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Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

Lupi e pecore

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In un paese immaginario (il nome vero non posso dirlo) viveva un Lupo dal nome, se non ricordo male, preso di sana pianta da un libro sacro per gli uomini. Il suo nome era: “IO SONO”. Governava il suo branco con la certezza di essere non solo il capo, ma anche il padrone indiscusso di tutti gli animali della foresta. Aveva tane lussuosissime, un esercito di lupacchiotti al suo servizio e tante lupe che lo adoravano. IO SONO era consapevole di essere il più potente e il più intelligente dei capi della foresta. Nessuno sapeva raccontare fiabe e cantare come lui. Non c’è da meravigliarsi se il suo branco era il più numeroso e il più attrezzato. Non tutti nella foresta potevano permettersi di avere un condottiero che non sbagliava mai ed era applaudito anche da animali che di caccia non se ne intendevano.

 Qualche volta, a dire il vero, il re della foresta aveva ruggito contro il suo modo di governare, ma IO SONO aveva al suo servizio più di cento iene che difendevano il suo operato. Possedeva trappole giuste per la caccia, e una capacità d’azione che  anche il grande Orso riconosceva. La sua organizzazione era così perfetta e così efficiente da essere invidiata da molti animali  ed imitata da altri gruppi, elogiandone la struttura ed esaltandone lo spessore morale.
Sarebbe difficile anche solo citare le grandi battaglie che IO SONO  aveva fatto in favore dei gorilla, ingiustamente accusati di rapina. Lui era convinto che la legge della giungla fosse sbagliata perché non premiava la libera caccia, mentre  i nulla facenti senza ingegno pretendevano di essere trattati alla stessa stregua di chi aveva faticato e lottato per il bottino accumulato. Sosteneva: “La caccia intelligente va premiata. Guardate le cicale: cantano, cantano, ma non producono nulla. Perché premiarle? Una tana o un nido appartiene a chi ha la capacità di saperselo conquistare e conservare. Tutti gli altri sono oziosi o invidiosi”.
Il lettore deve assolutamente tener presente che IO SONO e i suoi lupi erano particolarmente devoti al Dio Mida, ne osservavano scrupolosamente gli insegnamenti, ed erano generosissimi verso i suoi ministri. Per non parlare della libertà di cui godevano i membri del gruppo, basti dire che potevano cacciare ovunque e senza limiti. Così molti, attratti da tale forza, cercavano di farselo amico accettando ordini, senza battere ciglio.
 Purtroppo IO SONO si trovò ben presto in difficoltà perché  le pecore fannullone, aizzate da un cerbiatto invidioso, tentarono di cambiare il governo della foresta. Avevano, udite, udite, la pretesa di avere pascolo ed acqua, se non proprio come i lupi, ma a sufficienza per vivere. Si erano montate la testa sostenendo che la foresta non era solo retaggio dei lupi ma apparteneva a tutti gli animali. La sommossa mandò su tutte le furie IO SONO che convocò i capi più rapaci del suo branco. Dimostrò che un Cerbiatto teneva in schiavitù un gregge enorme di pecore e le stava sobillando per portare guerra ai lupi e togliere loro quei privilegi che si erano conquistati con valore ed onestà. Al contrario le pecore, pur essendo incapaci di cacciare, erano tante e usavano tantissima acqua e pretendevano pascoli che non avevano conquistato con lo stesso ingegno dei lupi.
“Per noi – disse -  è questione di vita portare libertà nella foresta, non possiamo permettere che un Cerbiatto qualunque inquini il nostro spiccato senso di libertà e di democrazia; è assolutamente necessario fermare chi ci vuole privare dell’uso dell’acqua a nostro piacimento e di scorrazzare come sempre abbiamo fatto nei prati. Cerbiatto è invidioso della nostra forza e dal fatto che non è capace di organizzare feste come facciamo noi. Dopo tanti anni di moralità e di governo limpido come il nostro un Cerbiatto, invidioso ed incapace di governare, vorrebbe mandarci via. Farci pagare la gioia di vivere. Pensate che tristezza se nella foresta non si dovessero più sentire i nostri ululati né più vedere i nostri balli. Ci vogliono togliere acqua e tane: ma noi non lo permetteremo.
 È nostro compito fermarlo. Andate ovunque si radunano animali e ululate l’onestà del nostro modo di gestire la foresta. Non lasciatele belare, ululate ancora più forte promettendo diritti, giustizia, rettitudine ed onestà e vi accorgerete che molti saranno ancora con noi. Promettere non costa nulla e le pecore, come ben sapete, sono credulone ed hanno bisogno di favole”.   
Il suo grido di battaglia si propagò in tutta la foresta.
Grandi applausi si levarono dall’assemblea e molti gridarono: “Evviva!”.
 Si organizzò l’invasione di quel territorio e persino gli svogliati pappagalli presero parte alla spedizione. Non c’è nessuna meraviglia se uno dei pappagalli ebbe grandi applausi quando andando nel covo del grande Lupo elogiò il suo operato.
La storia racconta che il Cerbiatto fu sconfitto, ma con dolore essa deve anche scrivere le efferatezza di quella guerra. Perché, e questo tutti gli animali dovrebbero averlo imparato, i lupi vincono e le pecore sono sempre  perdenti. Migliaia di pecore persero la possibilità di continuare a brucare nel loro ben misero pascolo, i loro ovili furono distrutti, la loro dignità calpestata.
Purtroppo allo stato attuale il cronista non può ancora scrivere la parola fine a questa ennesima guerra e dubita che la democrazia sarà impiantata in quella foresta. Onestamente crede sia difficile perché le pecore sono come le allodole e spesso si lasciano ingannare dagli specchietti dei rapaci lupi. Può però sperare che anche per i lupi arriverà il giorno in cui usciranno di scena lasciando la foresta più depredata che mai.

Letto 2577 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Ottobre 2014 22:22
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