Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Domenica, 01 Dicembre 2013 00:00

Benino - me generation

Scritto da p.Domenico Cremona
Vota questo articolo
(0 Voti)

Quando ero ragazzino ricordo che per alcuni anni, nel mio piccolo paese di origine e come in tanti altri posti, veniva indetto un concorso sul presepe più bello. Durante il periodo natalizio si poteva gironzolare tra le vie del paese e affacciarsi dentro le case per vedere per pochi minuti l’estro, l’ingegno e l’abilità di coloro che si erano dati da fare per il presepe più bello. Ovviamente ciò che rendeva pregiato il manufatto non era il neonato Gesù seminudo avvolto in poche fasce e in tanto amore di Maria e di Giuseppe (a volte messo più vicino all’asinello che al bambinello). Il valore di quei presepi era rappresentato nei paesaggi, nelle ambientazioni: la capiente capanna o stalla ricavata da piccoli ciocchi di legno e cosparsa di frammenti di paglia; montagne di carta increspata o di carta-pesta ricoperte di muschio (i prati) e di farina (la neve), vegetazione fatta di piccoli ramoscelli rubati in giardino, laghetti di vecchi specchi rotti o di carta stagnola, fuochi simulati con carta rossa di caramelle; a volte trovavi qualche pezzo di  ingegnosa meccanica tipo ruote di mulino che giravano e qualche statuina che ripeteva sempre lo stesso gesto; qualcuno già si cimentava con le luminarie limitate alla stella cometa e poco più (oggi l’abuso di luminarie richiama più a delle discoteche che a dei presepi). Non avendo una tradizione napoletana, nel mio piccolo paese del nord le statuine erano spesso di scarso valore artistico e artigianale, ma la ricchezza e la varietà dei personaggi riempiva bene la scena. Oltre a qualche angioletto accovacciato sopra la capanna a strimpellare la trombetta o in simulazione di volo appeso ad un sottile filo quasi invisibile, c’era tutto il mondo rurale e artigianale. E proprio su questi personaggi che si focalizzava la mia attenzione. Primi fra tutti: l’asinello e il bue! Nella mia natura contadina, il bue e l’asinello (affiancato da Giuseppe) godevano di primario interesse. Poi i vari personaggi immortalati nell’atto di adempiere i propri doveri: il fabbro che martellava sull’incudine, il fornaio che cuoceva il pane, la contadinella che tornava a casa con una fascina di legna, i pastori che accudivano il gregge (pecorelle a volontà!), la massaia con il pentolone della minestra sul fuoco, c’era chi attingeva l’acqua al pozzo, chi dava da mangiare ai polli, chi lavava i panni al laghetto o al torrente (sempre di carta stagnola), chi spazzava il cortile, chi zappava l’orto... Tutti indaffarati nelle proprie attività ma tutti indifferenti a quel bambinello appena nato in una stalla: ad eccezione di qualche pio pastorello inginocchiato in adorazione del bambin Gesù, lo scenario, nel suo complesso, esprimeva un mondo di indifferenza, dove ognuno era preso dai propri affari e interessi, ignaro di quanto stava accadendo in una capanna a poca distanza. In alcuni presepi, spesso collocato nelle parti periferiche, si poteva trovare anche il famoso Benino, pastorello del presepe napoletano che dorme beato, anche lui ignaro di ciò che sta accadendo. Oggi questo caratteristico personaggio è espressione significativa della realtà: un mondo dove la coscienza dorme beata come Benino. Oggi sono un uomo adulto e come tutte le persone adulte ho perso lo stupore e la curiosità di ammirare il mondo racchiuso in una scena del presepe. Oggi non sono più spettatore ma attore del presepe, statuina tra le tante statuine che vive la propria vita e svolge le proprie attività, incurante di chi nasce in una stalla. Benino tra i Benini, dove più nulla turba il mio dormire, dove più nulla mi scuote e mi desta dal sonno, manco un bambino che nasce o una stella che sorge. È l’inevitabile conseguenza della cultura imperante nel “mondo occidentale”, quella che gli esperti definiscono me-generation, neologismo inglese che definisce la generazione post guerra mondiale e le successive generazioni dove a poco a poco l’individualismo e l’indifferenza nei confronti degli altri ha assunto un carattere sempre più assoluto. Oggi la cultura dell’ego è percepita come un ideale, come valore universale: ciò che conta è la realizzazione del proprio io. Il Natale è la festa dell’Altro che nasce per me e per tutti; ma dove regna la cultura dell’individualismo il risultato è una festa senza più il Festeggiato, ridotta a frenetica operazione di marketing.

Lo scorso 20 aprile è stato il 20° anniversario della morte di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta: i suoi “auguri scomodi” ci aiutino a risvegliarci dal sonno di Benino e a sradicare la cultura dell’individualismo.  

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op