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Domenica, 01 Giugno 2014 00:00

La grazia è sparita

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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La situazione delle carceri in Italia costituisce da tempo un grave problema, che, come è noto, ha portato lo scorso anno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ad una sentenza di condanna nei confronti dell’Italia, per le condizioni di sovraffollamento che provocano di fatto un trattamento inumano e degradante dei detenuti. Le parole del Presidente della Repubblica nel suo messaggio alle Camere dell’8 ottobre 2013, che richiama quella condanna, costituiscono un monito forte per ogni cittadino: «la stringente necessità di cambiare profondamente la condizione delle carceri in Italia costituisce non solo un imperativo giuridico e politico, bensì in pari tempo un imperativo morale. Le istituzioni e la nostra opinione pubblica non possono e non devono scivolare nell’insensibilità e nell’indifferenza, convivendo - senza impegnarsi e riuscire a modificarla - con una realtà di degrado civile e di sofferenza umana come quella che subiscono decine di migliaia di uomini e donne reclusi negli istituti penitenziari».
Un tentativo di risposta è venuto col decreto, convertito in legge, sulla “tutela dei diritti fondamentali dei detenuti” e sulla riduzione della popolazione carceraria, entrato in vigore pochi giorni fa, il 22 febbraio del corrente anno. Sul decreto, i lettori lo ricorderanno, non sono mancate le polemiche.
Sul tema delle carceri, tanto attuale e urgente, ci è giunta la lettera del nostro amico padre Davide, che ringrazio vivamente. Ve ne riporto ampi stralci, non potendo pubblicarla per intero, invitandovi, come sempre, ad inviarci gli eventuali vostri commenti.
 
    di P. Davide Colella

 Sono padre Davide, frate domenicano, attualmente cappellano di Solliccianino, ma nelle patrie galere da quasi venticinque anni, di cui diciotto passati interamente nella Casa di Reclusione di Gorgona.  Premesso che uno Stato di diritto, come il nostro, è chiamato innanzi tutto a superare il conflitto e non a suggellarlo, mi chiedo se non sia arrivato il momento epocale per tutti di ripensare in toto il problema carcerario. In attesa, si fa presto a dirlo, rimangono le carceri, immagini speculari e fedeli della nostra società. In attesa rimane Solliccianino, un carcere a custodia attenuata, più umano dunque, ma non di certo paradiso, perché un carcere non può, né potrà mai essere un paradiso!
Eppure Solliccianino o Casa Circondariale “Mario Gozzini”, rimane nello scenario quasi apocalittico delle carceri, un’eccezione mirabile, ma dovrebbe essere la regola ed invece rischia di essere cancellato o comunque paurosamente ridimensionato. Non è il carcere che non funziona, e sembra un paradosso dirlo, ma è lo Stato che non funziona; è il Ministero della Giustizia (la Grazia guarda caso è sparita!) che viene meno ad un dovere importantissimo per la qualità di tutti i detenuti: il lavoro, espressamente previsto e scritto dallo stesso ordinamento penitenziario. E’ uno Stato, il nostro, che alla faccia della rieducazione e del reinserimento, invoglia vergognosamente i suoi detenuti-cittadini, alla più completa vita parassitaria. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire, una volta per tutte, dalla logica perversa degli interventi legislativi di emergenza, per entrare finalmente nella logica della santa normalità.
Ma non c’è solo Solliccianino con i suoi tanti problemi. Ci sono carceri, che scoppiano da troppo tempo, gremiti fino all’inverosimile per colpa di leggi ingiuste ed inique; l’aumento paurosamente allarmante di detenuti suicidi; malati di Aids o comunque tossici, che dovrebbero stare dappertutto meno che in galera; l’incredibile aumento dei minorenni nelle nostre galere, in barba alla prevista chiusura dei carceri minorili nel lontano 1989 e non ultimo i tanti, i troppi extra-comunitari presenti, che non potendo accedere ai permessi- premio, non sono italiani né europei,  si fanno due volte la galera e se poi hanno la sfortuna di avere a fine pena, l’espulsione coatta, vengono comunque espulsi, pur sapendo che verranno di certo condannati a morte nei loro paesi. Ricordo a questo proposito, di aver scritto personalmente all’allora ministro degli interni, Giorgio Napolitano, ora Presidente della Repubblica e dopo di me, gli scrissero il Direttore di Gorgona ed il Vescovo di Livorno: aspettiamo ancora risposta!
Ma quello che mi preoccupa seriamente è il gravissimo problema delle famiglie, che subiscono, loro malgrado, le pene inflitte ai loro congiunti con perquisizioni e toccamenti vari, che offendono il più elementare pudore della dignità umana. Se poi a questo si aggiungono i divieti d’incontro, penso allo stramaledetto 41 bis, che il ministro Alfano minaccia di voler inasprire ancora di più, altro che carceri della speranza!  Tempo addietro ho visitato l’ex carcere di massima sicurezza di Pianosa ed ho provato dolore per tutte le offese gratuite recate al genere umano, come non bastassero quelle già esistenti.  Tutto sistematicamente murato sul pavimento: letto, tavolo, sedia, i detenuti venivano sorvegliati 24 ore su 24, anche quando stavano nel bagno. Saranno anche dei bastardi, non lo nego, ma sfido chiunque ad uscirne migliore, dopo un trattamento simile. […]
Padre Davide sviluppa quindi alcune considerazioni sul sistema dei “pentiti”, espressione, a suo giudizio, di “una giustizia mercanteggiata” e sulla mancata concessione dei benefici a favore dei detenuti previsti dalle legge Gozzini, una legge ormai “agonizzante”, e così conclude:
Smettiamola di concepire il carcere in maniera idealista, quasi fossimo noi in grado di poter rieducare o reinserire qualcuno, premiando i buoni e castigando i cattivi. Alle volte ho quasi l’impressione che tutti, nell’amministrazione penitenziaria, vogliano fare il prete... Forse ne guadagneremo tutti se, anziché profanare le coscienze altrui, ci sforzassimo, Stato per primo, a fornire al cosiddetto reo, strumenti veri, concreti, che siano davvero alternativi alla sua devianza, [… a] dare lavoro al detenuto, dentro e soprattutto fuori dalla galera.Machiavelli sosteneva, in un celebre capitolo del Principe, che il buon politico deve conoscere bene le arti del leone e della volpe. E sappiamo bene che il leone e la volpe sono simbolo della forza e dell’astuzia. Forza per portare avanti le riforme, anche se impopolari; astuzia, per non lasciarsi impelagare dalle pastoie burocratiche ed è con questo spirito che mi auguro presto, molto presto, un atto non di clemenza, ma di giustizia dal Ministero della... Giustizia con un giusto indulto ed una opportuna amnistia. Il resto è nelle nostre mani e per chi ci crede ancora, nelle mani di Dio.    
Pistoia 3 febbraio 2014 



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