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Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

Gelsomino

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C’era una volta un bambino con il nome di un fiore ma tutti in paese lo chiamavano “Ave Maria” perché questa invocazione era continuamente nelle sue labbra. Ave Maria era quasi tutto di quanto aveva assimilato al catechismo. Fu battezzato col nome di “Gelsomino” perché portato al fonte battesimale dentro un canestro rivestito di un fascio di gelsomini. Intorno ai quindici anni, a causa della peste, perse i genitori. Questa morte non turbò molto il ragazzo perché gli fu detto che la sua mamma e il suo papà erano volati in cielo vicino alla Madonna ed era contento che i suoi genitori fossero in Paradiso. Rimasto solo, Gelsomino dovette arrangiarsi alla meglio per vivere. La Provvidenza, comunque, c’è per tutti ed anche Gelsomino, che pareva più un cane randagio che un bambino, riuscì a portare avanti i suoi anni senza saltare troppi pasti. Del fiore gentile, di cui portava il nome, non aveva  nulla. Era cresciuto buono e docile, è vero, ma aveva un corpo grosso e tozzo e lo si riconosceva a un miglio di distanza.
Malgrado pesasse intorno ai novanta chili, Gelsomino non aveva un briciolo di forza; era rimasto un bambinone semplice e gentile, un bimbo di non più di quattro anni e come tale si comportava. Se ne stava ore e ore a giocare con la sabbia presso il ruscello, mentre ripeteva in continuazione, nel suo semplicissimo parlare: “Ave Maria, Ave Maria...”. Se diceva: Buon giorno, vi aggiungeva Ave Maria. Un qualsiasi discorso era ricolmo del saluto angelico alla madre di Gesù. Anche nei suoi giochi pensava sempre alla Madonna come se Maria gli fosse accanto in ogni momento. Cercava persino di modellarla nei pupazzi grossolani che costruiva con la sabbia bagnata. Ci metteva tanto impegno che pareva ne contemplasse continuamente la visione. Guardava in alto, come se dal cielo prendesse ispirazione, e sorridendo si metteva a lavorare con la sabbia.
Gli altri bambini, spesso e volentieri, si divertivano a distruggere quelle figure non appena terminate. Lui, non sapendo come difendere le sue povere opere, si buttava in ginocchio, allargava le braccia per proteggerle con la massa del suo corpo. Si curvava sulla figura di sabbia e abbracciandola urlava piangendo: “Ave Maria, no! Ave Maria, no!”. Molte volte, spinto dagli altri bambini, cadeva sulle rozze statuine di sabbia, da lui modellate, rimanendo a lungo immobile, su quelle immagini distrutte.  Chiudeva gli occhi per continuare a vederle così come le aveva fatte.
Come tanti bambini era servizievole e ubbidiente e tutti ne approfittavano volentieri. “Ave Maria, portami questo a casa”, “Ave Maria, vai a prendermi il cesto”, “Ave Maria, fa’ questa cosa”, “Ave Maria, fa’ quest’altra”... Tutti si approfittavano di lui, nonostante gli volessero bene. Lui ogni giorno, trotterellava su e giù per il paese come un giovane elefante, sorridente e felice di rendersi utile.
 Gelsomino aveva il dono straordinario dello stupore. Una barchetta di carta che galleggiava nel ruscello riempiva i suoi occhi di meraviglia come se fosse un transatlantico, che per una strana magia, navigava in quel fiumiciattolo. Una formica che camminava in equilibrio su un filo d’erba; il salto di una rana nello stagno, il ronzio di un moscone... tutto aveva il potere di stupirlo e di farlo felice. La semplicità dei suoi gesti e delle sue emozioni davano a chi lo guardava, con occhi buoni, il senso dell’eterno.
 Specialmente il suono delle campane lo mandava in estasi. Quando le campane della chiesa iniziavano a suonare lo si vedeva guardare in alto incantato. Contemporaneamente si sentiva modulare la sua voce e ripetere in continuazione ad ogni rintocco: “Ave Maria, Ave Maria...”.
 Un giorno, mentre ormai il sole stava tramontando e la maggior parte della gente del paese era in casa, Gelsomino se ne stava seduto sui gradini della chiesa a mangiare un panino. Arrivarono alcuni ragazzacci con la testa rapata e con tanti tatuaggi in ogni parte del loro corpo. Urlavano, ridevano sguaiatamente, cantavano canzoni oscene. Alcuni di loro, armati di bombolette spray, si misero ad impiastricciare il muro della chiesa. Nel vedere quella baraonda Gelsomino, da prima non comprese nulla, anzi iniziò a battere le mani contento di vedere dei ragazzi che cantavano. Si mise poi paura quando vide che alcuni urinavano addosso al muro della chiesa. Iniziò a piangere e gridare:
“Non bene, non bene, Ave Maria. Non bene fare pipì sulla casa di Maria”.
I ragazzi, che non avevano ancora notato Gelsomino, nel vederlo piangere e gridare frasi strane incominciarono a deriderlo ed a prenderlo a spintoni. Ad ogni spinta Gelsomino ripeteva: “Ave Maria”. Pareva si divertisse. In seguito le spinte divennero sempre più furiose, accompagnate da calci. Il povero ragazzone incominciò ad urlare tremando: “Ave Maria, stanco! Ave Maria, Gelsomino stanco!”. I giovani tatuati non lo ascoltavano, anzi, lo sforzo che facevano a muovere novanta chili di carne molle e inerte, pareva eccitarli diabolicamente : “Forza! Dai! Prendi su! Piglia questa...”. Gelsomino cadeva, si rialzava, ricadeva.
Il macabro gioco durò a lungo. Alla fine, tra uno spintone e l’altro, lo trascinarono, come fosse una palla, fino alla riva del ruscello. Gelsomino cadde a terra sfinito. Era irriconoscibile, gli usciva il sangue dal naso e dalle mani, era ammaccato dappertutto e il suo volto si era trasformato in una maschera orrenda di paura e di lividi. I ragazzacci nel vederlo a terra ricoperto di sangue, scapparono  via ridendo. Gelsomino rimase a terra senza dare più nessun segno di vita.
 Poiché nessuno si occupava sul serio di lui, in paese nessuno si accorse di nulla, né quella sera, né per tutta il giorno dopo e la notte seguente.
Solo una figura, splendente di luce, vegliava dall’alto. La Vergine Maria, così amata e invocata da Gelsomino, fece scendere dal cielo tanta neve da ricoprire il corpo del ragazzo come fosse un grande mantello bianchissimo. Poi Lei stessa scese a prenderlo per mano e portarlo con sé in Paradiso.
L’indomani, in paese, tutti si misero alla ricerca di Gelsomino. Senza di lui la vita in quel paese sembrava improvvisamente cambiata. Gelsomino non poteva essere sparito nel nulla. Lo cercarono in ogni casa e in ogni angolo ma di lui non c’era traccia. Temendo che fosse caduto nel ruscello, dove era solito giocare, vi si recarono tutti insieme, con apprensione.
Il prato, ricoperto di neve, sembrava un grande lampadario su cui il sole mattutino si divertiva a far rimbalzare i suoi raggi, con tutti i riflessi dell’arcobaleno.  La luce, stranamente, si concentrava soprattutto su un punto che risplendeva in modo abbagliante. I paesani, attirati da quella luce, si avvicinarono a quel mucchio di neve che risplendeva in modo particolare. Con uno stupore misto a una certa paura videro che sopra quell’ammasso di neve si stagliavano nette le parole: “Ave Maria”. Chi le aveva scritte? Dopo alcuni momenti di grande stupore qualcuno osò dire:
“E’ possibile che Gelsomino sia sepolto sotto la neve”.
Questo dubbio doveva immediatamente essere controllato, ma non avendo nessuno strumento per togliere la neve, i soccorritori si misero a scavare con le mani. Quando il bianco mantello fu rimosso, trovarono il corpo di Gelsomino.  Nonostante il viso tumefatto sembrava sorridere felice. Mentre gli uomini tirarono fuori il corpo inerte del ragazzo le campane iniziarono a suonare per chiamare la gente alla Messa mattutina. I compaesani di Gelsomino sentirono ancora una volta la sua esile voce, che all’unisono con le campane, cantava:  “Ave Maria, Ave Maria”.

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