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Sabato, 01 Marzo 2014 00:00

Una "comunione Domenicana" mandata a predicare il Vangelo

Scritto da Irene Larcan
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“Il recente Capitolo Generale dei frati ha dato come tema per la celebrazione del Giubileo questo motto, semplice e radicale al tempo stesso: “Mandati a predicare il Vangelo”, che fa eco all’invio dei primi frati come predicatori al servizio della Chiesa, completamente votati all’annuncio della Parola di Dio.
Il motto è semplice in quanto centra la nostra attenzione nel cuore del servizio che la Chiesa si aspetta dall’Ordine: proclamare il Vangelo.
È radicale perché, al di là di tutte le difficoltà che si possono incontrare, al di là delle incertezze che sono in noi riguardo a ciò che dobbiamo essere o fare, esso ci ricorda che prima di tutto dobbiamo essere aperti a questo “invio” dal quale proviene la nostra identità. Oggi, forse più che mai, il tema dei Domenicani laici deve aiutarci a scoprire anzitutto che tutti noi, membri della Famiglia Domenicana, siamo mandati insieme per servire la conversazione di Dio con il mondo proclamando il Vangelo della pace”.

Ho ricevuto da qualche giorno il testo in francese, inglese e spagnolo, le tre lingue ufficiali dell’Ordine, della Lettera che fra Bruno Cadoré, Maestro dell’Ordine, ha scritto in occasione dell’anniversario della Conferma dell’Ordine, 22 dicembre 1216. Ci siamo messi subito all’opera per  tradurla in tempi brevi ed inviarla alle fraternite. Ma mi piace qui sottolineare alcuni punti della lettera che mi sono sembrati stimolanti.
Fra Bruno dice che tutti noi siamo mandati insieme per servire la conversazione di Dio con il mondo. Ed il modo di questo servizio è proclamare il Vangelo della pace.
Insieme, cioè non soli, ciascuno per proprio conto, come staccati l’uno dall’altro e come se la predicazione fosse una aspirazione personale e non un servizio comunitario alla Chiesa. Certo ciascuno dei rami della Famiglia predica secondo il proprio stato, nelle situazioni di vita quotidiana, nell’ambiente in cui  vive, ama, lavora, fa fatica, ma impegnati insieme, compagni che hanno imparato come i discepoli di Emmaus ad ascoltare il viandante che fa la strada con loro, lungo il cammino delle speranze e della delusione, a condividere la mensa del pane e della Parola e ad annunciare che il Cristo che credevano morto è vivo e presente in mezzo a loro e che l’hanno incontrato ancora.
Per servire la conversazione di Dio con il mondo, cioè perché tutti noi siamo chiamati a continuare il dialogo instaurato da Gesù con la gente, con i poveri, i derelitti, gli affamati di cibo ma anche di ascolto, di Vangelo che sia una buona notizia per la vita. “Che ne sarà dei peccatori?” era la domanda ricorrente di Domenico nelle sue notti in preghiera. “Che ne sarà di quanti il Signore mette sulla nostra strada?” non perché passiamo accanto a loro con uno sguardo di indifferenza, ma perché ci fermiamo a “conversare” con loro, ad ascoltare il loro bisogno e a continuare quella conversazione portatrice di speranza per cui Dio ha mandato suo Figlio sulla terra.
Scrive fra Bruno, riportando una forte convinzione sottolineata da Paolo VI durante il Concilio: “La Chiesa diviene ciò che veramente è nella misura in cui si fa conversazione nel mondo, cioè proclamando il Vangelo nel mondo desidera testimoniare che il Dio della rivelazione biblica viene, in Gesù, ad incontrare l’umanità per conversare con essa”.
Domenico non si tirò indietro davanti alle accese argomentazioni dell’oste eretico, si trattenne con lui tutta la notte a “conversare”, ad annunciargli il Vangelo della salvezza. Cominciò in quel primo viaggio a sognare l’avventura della “Santa Predicazione”, modellandola sul gruppo di cui parla l’evangelista Luca, il gruppo che accompagnava Gesù andando per città e villaggi portando la buona notizia del regno di Dio.
“Seguendo la “Santa Predicazione” siamo inviati come famiglia a predicare il Vangelo. L’idea della “Famiglia Domenicana” è così non solo un modo di esprimere il convenire di parecchi gruppi con un unico obiettivo. Essa esprime anche un modo di evangelizzare e, da questo punto di vista, i Laici domenicani sono un ricordo di questa esigenza, che ha radici nel Vangelo”.  
 All’interno della Famiglia Domenicana il ruolo dei laici domenicani permette alla predicazione dell’Ordine di raggiungere più pienamente il suo fine per il fatto stesso della realtà della vita laica, poiché  la nostra predicazione è radicata nell’esperienza della vita familiare e professionale, di genitori, di vita ecclesiale, di essere giovani nelle società contemporanee, l’esperienza del battezzato che deve rendere conto della sua fede nel contesto di una famiglia o di un gruppo che spesso non condividono la stessa fede.
Fra Bruno ricorda  che un domenicano dovrebbe procedere con la Bibbia in una mano e un giornale nell’altra e l’esperienza condivisa arricchirà ulteriormente questa attitudine. Noi laici domenicani abbiamo la responsabilità di ricordare agli altri membri la questione fondamentale: i laici nella Chiesa non sono i destinatari della predicazione, dell’evangelizzazione e della cura pastorale ma piuttosto coloro che sono chiamati a esserne attori. E la Chiesa, per diventare ciò che essenzialmente è, ha bisogno dell’impegno di ciascuno a portare il Vangelo al mondo.
Non ci resta, dunque, come laici domenicani, che rimboccarci le maniche, assumerci le nostre responsabilità ed evangelizzare fuori e dentro casa nostra, nell’Ordine, nella Chiesa, per le strade di questo piccolo vasto mondo che ha bisogno di “conversare” con Dio.

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