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Domenica, 01 Giugno 2014 00:00

Emergenza immigrati?

Scritto da p.Domenico Cremona
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Preghiamo per le persone che in questi giorni hanno perso la vita nel Mare Mediterraneo. Si mettano al primo posto i diritti umani - preghiamo per questo: si mettano al primo posto i diritti umani - e si uniscano le forze per prevenire queste stragi vergognose.
(Papa Francesco, Udienza generale, mercoledì 14 mag. 2014)


L’ennesimo dramma di un barcone carico di immigranti che sprofonda nel Mediterraneo o l’ennesimo barcone che riesce a raggiungere le coste siciliane fa suonare i campanelli di allarme: EMERGENZA IMMIGRATI! Quando leggo o sento questa espressione mi domando perché si stia parlando di emergenza: i flussi migratori sono sempre esistiti nella breve storia degli essere umani su questo pianeta; è grazie ai processi dei popoli in movimento che l’essere umano è sopravvissuto, si è rinforzato mischiando il DNA delle varie etnie, ha rimodellato e impostato nuove società, ha permesso lo sviluppo. I risvolti a lungo termine dei flussi migratori hanno sempre avuto una valenza positiva: è la storia stessa che ci documenta a riguardo. Eppure viviamo in un paese dove di questa storia non se ne tiene conto, dove la presenza dello “straniero” è inculcata come fenomeno di degrado, come elemento di paura, a volte di fobia: l’invasione degli stranieri. E l’atteggiamento più immediato, più semplice, di maggior impatto è quello di preoccuparci del danno, degli effetti e delle conseguenze orribili di invasioni. È l’atteggiamento della stupidità umana che cerca di scavalcare ed eludere le responsabilità con soluzioni facili e inefficienti... Così al ripetersi costante dell’avvistamento di un nuovo gruppo di immigranti in arrivo, si grida allo stato di emergenza. Ma come è possibile che un flusso migratorio come quello in atto in Italia da oltre 30 anni continui ad essere considerato un fenomeno da affrontare come emergenza? Se dopo 30 anni di barconi (dai Balcani, dall’Albania, dalla Libia, dalla Tunisia..) si parla ancora e sempre e solo di emergenza, la risposta è palese: non ci sono politiche sociali a riguardo, se non quelle repressive tipo la legge Bossi-Fini o la creazione dei lager CIE (Centri di identificazione e di espulsione) che non affrontano il problema ma si pongono come armi per contrastare e combattere il dilagare degli invasori. E non risolvono niente. E ogni barcone che arriva è emergenza immigrazione. Per quanti anni ancora dovremo sentire questa espressione di fronte ad un fenomeno, non improvviso, ma previsto, costante, che si ripete nel tempo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?
Quindi, per come la vedo io il problema vero non è nella così detta “invasione” dei flussi migratori; il vero problema è vivere in un paese che non sa e non vuole gestire e valorizzare la “normalità” dei flussi migratori. È un problema umanitario dove il vero problema umanitario sta nell’accoglienza, sta nell’umanità o disumanità nostra di fronte al fenomeno migratorio. Il problema siamo noi italiani, non gli stranieri che arrivano in Italia. È da questo punto di vista che c’è bisogno di classificare come stato di emergenza la nostra troppo scarsa umanità. Il ripetersi costante di situazioni come un barcone che affonda con 300 eritrei fa dire ai più sensibili (come espressine massima di sensibilità): oh, poveretti!; l’informazione grida due giorni all’emergenza e poi il silenzio riporta le nostre coscienze nell’oblio e nell’indifferenza fino al prossimo barcone. Soluzioni? Cominciare a vergognarci davvero per queste “stragi vergognose”, e superare l’indifferenza che affonda e annega la nostra umanità.
Lo scorso anno, a luglio, papa Francesco si è recato a Lampedusa dopo l’ennesima vergognosa strage; nell’omelia si auspicava che ciò non accadesse mai più... A distanza di quasi un anno l’auspicio del “mai più” si è realizzato in un “sempre più” e così continuerà se non ci lasciamo seriamente coinvolgere, se continuiamo a trarre beneficio dallo sfruttamento umano, se continuiamo  nelle politiche sociale palliative, se non capiamo che questi fratelli e sorelle che vengono dal mare sono fratelli e sorelle da amare.

“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. […] Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere.
               (Papa Francesco, Omelia a Lampedusa, 12 luglio 2013)

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