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Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

La notte oscura

Scritto da Irene Larcan
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“Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle” (Qo 1,8).
Con questo versetto il sapiente Qohelet apre le sue riflessioni su un sostanziale non-senso che intacca il senso dell’esistere. Segnala il degrado della parola che infetta la comunicazione e la comunione interpersonale.
Questa analisi antica trova riscontro in un autore moderno, Joseph Roth che scrive: “Tutto nella vita diventa logoro e vecchio: parole e situazioni; tutte le parole sono già state dette”.
Viviamo tempi difficili, tempi di domande senza risposta, di crisi economica, ma anche di fiducia e di fede. Le parole che ascoltiamo e che diciamo sono come fiumi in piena che travolgono la nostra vita, sono spesso testimonianza di sfiducia o indifferenza, parole che invece che essere portatrici di vita sono dispensatrici di morte.
Mi sembra che abbiamo perduto i punti di riferimento sociali, politici e religiosi. Ci siamo costruiti nella mente un Dio a nostra immagine e somiglianza, un Dio potente, ed aspettiamo, paralizzati, che venga a liberarci, come accadeva ai contemporanei di Gesù. Anche noi, che diciamo di essere cristiani, ci siamo conformati alla mentalità comune e non siamo capaci di fermarci e rileggere la nostra “storia”. Quella storia iniziata con il mistero della natività, di un Dio che decide di deporre il mantello della regalità e della trascendenza, sceglie di assumere in sé la “carne”, la nostra fragilità e umanità, con una nascita povera, ai margini della società, sperimentando la condizione di profugo per attirare a sé “gli affaticati ed oppressi” (Mt 11,28-29) e condivide con la sua passione il segno fisico della realtà impotente dell’uomo: il dolore e la morte.
Tutto nei racconti della passione parla dell’umanità, dell’incarnazione. C’è la paura della morte, l’indifferenza dei suoi amici, i discepoli assonnati che non sanno vegliare una notte con lui, il tradimento del compagno di tanti anni di predicazione, la sofferenza fisica, le torture dei soldati, la crocifissione riservata dai Romani agli schiavi ed ai ribelli. In una parola, il silenzio di Dio e la solitudine. In questo silenzio, in questa assenza c’è tutta la sua partecipazione all’esperienza del credente nell’ora della prova. Una malattia, la perdita di una persona cara, la nostra impotenza davanti alla sofferenza, la solitudine, l’incomprensione degli altri, l’inimicizia, l’invidia sottile, ecc. ci portano a vivere isolati, incapaci di riconoscere nel volto del prossimo il volto del Signore, di comunicazione per paura di essere fraintesi e feriti.
Ma la morte non è l’ultima parola quando c’è di mezzo Dio.
Il “Tutto è compiuto” sembra voler dire “Tutto ricomincia”. In modo misterioso e non visibilmente tangibile, dopo la notte del venerdì santo ed il silenzio del sabato, un grido si leva dal sepolcro: “E’ Risorto!”. Le donne, andate alla tomba di Gesù ad onorare il suo corpo martoriato con i profumi e gli oli, spaventate ed attonite, la trovano vuota. Unico segno di ciò che era avvenuto: i lini che avvolgevano il corpo di Gesù abbandonati a terra. E l’angelo, o i due angeli, o il custode del giardino, che esse non riconoscono.
Ma il loro timore viene lasciato alle spalle, ed esse, testimoni giuridicamente inattendibili nella cultura ebraica, vanno ad annunciare il mistero della risurrezione. Sarò capace anch’io di credere e di annunciare la risurrezione?
Gesù si presenterà all’improvviso ai due discepoli di Emmaus, delusi e tristi perché la fine infame del loro Messia,  agli apostoli tornati in Galilea al loro mestiere di pescatori, senza essere da loro inizialmente riconosciuto. “I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (Lc 24,16) come spesso sono i nostri.
Sarà allo spezzare del pane che “si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì alla loro vista” (Lc 24,31).
I racconti di queste apparizioni sembrano volerci dire che il suo volto è ininterrottamente da cercare dietro il profilo devastato dell’affamato, dell’assetato, dello straniero, del nudo, del malato, del carcerato, perché “tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-36).
Ho letto, non ricordo dove e da chi, una frase che in questi giorni di inizio della Quaresima mi ritorna in mente:
“Abbiamo perduto i suoi lineamenti (di Cristo), come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali, come si perde l’immagine del caleidoscopio… Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse quel volto morì, si cancellò, affinché Dio sia tutto in tutti”. Buona Pasqua!

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