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Mercoledì, 01 Ottobre 2014 00:00

Esci dalla tua terra

Scritto da p.Domenico Cremona
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L’annuale Giornata dell’impegno e della solidarietà si svolgerà il prossimo 29-30 novembre a San Domenico di Fiesole (Firenze). Il tema scelto è: POPOLI IN MOVIMENTO. Le ragioni, della scelta di affrontare ancora una volta le tematica riguardante i flussi migratori dei popoli, sono ovvie: l’informazione, applicando il criterio del “mordi e fuggi”, dà notizia di sbarchi e di morti di migliaia di persone, in una formulazione che vuole imporre la normalità e la banalità di una fenomeno da decenni consolidato e che non fa più sensazione, come le cronache di guerra. Con poche eccezioni (ma ci sono) l’informazione resta sul vago: qualche dato, il numero di sbarchi e il numero di dispersi in mare e morti accertati; niente di più, non veniamo informati né sul prima né sul poi: dove finiscono i sopravvissuti alle “carrette” del mare?, dove finiscono i corpi recuperati dei deceduti in mare?  È come se la loro esistenza o la loro non esistenza si racchiudesse tutta in un barcone in balia delle acque mediterranee. Per il resto, meno siamo informati, meglio ci sentiamo. Infatti del prima e del dopo è meglio non parlare: è meglio non dire che tutte le persone che arrivano su territorio italiano sono aventi diritto allo status di Rifugiati politici (e ai quali andrebbe garantito l’asilo politico): sono popoli in movimento “forzato”, sono popoli in fuga da paesi in guerra, paesi che l’Italia ha contribuito ad armare (Somalia, Etiopia, Sierra Leone, Siria), ma si rifiuta di accogliere le vittime in fuga da quelle armi. Nel mese di agosto l’Italia (con altri paesi europei) ha iniziato le procedure politiche per inviare armi in Iraq: armare i Curdi contro i jihadisti (ISIS) per difendere la popolazione è la nobile ragione! Ora non se ne parla più, lasciando che il mercato delle armi faccia la sua bella figura e i sui bei guadagni. Ma quando tra sei mesi o fra un anno, arriveranno i barconi pieni di curdi iracheni, nessuno in Europa si assumerà la responsabilità di accoglienza e nessuno dirà: è un dovere e un obbligo accogliere quelle popolazione in fuga dalle guerre che abbiamo armato! Ciò che si farà e dirà, sarà invece spingere l’informazione pubblica a farci tremare per la nuova, ennesima invasione...
Era l’8 agosto (giorno di san Domenico) del 1991; la nave mercantile Vlora, partita il giorno prima da Durazzo, arriva al porto di Bari (dopo essere stata respinta dal porto di Brindisi) con a bordo più di 20000 albanesi (in questi casi i numeri sono sempre approssimativi; alcuni giornali parlavano addirittura di 27000). Pur consapevole che il flusso migratorio dall’Albania era ormai iniziato - a febbraio e a marzo erano già arrivate navi da Durazzo - l’Italia si dimostrò del tutto impreparata ad accogliere tale fiumana di persone che venne rinchiusa, come in un ghetto, nello stadio del capoluogo pugliese. A testimonianza di quello sbarco riporto alcune righe di un articolo di Don Tonino Bello (allora vescovo di Molfetta) scritto per il quotidiano Avvenire: “Le persone non possono essere trattate come bestie, prive di assistenza, lasciate nel tanfo delle feci, mantenute a dieta con i panini lanciati a distanza, come allo zoo, senza il minimo di decenza in quel carnaio greve di vomiti e di sudore; forse come credenti avremmo dovuto levare più forte la nostra condanna ed esprimere con maggiore vigore la nostra indignazione. Sono sconfitti e umiliati gli albanesi; sconfitti e umiliati anche noi, perché costretti a sperimentare ancora una volta come la nostra civiltà, che nella sbornia di retorica si proclama multirazziale, multietnica e multireligiosa, non sa ancora dare quelle accoglienze che hanno sapore di umanità…” (fonte: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it) .
È dunque dal 1991 che l’Italia è impreparata all’accoglienza dei flussi migratori, capace solo di retorica (come diceva don Tonino) e di allarmismi contro le invasioni degli stranieri: in pochi mesi l’opinione comune degli italiani considerava tutti quegli albanesi delinquenti venuti in Italia a delinquere. Pregiudizio già affermato negli anni 50 per i veneti che migrarono nel nord-ovest, negli anni 60 e 70 furono i “terroni” che dal sud portavano al nord ignoranza e malvivenza, poi i marocchini, poi i tunisini, poi i romeni, e così sarà per i siriani, gli etiopi e i curdi... È mai possibile che tutte le persone che arrivano o si spostano nel nostro paese siano solo e sempre immagine negativa e da negare dell’umanità? Gli albanesi arrivati l’8 agosto, con quelli che li hanno preceduti e seguiti, hanno saputo ottimizzare le loro capacità e le loro risorse in un paese ostile, ma ai loro occhi segno di speranza e di vita. E 20 anni dopo il loro sbarco in Italia c’erano 11000  albanesi iscritti nelle università italiane (e qualche italiano iscritto in quelle albanesi) e nel 2010 l’imprenditoria albanese ha raggiunto le 26.600 piccole-medie e grandi imprese nel territorio italiano, al quarto posto per l’imprenditoria straniera in tutta Italia.   
Pur rispettando il dramma e la sofferenza di coloro che affrontano un viaggio disumano e disumanizzante per giungere in Europa, ho voluto prendere la popolazione migrante albanese come riferimento pratico di un’Italia che grazie al flusso migratorio migliora in qualità e prosperità, imparando che la storia dei popoli in movimento non si esaurisce nella disperazione e nella sconfitta umana e, superando le politiche repressive e i pregiudizi infondati, continua ad essere occasione e opportunità anche qui in Italia.

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