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Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

Incontro di preghiera per l'unità dei cristiani

Scritto da Lucia Iorio
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Riporto il testo della meditazione di Paolo Allegra per la Celebrazione Ecumenica della Parola di Dio, in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Come ogni anno questa Preghiera è il punto di arrivo del nostro percorso comune di studio della Parola e di confronto sulla nostra fede. Vuole essere anche il punto di partenza per il nostro agire, il bulbo di giacinto distribuito ai presenti ha voluto indicare la necessità di partecipazione attiva all’adesione del Regno che viene. La colletta devoluta ad un’organizzazione che si occupa di donne maltrattate, un segno della presa di coscienza di tutta la violenza che ci circonda e di cui siamo parte.
Pasqua viene e ci mette ancora una volta nella condizione di deporre il nostro fardello di morte ai piedi della Croce.
Ettyt Hillesum, nel suo Diario scriveva:
“È proprio l’unica possibilità che abbiamo, non vedo alternative. Ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale”
Auguri dunque, affinché la vita possa ancora una volta vivere. Buona Pasqua. Lucia

Commento alle letture
Nella lettera ai Galati, Paolo ci parla della novità della condizione cristiana: attraverso Gesù Cristo siamo liberi dalla legge. In Lui si attua il passaggio dalla sottomissione alla legge (come ad un “pedagogo”, dice Paolo) alla condizione di uomo adulto, libero dalla legge. E’ questa la nuova condizione della fede in Gesù Cristo.
Il passo che abbiamo letto (Gal 3,26-28) ci propone tre versetti centrali della lettera: tre versetti intensi e di particolare significato per la celebrazione ecumenica di questa sera. Paolo ci ricorda che noi siamo liberi, perché attraverso Gesù siamo diventati figli, per vivere nella libertà dei figli di Dio.
“Tutti infatti siete figli di Dio, per la fede in Cristo Gesù; quanti infatti siete stati battezzati in Cristo (cioè “immersi” in Cristo), vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,26-27).
Siamo dunque chiamati ad essere “figli di Dio”: per questo Gesù ci ha liberati e per questo ci ha chiamati. Perché, non dobbiamo dimenticarlo, se siamo cristiani è “per grazia”.
Cristo ci ha “immersi in Lui”, attraverso il battesimo, così da essere “rivestiti di Cristo”: non con un rivestimento esteriore, con un abito che si può mettere o togliere, ma con un cambiamento profondo del nostro essere e della nostra più profonda identità. Come si era espresso poco prima Paolo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Queste parole ci invitano ad un reciproco riconoscimento, tra i credenti e tra le Chiese: nonostante il nostro peccato e le nostre divisioni, possiamo riconoscerci come “figli di Dio, “rivestiti di Cristo”, e dunque fratelli in Gesù. Perché se le divisioni nascono dal nostro peccato, è dalla sua grazia che siamo uniti.
“Tutti infatti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).
Siamo chiamati all’unità, costituiti in unità da Gesù Cristo. Rivestiti di Cristo, siamo uniti a Lui, così da essere un solo uomo. Cristo non può essere diviso.
Eppure noi portiamo le ferite e le cicatrici della divisione.
Ma siamo qui insieme, questa sera, perché vogliamo essere uniti. Perché, nell’incontro delle nostre diversità, abbiamo conosciuto la bellezza di essere insieme (come abbiamo pregato col Salmo 133). Perché abbiamo conosciuto quanto sia più grande ciò che ci unisce (e Colui che ci unisce), rispetto a ciò che ancora ci divide. Perché crediamo che Dio può compiere quello che noi, con tutti i nostri limiti, non sappiamo fare, così da completare in noi ciò che ci manca.
“Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna” (Gal 3,28.
Siamo invitati a fare cadere ogni barriera, ad abbandonare ogni discriminazione, fra di noi come fuori di noi: le barriere etniche, sociali, di genere, presenti anche nelle nostre comunità e nelle nostre Chiese. Paolo qui ci ricorda la radicale universalità della fede cristiana; e ci ricorda anche la differenza della nostra fede rispetto ad ogni identità e appartenenza etnica, sociale o culturale.
Nel mondo in cui viviamo, ed anche nelle Chiese, scorgiamo quotidianamente i segni di discriminazione, l’eredità di tante barriere. Viviamo in un mondo segnato dalla disuguaglianza, tra popoli e tra persone, dove le conquiste di giustizia della storia del Novecento sono messe in discussione, e dove il richiamo a “praticare la giustizia” (Mic 6,6-8) che abbiamo letto nel profeta Michea risuona più che mai attuale. Avvertiamo il pericolo, nelle nostre Chiese cristiane, di forme di discriminazione; e avvertiamo la tentazione della chiusura entro frontiere definite, difese da ben nutrite barriere dottrinali, che ci separano da chi sta fuori, da quelli che (come dice Paolo ai Galati) sono “incirconcisi”.
Ma noi sappiamo che Gesù Cristo è “la nostra pace” (Ef 2,14-18), venuto per “abbattere il muro di separazione” che ci divide.
Noi sappiamo che i nostri pregiudizi e le barriere che ci dividono sono destinati a scomparire. Noi sappiamo che “per mezzo della croce” Gesù ci ha riconciliati tra di noi e con noi stessi.
Per ciò questa sera preghiamo. Non perché ogni contrasto possa scomparire come d’incanto, quasi che le nostre divisioni possano dissolversi improvvisamente. Ma perché possiamo guardare oltre ogni divisione, convertendo le nostre divisioni in differenze che ci arricchiscano, scorgendo nei nostri diversi cammini la presenza di Dio che non ci ha mai lasciato, e tenendo fisso lo sguardo sul Signore che già oggi ci unisce attraverso la sua croce.
La croce di Gesù, per noi come per i due discepoli incamminati sulla strada di Emmaus, cessa allora di essere un ostacolo alla fede, di essere di scandalo, per diventare la ragione ultima del nostro credere, il vero fondamento della nostra fede comune.
Nell’amore che Gesù ha dimostrato, dando la sua vita per noi, anche noi, come i discepoli a Emmaus di fronte allo spezzare del pane, possiamo trovare la gioia, la luce e la forza per continuare il nostro cammino di unità.

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