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Domenica, 01 Settembre 2013 00:00

I giovani hanno ancora bisogno della fede?

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Ringrazio Theo per aver mantenuto la sua promessa di condividere le sue riflessioni sul rapporto tra i giovani e la fede. Il suo contributo, che purtroppo devo presentare con qualche taglio per motivi di spazio, costituisce anche un invito ai lettori per intervenire sul tema con le loro esperienze e le loro opinioni.
Spero che tantissimi giovani abbiano pazienza e incontrino il Signore nella loro ricerca del  senso della vita, scrive Theo a conclusione del suo articolo. In un numero precedente (novembre 2011), a commento di un altro suo intervento, ho citato un libro del teologo praghese Tomáš  Halík, che nella traduzione tedesca porta il titolo “Pazienza con Dio”. L’autore si sofferma sulla caratteristiche della fede nel mondo contemporaneo, in un costante confronto con le ragioni degli atei. Nel 2012 il libro è uscito anche in italiano edito dalla Libreria Editrice Vaticana, con il titolo, “Vicino ai lontani”. Ne consiglio la lettura.  

di Theo Stolterberg

Quando mi sono preparato a scrivere questo articolo, mi sono reso conto che il tema da me proposto all’amico Pier Paolo era un po’ stretto per quello che mi stava a cuore dire. Così mi è sembrato opportuno allargare un po’ il campo della mia analisi sul rapporto fra i giovani e la fede. Spero di non essere andato troppo fuori tema.
Prima di fare delle considerazioni sul futuro della fede dei giovani di oggi in Germania, voglio premettere un brevissimo accenno alla situazione delle due confessioni cristiane in Germania, come la ricordo, al tempo della mia infanzia e della mia giovinezza. In questo contesto non faccio distinzioni fra la Chiesa Cattolica e quella Luterana: nonostante le differenze in altri campi, infatti, i problemi che i giovani cattolici e luterani hanno con la fede, sono più o meno identici.
La generazione cresciuta nell’immediato dopoguerra aveva in gran parte come punto di riferimento centrale della vita la famiglia e un ambiente sociale (scuola, parrocchia, lavoro) che, come la prima, basava l’educazione e formazione dei giovani su principi religiosi. Le Chiese e la religione erano onnipresenti nella vita concreta dei giovani - non sempre solo per il bene delle anime, ancora fragili e paurose.
Nella mia vita i grandi cambiamenti cominciavano alla fine degli anni ’60. Molti dei miei amici e colleghi di studi all’Università – io di meno perché ero molto timido e poco sicuro di me – presero parte alla contestazione studentesca, i cui bersagli preferiti erano, anche in Germania, soprattutto lo Stato, la Società, la Chiesa, e la famiglia.
In quegli anni, molti dei miei amici hanno rotto il legame “familiare” con la Chiesa e la fede, alcuni con rabbia, altri delusi e spesso anche con qualche rimpianto nel cuore. Ma questi sentimenti forti con l’andare del tempo spesso si sono mitigati lasciando il posto all’indifferenza.
Mentre la famiglia e l’ambiente tradizionalmente religioso degli adolescenti oggi contano sempre di meno, altri fenomeni di dimensione europea e mondiale hanno causato dei cambiamenti di larghissima misura che influenzano sempre di più anche la vita religiosa dei giovani, in primo luogo l’enorme sviluppo economico, o meglio l’esagerato consumismo, e la globalizzazione.
Oggi il rapporto dei giovani con la fede e la Chiesa mi sembra questo: in molti casi la religione non fa più parte della vita di ogni giorno. Grandi catastrofi come guerre, epidemie, carestie ecc. in Europa non ci sono più e la morte è ancora lontana. Il modo di dire “Not lehrt beten”, il pericolo (o il bisogno) insegna a pregare, è conosciuto ormai solo dagli anziani.
Un’altra caratteristica dei giovani di oggi è che fanno fatica a scegliere impegni duraturi. Per loro contano soprattutto i grandi eventi, si lasciano facilmente entusiasmare da momenti da loro vissuti come magici, ma poi tornano quasi subito ad essere quelli di prima. Sono stato alla XX Giornata Mondiale della Gioventù 2005 a Colonia. Mi sembrava di assistere a una svolta memorabile dei giovani per quanto riguarda il loro interesse ed il loro impegno per la fede e una vita più religiosa: tanta euforia, tanto entusiasmo, tanta partecipazione vivissima, ma nel periodo successivo l’interesse religioso dei giovani è tornato quasi subito ai soliti livelli bassi.
Per questo sono scettico, quando sento parlare del ritorno della religione fra i giovani. È vero che molti hanno un sentimento vago e diffuso di Dio o credono in un essere superiore. Ma secondo l’attendibile Shell Jugendstudie 2010 [lo studio ha riguardato i giovani tra i 12 e i 25 anni di tutti i Länder della Germania ed è stato condotto con metodi quantitativi e qualitativi n.d.r.] solo il 23% dei giovani cristiani delle regioni dell’Ovest, quindi della Repubblica Federale quale era prima della riunificazione, crede in Dio, mentre il 21% crede nell’esistenza di qualcosa di superiore. A confronto dei cosiddetti vecchi Länder, nelle regioni dell’Ex-DDR sono rispettivamente l’8% e 7% e fra i figli degli immigrati nella attuale Germania rispettivamente il 44% e 20%.
Come è già stato messo in evidenza nel numero precedente, si tratta della prima generazione incredula.
Quello che inoltre sta alienando i giovani dalla Chiesa, è il forte individualismo della giovane generazione, il che di per sé considero un fenomeno positivo. Ma tanti giovani ribadiscono il loro diritto all’autodeterminazione senza alcuna disponibilità al confronto ed alla mediazione. Rispetto alla generazione precedente, non c’è più un automatismo che, in Occidente, porta quelli che cercano di dare un senso alla vita, al Dio delle religioni cristiane. Così nei paesi storicamente e tradizionalmente cattolici o luterani le Chiese dovranno fare i conti con la concorrenza delle religioni non europee e con il vasto mondo dei movimenti spirituali esoterici che a volte sfiorano il wellness. Una volta quello che veniva da lontano, incuteva paura, ma in questi tempi il mondo è diventato paese e quello che è diverso, magari esotico e misterioso, attira l’attenzione.
Non penso che in Europa tanti si convertano ad una religione non cristiana, ma un numero sempre più alto di giovani che si autodefiniscono “individualisti” inserirà degli elementi di queste “nuove” religioni nel costrutto della loro fede personale, creando un prodotto sincretistico, un “patchwork”, un fai da te. È logico che questi “individualisti” spesso rifiutino l’appartenenza effettiva a una comunità ecclesiale.
Allora, come possono le Chiese cristiane sostenere ed incoraggiare i giovani nel difficile cammino di trovare Dio e vivere una vita secondo il Suo volere?
È chiaro che sui contenuti dottrinali non si può trattare democraticamente. Ma mi sembra un costante dovere delle Chiese interpretare la Bibbia e discuterne apertamente e pazientemente con i laici e fra di loro anche con i giovani considerando con giusta misura i cambiamenti delle condizioni della vita umana nel mondo, che non sono tutti opere del Diavolo, come neanche lo sono i dubbi e le quasi indispensabili crisi che pure fanno parte della fede (la Chiesa “semper reformanda est”).
 Tanti giovani associano alla Chiesa termini come paura, repressione, obbedienza, subordinazione, minacce, sacrifici, morte ecc. e per questo classificano i credenti (soprattutto quegli zelanti) come persone all’antica e prive di entusiasmo e gioia di vivere. Certamente l’immagine diffusa di cristiani sempre ansiosi, depressi e “difficili” non aiuta le Chiese a suscitare l’interesse e la fiducia dei giovani.
Le Chiese farebbero bene a non insistere nella pastorale sempre e troppo su doveri, rinunce e sacrifici. Chi conosce l’anima dei giovani, sa che per loro - soprattutto negli anni difficili in cui sono alla ricerca della propria identità e personalità – la fede deve essere percepita come un messaggio sensibilmente umano ed anche realmente vivibile, una scelta per amore, non per timore o altri motivi. Altrimenti ai giovani sarebbe difficilmente possibile diventare degli adulti sicuri di sé con dei concetti di vita positivi.
Secondo le mie esperienze, anche la storia della Chiesa spesso è un peso per la sua credibilità oggi. I giovani nelle lezioni di storia a scuola stanno studiando guerre ed altri fatti crudeli a cui la Chiesa ha partecipato attivamente, il che non sembra loro conciliabile con gli ideali di una Istituzione che si richiama a Cristo.
Importantissimo per i giovani spesso è l’esempio, la testimonianza di persone convincenti. Più che dai libri tanti ragazzi si lasciano entusiasmare da persone autentiche che vivono attivamente e con passione la loro vocazione. Con tutta la dovuta umiltà, voglio fare un esempio vissuto in prima persona: quando i miei studenti mi hanno visto andare a messa, alcuni di loro ovviamente ne sono rimasti delusi dicendomi “pensavamo che lei fosse una persona moderna”, ma quando hanno per caso saputo che lavoravo come volontario assistendo i malati terminali, mi hanno applaudito in classe.
Alla fine di queste considerazioni voglio azzardare un’ipotesi che riguarda il futuro delle Chiese cristiane in Europa. Per secoli la Chiesa cattolica e, dopo i tempi della Riforma, anche quella protestante, in Europa avevano il monopolio in materia di religione e in questioni di etica. Questo in futuro sicuramente cambierà. Nelle varie commissioni di etica per esempio, già oggi le Chiese cristiane sono membri fra tanti altri.
Un’altra mia esperienza vale per tutte le religioni del mondo: finché un paese è economicamente poco sviluppato o/e i suoi cittadini non sono politicamente liberi, le religioni praticate lì, sono profondamente radicate nella vita della gente. Ma con il benessere e le tante libertà, il comportamento dei fedeli cambia. Da credenti assidui a volte addirittura fervidi diventano credenti tiepidi, indifferenti e a volte anche persone atee. A questo sviluppo ho assistito in Germania a partire dagli anni ’50. Non è un caso che con il primo boom economico le Chiese abbiano perso terreno fra i fedeli tedeschi. La stessa tendenza l’ho notata anche fra gli immigrati stranieri nella mia zona. Negli anni ’60 le messe domenicali degli italiani a Dortmund venivano celebrate dal prete della missione cattolica con tantissimi immigrati, per la maggior parte meridionali. Oggi a partecipare alle funzioni religiose sono quasi esclusivamente i ragazzi nell’anno della prima comunione e pochi anziani. Dopo la caduta del muro, la stessa situazione si poteva notare fra i tanti polacchi venuti in Germania. In Polonia i fedeli frequentavano la Chiesa anche per motivi politici, per esprimere un’opposizione ai comunisti al governo.
Adesso perfino molti dei giovani musulmani turchi – la maggioranza degli immigrati in Germania - cominciano a frequentare sempre meno le moschee.
Leggendo adesso questo articolo, mi sento un po’ spaventato da quello che è uscito fuori. Quasi, quasi ho la sensazione di dovermi scusare con voi. Volevo scrivere un rapporto positivo, incoraggiante, esprimendo quel sentimento ottimista che sento nel cuore quando penso alla mia fede personale ed anche ai molti studenti meravigliosi che ho potuto incontrare nella mia vita. Il bilancio invece è diventato piuttosto mesto, anzi quasi deprimente. Non mi resta che contare sull’aiuto del Signore, che con ognuno di noi ha la sua storia, anche con i giovani. Allora spero che tantissimi di loro abbiano pazienza e L’incontrino nella loro ricerca del senso della vita.

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