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Domenica, 01 Dicembre 2013 00:00

E Sara rise

Scritto da Lucia Iorio
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A Natale si addice il racconto, e per questo Natale di Isacco vi voglio narrare:
C’era una volta una donna con il seno avvizzito, ora si chiamava Sara e suo marito Abramo.
Giovane e bella era stata, tanto bella che in tempo di carestia era scesa in Egitto con il marito e gli ufficiali del faraone avevano lodato a tal punto la sua avvenenza che il faraone li aveva accolti nella sua casa stessa. Abram, si chiamava così allora, per non incorrere in guai, gliela aveva presentata come sorella così il faraone se l’era presa in moglie e aveva fatto ad Abram tanti regali: greggi, armenti, asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. Lei non ne era stata molto felice, però un Signore era stato dalla sua parte e aveva mandato al faraone tanti di quei guai da farlo accorgere che era la moglie di Abram così la restituì al marito e li mandò via, per fortuna, con tutti gli averi che aveva donato. Era un faraone e non poteva, di certo, smentirsi!
Ma andiamo con ordine: l’avevano chiamata Sarai i suoi genitori, viveva a Ur dei Caldei, nella Bassa Mesopotamia, vicino a dove era allora la foce del fiume Tigri (adesso si è spostata per l’accumulo dei detriti), lungo i confini di Ur scorreva anche il fiume l’Eufrate. Una condizione geografica molto favorevole; all’inizio era stato un piccolo borgo agricolo e pastorale ma pian piano era diventata una città grande e importante; Sarai era contenta di vivere lì dove in tanti passavano per i loro commerci, era come muoversi pur restando ferma.
Cresciuta abbastanza, un uomo che si chiamava Abram, appunto, l’aveva presa in moglie; era un po’ particolare, diverso dagli altri uomini, ma a lei questo non era dispiaciuto; si sa, noi donne siamo sempre in cerca di ciò che è particolare.
Quest’uomo di particolare aveva che si orientava sempre più a voler seguire un unico Dio. Non era una cosa semplice, di santuari e di divinità ce ne erano tante; per chi si spostava in continuazione erano punti di riferimento importanti. Quello di Ur a lei piaceva molto, era dedicato alla Divinità “Nanna” che proteggeva il ciclo lunare e di quello era certa il suo corpo di donna. Comunque a Ur le cose, per un certo tempo, andarono bene.
Poi il clima cominciò a cambiare, da umido si fece sempre più secco, allora Abram con suo padre Terach decisero di partire per andare nel paese di Canaan, non conosciamo i pensieri che in quel momento si affacciarono nella sua mente, forse qualcosa di simile a quello che aveva nel cuore Lucia Mondella, come ci narra Alessandro Manzoni nel suo romanzo I Promessi Sposi: Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!
Così era partita assieme a tutta la famiglia di Abram, però strada facendo gli uomini avevano deciso di fermarsi a Carran, per lei un posto valeva l’altro a questo punto; in fondo meglio così, rimanevano pur sempre in Mesopotamia e il fiume Eufrate non restava tanto lontano; vi era legata un po’ come alla vita che rappresentava l’abbondanza delle sue acque. Vissero lì, fra alterchi e litigi familiari che non è il caso di star qui a precisare, basti dire che Abram con suo fratello Lot arrivarono a stabilire che se uno andava a sinistra, l’altro sarebbe andato a destra. Abram fece scegliere a Lot che, guarda caso, scelse la parte più verde, tutta la valle del fiume Giordano!
Comunque non è questo il punto importante, il nodo di tutto il discorso è che un giorno ad Abram apparve il Signore.
Gli disse di andarsene dal suo paese, dalla sua patria e dalla casa di suo padre, dove? Questo non glielo disse, si limitò a: verso il paese che io ti indicherò; i dubbi agitavano il suo grembo; quel Signore aveva anche aggiunto che avrebbe fatto di lui un grande popolo e assicurato una benedizione, ma lei, di figli, non ne aveva avuti.
In cuor suo si sarà detta, come un mio amico genovese, preferisco restare: ´tn i mäe strassi e i mäe strufucci´, ovvero, tra le mie cose di poco conto, ma che per me sono diventati tutto il mio mondo. Però non aveva osato neanche formulare la richiesta, già un uomo bastava a prendere decisioni per lei, figuriamoci se di mezzo c’era pure un Signore.
Avrebbe desiderato, forse, un pezzetto di terra tutto suo ma Abram comprerà un campo dagli Hittiti, dove c’era la caverna di Macpela, solo quando venne il momento di seppellirla.
Però, non siamo qui di morte a parlare, bensì di Isacco a narrare; dunque, ad Abram il Signore aveva promesso che sarebbe diventato un grande popolo, ma i figli a lei ancora non venivano; quindi se di discendenza di Abramo si doveva trattare e se c’era di mezzo un Signore a volerlo, pazienza, gli aveva dato la sua schiava Agar; Abram si era unito a lei ed era rimasta incinta. Ora si rigirava gongolante, era suo il figlio della promessa, la discendenza numerosa sarebbe nata da lei. Sarai si amareggiò a tal punto che chiese ad Abram di mandarla via; Agar partì verso il deserto ma poi tornò indietro dicendo che aveva incontrato l’angelo del Signore, le aveva detto di restare sottomessa a Sarai e che anche la sua discendenza non si sarebbe potuta contare per la moltitudine. Per lei, schiva e solitaria com’era, di gente se ne prospettava fin troppa.
Ismaele nacque, Abram aveva già ottantasei anni; Agar altro che sottomessa! i diverbi continuarono, non se ne veniva a capo.
Adesso Sarai all’interno della tenda viveva più sola di prima, ora tutto poteva continuare come predetto e lei restava in disparte alla storia.
Quando Abram aveva novantanove anni quel Signore gli apparve di nuovo, gli disse che era El Shaddai, e fece alleanza con lui; gli cambiò il nome, non più Abram ma Abramo e gli chiese di circoncidere ogni maschio della sua famiglia come segno che, appunto, quest’alleanza c’era stata. Cambiò anche il nome di Sarai, non più Sarai ma Sara. Gli disse poi di guardare il cielo e di contare le stelle se fosse riuscito, tale, assicurò, sarà la discendenza che avrai da Sara. Abramo si era prostrato con la faccia a terra e aveva riso, aveva chiesto la vita per Ismaele, il Signore gli rispose che l’aveva già esaudito però riguardo alla promessa aveva insistito, sarà con Isacco che Sara ti partorirà ad un anno da qui.
Abramo, ora il suo nome era questo, fece circoncidere tutti i maschi sia quelli nati in casa che quelli comprati. Nello stesso giorno si fece circoncidere insieme a suo figlio Ismaele che adesso aveva tredici anni.
La promessa restava ancora da compiersi; alle Querce di Mambre, dove adesso si erano sistemati, era l’ora più calda del giorno; Abramo sedeva all’ingresso della tenda, alzò gli occhi e vide tre uomini, gli corse incontro, si prostrò con la faccia a terra e disse: Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo; chiede di andare a prendere dell’acqua affinché si lavino, e gli offre di mangiare un boccone di pane e rinfrancarsi il cuore. Quelli accettarono. Abramo allora andò in fretta da Sara e gli disse presto, impasta tre staia di fior di farina, fanne focacce, lui corse a prendere un vitello tenero e buono e si affrettò a prepararlo; offrì tutto insieme a latte acido (per loro molto buono).
Questi uomini gli chiesero: dov’è Sara? Abramo rispose che era nella tenda; dove doveva stare una donna? là dove era il suo posto!
Quel Signore gli disse che da lì ad un anno Sara avrebbe avuto un figlio, Sara era giunta all’ingresso della tenda e stava ad ascoltare dietro ad Abramo.
E Sara rise quel giorno dentro di sé piegando il capo e vedendo il suo seno avvizzito e il grembo in cui ciò che regolava la luna era cessato da tempo; la mancanza di senso aveva raggiunto il suo culmine, dentro di sé qualcosa si spezzava, qualcosa di liberante cosa le restava se non ridere? il Signore insistette, da qui ad un anno avrai un figlio.
Allora Sara negò, non ho riso, disse, perché aveva paura; ma quegli replicò: si hai proprio riso.
Sara concepì e partorì un figlio ad Abramo; Abramo lo chiamo Isacco e lo fece circoncidere quando ebbe otto giorni, come Dio gli aveva comandato.
Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me! diceva Sara.
Isacco nasce, perché nascesse era stato necessario uscire dalle proprie appartenenze, dalle proprie convinzioni, era stato necessario che il Signore si facesse conoscere come Dio e smascherasse ogni ipocrisia. C’era stato bisogno che Sara, col nome cambiato, si affacciasse all’ingresso della tenda e accogliesse quella vita che le era stata sempre vicina, anche più del suo fiume Eufrate, e adesso il suo ventre rinverdiva.
C’era bisogno di credere e accogliere una possibilità nuova di generare affinché Riso fosse, scherzo di quel Signore che aveva aspettato anche lei e aveva fatto sì che la vita le passasse dal grembo.
Isacco è nato, scherzo di quell’Unico Dio che nella sua storia vuole anche te.
Auguri

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