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Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Cromosoma Y ?

Scritto da p.Domenico Cremona
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Sono sempre stato allergico alle suore! Sono cresciuto in una famiglia dove una zia, sorella di mio padre, era una suora Salesiana. Le poche volte e il poco tempo che trascorreva a casa erano vissuti come momenti di panico per la forza dirompente che quella zia riusciva a scatenare in seno alla quiete e semplicità di una famiglia contadina: al suo arrivo per me erano amare medicine ricostituenti che dovevo bere per crescere sano, compensate da altrettanto sgradevoli caramelle al gusto di naftalina che la premurosa zia conservava nei cassetti della biancheria. Inquietudine, disagio, sconcerto, hanno così marcato la mia prima giovinezza e il mio immaginario del mondo religioso femminile. Non me ne voglia la cara zia suora che oggi mi guarda comunque con benevolenza dal Paradiso; erano altri tempi, altri modi di formarsi e di esprimere e trasmettere la propria vocazione e il proprio stile di vita..., forse. In noviziato è stato un trauma “frequentare” tutte le comunità di suore e monache presenti sul territorio: i giovani fraticelli novizi costretti a rallegrare della loro presenza le suorine. Di ritorno da queste visite inevitabilmente iniziava una discussione e un scontro con il maestro di noviziato che mi imponeva tali frequentazioni. Terminato il noviziato, ero ormai completamente allergico alle suore. Quante risate si sono fatti su questa mia allergia i miei confratelli durante gli anni di formazione! Ma a poco a poco, grazie anche a quelle risate, la mia allergia è andata stemperandosi, lasciando spazio ad una maggiore consapevolezza che quell’immaginario dentro la mia testa stava sparendo. Ho iniziato a vedere con occhi diversi e con diverso interesse l’altra dimensione della vita religiosa, quella femminile. Le parole di Gesù “che c’è tra me e te donna?” (Gv 2,4) risuonavano come paradigma di nuovi interrogativi che ancora oggi sono costanti ingredienti della mia vocazione: che rapporto c’è tra frati e suore?; che tipo di collaborazione, di predicazione? Come integro la dimensione femminile nella mia vita religiosa?

La scelta del tema annuale del Giubileo domenicano “Le donne e la predicazione”, mi offre l’opportunità di meglio concretizzare questi interrogativi. Il logo realizzato da suor Thoma Swanson per questo tema inquadra il fondamento della donna predicatrice, come prima testimone del Risorto e con l’arduo compito di credibilità di fronte ai destinatari di questa Buona Notizia. La credibilità di Maria di Magdala è inquinata dal suo passato e ho sempre pensato che fosse questa la ragione del suo primato come predicatrice della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. San Domenico riproporrà lo stesso schema con la fondazione di Prouille: il primo parto di san Domenico è femmina. In Maria di Magdala e nella comunità di Prouille vedo la necessità di integrazione della donna (suore, monache, laiche) nella predicazione. Anzi, di più: mi sembra che la predicazione o l’evangelizzazione abbia il suo punto di inizio in una voce femminile e la voce maschile abbia dovuto poi integrarsi. Attraverso i secoli della storia della Chiesa le cose sono andate diversamente e la voce femminile è rimasta (e rimane) incompiuta o soffocata dalla difficoltà di oltrepassare le barriere culturali maschiliste e sessiste che pretendono l’esclusiva della predicazione. Recentemente in una conferenza su ‘Dio Padre’ richiamavo le espressioni teologiche che cercano di esaltare anche la dimensione materna di Dio: posto che sia insensata un’interpretazione sessista di Dio (Dio non ha cromosomi!), rimane evidente che dietro la rivendicazione di movimenti o teologie femministe del ‘Dio Madre’ c’è tutta la problematica contemporanea del Dio patriarcale e, soprattutto, della Chiesa patriarcale. La Chiesa ha come fondamento l’annuncio di un messaggio di salvezza e come struttura le relazioni di comunione e la gerarchia (preclusa alle donne) è specialmente funzionale; ma è comunque riuscita fino ad oggi a mantenere questa dimensione patriarcale, trasmessa e inculcata nella cultura, nella vita famigliare, nella liturgia, nella morale (la centralità della morale sessuale rispecchia il pensiero preponderante del maschio?).

“Maschio e femmina li creò” (Gn 127), non traccia una linea di demarcazione tra uomo e donna ma un unico atto creativo di Dio. Dio non ha creato Adamo ma un esemplare di uomo o meglio di umanità nel senso che ogni maschio e ogni femmina sono immagine-somiglianza di Dio. Per avere un uomo che gli somigli e che lo rappresenti, Dio ha bisogno di crearne due: maschio e femmina. È  l’integrazione dell’uomo e della donna che esprime l’immagine e la somiglianza con Dio. La tradizione teologica domenicana ha sempre avuto due criteri di analisi: si può distinguere senza separare; si può unire senza confondere. Distinzione e unione sono la via all’integrazione.

Credo che non sia sufficiente, per quanto importante, continuare a chiederci come e cosa predichiamo. Anche se è una domanda costante che rinnova le nostre professioni religiose. Ma per mantenere viva questa vocazione dobbiamo anche chiederci ‘con chi?’. Con chi predichiamo? La Famiglia Domenicana ha questa risorsa inesauribile di unire la sensibilità femminile a quella maschile per offrire una predicazione integrata. Purtroppo nelle nostre comunità tale integrazione è poco praticata. Come possiamo allora essere testimoni di un annuncio di salvezza di/per/con ogni uomo e ogni donna se non viviamo questa integrazione? È solo un problema di cromosomi?

Dal 1999  vivo qui nella comunità Agognate, composta da frati e laiche/ci domenicani/e: un progetto e un senso di vita religiosa che cerca – dico ‘cerca’ perché non sempre  riesce – di integrare l’universo maschile e quello femminile in un’unica esperienza di predicazione (mantenendo stili e sensibilità differenti). Sempre in quell’anno gli Atti del Capitolo Generale di Bologna dedicano una sezione a ‘Uomini e donne insieme nella missione’: “Spesso i frati dell’Ordine hanno considerato le suore e i laici come i destinatari della loro cura pastorale, invece di vedere in essi i loro pari nella missione apostolica. […] Crediamo sia importante che i frati facciano l’esame della loro immagine della donna, come pure l’immagine che offrono agli altri mediante le loro parole e i loro comportamenti.” (n° 34).

Oggi, a distanza di 13 anni, mi rendo conto di quanta strada ci sia ancora da percorrere in questa prospettiva di integrazione di missione apostolica.

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