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Sabato, 01 Dicembre 2012 00:00

A 50 anni dal Concilio, il sogno di una Chiesa aperta

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Ho ricevuto dall’amico Theo il testo di un’interessante riflessione del padre francescano Werenfried Wessel, che ho avuto occasione di conoscere durante un mio soggiorno a Dortmund.
Ve lo propongo in una mia traduzione, purtroppo con qualche taglio per motivi di spazio. Se alcuni passaggi sono, forse, espressione di una particolare situazione della Chiesa tedesca, nell’insieme credo costituisca per tutti un testo che invita a riflettere sul proprio impegno nella e per la Chiesa.

A 50 ANNI DAL CONCILIO
IL SOGNO DI UNA CHIESA APERTA
 di Werenfried Wessel OFM

I
Cinquant’anni dal Concilio
Che tutto questo sia stato un grande errore?
-  La speranza in una Chiesa cattolica – romana che va incontro al mondo con le braccia aperte e che non si rifugia nella sacrestia?
-  Che ritiene gli uomini capaci di decisione e rispetta la libertà delle loro decisioni secondo coscienza?
-  Che unisce la mistica e la politica e si impegna per i poveri del mondo?
-  Una Chiesa alla quale non interessa il potere sugli altri e che non si preoccupa solo dell’ortodossia teologica?
-  Che riconosce che anche nella altre religioni c’è un’azione di salvezza da parte di Dio?
Tutto questo soltanto un autoinganno? Io non lo credo, ma questa fede, in questi giorni, viene messa a dura prova.

II
C’era un tempo una Chiesa posta nel mondo come una solida fortezza. Chi era all’interno, era orgoglioso di appartenervi. Si sentiva a casa sua, era nato in essa e in essa aveva la propria patria, tra persone che condividevano le stesse idee. Si era contenti che il comandante tenesse quasi sempre sollevato il ponte levatoio e le finestre chiuse. Fuori c’era il mondo pagano. Certo, con queste precauzioni difficilmente poteva entrare il male. Così si pensava.
Ma l’aria, in questi locali così sigillati, diventava sempre più soffocante; si era creata una situazione simile a quella di una pentola sotto pressione, non più capace di trattenere il vapore.
Ma lo Spirito, lo Spirito Santo, lo abbiamo visto, soffia dove vuole.
Venne un Papa, che fu chiamato un papa di transizione, e proprio lui, da cui certamente non si aspettava nulla di tutto ciò, ebbe un’idea rivoluzionaria: “Apriamo le finestre!”, disse, “nella Chiesa deve entrare aria fresca”. E così avvenne. Era Giovanni XXIII, poi chiamato “il papa buono”.
Il mondo, non soltanto la Chiesa, fu presto preso da stupore.
Tre mesi dopo la sua elezione, il 25 gennaio 1959, annunciò un Concilio ecumenico. Chiedeva un “aggiornamento”, un riavvicinamento della Chiesa alle richieste del tempo. Non doveva essere un concilio dottrinale, con nuovi dogmi, né un Concilio per condannare delle eresie. Doveva affrontare i problemi che toccavano i cristiani nel XX secolo.
La basilica di San Pietro fu trasformata nell’aula conciliare e l’11 ottobre 1962 2542 padri conciliari provenienti da 133 paesi fecero il loro ingresso in essa, lasciando il mondo stupito.
Il 1962 è stato anche l’anno della mia ordinazione presbiterale.
Noi avevamo vissuto un’altra realtà: il latino come unica lingua della Chiesa, la celebrazione della Messa con le spalle rivolte al popolo, una disciplina ecclesiastica basata sull’obbedienza, una teologia fatta di dottrine da imparare a memoria, una morale con scarsi riferimenti all’esperienza degli uomini d’oggi.
E poi, d’un tratto, questo straordinario nuovo inizio.
Mi ricordo bene: andavamo affannosamente in cerca di un televisore, per essere anche noi, in qualche modo, presenti all’evento.
Attendevamo con ansia le relazioni settimanali del carismatico gesuita Mario von Galli.
Come d’improvviso, appariva un’altra chiesa: accogliente, aperta, viva. […]

III
Che è accaduto da allora?
Dobbiamo dire: è avvenuto un tempo, non ritorna più?
Non vorrei rassegnarmi. È vero, via via altre forze hanno ripreso il timone. Soffrivano per la corrente d’aria provocata da Giovanni e così hanno chiuso ora una finestra, ora una porta.
Si è di nuovo imposto un pensiero clericale-gerarchico. Invece della Chiesa come comunità, come popolo di Dio in cammino, come un reciproco impegno dei presbiteri e dei cosiddetti laici, al posto di tutto ciò, un opprimente ristagno delle riforme.
Faccio presenti alcuni punti, con impazienza, ma anche con speranza:
Il celibato, sempre oggetto di discussione. È un segno spirituale importante della nostra Chiesa e deve rimanere tale. Non è, però, nemmeno una panacea. Eppure, tiene lontano dal presbiterato molti uomini capaci, di cui abbiamo bisogno, perché le nostre comunità restano orfane.
Di fatto: abbiamo bisogno di nuove possibilità di accesso al ministero presbiterale.
Lo si vede: proprio nel campo dove si può fare concretamente esperienza di Chiesa, nella cura pastorale, la situazione diventa difficile. Sempre più, le parrocchie vengono unificate in gigantesche strutture pastorali. Ma la cura pastorale è essenzialmente incontro! Il problema non si può risolvere soltanto da un punto di vista organizzativo. In questo modo allunghiamo soltanto la crisi!
Altre domande senza risposta:
Che ne è dei cristiani divorziati e risposati? Rimangono esclusi dai Sacramenti? A questo proposito, il cardinal Martini ha detto: “I Sacramenti non sono uno strumento di disciplina. La domanda se i divorziati possano fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a persone le cui relazioni sono diventate difficili o sono fallite?”
O ancora: Che ne è della partecipazione alla mensa eucaristica, negata ai cristiani evangelici?
Che ne è nella nostra Chiesa del dovuto riconoscimento dell’importanza delle donne, che tengono in piedi la vita delle parrocchie, ma rimangono escluse da importanti uffici ecclesiali?
Che ne è della partecipazione della base alla nomina di vescovi e parroci? Già nella chiesa primitiva valeva la regola: “Ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti”. Noi diciamo: dovrebbe esserci almeno una decisone com-partecipata.
Che ne è della riforma della curia romana, già sollecitata dal Concilio? È vero che ci possono essere resoconti [dei media] che spingono in una certa direzione, ma queste storie penose che emergono dal Vaticano non sono soltanto frutto di invenzione!

IV
Desidero precisare: non si tratta di una critica mossa con l’atteggiamento di chi resta in disparte. Al contrario, si tratta di un atto di lealtà critica, di un sano amore alla Chiesa. La Chiesa non ci è indifferente, noi l’onoriamo. Essa è il luogo vitale per la nostra fede. Dalle sue mani riceviamo la Parola e i Sacramenti. Senza di essa noi – e neppure i nostri genitori e i nostri nonni - non avremmo saputo nulla di Gesù.
 La Chiesa ci dà una speranza che va oltre la morte.
 È il luogo della quiete, della riflessione, della preghiera.  […]
Quanto più povero sarebbe anche il nostro Paese se non ci fossero le feste, l’arte, l’architettura, la musica, la poesia, la liturgia e la diaconia create dal cristianesimo. In breve: un’eredità meravigliosa. Eppure, anche la migliore eredità deve essere vissuta in forme sempre nuove.
La domanda pressante suona quindi – e per questo abbiamo bisogno di riforme – “come andare avanti?”. I nostri figli e nipoti sentiranno ancora parlare di Dio e da chi?
Il nostro capitale più proprio è lo stesso vangelo; il criterio di giudizio è uno: Gesù di Nazareth. Il suo messaggio, vissuto nel modo giusto, annunciato nel contesto del nostro tempo, farà presa anche sugli uomini d’oggi.
Infatti, chi non va alla ricerca di un sostegno? Chi non va alla ricerca di un senso per la sua vita? Chi non ha bisogno di misericordia? […]
Perché un giorno non potrebbero accadere cose meravigliose, che oggi non riteniamo possibili?
Perché la fame spirituale nel nostro Paese un giorno non potrebbe essere così grande da far dire: “senza la visione della predica della montagna, senza questa fonte fondamentale della speranza, che mi sostiene, io non vorrei vivere”?

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