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Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

La predicazione delle donne

Scritto da Irene Larcan
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Sono andata con grande emozione, o dovrei dire con “timore e tremore”, nel sancta sanctorum dell’Ordine, a Roma sull’Aventino, dove si trova la Curia Generalizia e dove Domenico visse per qualche tempo. Ero stata invitata da fra David Kammler, promotore internazionale del Laicato domenicano, a partecipare al Salotto che quest’anno avrebbe trattato il tema della predicazione delle donne nell’Ordine.
Il Maestro Generale, fra Bruno Cadoré, nella sua introduzione all’incontro, come nella Lettera indirizzata a tutti i membri dell’Ordine all’inizio del 2012, preferisce usare il termine evangelizzazione per non creare confusioni con la predicazione ministeriale o istituzionale, riservata ai frati ed ai presbiteri. Mi piace l’immagine di donna portatrice di buone notizie, specie in questi giorni in cui la Tv ci sommerge di pessime notizie: l’attentato alla scuola di Brindisi in cui una ignara ed innocente, la sedicenne Melissa, ha perduto la vita; le case, le chiese, gli stabilimenti industriali sventrati dal terremoto in Emilia.
Ma fuori dalle distinzioni terminologiche, Sr Giovanna Figini, monaca di Pratovecchio (AR), Sr Elena Ascoli della Congregazione Romana di San Domenico, impegnata nella pastorale universitaria a Perugia, ed io laica domenicana e presidente provinciale delle FLD, abbiamo condiviso con i numerosi intervenuti, frati, suore e laici, la nostra esperienza di annuncio.
Ad ognuna di noi, donne del XXI secolo, come alla Maddalena, è rivolto l’invito di Gesù “Va’ a dire ai miei fratelli”: raccontare quello che abbiamo visto con i nostri occhi e toccato con mano, uscire dalle nostre tombe per cercare tra i viventi il Crocifisso risorto.
Va’ a dire loro che la tomba è vuota, che il Signore è di nuovo tra i vivi e che tra questi bisogna cercarlo, raggiungerlo, riconoscerlo. Nella “Galilea delle genti”, nella con-fusione di razze e culture che da sempre è stato il luogo della ricerca e dell’incontro, per condividere con loro le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne con il loro vissuto di desideri, di sogni spesso sepolti dall’assordante voce della fatica quotidiana o del timore.
Spetta a me, a noi, saper narrare l’esperienza dell’incontro con il Signore, morto e risorto. Spetta a noi trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l’unica Parola che salva, portare l’annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini. Spetta a noi essere in silenzio a fianco di chi soffre, laddove non servono parole, ma solidarietà.
A me donna, a tutte le donne credenti, alla mia fragilità, ai miei tradimenti, alle mie paure, ma anche ai miei sogni è stato affidato il mandato di essere narratrice di speranza. Il mio “pulpito” privilegiato, quello di tante donne, è la vita di tutti i giorni: la famiglia, il lavoro, la parrocchia, la scuola, la comunità.
Che cosa ne ho fatto dell’ardente passione per l’uomo vissuta da Domenico? Della sua urgenza di incarnare la Parola di Dio perché diventi la nostra vita? Gesù non rimane seduto all’interno della sinagoga, ma percorre le strade, non ha paura di sporcarsi le mani, di mettersi al limite della legalità cultuale e culturale del suo tempo!
Anche Domenico lascia la sicurezza e la tranquillità della cattedrale di Osma, scende in mezzo alla gente e soprattutto ama: non si può condividere con chi non si ama, si rischia di portare solo la nostra condiscendenza, o peggio ancora il nostro giudizio.
Come donne, chiamate ad annunciare la Parola, ci troviamo a cercare una rinnovata fantasia nell’annuncio, a cogliere ogni occasione, ad essere predicatrici credibili, convincenti ed autentiche secondo modalità femminili. A farci carico delle molteplici situazioni di ingiustizia, di violenza e di oppressione. Abbiamo un esempio di come le donne domenicane possano rispondere alla loro chiamata: con Caterina da Siena e come lei denunciare ciò che non va, “non più tacere. Veggo che per tacere il mondo è guasto”!

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