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Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

Oceano mare

Scritto da Irene Larcan
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“Oceano mare” di Alessandro Baricco è un romanzo – ma forse sarebbe meglio dire solo “una storia”. Non ha una trama, non ha un inizio né una fine, non ha il carattere di un racconto, ma i contorni sfumati di un sogno o di un ricordo, senza tempo e – forse – senza scopo. E’ la storia di tante storie, una vita che si dirama in tanti piccoli frammenti di esistenza, ognuno dei quali ha un nome, una vita già trascorsa e senza senso alle spalle e un obiettivo da raggiungere.
Nessuno di questi piccoli grandi personaggi – i frammenti di esistenza – ha un ruolo di protagonista o di comparsa, ma partecipa passivamente a quel mistero irreale che è la vita alla locanda Almayer, un luogo sperduto e introvabile dove tutti, senza neanche volerlo, trovano se stessi, o quel poco che basta per dare senso alla propria storia.  
Il senso della preghiera

Padre Pluche
“Non è sciocco illudersi di.”
Fra le tante citazioni folli, questa, forse, attira maggiormente l’attenzione. Padre Pluche è di per sé un personaggio che attira l’attenzione, nonostante si mostri schivo oltre ogni dire. Ma risulta facile immedesimarsi in lui.
Il suo ruolo è quello del tutore di Elisewin, in altre parole il simbolo della corsa verso una cura che nessuno è sicuro che esista – anzi, di cui molti negano la possibilità.
Il contrasto tra i due personaggi è tanto forte da essere oltremodo azzeccato: tanto evanescente lei, quanto impacciato e, nonostante tutto, “terreno” lui. Padre Pluche lo si conosce a poco a poco, a partire dal viaggio verso la locanda Almayer: la sua missione sembrerebbe ridotta al ruolo di accompagnatore di questa ragazzina ammalata verso il luogo della supposta guarigione. Lentamente, poi, a fianco degli ospiti, la sua personalità si svela.
“Davvero scrivete anche voi?” gli viene chiesto. Da una così piccola domanda, si apre un universo. Scopriamo che questo prete scrive preghiere, niente di più normale. Poi leggiamo i titoli…
Preghiera di un vecchio a cui tremano le mani.
Preghiera di un medico che salva un malato e nell’istante in cui quello si alza, guarito, lui si sente infinitamente stanco.
Preghiera di un uomo che sta cadendo in un burrone e non vorrebbe morire.
Preghiera di un bambino che non riesce a dire le erre.
Ecco dunque un altro motivo per considerarlo un personaggio straordinariamente umano, non solo per il bizzarro modo di fare o per le espressioni perplesse che immaginiamo dipingersi sul suo volto durante i dialoghi con la sua piccola protetta. Padre Pluche, senza bisogno di presentarsi come un vecchio saggio con barba bianca e Sacra Bibbia alla mano, ripropone il concetto di fede come dialogo intimo e personale con Dio: perché è così che si svolge ogni sua preghiera, puntualmente aperta dalla musicale introduzione:
Signore Buon Dio, Abbiate pazienza, Sono di nuovo io.
Un semplice libro di preghiere personali, scritte senza una regola e senza una destinazione, scritte semplicemente per chi, anche senza saperlo, ne ha bisogno, come un bambino che non riesce a dire le erre o un vecchio a cui tremano le mani. Gli inni pluchiani – così mi piace chiamarli – sembrano, piuttosto, rivolti a una silenziosa, pacifica lotta contro le preghiere comunemente intese, nelle quali è sempre più difficile rintracciare qualcosa di sé. Sarà questo il motivo per cui credere è sempre così difficile?
Magari sarebbe più facile se tutti potessimo usufruire di Preghiere per tutti quelli che. Non occorre saper scrivere in versi, essere dei letterati: basterebbe la certezza che qualcuno abbia tracciato un percorso apposta perché venga percorso da noi. Allora ognuno potrebbe diventare, dentro di sé, un po’ sant’Agostino, e scrivere le proprie Confessiones: sarà servito almeno a ricostruire una strada inconsapevolmente già percorsa, a dare un senso a parole e domande che sorgono spontanee, ma che sembrano non trovare un destinatario. Agostino scrisse le sue, di confessioni, per un unico destinatario: l’uomo che non è ancora riuscito a trovare Dio in ogni vicenda quotidiana. Non è solo Padre Pluche, quindi, ad affermare che “Dio è dappertutto”.
Come il pastore, tra le cento pecorelle, va a cercare quella smarrita, Padre Pluche dedica una parte della sua vita ad una ragazzina che deve imparare a vivere, pronto a lasciarla andare nel momento in cui le saranno spuntate le ali.
“Eppure l’uomo, minima particella del tuo creato, vuole lodarti. Tu, tu lo spingi a trovar gioia nelle tue lodi, poiché ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non s’acquieta in te.”  Agostino

Ma, dunque, cos’è la preghiera? Qual è il suo scopo, perché nasce?
Essa è certamente tra le più antiche manifestazioni dell’uomo, uno dei bisogni più reconditi, nati senza per forza ricevere un nome, parimenti all’arte. Così come gli uomini hanno dato vita ai prodromi della storia dell’arte dipingendo sulle pareti delle caverne, allo stesso modo si sono rivolti ad un’entità sconosciuta, supplicando pioggia, cibo, vita, senza sapere che questo si chiama “pregare”. La preghiera ha dato vita all’arte, nata come forma di rito propiziatorio, e ha dato vita alla fede, che a sua volta ha generato la religione. La preghiera di Padre Pluche torna allo stato primordiale, con l’unico vezzo della consapevolezza del proprio scopo e, magari, anche della propria inutilità. E, sia pur inutile, ma ha un senso. Egli scrive le sue preghiere per occupare anche per un solo momento la mente di Dio. E vi entra in punta di piedi, guardandosi intorno, traendo spunto dalla sua Preghiera per uno che si è perso, e dunque, a dirla tutta, preghiera per me: a un certo punto nella vita di un uomo, egli vede disfarsi una strada. Una strada che non è un ponte, un vicolo, ma la strada che l’uomo ha dentro di sé. E Padre Pluche, sbigottito ma non rassegnato, si rivolge a Dio perché, semplicemente, si chiede “se qualcosa di meglio / si poteva inventare / che lasciare un povero cristo / da solo / in mezzo al mare”. Un mare che è solo mare, non un relitto, una spiaggia, uno scoglio, solo mare. Un oceano nel quale si cerca qualcosa e che in cambio dà solo onde che confondono come la danza di una donna. Padre Pluche prende questo buio, lo mette nelle mani di Dio e gli chiede di tenerselo per un’ora, quanto basta per diluire un po’ il nero, come se fosse un quadro da restaurare.

“Non è chiedervi tanto  chiedervi se. Non è offesa sperare che voi.
Non è sciocco illudersi di.”

E’ una preghiera che potrebbe essere citata per intero, ma proprio sul finire contiene una frase straordinaria, una frase che dovrebbe rappresentare l’essenza della fede in Dio: non abbiate paura, io non ne ho.
Un uomo – un prete, un religioso, ma comunque un essere umano – dice a Dio di non avere paura. E vi è un’altra frase, l’apice, direi, di questo grande inno che è la vita di Padre Pluche. Si trova nella Preghiera di uno che ha ritrovato la sua strada, e dunque, a dirla tutta, preghiera per me, e recita:

“Se serve qualcosa, Pluche, che vi deve la vita, sapete dov’è.”

Più che essere semplici parole, queste racchiudono il puro sentimento della bellezza, laddove essa viene intesa come dialogo del singolo con il divino. E’ stato questo, in fondo, il senso della preghiera durante i secoli: quello di scoprire quanto di bello c’è nel mondo, e di farlo venire alla luce anche quando esso sembra essere sopraffatto dal male.

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