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Sabato, 01 Febbraio 2014 00:00

La predicazione del laico

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Domenica 12 gennaio, nell’ambito del programma di formazione per i laici domenicani, mio fratello Giuseppe ha tenuto una relazione sulla predicazione del laico. Il suo intervento è iniziato con una meditazione sul racconto dei discepoli di Emmaus, narrato nel vangelo di Luca (Lc. 24, 13-19. 25-33), che ha permesso di mettere in luce le tappe del cammino del cristiano, dall’incontro con Gesù all’annuncio della salvezza ricevuta. Nella sua relazione, condotta attraverso riferimenti biblici, documenti conciliari, interventi del Magistero, tra i quali l’esortazione apostolica di papa Francesco, Evangelii Gaudium, e la propria esperienza personale e professionale, si è quindi soffermato sulle modalità di vita e di predicazione del laico, che ha una propria specificità, come ci insegna il Concilio, quella di parlare di Dio attraverso l’impegno nelle attività del mondo.
Nell’impossibilità di pubblicare per intero il testo della sua riflessione (reperibile sul sito), ne riporto la parte iniziale.

di Giuseppe Boldon Zanetti

Vorrei iniziare questo nostro incontro partendo dal Vangelo. Mi pare doveroso; se vogliamo che i nostri incontri tra cristiani non siano solo nostre riflessioni, anche belle ma nostre, non possiamo che ascoltare – ascoltare oggi è un’arte forse dimenticata o comunque sotto valutata – quello che per noi è il fondamento del nostro Credere. Noi possiamo balbettare qualcosa, ma l’unico che può indicarci la via del mistero dell’amore di Dio è solo Gesù Cristo.
Vorrei partire da un testo a me caro, che tutti conosciamo ma che comunque credo sia importante rileggere. Il Vangelo è come una sinfonia musicale: per quanto la si conosca, ogni volta la si riascolta con piacere e vi si scoprono novità insospettate, alle quali non si era magari fatto caso.
Il passo è Lc. 24, 13-19. 25-33
Vediamolo un po’ più da vicino, questo testo.
Ci sono dunque due discepoli. Credono ancora in Gesù, ma sono stanchi, delusi, sfiduciati: l’immagine che avevano di Gesù era un’altra. Si stanno allontanando dagli altri discepoli ed in particolare dagli Apostoli. Forse vogliono andarsene per sempre, dimenticare un periodo bello ma rivelatosi deludente. O forse vogliono incominciare una ricerca personale da soli, lontani da tutti.
Gesù li raggiunge e si affianca a loro e si mette a camminare con loro. E’ Dio che cerca l’uomo: “Adamo dove sei?” (Gn. 3,9). La prima domanda che Gesù pone è: “Di che cosa discutevate?”. Quando Gesù non è presente, si discute. Alle volte pensiamo che l’essere Chiesa, fare Chiesa consista in un discutere “su” e “di” Gesù e non invece un parlare “di” e “con Gesù”.
E loro spiegano a questo sconosciuto il motivo. Danno, se vogliamo, una testimonianza di Gesù, ma del Gesù che loro avevano in mente, che loro avevano pensato.
Gesù, pur rimproverandoli (non è accomodante sui punti di fede) e spiegando loro la Verità delle Scritture (sappiamo che solo Gesù ci può spiegare questa Verità) li lascia camminare per una intera giornata.
“L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante” (Evangelii Gaudium n.23)
Che spreco di tempo e di energie! Che poco senso dell’efficienza! Noi li avremmo fermati, fatti sedere, “catechizzati” e poi …. Che se ne vadano al loro destino se non hanno voluto capire! Ma Gesù è diverso: non blocca il loro cammino, anzi li accompagna, fa la loro stessa strada, la loro stessa fatica (“Manda la Tua Sapienza …. perché mi affianchi nella   mia fatica, e io imparerò quello che ti piace” E’ la preghiera di re Salomone -  Sap. 9,10 – non c’è conoscenza di Dio senza fatica) e rimane con loro … fino a quando? Fino a quando non si aprono gli occhi.
E una volta aperti gli occhi, che cosa fanno questi due discepoli? Predicano, cioè “parlano di Dio”, come ci dice l’art. 24 degli Statuti delle Fraternità Laiche di S. Domenico. “Nel linguaggio di S. Domenico predicare significa parlare di Dio: la Fraternita è quindi luogo che prepara a parlare di Dio”.
Predicano a chi? Prima di tutto a se stessi: devono riconoscere quello che è successo dentro di loro, dare atto che di fronte a quell’incontro, all’incontro con Gesù, qualcosa dentro di loro è cambiato: “Non ci ardeva il cuore?”
E questa emozione la comunicano subito al vicino, all’altro compagno di viaggio, al più prossimo, e infine tornano indietro – una conversione ad U della loro strada e quindi della loro vita – e corrono a predicarlo agli altri: ai discepoli ed agli apostoli.
Mi pare che questo episodio ci indichi i momenti in cui si articola la predicazione. Sono tre momenti, distinti uno dall’altro ma certo non separati; ed ognuno rimanda all’altro in un respiro circolare.
Il primo momento, fondamentale, è lo stare con Gesù. Stare ad ascoltarlo, disponibili a scoprire quello che Lui intende dirci – e non quello che noi vogliamo sentirci dire – disponibili ad accorgerci di Lui, accoglierlo nel nostro cuore, accogliere i cambiamenti del nostro cuore della nostra mentalità del nostro pensare Gesù.
Questo mi pare che sia il primo, fondamentale momento per la predicazione. Sembra un paradosso: per poter predicare dobbiamo stare zitti! Eppure il Vangelo – almeno mi pare – ci dice proprio questo: solo dopo che siamo stati con Gesù, e Lo abbiamo ascoltato, possiamo predicare. Diversamente, raccontiamo solo le nostre idee, le nostre opinioni. […]
E’ quanto ci dice Papa Francesco nella Evangelii Gaudium: “La prima motivazione per l’evangelizzazione è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera perché torni ad affascinarci”. (EG n. 264)
Il secondo momento è riconoscere i cambiamenti che la sua presenza, il suo parlare ha prodotto in noi. (“Non ci ardeva il cuore?”).
Ed infine, terzo momento, il cambiamento di vita – ritorno a Gerusalemme da dove si voleva scappare - e il racconto esplicito di quanto avvenuto, al fratello più vicino e a tutta la comunità.
Come ho accennato, non sono momenti separati: l’uno rimanda all’altro. Il narrare, ad esempio, non può che suscitare altri desideri di ascolto, altre intuizioni, altre “aperture degli occhi”; con un movimento che segue il respiro della vita e che non possiamo noi rigidamente governare.



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