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Domenica, 01 Dicembre 2013 00:00

A mani vuote

Scritto da Irene Larcan
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Sembra solo ieri che l’anno 2013 iniziava e siamo già giunti alla sua fine e ad un nuovo inizio. Un anno difficile durante il quale si sono succeduti avvenimenti lieti e tristi, eventi in cui a volte non riusciamo a leggere la presenza del Signore, a causa della presunzione umana di volere essere Dio. Le  luminarie delle strade cittadine che, nonostante la crisi si accendono di mille colori, rendono più malinconica la festa nella consapevolezza della precarietà economica ed esistenziale di tante, troppe famiglie, della disoccupazione di milioni di padri di famiglia e di giovani. Accanto all’opulenza delle vetrine c’è tanta stanchezza, solitudine e miseria. Ma il Natale è anche festa di intimità, la semplicità delle piccole cose, dei sentimenti trascurati, della vita quotidiana e familiare, che da bambini ci rendeva felici.
“Occorre una vita per diventare bambini” diceva Pablo Picasso. Occorre una vita e sapere come i bambini di dipendere da qualcuno per essere nutriti, accuditi, di tendere la mano per sentire nella stretta del padre la sicurezza e nell’abbraccio confortante della mamma l’affetto, per le cure amorose che fanno crescere e ci permettono di diventare adulti. Oppure  essere avanti negli anni ed accorgersi di doversi affidare ad un altro per le piccole necessità quotidiane.
 A Dio occorre l’eternità per diventare bambino e fare il suo ingresso nella storia per essere l’Emanuele, il “Dio con noi”, ma anche il Dio che è noi ed è in noi. Egli abbandona la sua gloria per entrare nel nostro orizzonte segnato dall’infelicità, percorre le nostre strade, si fa compagno delle nostre sofferenze ed è pronto a sacrificarsi per noi.
Giovanni Testori in un suo libro dal titolo “La maestà della vita” afferma che “ogni uomo che venga alla luce ripete il miracolo del Natale di Cristo; perché è Dio che decide quella nascita, è Lui che vuole quella vita”.
Dovremmo partire proprio da questo: davanti al Bambino siamo senza doni d’oro e senza aromi preziosi, come quelli che avevano offerto i Magi. Ci ritroviamo e ci riconosciamo poveri. La povertà biblica è anche distacco dal possesso e dall’accumulo, ma è prima di tutto l’apertura dello spirito a Dio, ai fratelli, al mistero.
Chissà perché crediamo di poter donare qualcosa a Dio! Forse è il nostro bisogno di sentirci come Lui, di non voler capire che è Lui che ci fa dono del suo amore, della sua amicizia, della misericordia, della vita. Gesù guarda le nostre mani vuote e non ha nessuna esitazione nel chiederci di affidare a lui le uniche cose che possediamo: la povertà, il nostro peccato, ed il nostro cuore.
Siamo spesso attraversati da una stanchezza che non è del corpo ma dell’anima e che nasce dal troppo fare, avere, girare. Forse abbiamo bisogno solo di sostare in silenzio, lontano dal frastuono di rumori ed immagini che i media ci propongono ogni giorno. Forse è necessario placare il nostro cuore tormentato ed insoddisfatto e pregare per ritrovare la verità della vita, il senso dell’esistere.
Solo così Colui che cerchiamo di sfuggire, o che abbiamo perso, ci raggiunge nel grembo della nostra miseria, e “sprofonda nel cuore della nostra solitudine”. Perché è vero: la delusione, lo scoraggiamento, la mancanza di fede, le distrazioni, la fretta ci fanno dimenticare il suo nome, Emanuele e Salvatore, e mettono da parte le sue parole, la sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”. (Mt 28,20)
La sua è una presenza discreta e nascosta ma che ci fa con gioia dire “Buon Natale”.

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