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Mercoledì, 01 Ottobre 2014 00:00

Ama il tuo prossimo come te stesso

Scritto da Lucia Iorio
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A volte bisogna andare molto lontano per trovare quello che abbiamo più vicino. E’ stata la mia considerazione al termine della 51a Sessione di formazione ecumenica del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) che si è tenuta a Paderno del Grappa (TV) dal 27/7 al 2/8. Un canto: “Come è buono e piacevole che i fratelli e le sorelle vivano insieme”; poi, come di consueto, la prima meditazione affidata ad un Ebreo; quest’anno è stato Mino Champla docente della Scuola Ebraica di Milano a presentaci la figura di Noé. Come di consueto, perché per il SAE è un’associazione interconfessionale per l’ecumenismo e il dialogo, a partire dal dialogo cristiano-ebraico. A partire, non come un passato lasciato alle nostre spalle, ma come  modo di procedere.
Per dirla con le parole suggestive usate da Piero Stefani al Convegno di Primavera del SAE nel 2000: “La chiesa (termine collettivo, che comprende le chiese, pluralità e singolarità ci sono già nel lessico neotestamentario) nasce sapendosi connessa in  questo modo costitutivo e paradossale con Israele, perché dipende sia dal “sì” che dal “no”.
Noi dobbiamo ricordarlo sempre non solo per sapere chi siamo a fronte dell’altro, ma anche per sapere che le situazioni apparentemente e realmente contradditorie sono tutte e due costitutive.
Il “no” nasce dentro un “sì”, non nasce da una infedeltà,  ma da un modo diverso di vivere la fedeltà. Questo vale anche nei rapporti fra le diverse chiese cristiane.
Resta vera quella formula che nel rapporto fra i cristiani e gli ebrei, dice: “la fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide”. Questo si può dire, ma tenendo conto che sono importanti sia il “si” che il “no”; tutti e due si danno l’uno di fronte all’altro e si danno solo perché c’è l’altro.”
La presidente Marianita ci ha esortato a non vivere questa settimana solo come un arricchimento intellettuale, ma ad aprirci alla gioia portata dall’azione dello Spirito. Bisogna evitare che le divergenze diventino rottura di comunione, come insegnava Mons. Sartori. Se siamo qui, è perché abbiamo sentito la chiamata alla comunione, allora l’ecumenismo diventa una dimensione del cuore che coinvolge tutto.
Così, con il grandioso scenario che ci presenta Genesi 9, cominciamo il nostro percorso verso la comprensione della vita in relazione che conclude il ciclo di Sessioni dedicato all’etica. La benedizione di Dio a Noè e ai suoi figli dopo il diluvio, con l’arco deposto sulle nubi come segno dell’alleanza, ci immette nella prospettiva di un’etica che porta oltre se stessa.
La preghiera ecumenica conclusiva della prima giornata ci ha chiesto di “lavarci gli occhi”, primo e necessario gesto per vedere ciò che ci circonda.
Le relazioni ricche e importanti si sono snodate nel corso della settimana aiutandoci ad uscire da visioni scontate. Il buon Samaritano (il mezzo morto di casa nostra… vedi un precedente articolo di P. Raffaele) è stato declinato dalle più impegnative riflessioni di Piero Stefani: “Come se stessi…” alla rappresentazione più scherzosa, ma non per questo priva di contenuti,  fatta da don Marco Campedelli con i suoi pupazzi, dove l’uomo tenta disperatamente di raggiungere la località di Paderno e cade sulla strada per cui passano ortodossi, protestanti, cattolici...
Pochi cenni a dire di come l’etica nelle relazioni sia stata affrontata entrando nel vivo dei problemi. Cito in particolare Maria Pia Veladiano e il suo libro “Accanto alla vita”  (con buona pace di Mounier, a me molto caro) ci ha fatto notare come sia diventato inadeguato parlare di “consegna”, cosa abbiamo da consegnare? Visti i danni che la nostra generazione ha prodotto, non abbiamo molto da consegnare. In una situazione magmatica come quella che stiamo vivendo, ciò che possiamo fare è stare accanto alla vita, accanto alle persone che ci sono date e che non abbiamo scelto. Quello che scegliamo continuamente è di allontanarci o di restare: ci è capitato di cambiare marciapiede per non incappare in gruppi poco raccomandabili? Oggi si strumentalizza la paura e per contro ci sono moltissimi ragazzi che non amano la vita. Implicitamente in tutti i gesti che facciamo ci poniamo accanto alla vita per aiutarla a vivere o per frenarla…
Giannino Piana magistralmente ha messo a fuoco: “La domanda morale oggi e il modello di un’etica della responsabilità”. Ha trattato il tema dal punto di vista metodologico, proponendo quattro figure: Occorre rispondere in prima persona, rispondere a qualcuno, rispondere di qualcosa e rispondere in situazione, questo ci consente di pervenire ad un’etica possibile.
Particolarmente toccanti, per me, sono state le testimonianze di Rosanna Cima (pedagogista, Università di Verona) e Paolo Miorandi (Psicoterapeuta e scrittore, Rovereto) a cui è stato chiesto di interrogarsi sul tema  “Prendersi cura delle fragilità”.
Rosanna Cima ha presentato tre storie in cui era implicata anche la sua fragilità; tutta la vita è soggetta alle cure, ha fatto notare, ed è necessario che la cura sia fatta con gesti delicati perché tutto ciò che facciamo resta negli altri. Nella cura ci può essere inquietudine, affanno, come ci può essere pazienza, accoglienza, premura.
Chi incontra chi? è necessario sempre chiedersi. Occorre il sentire del corpo, occorre la nostra fragilità, occorre saper soggiornare nelle nostre regioni di sofferenza per poter avere un atteggiamento adeguato. Curare è una disciplina dell’anima, ha concluso la relatrice.
Paolo Miorandi ha citato Macbeth di Shakespeare: “Date parole al dolore, perché è il dolore che non parla a spezzare i cuori”. Dal luogo inquieto e pericoloso del lavoro di cura si diramano due strade, ha fatto osservare, una che conduce a neutralizzare gli aspetti più coinvolgenti (abbiamo anche la “terapia del sorriso”, svuotato e ridotto a protocollo), l’altra più impervia che porta a guardare in faccia le paure e a trasformarle in un racconto che possa essere condiviso, questo porta a toccare i limiti della nostra potenza perché la realtà ci resiste.
Forse il nodo dell’etica è qui: imparare a sospendere il nostro agire e le nostre parole affinché ciascuno possa organizzare il proprio racconto.
Il pastore Davide Romano, a conclusione della sua meditazione biblica ha detto che spesso cerchiamo conferme e non sorprese: “Sarebbe saggio forse l’ultimo vero slancio di sapienza lasciarci nuovamente spiazzare da Dio. Attendere fiduciosi che l’agire imprevedibile di Dio produca un sussulto inedito nel cammino incerto del nostro esistere, e con esso determini la rinascita della nostra fede”.
La voce un po’ roca e pacata di Paolo Ricca ha pronunciato la parola conclusiva della Sessione, parola che, ha aggiunto, può essere conclusiva di una intera vita e ha frantumato la roccia che racchiude la Parola fino a farne sgorgare acqua viva, la parola è stata: Misericordia.

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