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Venerdì, 01 Febbraio 2013 00:00

La fede vissuta e trasmessa

Scritto da p.Domenico Cremona
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Lo scorso 11 ottobre il Papa ha indetto l’anno della Fede che si concluderà domenica 24 novembre 2013 (solennità di Cristo Re).
Nel motu proprio, la lettera apostolica intitolata Porta Fidei, Benedetto XVI scrive:
“Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato”  (Porta fidei, n° 2).
Ho sempre pensato, creduto e cercato di vivere la fede come l’esperienza di vita più concreta. Per quanto professi una fede sintetizzata e rinchiusa in formule e dogmi, riesco a dare un senso alla fede (mia e altrui) come possibilità di analisi della realtà, proprio a partire da quelle preoccupazioni per le conseguenze sociali, culturali, politiche in questa parte “occidentale” di mondo dove vivo, fondata su valori cristiani e cattolici, dove gli effetti collaterali o diretti hanno prodotto la situazione attuale di crisi. Perché la corresponsabilità della Chiesa Cattolica di quanto stiamo subendo non va trascurata.
Anziché parlare del 2013 come “L’anno della fede” avrei preferito fosse indetto “l’anno della crisi di fede”: ciò aiuterebbe un mediocre cristiano come me (ma sono in buona e numerosa compagnia) a lasciarsi interrogare seriamente sulle scelte fatte, sugli orientamenti seguiti, sulle prospettive da intraprendere e condividere. Proprio a partire dalla realtà, così come vuole l’inizio della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.” Questo mi permette di superare la staticità di una fede fatta di definizioni optando per una fede dinamica, in cammino. Professare la fede non basta, occorre condividerla e trasmetterla. Ed è proprio nella possibilità e capacità di trasmettere la fede che vedo il principale scacco.
Molte persone dicono ancora di credere (spesso aggiungendo: “a modo mio”) ma poche riescono a “trasmettere” la fede nella quale credono. Con l’ovvio susseguirsi di alti e bassi, nei secoli passati la Chiesa è sempre riuscita a tramandare questa fede, anche se spesso con un metodo impositivo, autoritario, a volte anche violento. Oggi il cambio generazionale e culturale fa sì che i giovani siano indifferenti e impermeabili ad ogni tentativo di trasmissione della fede. Fede, Cristianesimo, Chiesa, sono roba da vecchi, dicono.Qualcosa è venuto a mancare e l’anello della catena di trasmissione della fede si è spezzato. I “modelli” o i valori impliciti nella professione di fede sono materia estranea ai giovani probabilmente anche a causa dell’incapacità di offrire loro una fede vissuta come esperienza positiva e parte vitale dell’esistenza. Le generazioni dopo le nostre porteranno un’ondata di cambiamento (si ha sempre paura quando sono i giovani a cambiare le cose) e i segni dei tempi fanno presagire che la Chiesa non potrà rimanere insensibile e prima o poi sarà costretta a riconoscere che la fede, come espressione di una professione religiosa, a mm’ di formula, non è più trasmissibile, non rientra negli orizzonti della maggioranza dei giovani (e degli adulti); di questo laccio se ne sono liberati.Verrebbe da salmeggiare:
    “Siamo stati liberati come un passero
    dal laccio dei cacciatori:
    il laccio si è spezzato
    e noi siamo scampati.” (Salmo 128)

Si racconta di una signora dall’umorismo pungente che a proposito di un frate domenicano esclamò: chi? quello? Seeh! l’ultimo esemplare di maschio latino! Già, che fine ha fatto il maschio latino? È diventato gay? Lasciando all’eterosessualità un avanzo di mascolinità ‘sorretta’ da viagra, pompette e siti porno? L’eterosessuale è in via di estinzione? È divenuto una specie protetta (anzi un genere protetto) come i panda che non si riproducono più?
Qualcuno nella sfera delle autorità ecclesiastiche è preoccupato e la Chiesa, come istituzione, è contraria alle unioni gay. Forse per paura che poi aumenti la pressione e la richiesta da parte dei preti cattolici di togliere il celibato!!! Battute a parte, non è un segreto che in ambito ecclesiastico ci sia una cospicua percentuale di preti con orientamento sessuale omo (parlo di orientamento sessuale, non di pratica sessuale), mi sembra che come Chiesa Cattolica non si possa rispondere ad una realtà che esiste semplicemente negandola e, di conseguenza, negando i diritti delle persone inscritte in tale realtà. Così come è stupido continuare ad affermare che l’omosessuale è una persona malata (malattia contagiosa?), che va curata e guarita. Non voglio cadere nello stesso errore di banalizzare la questione. Ma la persona ad orientamento omosessuale, anche per colpa della Chiesa, è spesso costretta a vivere in un cono d’ombra perché per tutelarsi da attacchi discriminatori e omofobici è costretta a tacere e nascondere la propria vita affettiva e sentimentale. Come trasmettere la fede a queste persone che per il loro orientamento sessuale si sentono emarginate, escluse e rifiutate dalla Chiesa Cattolica? Bisogna proporre modelli culturali capaci di sconfiggere il dilagare della cultura gay? Alcuni prelati sostengono questa tesi. Ma davvero esiste una cultura gay? Riconoscere o riconoscersi in una cultura gay è ugualmente assurdo come riconoscere o riconoscersi in una cultura eterosessuale. Esiste una cultura eterosessuale? Non sono un uomo di cultura e non professo la mia eterosessualità, ma credo che la cultura sia tale là dove non fa distinzioni di genere e dove non si lascia rinchiudere in un modello di riferimento sessuale. L’essere umano è persona nella sua integralità indipendentemente dall’orientamento sessuale.
Ma anche ammesso che esista un modello culturale eterosessuale, quale modello di uomo sarebbe? Il macho latino che domina ed esercita il suo potere in tutte le forme e gli ambiti possibili, il macho che usa e abusa del suo potere per tenere sottomessa e in stato di inferiorità la donna? Ma non è forse questo modello, inculcato nei secoli dalla Chiesa, che ha prodotto una mentalità maschilista che esprime il proprio potere annullando o oggettivando la donna. È questo il modello che la Chiesa  Cattolica vuole continuare a mantenere in nome della famiglia e dei sani valori cristiani?
Forse per questo l’eterosessuale macho gode della massima “protezione”da parte delle istituzioni ecclesiastiche, divenute benevoli e tolleranti nei loro confronti, misericordiose anche quando l’uomo eterosessuale è incapace di tenersi una famiglia, di essere fedele all’unica moglie: basta professare la propria eterosessualità e la propria cattolicità, e domenica a messa, dopo essersi confessato, può farsi la comunione. E se poi questo macho eterosessuale, dopo una domenica sera al bar con gli amici a vedere il posticipo della partita, torna a casa e in preda ai fumi dell’alcool e in un impeto di gelosia uccide a coltellate la moglie, seppur con biasimo si troverebbero ancora argomentazioni per giustificarne l’atto orribile e criminale perché in fin dei conti si ha ancora il coraggio di far ricadere la colpa sulla donna e sui suoi atteggiamenti. Il 2012 è stato terrificante per il numero di donne vittime di questa mentalità maschilista: madri, mogli, figlie, sorelle vittime del macho latino che (a differenza dei gay) non accetta un rapporto paritario; donne uccise, violentate o sfruttate perché il macho deve confermare la propria superiorità e la propria autorità; donne cha pagano, anche con la vita, il loro tentativo di superare l’oppressione e la sottomissione del maschio latino. Come trasmettere la fede a coloro che sono disposti ad annullare e annientare chi minaccia la loro supremazia o loro virilità?
Forse non è l’omosessualità ma l’eterosessualità la malattia dalla quale bisogna farsi curare e cercare di guarire.
Come dunque trasmettere la fede in una società dove le persone non accettano più l’omologazione imposta da una mentalità restrittiva o esclusiva, in una società che lotta e soffre per una dimensione paritaria di genere, in una società dove la complessità delle relazioni si manifesta attraverso una profonda crisi culturale, antropologica, dei diritti e dei doveri e che non possono essere affrontate e superate solo con l’imposizione, la forza, il potere, l’autorità?
Lui incapace di accettare l’emancipazione
È il mostruoso volto dell’incapacità di entrare in relazione con il prossimo. Percuotere e uccidere chi è fisicamente più debole è una disumana dimostrazione di codardia e di viltà. Questi abusi particolarmente subdoli e striscianti, capaci di infiltrarsi sempre più nella quotidianità delle nostre mura (anche occidentali), violentano le migliaia di vittime colpite silenziosamente giorno dopo giorno sotto i nostri sguardi distratti. Ma violentano anche la società nel suo insieme.
Perché se sempre e in ogni sua forma la violenza volta le spalle alla speranza, la violenza degli uni sulle altre è il cemento che immobilizza il domani. Che preclude ogni incontro e asfissia la vita.
I dati sono allarmanti. Solo in Italia, una donna viene uccisa ogni sessanta ore. È un fenomeno nuovo, o forse oggi siamo più informati, più capaci di leggere la realtà per quello che veramente è? Se così fosse, sarebbe comunque già una conquista. Una società civile in grado di dare un nome ai carnefici.
Abbiamo però un dubbio. Che questa spirale tentacolare  nel suo spingere troppi uomini a usare la propria superiorità fisica contro le donne di casa loro, donne che spesso frequentano e “amano”  sia mossa dalla incapacità di accettare nella quotidianità concreta l’emancipazione femminile.
Che la donna, conquistati i diritti, sia diventata cittadina a pieno titolo è un giro di boa troppo grande da accettare nei rapporti domestici di ogni giorno. La crudeltà  si sa  è in grado di alleviare momentaneamente la frustrazione, di attutire il senso di impotenza, ed è anche su questa consapevolezza che occorre lavorare per cercare di estirparne gli esiti.
La giornata mondiale contro la violenza sulle donne vuole dunque svegliarci dall’indifferenza. Vuole pungolarci dalla assuefazione che corrode il senso critico, giacché non reagendo finiamo per essere complici del rinsecchimento delle radici del nostro vivere civile. Vuole mettere fine a quel lasciarci scivolare addosso dati che turbano nell’immediato, senza però penetrare davvero nelle nostre coscienze.
Dati, inoltre, che molte, troppe di noi hanno provato sulla propria pelle, nei modi, nelle situazioni e attraverso le mani più varie. Sta qui molta della forza di questa violenza, sta nel suo nutrirsi del senso di colpa, nell’approfittarsi della vergogna.
Siamo imbevuti tutti di violenza sin da bambini, i colpevoli e le vittime. Da subito ci viene insegnato  a noi maschi  a desiderarla, cercarla, esercitarla. Il cibo con cui cresciamo non è un veleno a costo zero. Da subito ci viene insegnato  a noi femmine  che, un po’ almeno, ce la siamo cercata.
Che, soprattutto, la giornata mondiale del 25 novembre lasci in noi la consapevolezza che la violenza contro le donne infligge a tutti una ferita mortale. Perché vittima è anche la società nel suo complesso, quella società composta da quanti esercitano questa violenza, da quante la subiscono e da quanti la registrano immobili (e dunque colpevoli). Il danno è immenso. È la negazione della ragione. È il rifiuto dell’altro. È l’antitesi del nostro essere esseri umani.
Giulia Galeotti, Osservatore Romano, 25 novembre 2012

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