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Mercoledì, 01 Febbraio 2012 00:00

Il villaggio di cartone

Scritto da Irene Larcan
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Accade spesso di ascoltare lamentele per la scarsa partecipazione dei fedeli alla vita della parrocchia. Agli inizi degli anni sessanta stato il boom della costruzione di chiese, soprattutto nei nuovi quartieri delle grandi città. Chiese che allora si riempivano, almeno la domenica, di cristiani radunati per la celebrazione eucaristica, oggi sono quasi deserte. Sarà colpa dei cristiani che non vivono più la loro fede? Sarà l’indifferenza postmoderna? Sarà la tristezza di tante celebrazioni, la scarsa capacità dei parroci ad esprimere la gioia e l’importanza della comunità? O della cultura e della società che propone più “attraenti” contesti? Di fatto, c’è l’incapacità di chi si professa cristiano di testimoniare la gioia della fede, ed è spesso vero che la folla dei fedeli, che un tempo riempiva i banchi delle chiese è diminuita paurosamente. La chiesa ha smesso di essere uno dei luoghi sociali di incontro e di formazione. Come può una chiesa essere ancora viva e luogo di vita? è la domanda, tra le tante, che si pone Olmi nel suo ultimo film: Il villaggio di cartone. Non mi capita spesso di andare al cinema, ma mi è piaciuto questo film, pensato dal regista in un periodo di immobilità in seguito ad una caduta. “Se non apriamo le nostre case, compresa la casa più intima, che è il nostro cuore, siamo solo uomini di cartone”. Nel film la casa che si apre è una chiesa ormai inagibile, spogliata da tut ti gli arredi sacri, smontata pezzo per pezzo sotto gli occhi attoniti e scandalizzati dell’anziano parroco, che assiste impotente alla sparizione dentro una cassa del grande Crocifisso sovrastante l’altare. Lo sguardo stanco del vecchio prete si leva verso il Crocifisso sospeso in aria. Gli occhi sono carichi di domande, ma il Cristo sembra non fornire più risposte, solo uno sguardo carico di dolore. Il prete è solo. Uomo tra gli uomini. Dall’esterno della chiesa che sta per essere smantellata provengono gli ululati di sirene. L’eco di colpi da armi da fuoco. Il calpestio degli anfibi sulla strada. Gente che scappa. Gente che grida. Nottetempo dei migranti privi di documenti si rifugiano nella chiesa, che diventerà centro di accoglienza per questo gruppo di disperati “veri ornamenti del tempio di Dio”. Lo stesso Olmi in una intervista si chiede: “Ma cosa può esserci di più importante dell’accoglienza? Vorrei ricordare ai cattolici, ed io sono tra questi, di ricordarsi di essere anche dei cristiani. Il vero tempio è la comunità umana” Il tema del film è il rapporto tra noi e i tanti che ci vengono a chiedere aiuto. Accolti dall’anziano prete, gli immigrati mettono in scena la loro odissea attraverso le frontiere, le dogane e la burocrazia come se rivivessero alcuni momenti privilegiati della vicenda terrena di Cristo. Dalla natività, al tradimento nell’orto degli ulivi, alle tentazioni. Tra le capanne costruite all’interno della chiesa con i posters di cartone delle attività della parrocchia, e nella canonica, dove il vecchio parroco ancora abita, si intrecciano tenerezza e durezza, solidarietà e tradimento, rassegnazione ed aggressività, accoglienza e rifiuto. Una chiesa che per questi migranti è casa, sosta, riposo prima di una nuova fuga per fuggire dalla violenza e inseguire un sogno di libertà e giustizia. Un luogo di desolazione si trasforma in uno spazio di accoglienza e la piccola chiesa torna viva, attraversata da sentimenti ed emozioni e dal miracolo di una nascita che il vecchio accoglie con il sommesso, solitario canto Adeste Fideles davanti all’altare spoglio e sconsacrato. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel  loro cuore”. (Gaudium et Spes). Con queste parole il Concilio Vat.II  descriveva il compito della Chiesa, una Chiesa viva, una Chiesa casa senza domande, aperta all’umanità debole e delusa. La storia raccontata in immagini da Olmi ci interroga se sappiamo ancora leggere i segni dei tempi e dare una risposta di amore alle gioie, le speranze, le tristezze e le angosce dei nostri contemporanei. L’appello al cambiamento, contenuto nell’epigrafe finale del film ci richiama alla necessità di capire che per cambiare occorre necessariamente comprendere come e perché la storia sta cambiando, nonostante le resistenze di chi non vuole affatto comprendere ma solo conservare i propri privilegi.

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