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Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

L'incontro

Scritto da Irene Larcan
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Nulla di più fresco e dinamico di una persona o di un gruppo che attende qualcosa o qualcuno. Ci sentiamo contagiati dalla carica progettuale di una coppia che si prepara al matrimonio, dalla tensione di una donna incinta, dall’intraprendenza di un giovane laureato che si impegna nel suo primo lavoro, dalla lotta di un popolo per vivere la propria dignità e libertà, dalla passione di chi vuole far diventare realtà il proprio ideale.
Nulla di più triste di una persona o di un gruppo che non attende più nulla, non ha entusiasmo, passa il tempo a piangersi addosso e non tira fuori le proprie risorse. Questo secondo atteggiamento mi fa venire in mente un’opera teatrale “Aspettando Godot”, di Samuel Becket, un drammaturgo del novecento, di quella corrente che viene definita teatro dell’assurdo. I due personaggi del racconto aspettano passivi l’arrivo di un fantomatico Godot, che non arriva mai, ma non fanno nulla per andargli incontro o per verificare le ragioni del suo mancato arrivo.
Attendere è uno dei verbi chiave per interpretare il vivere. È sperare, essere vigilanti, perseguire un obiettivo, essere orientati verso qualcosa, verso un futuro, non rinchiudersi in se stessi, non rimpiangere il passato, non lasciarsi guidare da ciò che accade.
Chi attende qualcosa o qualcuno è una persona disponibile, non si ferma, è sempre in ricerca, sempre in cammino, è aperta all’incontro con gli altri e con l’Altro.
Nello scrivere queste mie considerazioni ho nelle orecchie, nella mente e nel cuore gli incontri regionali programmati, dal mese di novembre scorso e fino a qualche giorno fa, con i responsabili delle fraternite laiche della Provincia. Mi sono note le loro difficoltà sia per il diminuire dei membri sia per la loro età non più verde. Una domanda mi sorge spontanea: noi che ci chiamiamo laici domenicani crediamo ancora alla bellezza di appartenere all’Ordine dei predicatori? Dopo tanti anni di impegno siamo ancora grati ed entusiasti del compito che abbiamo assunto? E, soprattutto, siamo ancora in ricerca di quella Verità che cercavamo quando abbiamo chiesto la misericordia di Dio e dei fratelli? A volte ho l’impressione che siamo diventati pigri, sedentari, e come i due amici che aspettano Godot un po’ stanchi e sfiduciati. Aspettiamo, ma senza credere all’arrivo dell’Atteso, senza la curiosità e la gioia di attendere né la certezza che colui che attendiamo arrivi. Anche gli incontri mensili previsti dalla nostra Regola sono stanchi, quasi un impegno che grava sulle nostre spalle  invece di essere il luogo cui attingere per avere forza ed entusiasmo. Spesso non solo non facciamo nulla perché l’incontro possa accadere, ma addirittura opponiamo l’ostacolo della delusione, della rinuncia a credere e sperare. Vi ricordate l’episodio dei discepoli di Emmaus? Dopo l’incontro sulla via con il pellegrino sconosciuto e la presa di coscienza dell’ambiguità delle loro speranze messianiche, un ardore nuovo invade il loro cuore e corrono a Gerusalemme per condividere la loro scoperta con gli altri, non più per comunicarsi le amarezze e le delusioni, ma per spronarsi a vicenda con il ricordo del cuore ardente che l’incontro con Gesù ha suscitato in loro.   
Sul tema dell’incontro il racconto di quello di Gesù con Zaccheo (Lc 19) mi sembra vicino al nostro bisogno. L’episodio inizia e finisce col verbo “cercare”. All’inizio del racconto Zaccheo cerca di vedere Gesù e nel finale Gesù si rivela come il Figlio dell’uomo venuto a cercare e a salvare ciò che è perduto. L’incontro avviene in forza dell’amore di Gesù che cerca Zaccheo, ma viene valorizzata anche la ricerca di Zaccheo la cui curiosità iniziale si trasforma in accoglienza ed in conversione.
Qualcosa di analogo avviene nell’incontro con la Samaritana (Gv 4). Anche qui l’iniziativa è di Gesù, che incrocia una ricerca umana, un desiderio indistinto che si fa più ampio.
Molti altri racconti fanno riferimento ad un desiderio umano: desiderio di salute nei malati, desiderio di perdono nei peccatori, desiderio di conversione.
Caterina da Siena apriva le sue lettere scrivendo “con il desiderio di vedervi…” e ponendo in questo desiderio un obiettivo adatto al suo interlocutore.
Oggi io vi scrivo “col desiderio di vedervi donne ed uomini in cammino, aperti all’incontro ed alla novità di vita che viene dal Vangelo e dall’incontro con Cristo, banditori poverelli della Parola di Dio, domenicani entusiasti e fantasiosi nel proporre l’appartenenza all’Ordine”.
È il mio augurio per me e per ciascuno di noi.

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