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Sabato, 01 Dicembre 2012 00:00

Brescia 2012 e... oltre

Scritto da Irene Larcan
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Padre Yves Congar op definisce il laico nella Chiesa “un uomo per cui tutte le cose esistono”, qualcuno che vive con passione tutte le esperienze e che ama appassionatamente ogni singolo uomo e l’umanità tutta, tanto da volersi confondere in essa senza pretendere per sé i segni distintivi della ricchezza e dell’intelligenza, ma attribuendo ad ogni essere umano quella sacralità ereditata da Dio.
È l’immagine di Domenico che passava le sue notti in preghiera rivolgendo a Dio ed a se stesso sempre lo stesso interrogativo: “che ne sarà dei peccatori?”, più attento alle sorti del suo prossimo (confratelli, eretici, povera gente) che alla personale affermazione.
È l’immagine di Caterina, piccola donna del Trecento, il cui fuoco interiore e le cui parole appassionate ottengono risultati insperati come la pace tra famiglie rivali, il ritorno del Papa a Roma dopo anni di lontananza. O quella di Montesinos che negli anni della colonizzazione del nuovo mondo si scaglia contro lo sfruttamento degli indios attuato dai suoi ricchi ed avidi connazionali. E potrei aggiungere tanti altri personaggi che hanno fatto la storia dell’Ordine.
Un cantautore/contestatore degli anni ’70, Giorgio Gaber, in uno dei suoi famosi monologhi cantati, ripeteva “La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione!”. Sembra che nel nostro tempo parlare di partecipazione sia come evocare un fantasma del passato. La vita frenetica, la crisi economica, la delusione politica ci portano ad un graduale isolamento, ad un pericoloso individualismo, ad una dannosa indifferenza su quanto ci circonda. Eppure è la nostra vita, è il nostro mondo, è la nostra storia e non possiamo delegare altri a viverla per noi, al nostro posto.
Come cristiani siamo chiamati ad essere narratori di speranza perché la speranza di cui ci facciamo narratori è Gesù Cristo, “luce per illuminare le genti”, il Figlio di Dio, fattosi uomo tra gli uomini perché possiamo vivere la speranza della salvezza che è venuto a portare. Nei giorni di tristezza e di chiusura, nei momenti di delusione e di scoraggiamento, nelle situazioni in cui mettiamo sotto accusa noi stessi e gli altri, questa luce si fa vicina attraverso le parole di conforto di un amico, una conversazione impensata, la carezza di una mano, il sorriso silenzioso di uno sconosciuto, perché il buio in cui ci troviamo e che ci fa paura sia illuminato dalla seppure piccola fiammella tremolante che ci dice: “Il buio si rischiara. Coraggio!”.
Si sa, partecipare può essere un rischio, coinvolge, crea delle aspettative, scardina il nostro modo di pensare privandoci delle nostre sicurezze, può essere deludente, ma significa “esserci”, non guardare a distanza la vita che passa. Partecipare è essere in movimento con i piedi e con la mente, con il corpo e con il cuore, è vivere l’itineranza voluta da Domenico per i suoi figli, è diventare passo dopo passo più consapevoli della nostra vocazione di uomini e donne, di cristiani e domenicani. È quanto è accaduto a quanti hanno partecipato al Convegno Provinciale dei laici domenicani che si è tenuto a Brescia alla fine dello scorso settembre dal tema “Predicazione domenicana al femminile: S. Caterina da Siena. Dinamicità ed analogie tra il suo tempo ed il nostro”. Un percorso tutto cateriniano che ci ha guidato a riflettere sul valore della dignità umana, ci ha invitato a non sotterrare il talento, ci ha interrogato sulla carità nel giudizio del mondo e del prossimo ed in ultima analisi su come in fraternita e nella vita quotidiana viviamo la promessa di seguire la Regola, ovvero se siamo veramente domenicani come diciamo. Chi c’era ha ammesso la fatica sia fisica che economica, ma ha sottolineato anche la gioia della condivisione della preghiera e delle parole, della mensa eucaristica e della mensa amicale ed anche di due chiacchiere scambiate in modo informale durante gli intervalli o nel fare due passi insieme nel parco. Tutto ha contribuito a migliorare la conoscenza reciproca.
La nostra appartenenza all’Ordine non può essere solo a parole, o solo saltuaria. Ogni evento, il successo di ogni iniziativa all’interno dell’Ordine deve essere vissuto in prima persona, perché a ciascuno di noi è affidato il compito di fare crescere la “famiglia” e di preoccuparci del suo benessere. Apparteniamo all’Ordine ed esso ci appartiene se non ci lasciamo sfuggire l’opportunità di “esserci”, di essere partecipi. In questo sta la libertà. Come diceva Gaber “libertà è partecipazione”.

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