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Mercoledì, 01 Ottobre 2014 00:00

Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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“Il cristianesimo è una comunità di racconti, e penso che dobbiamo riscoprire il raccontarci a vicenda ciò che Dio fa nella nostra vita”.
Mi pare che questo pensiero, che traggo dal discorso tenuto lo scorso anno nel Duomo di Milano dall’arcivescovo di Vienna, cardinal Schönborn, costituisca il filo conduttore delle lettere che ci sono pervenute in questi mesi e che offro alla vostra attenzione. Pur nella diversità di situazioni, personalità ed età degli autori, è comune ad esse il desiderio di comunicare e di sentirsi raccontare l’esperienza di fede.
Theo, già noto ai nostri lettori, ci invita al dialogo, su queste pagine, per aiutare un giovane nella sua ricerca spirituale. Mi auguro che il suo appello sia accolto da tanti.
Particolarmente toccante è la testimonianza di Emanuele, che, sebbene non intenzionalmente, costituisce anche una prima risposta a questo invito. Emanuele ci scrive dal carcere: là, recluso, lontano dalla sua famiglia, ha (ri)scoperto il Vangelo e ora ci rende partecipi della “gioia che si prova nel preoccuparsi del prossimo, vicino o lontano, conosciuto o sconosciuto, attraverso una semplice preghiera”.
Fernanda, nel commentare l’articolo di Angelo pubblicato nel numero precedente della “Lettera agli amici…”, ci trasmette la sua passione per l’evangelizzazione, che si realizza, come ricordava Schönborn nel testo citato, “nell’incontro faccia a faccia con una persona, perché quello è il momento in cui Cristo fa l’evangelizzazione”.
Nel ringraziare gli amici che ci hanno scritto, auguro a tutti una buona lettura.


Di Theo Stoltenberg

Come alcuni di voi sanno, sono un ex-insegnante d’italiano in Germania (e un fervido “simpatizzante” della comunità di Agognate).  Quello che segue è parte di una lettera di un mio ex-alunno con il quale coltivo dopo la sua maturità un rapporto molto amichevole. In questa lettera Klaus, che sta studiando scienze naturali all’Università, descrive i suoi primi passi verso una spiritualità personale e una fede ancora da costruirsi.
Sarebbe interessante e bello se voi partecipaste al dialogo e mandaste a Pier Paolo una risposta alla domanda alla fine della lettera di Klaus, che potrebbe essere pubblicata in un prossimo numero del giornalino. Questa interazione renderebbe il giornalino sicuramente anche più vivo e “comunicativo” per tutti i lettori.

“Caro Theo, […] gli studi vanno abbastanza bene, anche se in questo periodo al centro dei miei pensieri ci sono vari tentativi di mettere un po’ di ordine nel caos delle mie idee sulla mia vita spirituale cui ti ho accennato in una delle mie ultime lettere.
Ma non so proprio da dove cominciare. Sento il bisogno di trovare per me dei valori che diano un senso alla mia esistenza. Anche se non sono mai stato un cristiano credente e praticante, penso di essere sempre stato in qualche modo una persona religiosa immaginandomi Dio come (una) persona quasi paterna, non come qualcosa di astratto, come per esempio un’idea, oppure un’energia, come lo vedono tanti scienziati.
Provengo da una famiglia religiosamente indifferente e non so molto della Chiesa. Delle religioni cristiane mi impressiona soprattutto il concetto dell’amore del prossimo. Mi piace molto anche il nuovo Papa, con le sue visioni aperte ed umane.
So che cosa non voglio (più), ma non so ancora che cosa cerco di preciso.
In questa mia crisi conto anche sul tuo aiuto. Come faccio concretamente ad avvicinarmi di più alla fede cattolica che è anche tua? Intendo per fede non tanto un sistema complicato di dottrine perché non ambisco diventare un teologo, ma magari una persona adulta con dei principi validi.
Scusa, se ti ho descritto in breve la mia situazione attuale in modo molto grossolano e forse un po’ ingenuo.
Quali potrebbero essere i miei primi passi per progredire sulla via che ho appena cominciato? Forse mi racconti un po’ di te, della tua esperienza personale con la fede. Ti sarei grato se nella tua prossima mi dessi alcuni consigli. Grazie. Klaus”


Di Emanuele

Caro Padre Ennio,
grazie per la lettera e la richiesta di preghiera. L’esortazione di San Paolo mi fa pensare all’esortazione evangelica che il Messia fa alla fine del capitolo 11 di Matteo: “prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 20-30).
Pregare gli uni per gli altri e il pregare incessantemente sono due concetti che ho scoperto da poco; come hai detto tu, in questa società egoista si pensa molto poco a portare il peso degli altri. Io non l’ho mai fatto, troppo preso dal chiedere ciò di cui credevo avessi bisogno. Ma avendo vissuto per tanti anni nell’ignoranza di Cristo, in quanto “essere ignoranti delle Scritture significa essere ignoranti di Cristo”, non mi ero accorto che Gesù stesso pregò per Pietro affinché non gli venisse meno la fede (Lc 22, 32). Poi questa situazione di impotenza fisica, lontano dalle persone care, ha aperto la porta alla comprensione di quell’esortazione a pregare gli uni per gli altri.
Così ora, grazie al Signore e al suo intervento, riesco a sentire la gioia che si prova nel preoccuparsi del prossimo, vicino o lontano, conosciuto o sconosciuto, attraverso una semplice preghiera. Quando parlo di gioia intendo una sensazione di spontaneo desiderio per il bene altrui, un’azione fatta per piacere, non per abitudine o protocollo. Mi viene in mente proprio zia E. che ogni volta che andavamo a visitarla ci offriva un sorriso così sincero che non riesco a descriverlo, ma ancora lo ricordo bene… Mi fa piacere sapere che sia lei sia la bisnonna sono state terziare domenicane, anche perché nessuno me l’aveva mai detto.
Quindi sarà un piacere e un privilegio pregare per te, in quanto dà senso concreto alle parole e all’esempio lasciatoci dal messia e da tanti profeti. E’ vero che il Signore ascolta chi è nella sofferenza, ma io a volte dubito di esserlo […], penso infatti che soffrano molto di più parenti e amici lontani; nel frattempo cerco di mantenere aperto il cuore alla guida dello Spirito perché mai come prima ne sento la presenza. Mi trovo spesso a ripetere le parole di Samuele, “Parla perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 4, 10), per ricordarmi di vivere secondo la volontà del Padre in ogni momento della quotidianità. Anche se non mi ricordo di aver sentito una voce rispondermi, cerco di fare la sua volontà.
Così continuo, giorno dopo giorno, a domandarmi da quali cose devo ancora distaccarmi in maniera da adempiere con successo, o per lo meno tendere verso l’adempimento, quella massima evangelica da te citata. Sì, la morte dell’io può essere l’obiettivo di tutti i cristiani e io sono contento di essere arrivato in questo posto perché almeno così mi si sono aperti gli occhi.
Grazie ancora per la lettera, per aver dimostrato l’amore di nostro Signore con una richiesta così speciale.
Un abbraccio, e che la Grazia di nostro Signore sia con te.
Emanuele


Di Fernanda Baragli De Serio

Caro Pier Paolo, mi trovo in due giorni di ritiro e leggo dalla “Lettera agli amici della comunità”, l’articolo di Angelo, “Il dramma di non essere capiti”. Si descrive con chiarezza quel negativo vissuto dai cristiani nel mondo. Vorrei, però, far risaltare quanta potenza lieviti proprio in questa dialogante resistenza, in chi con passione possa testimoniare il linguaggio del Vangelo. Capita, invece, che chi ha un’abbondante e nutrita passione di Cristo, possa riuscire a comunicare e sorprendere il calore della fede e di seguito della necessità della religione, con un dialogo non iniziato sulla religione, ma partendo da considerazioni sul dono della vita, della luce che ci circonda, dello sbocciare d’un fiore, dal sorriso d’un bambino e quant’altro puoi e sai esprimere con la passione del personale vissuto. […] Il dialogo ha potenza se fatto con passione di Dio, riscalda, può neutralizzare gli ostacoli dell’indifferenza e può abbattere le opposizioni e l’ignoranza. Allora darei il titolo “La passione di farsi capire”. La forza dello Spirito, che soffia leggero, sa suggerire parole convincenti. Questa è la nostra fede che opera oltre il nostro dire e il nostro scrivere.


Di Annamaria Saino Invernizzi

Rev.mo e caro Padre Staid,
 ho ricevuto il Suo messaggio da mia figlia e Le assicuro la mia preghiera quotidiana nel Rosario.
E’ anche un debito di gratitudine e di riconoscenza nei Suoi confronti per tutte le belle cose che ha scritto e continua a scrivere.
Sono parole belle che entrano nel cuore e rendono più buoni, ma soprattutto ci fanno “pensare” e “meditare”.
Nella mia testaccia risuona spesso la Sua frase (giornalino di febbraio) “Perché, Signore, ci accorgiamo sempre troppo tardi della nostra avarizia nel donare amore?”. Da sola vale un trattato.
Che il Signore La ricompensi ,“colmi la Sua vita della Sua tenerezza”. Da parte mia torno ad assicurarLe il mio ricordo “cotidie”.
E’ tanto grande il bene che, da vero “uomo di Dio”, ha seminato e continua a seminare!
GRAZIE davvero di cuore e un abbraccio da una vecchia nonna che (come recita un nostro proverbio) “ag rincrèsa a murì, perché n’ampara una tuti i dì” (le rincresce di morire perché ne impara una tutti i giorni).
Con tanta gratitudine



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