un progetto interessantissimo ed esplosivo: due giovani padri, 6 novizi e 6 “normali” studenti universitari - fra loro anch’io come unico straniero - tutti sotto un tetto. Quel secondo Theo, che ho descritto sopra, si è trovato subito a suo agio. Infatti, pur handicappato all’inizio per il mio italiano molto povero, cercavo di non perdere nessuna discussione e nessuna delle tante imprese fatte insieme. Soprattutto quei due padri eccezionali – purtroppo ambedue sono morti pochi anni fa - mi hanno insegnato tante cose. Grazie alla loro parola e al loro esempio sono riuscito ad “aggiornare” e vivacizzare la mia fede ed il modo di viverla. Per la prima volta in vita mia percepivo un legame vivo  fra la  buona novella del Vangelo e la gioia.
Ciononostante, anche dopo questo evo d’oro le crisi spirituali tornavano con una certa regolarità.
L’ultima grande crisi risale all’inizio degli anni ’90. Si annunciava come sempre con un grande vuoto in me: nella professione avevo più o meno raggiunto gli obiettivi che mi ero posto, avevo definitivamente rinunciato a creare una famiglia ed alla mia vita spirituale cominciavano a scarseggiare  la  determinazione e la freschezza .
Anche in questa situazione il Signore mi ha fatto conoscere delle persone straordinarie che mi hanno aiutato e mi aiutano tutt’ora  a fare altri passi nel mio cammino verso una soddisfacente vita da cristiano. Sto parlando del carismatico padre Werenfried e della comunità domenicana di Novara, in particolare del grande padre Ennio e del carissimo amico Pier Paolo.
Oggi, dopo tanti alti e bassi,  la mia filosofia personale  di come vivere la fede (ed affrontare la vita) è grosso modo questa:
La mia fede non è stata mai un blocco monolitico, avevo sempre dei dubbi, ma pensavo che questi dubbi fossero un segno di debolezza, in fondo una prova che io come fedele valevo meno dei “buoni cristiani “. Oggi so che i dubbi fanno parte della fede e non mi escludono dall’appartenenza al popolo di Dio. La natura umana è debole ma anche i deboli sono membri della Chiesa del Signore. Sarebbe pericoloso trattare l’argomento con troppa faciloneria e cadere nella trappola di un facile relativismo. Ma ho conosciuto tante persone - spesso ipersensibili e devote – sempre sull’orlo della depressione. L’amico padre Werenfried mi ha detto una volta: “non è previsto da Dio che dobbiamo soffrire in continuazione”. Che brutta novella sarebbe quella che rendesse la vita ed anche la fede non vivibili. La speranza e la gioia sono messaggi cristiani fondamentali. Perché dovremmo lasciarle alla psicologia ed al mondo esoterico?!
Dio ha dato ad ognuno di noi delle doti diverse ed anche nella vita ognuno poi fa delle esperienze individuali molto differenti. Questo vale anche per il modo di vivere la propria esperienza di fede.
Il mio rapporto con il Signore è un rapporto  molto personale (padre - figlio) caratterizzato da preghiere altrettanto personali. L’immagine del Dio Re onnipotente che vede tutto e ti punisce subito per me è un anacronismo; mi ricorda le mie paure quando ero giovane. A volte faccio fatica a recitare preghiere, litanie ed anche il rosario (mi dispiace, padre Ennio!) soprattutto quando i loro contenuti non coincidono con le mie intenzioni del momento. Suscitano l’interesse estetico e filologico dell’ ex professore (registri, immagini, mezzi stilistici) ma anche mi conducono ad interferenze mentali e distrazioni.
Non mi piacciono neanche  tanto i momenti molto solenni ed edificanti. Mi è rimasta in mente invece, quasi come programma, una frase di padre Ennio molto vicina al mio mondo abbastanza concreto: “Dio si trova soprattutto nel volto dei più poveri e deboli”.  Così tanti anni fa ho cominciato a seguire i malati terminali in un ospedale della mia città e a rispondere al telefono amico della Caritas.
Quando i miei studenti – cristiani o meno - per l’indiscrezione di qualcuno  hanno appreso dei miei impegni sociali, mi hanno fatto tante domande, per me una buona occasione per un outing della mia fede  con il comandamento centrale dell’amore verso il prossimo.
Perché ho chiesto a Pier Paolo di pubblicare questo articolo? Sono un assiduo lettore del giornalino della Comunità. Trovo temi interessanti ed attuali, ma a volte mi piacerebbe anche sapere qualcosa sugli scrittori  degli articoli.

È strano: una lettera personale, “intima”, come questa, in lingua tedesca non l’avrei scritta….

Ringrazio Theo per la sua amicizia, iniziata casualmente (ma, riprendendo una sua espressione, si è trattato di un caso?) quasi vent’anni fa, e per questa sua densa lettera, che ripercorre la sua storia personale e, sullo sfondo, i cambiamenti avvenuti nella società e nella Chiesa con il Concilio Vaticano II.
Sono molti gli spunti di riflessione che il suo scritto ci propone; mi posso soffermare solo su alcuni, lasciando ai lettori, se lo desiderano, intervenire a loro volta con i loro commenti.
Innanzi tutto il titolo, che riassume l’intero contenuto: “Ognuno di noi ha la sua storia con Dio”. È  vero,  il percorso di fede di ognuno, come ogni uomo, è unico e irripetibile. Ricordo che l’allora cardinal Ratzinger nel libro-intervista Il sale della terra (1997) alla domanda su quante fossero le vie per incontrare Dio rispondeva: tante quante sono gli uomini.
Theo ci mostra il cambiamento che è avvenuto in lui nell’immagine di Dio, da un Dio giudice che incute paura al Dio che è fonte della nostra libertà, al Dio del Vangelo. Purtroppo nella storia della Chiesa ci sono anche molti errori e ci sono state una predicazione e una pedagogia che, forse per la preoccupazione di promuovere la vita morale, hanno sottolineato il tema della colpa e della punizione, perdendo di vista qual è la fonte della morale e quasi dimenticando che l’annuncio cristiano è il Vangelo, la Buona Novella di Cristo ed è causa di gioia: “siate sempre lieti nel Signore”, raccomandava san Paolo (1 Ts 4,4)
Theo ci parla anche dei dubbi che tuttora accompagnano la sua fede: “Oggi so che i dubbi fanno parte della fede”. Sto leggendo un interessante libro di Tomáš Halík, teologo dell’università di Praga (è tradotto in tedesco e in altre lingue, non mi risulta lo sia anche in italiano): ha un titolo significativo “Pazienza con Dio”. La fede ci colloca nel mistero, non risolve problemi e deve restare sempre aperta alla ricerca. “Le risposte senza domande, scrive Halík, senza quelle domande che hanno originato le risposte e quelle nuove,  che le risposte hanno successivamente suscitato, sono come alberi senza radici”, ma spesso, aggiunge, le “verità cristiane “ci sono presentate come alberi senza radici, senza più linfa vitale.
Un’ultima considerazione. Theo scrive che una lettera come questa in lingua tedesca non l’avrebbe mai scritta e lo trova strano. A me non pare strano: la lingua è sempre carica di una particolare cultura, di un modo di essere, si collega alle esperienze che con essa abbiamo vissuto. Ricordo le ore di tedesco alle superiori come momenti molto belli, eravamo solo in sei a studiarlo, con un’insegnante molto paziente e serena; forse è anche per questo che amo il tedesco. Ed è un caso?
Grazie ancora, Theo, e a nome di tutta la comunità e dei tuoi amici i più fervidi auguri per i tuoi settant’anni!

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