Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Stampa questa pagina
Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

Safira

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

Da quando Maria e Giuseppe erano venuti ad abitare nella casa accanto, Safira non riusciva più a combinare niente di buono. Tutto le andava storto e vedeva nera ogni cosa. È risaputo che per chi vede nero è come se gli calasse sugli occhi qualcosa che impedisce di vedere correttamente. Non perde la vista, vede male. Come non esiste più sordo di chi non vuole sentire, così non esiste collirio capace di far vedere chi non vuole vedere. Se uno decide in cuor suo di non vedere la bellezza di un altro, non solo non la riconosce come bellezza, ma vi trova ogni difetto, tanto da percepirlo come bruttezza. Ciò avviene anche per la bontà. La si coglie come falsità, come imbroglio o come affettazione da chi ha deciso che “l’altro” non è né buono, né onesto.
Safira andava in Chiesa tutti i giorni, la mattina a Messa e tutti i pomeriggi al Rosario e alla Benedizione Eucaristica. Era presidentessa di una associazione caritativa e, se non ricordo male, apparteneva al terz’ordine dei laici francescani in qualità di maestra delle novizie. Si considerava una brava donna... tanto brava che, quando ogni 15 giorni andava a confessarsi, trovava difficoltà ad esaminare la sua coscienza perché non riusciva mai a trovarsi un peccato vero.
“Che gli dico al prete?... Bestemmiare, non sono abituata, rubare, Dio me ne guardi, commettere atti impuri men che meno visto che, per grazia di Dio, ho conservato intatta la verginità! Il delitto mi fa orrore e non ho mai desiderato né la roba, né l’uomo di un’altra. Il mio peccato, se ne ho - si diceva - é sempre il solito: mi distraggo un pochino nella preghiera e tutt’al più mormoro un pochino. In fondo sono anche una donna...”.
I nuovi vicini erano profughi, ma Safira non sapeva bene di che paese fossero. Lui era un capellone che si spacciava per falegname e lei che, anche quando il caldo era soffocante, non si toglieva mai il velo dalla testa, suppliva ai tanti capelli che lui mostrava, nascondendo i propri. A questi due strani personaggi era stato dato in uso un locale mezzo diroccato dove anticamente esisteva una stalla. Locale posto all’esterno del palazzo e che da tempo veniva adibito soltanto a ripostiglio, una specie di discarica privata di tutti gli abitanti del palazzo.
I nuovi venuti avevano trasformata la vecchia stalla in abitazione togliendo ai vari condomini la possibilità di accumulare in quel luogo tutto ciò che sarebbe stato opportuno gettare in una discarica. Senza mai lamentarsi e sempre con il sorriso sulle labbra, i due giovani avevano ripulito il locale.  Di conseguenza non solo Safira ma la maggioranza dei condomini, privati di una discarica sotto casa, si lamentavano con il padrone dello stabile, che, per una carità “pelosa”, aveva permesso ai due emigranti di abitarvi. In effetti il pensiero di molti era negativo nei confronti di tanti stranieri che da qualche anno continuavano ad affluire nelle loro città.  
In quel condominio anche altri problemi assillavano Safira: l’inquilina del piano sopra aveva recentemente divorziato e si era risposata al comune. Tre o quattro famiglie non mettevano mai piede in chiesa; il signor Rossi si era accompagnato con una donna rumena più giovane di venti anni. Infine vi era una coppia di sordomuti che litigavano in continuazione e che secondo Safira  certamente si picchiavano sodo un giorno sì e un altro pure. Ma tutto ciò era passato nel dimenticatoio; in quei due giovani si era ormai appuntata tutta l’ira e la curiosità della donna, per cui tutto il resto le sembrava meno grave. Non capiva come potessero vivere sempre contenti e sorridenti malgrado la loro  indigenza. La ragazza aspettava un bambino ma lavorava in continuazione. Sentendola anche cantare, scuoteva la testa mormorando:“Signore mio, non capisco come abbia voglia di cantare, non c’è dubbio, quella ragazza non ha la testa sulle spalle. Come farà a cantare tutto il giorno, quando non ha un soldo neppure per far cantare un cieco?! Sono dei terroni sciocchi e senza giudizio! Lui è un capellone che secondo me sa a stento usare la pialla e lei ha una faccia da madonnina tutta zucchero e miele. E’ proprio vero: Dio prima li fa e poi li accoppia”; e sospirando si ripeteva angosciata: “Il dramma è che continuano a mettere al mondo dei bambini!  A me che sono tutta casa e chiesa Dio non ha dato nessun figlio e non vi è dubbio che lo avrei educato e cresciuto nella legge del Signore. Ma come crescerà questo bambino con due genitori così?”
La gioia che zampillava da ogni azione dei due giovani, oltre che darle fastidio, le faceva covare il sospetto che avessero da nascondere un qualche cosa di losco. Il suo dilemma era sempre quello: “Che siano dei terroristi?”  
E rimuginando queste cose, ogni giorno, spiava tra le persiane le mosse di Maria. Spesso non badava più al ragù che si bruciava o non stava attenta al latte che usciva fuori dal bricco e spesso non aveva più tempo neppure di rifarsi il letto.
  Un giorno che i due sposi ebbero una visita, tanta fu la curiosità della donna che per correre alla finestra lasciò aperto il rubinetto dell’acqua del bagno  e si trovò allagato l’appartamento. Aveva sentito parlottare Maria e Giuseppe e le era sembrato di udire delle cose che confermavano i suoi sospetti. Ciò che le sembrava di aver udito e capito risuonò in lei come qualcosa di mostruoso. L’ospite, certo un terrone anche lui, rincuorava Giuseppe perché presto sarebbe venuto un Salvatore che avrebbe messo in libertà i prigionieri.
“Lo sapevo, lo sapevo che quei due sono dei terroristi” bofonchiò la donna.  Maledisse l’acqua che scorreva, e per tamponare il disastro, perse il resto del discorso. Un’altra volta lasciò bruciare lo stufato perché vide partire Maria da sola. Venne poi a sapere che la giovane sposina era andata ad aiutare una sua lontana parente, una certa Elisabetta che, a quanto aveva sentito, abitava molto distante. “Qui gatta ci cova” si disse Safira “una sposina che se ne parte sola e per di più mentre aspetta un bambino, non mi fa presagire nulla di buono”. Ogni domenica  dopo la messa, Safira si fermava volentieri con le amiche e giù a parlare della strana coppia. “Quel Giuseppe è rimasto solo, è troppo taciturno. Chissà come vive, e poi perché non si taglia i capelli? Mai visto un falegname capelluto!”.  Di tutto ciò  parlava spesso anche con Debora, che faceva la dama di carità a tempo pieno. Donna, questa, stimata da tutti, tanto che la chiamavano: il buon Samaritano della città. Costei si vantava, giustamente, di riuscire a capire al volo chi era davvero povero e chi, come quella strana coppia, fingeva per sfruttare la bontà della gente per bene. La dama di carità aveva in pieno condiviso i pensieri di Safira, anzi le aveva consigliato di vigilare su quella strana coppia.
Un bel giorno la sposina ritornò e dopo qualche mese nacque un bambino, ma neppure la sua nascita fece cambiare idea a Safira sulla “strana coppia”.  La donna, infatti, il giorno di Natale si recò come al solito in chiesa e davanti al presepio, non sapendo con chi sparlare, iniziò a lamentarsi con la Madonna: “Perché alla gente strana vanno sempre bene tutte le cose? Io ho passato la vita tra casa e chiesa ed eccomi qui, quasi vecchia, e sola in questo giorno di Natale!”.
Pianse un pochino sentendosi la pecorella smarrita e, sempre lamentandosi,  si sedette davanti al presepio e si appisolò. Nel dormiveglia le sembrò che la Madonna si alzasse dal presepio e le venisse a sedere vicino, sentì che le prendeva una mano e le diceva: “Safira, figlia mia, soltanto l’amore è il collirio necessario per aprire gli occhi del cuore. Il mio Gesù, che tu dici di amare, ha detto: “Chi è mia Madre, chi i miei fratelli?”. Madri e fratelli del Signore sono tutti quelli che fanno la volontà del Padre mio. In ogni uomo, in ogni donna, indipendentemente dal colore della pelle e dal luogo di provenienza vi é un figlio mio. Ama quella coppia straniera e in essa vedrai Giuseppe, me ed il mio Figlio Gesù”.
 Quando Safira si svegliò, guardò il presepio e nelle statue della Sacra Famiglia riconobbe i volti di quella famiglia che abitava vicino alla sua casa. Si stropicciò gli occhi più volte, si avvicinò alle statuine e finalmente capì.

Letto 1269 volte Ultima modifica il Giovedì, 09 Ottobre 2014 17:47