Quando la donna lasciò Tiro, cominciò la pioggia. Come tutti gli abitanti della città, aveva atteso quella pioggia con grande trepidazione, ora che questa tornava a dare vigore alla terra arsa, le dava problema. Le sembrava l’ultima beffa del cielo. La decisione di partire le era costata lacrime e sonno ed ora la pioggia aggiungeva al suo dolore anche la fatica e il disagio. Si strinse nello scialle e proseguì imperterrita il cammino. Una donna che cammina da sola non può permettersi indugi e prima che il sole vada a dormire, anche lei doveva trovare dove riposare.
Era una donna decisa, temprata come il ferro, e l’acqua non avrebbe fatto più danni di quanti già ne avesse procurati la siccità. Per lei, risolvere il problema della figlia valeva più di un raccolto.
Camminando verso Zarepta pensò a suo marito, morto troppo giovane. L’aveva lasciata con una figlia malata e poca terra che le permetteva di non morire di fame. Allungò il passo, incurante della pioggia, trattenendo a stento le lacrime, che sempre spuntavano quando alla mente si affacciava la figura del marito. Sapeva che lui non sarebbe tornato in vita ed ora era determinata a non perdere anche l’unica figlia che aveva. Doveva raggiungere assolutamente Zarepta e non c’era acqua che la potesse fermare. Non riuscirono a trattenerla in casa le grida della figlia, né i consigli di parenti ed amici. Neppure il temporale sarebbe stato capace di fermarla. La pioggia non dava tregua. Il cielo, chiuso per mesi, si precipitava sulla terra con furia selvaggia. Solo un pazzo avrebbe osato uscire di casa.
Pazza era stata definita, dai vicini di casa, quando aveva manifestato il desiderio di rivedere quel Rabbì che veniva da Nazareth e che, alcuni giorni prima, aveva predicato nella sua città. Anche lei, come molti, non aveva compreso gran che di ciò che diceva, però di lui ricordava con precisione gli occhi. Era bastato che quel nazareno la guardasse per un breve attimo per sconvolgerla. Si era sentita come un ladro che si accorge di essere visto mentre sta commettendo un reato.
“Quell’uomo sa tutto di me”, fu il convincimento che la indusse a lasciare il gruppo che ascoltava il Maestro. Non le piaceva che altri scavassero nel suo dolore. Era già difficile tenere a bada le vicine di casa, quando sua figlia veniva presa da quella strana malattia che, in pochi attimi, la trasformava in una specie di bestia che mandava schiuma dalla bocca ed urlava come un animale feroce. Doveva allontanarsi perché quello straniero, dagli occhi di fuoco, non indagasse oltre.
Passò la notte a riflettere e quando, stanca, tentò di prendere sonno, ecco apparirle gli occhi dell’uomo di Nazareth. Fu presa da un ripensamento doloroso e purificatore che le riportò alla memoria tutta la sua vita di donna, di sposa, di madre. In quella notte sentì il peso e l’inutilità della propria vita.
Si era sposata per amore e per amore, almeno così aveva creduto, aveva spinto il giovane marito a lasciare lei alla cura dei campi, in modo che lui potesse guadagnare di più facendo il pescatore. Era stato il suo egoismo e il suo desiderio di ricchezza a spingere un contadino a cambiare mestiere. Il denaro le sembrava sempre troppo poco, così dopo una tempesta, perdette barca e barcaiolo. Perdette anche la figlia che, abbandonata a se stessa, si caricò di fantasmi e paure.
Rivide la sua storia con occhi nuovi, avvertendo contemporaneamente come un senso di sollievo e di riconoscenza verso il giovane Rabbì. Non riusciva a dormire e tremava dal freddo, ma il suo tremore era soprattutto legato a quel tipo di donna nuova che sentiva nascere in lei.
Sapeva di appartenere ad un popolo notoriamente nemico di Israele, aveva un passato di egoismo e di cupidigia. Malgrado ciò sentiva che lo sguardo di quel giudeo le stava cambiando la vita.
Al mattino aveva deciso di andarlo a cercare ancora. Si alzò di buon’ora e corse, di casa in casa, cercando di sapere di più su quello straniero. Non seppe un granché. Gli abitanti di Tiro, ricchi e orgogliosi, lo avevano ascoltato con sufficienza e guardato dall’alto in basso. Seppe, però, che si chiamava Gesù e che andava proclamando un regno di giustizia e di pace ed accompagnava la sua predicazione, con prodigi. Miracoli, dicevano alcuni. Altri sostenevano che era una specie di mago. Sentì ripetere la stessa frase: “Cosa di buono può mai venire da Israele? da Nazareth, poi?”; mentre guardavano con occhi increduli quella donna che cercava lo straniero pazzo che si proclamava simile a Dio.
Soltanto dopo diverse ore di affannosa ricerca trovò chi seppe darle la notizia che cercava; il Rabbì era andato a Zarepta. Alla donna non interessava di sapere altro. I giudizi della gente di Tiro non la riguardavano.
Spiegò alla figlia che sarebbe andata a Zarepta. Questa, non volendo che sua madre la lasciasse sola, iniziò ad urlare. La donna, incurante delle grida, chiese alle vicine: “Ho bisogno di rivedere con urgenza quel Gesù di Nazareth che abbiamo conosciuto ieri qui a Tiro, sento che solo lui potrà risolvere i miei problemi. Per favore, date un’occhiata a quella sventurata figlia mia”.
Fece la sua richiesta come chi é assillato da grande fretta, senza neppure ascoltare le risposte e non tenendo conto del temporale si mise in viaggio.
Non fu un cammino facile. Giunse a destinazione in piena notte. La pioggia era cessata, ma la donna, bagnata fino al midollo delle ossa, sembrava ancora più folle della figlia quando era assalita dal male. All’ingresso della città si gettò più morta che viva in un fienile. Era febbricitante e voleva riposare. Sei ore di cammino sotto la pioggia avrebbero ucciso anche un mulo. Lei era lì, rotta in tutte le giunture, con i muscoli a pezzi, ma più che mai decisa ad incontrare Gesù di Nazareth.
Quando la mattina si alzò da quel pagliericcio, la donna Cananea, era serena. Non sapeva se Gesù le avrebbe guarito la figlia, ma già sperimentava la propria guarigione. Si sentiva rinata. Non era più la stessa. Era stato sufficiente lo sguardo penetrante di Gesù di Nazareth per darle la forza di tagliare i ponti dietro di sé.
Da Tiro a Zarepta vi sono circa venticinque chilometri, ma alla donna sembrava di aver percorso un milione di chilometri, forse più. Si era lasciata dietro un mondo che, non appartenendole più, intravedeva lontanissimo. Non aveva più niente da perdere: non rispettabilità, non ricchezze, non considerazioni umane. Ciò che desiderava, anzi ciò che voleva, era solo la guarigione della figlia. Se questo non fosse stato possibile, si sarebbe accontentata soltanto di attingere, da quel Gesù, la forza di continuare a vivere.
La febbre, la veglia, la stanchezza, invece di lasciarla prostrata aumentarono in lei quella forza che sentiva dentro e che la spingeva alla ricerca di Gesù.
Lo trovò in una piazzetta di Zarepta circondato da una folla di gente. Il Maestro stava parlando di ciò che era puro ed impuro ed aveva finito di spiegare che provengono dal cuore i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie, quando la donna si mise a gridare:
“Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio!”.
Tutti si rivolsero verso di lei, chi imponendole di tacere, chi trattenendola con la forza, chi rivolgendosi a Gesù, sottintendendo di lasciar correre, di non ascoltare.
“Poveretta - dicevano - è pazza”.
Di fatto il Maestro sembrava non averla neppure notata e seguito dalla folla si accingeva a lasciare la piazza. Vedendolo allontanarsi la donna, con una energia incredibile, sfuggì da chi la voleva trattenere ed urlando ancora più forte gridò: “Pietà di me Signore, Pietà di me!”.
C’era trambusto. La gente si accalcava, non bastavano tre uomini a trattenerla. Sgusciò come un serpente, correndo ed urlando:
“Non puoi non esaudirmi! Ho bisogno del tuo aiuto! Signore abbi, abbi pietà di me!”.
I discepoli del Maestro non sapevano che cosa fare. C’era imbarazzo tra la gente. Molti sentivano pietà per quella donna ed alcuni discepoli parlarono a Gesù a favore di lei: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro!”.
Gesù si fermò. Sembrava guardasse per la prima volta la donna. Il suo volto non tradiva nessuna emozione e con calma disse: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”.
La donna, che aveva ascoltato con grande attenzione la risposta del Nazareno, non si scoraggiò e con più forza gli chiese di aiutarla.
Gesù a quelle grida sembrò rimanere indifferente tanto che soggiunse in tono brusco: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”.
La donna cananea non si sgomentò, né si offese delle sue parole dure. Sapeva che quell’uomo poteva aiutarla. Non poteva essere diversamente, visto che era bastato un suo sguardo per farle gettare via le sue presunte sicurezze.
Il male di sua figlia era diventato il suo male e capiva che, se con uno sguardo fugace di quell’uomo, in lei era avvenuto un miracolo, perché non doveva credere che anche per sua figlia si potesse ripetere il miracolo? La risposta che la donna dette al Maestro era ricolma di certezza. Imperterrita, e tra lo stupore degli astanti, gridò:
“E’ vero Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Dicendo così, la donna si aggrappò ai piedi di Gesù e nessuno sarebbe riuscito a toglierla di lì. Sembrava ripetere con il corpo quello che già aveva detto con la bocca: “Fai come vuoi, ma io non vado via se prima non mi dai ciò che chiedo”.
Gesù la rialzò dicendole: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”.
La donna baciò i piedi del Rabbì si alzò certa della guarigione propria e della figlia.
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