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Sabato, 01 Marzo 2014 00:00

I dannati della metropoli

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Mentre scriviamo, in questi giorni ci giungono ancora notizie drammatiche sulle stragi nel Mediterraneo, sui migranti morti nei naufragi – forse dolosi – durante la traversata verso l’Europa, verso il sogno di una vita migliore, un sogno spesso destinato anche per chi sopravvive a restare tale. Se di fronte a questi eventi nessuno, credo, resta indifferente, per lo più, però, delle vite dei migranti, del loro mondo, non sappiamo quasi nulla.
 Andrea Staid, antropologo, nel suo recente libro I dannati delle metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità, (Milieuedizioni, MIlano 2014, Euro 13,90), ci mette in contatto con le storie di tante persone che, arrivate in Italia dopo innumerevoli traversie, hanno visto il naufragio dei loro sogni e ora vivono ai margini della legalità. Dopo essersi soffermato in un precedente libro (Le nostre braccia, Agenzia X, Milano 2011) sulle condizioni di vita dei lavoratori stranieri e sul nostro rapporto con loro, in questo volume l’autore ha cercato di comprendere i vissuti e le ragioni di chi è uscito dal confine della legalità: “Non voglio - scrive nell’introduzione - rappresentare i migranti come vittime di una società violenta, ma semplicemente dare un’immagine meno falsa di quella creata dai media su chi sono  e come vivono i migranti”. Vuole capire i motivi che stanno alla base della scelta di delinquere ed alla luce dei dati raccolti scopre che questa scelta, se si prescinde dalla dimensione etica, appare la più logica: “considerando che il rischio di finire in carcere è lo stesso sia per chi decide di delinquere sia per chi invece decide di lavorare per un salario da fame, la scelta di delinquere sembra la scelta più razionale. […] Dopo questi anni di ricerca non mi stupisce più chi esce dallo stretto confine della legalità, anzi mi stupiscono molto di più tutti quei migranti (la maggior parte) che decidono di lavorare onestamente”. Un’analisi sui rapporti tra strutture di potere e scelte individuali che mi fa tornare alla mente l’accusa che Tommaso Moro nella sua opera più nota, Utopia, muoveva alla società inglese del suo tempo: “Voi punite quei ladri che voi stessi avete creato”.

Il volume è articolato in cinque capitoli.
Nel primo, in modo chiaro ed accessibile anche a chi non è addetto ai lavori, sono esposti i criteri metodologici che hanno guidato la ricerca, una ricerca qualitativa, condotta con il metodo dell’osservazione partecipante: con anni di frequentazione dei migranti, l’autore ha potuto instaurare con loro un rapporto di fiducia e raccogliere i loro racconti.

Il secondo capitolo, più drammatico e coinvolgente per il lettore, riporta i ricordi del viaggio, un travaglio che a volte dura anni e che vede il migrante africano sottoposto a violenze e soprusi di ogni tipo, prima di giungere ad imbarcarsi per l’Italia. E sono tanti coloro che muoiono lungo il percorso.
“Ho iniziato il mio viaggio nel 2009 e sono arrivato in Italia nel 2011, sono stati due anni durissimi per me, non avrei mai pensato di affrontare qualcosa di simile (…), sono stato picchiato e derubato dai militari nel deserto, costretto a lavorare come schiavo in Libia per potermi pagare il viaggio in mare.
Ho visto morire almeno quattro uomini durante il viaggio… e una volta arrivato in Italia, dopo tutto quello che avevo passato, sono stato rinchiuso in un Cie… e io che pensavo di vivere in Italia” (Danjuma, Nigeria).
“Il viaggio era duro nel deserto ma la speranza era forte. Tutto è peggiorato quando abbiamo incontrato i militari, ci hanno derubato di tutto e io non avevo più i soldi per ripartire, per arrivare in Europa. Ho cercato subito lavoro ma a Dirkou puoi fare solo lo schiavo, ho visto tanta cattiveria e disperazione nei mesi che sono rimasto lì (Daren, Congo).
“Arrivato alla frontiera con l’Algeria ero sicuro di non aver problemi e di poter richiedere il visto, invece mi hanno cacciato in modo violento e ci hanno buttato tutti nel deserto senza neanche una bottiglia di acqua” (Kayne, Burkina).

Il terzo capitolo affronta quello che succede dopo il viaggio nella vita di questi migranti, ovvero la reclusione, l’identificazione nei Centri di identificazione ed espulsione o nei Centri di accoglienza - luoghi su cui da tempo si discute, luoghi definiti “nuovi lager di Stato” – e la ricerca, spesso impossibile, di una vita dignitosa: “Sono arrivato in Italia da cinque anni e ancora non sono riuscito ad avere un permesso di soggiorno. Ho lavorato tanto, sono un bravo falegname e il lavoro non manca per me, solo che appena chiedo di essere regolarizzato o mi licenziano o mi dicono che se voglio lavorare devo stare zitto” (Abdul, Egitto).
Senza il permesso di soggiorno, in conseguenza del reato di immigrazione clandestina, cancellato soltanto di recente, l’immigrato si trovava di fatto ad essere comunque un fuorilegge ed esposto alla possibilità del carcere, tema a cui è dedicato il quarto capitolo: ”Sono arrivato in Italia dopo un viaggio lungo e difficile e la prima cosa che mi è successa è stata quella di essere rinchiuso in una gabbia, in un Cie. Dopo quasi due mesi mi hanno rilasciato dicendomi che dovevo tornarmene a casa e io non sapevo cosa fare. Ho trovato lavoro dopo poco grazie a un amico che vive in Italia da tre anni, lavoravo nei campi, pagato pochissimo e trattato come una bestia. Finita la stagione di lavoro mi hanno fermato per un controllo i poliziotti e mi hanno portato in carcere perché mi hanno detto che avevo commesso un crimine… quale? non l’ho ancora capito, me lo stai spiegando tu, ma ancora non capisco che legge assurda avete qua in Italia. Mi rilasciate, mi fate lavorare e poi mi mettete in carcere e sono di nuovo fuori senza documenti e con il decreto di espulsione. Non mi hanno riportato a casa, mi hanno rilasciato in questa condizione assurda dove non poso fare altro che lavorare in nero … non posso viaggiare perché non ho i documenti…non posso fare niente senza i documenti, posso solo sopravvivere fino a che non mi fermeranno e riporteranno in carcere” (Khalid, Egitto).

Chiude il libro l’analisi di una realtà meticcia nel cuore di Milano, la ricostruzione etnografica di un palazzo particolare di Milano, in viale Bligny 42, dove vivono italiani e stranieri di ogni provenienza, lavoratori regolari e spacciatori, studenti ed artisti.

Il libro, come ho già notato, è di agevole lettura, scritto, secondo l’intenzione dell’autore, in modo che “possa essere accessibile non soltanto agli abituali lettori delle scienze sociali, ma anche a tutti coloro che sono interessati a scoprire cosa si nasconde dietro al muro delle nostre certezze”. 



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