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Venerdì, 06 Giugno 2014 00:00

Quando la sporcizia arriva anche nei cuori

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Quanta “monnezza” c’è in giro! si direbbe a Roma. Sporcizia per le strade, sporcizia negli ospedali, nella politica, nella Tv, nelle famiglie, nel cuore di tanti cittadini.

Cosa sta succedendo? Di anno in anno cresce, come una marea oscura, il risentimento, l’astio, la violenza contro la civiltà delle cose. È come se una grande delusione contagiasse tutti. Questa delusione ha come sua ragione il fallimento del benessere che all’origine della nostra società industriale affidava la felicità, da tutti cercata, allo sviluppo del dominio dell’uomo sulla natura e alla conseguente moltiplicazione dei beni. Si è avuto di più e, nello stesso tempo, si è cercato e si cerca di avere ancora di più. Che poi qualcuno abbia sempre di meno non importa. Ciò che è importante è che a me, alla mia famiglia, al mio gruppo, a quelli con cui vivo e mi diverto, non venga a mancare quel più per cui ho lottato, lavorato, magari prevaricato, rubato, ucciso. I conti dell’altro non tornano: che importanza ha? Quando andavo al catechismo mi insegnavano che Dio è padre di tutti e che ogni uomo è fratello di ogni altro uomo. Poi crescendo mi sono accorto che non era vero e spesso vedevo l’uomo lupo per altri uomini. I miei genitori mi insegnavano a risparmiare, a non sciupare nulla; oggi la parola d’ordine che viene propinata è scopertamente all’opposto. È necessario consumare. La logica del consumo e dello sfruttamento della natura è diventata così generale da incidere persino sul concetto che mi ero fatto di uomo. Non solo le cose sono oggetti di consumo, ma lo sono anche le idee, i sentimenti, i modelli di vita. Così, obbedendo alla logica del profitto, siamo arrivati a mercificare persino la vita, i sentimenti più delicati in cui la legge della vita si afferma. Non esiste più la fedeltà fra l’uomo e la donna, il rispetto della vita, la poesia, l’amore alla natura. Così, se centinaia di uomini in Turchia muoiono bruciati in una miniera perché la società dove lavoravano per un tozzo di pane deve guadagnare di più, non ha importanza. Ancora una volta vi sarà un certo clamore, si spargeranno altre lacrime e parole di comprensione ma nulla fa pensare che le cose davvero cambino. Quella miniera non rendeva abbastanza, allora perché spendere denaro per assicurare chi vi lavora? Quando una qualsiasi azienda non rende, è buona norma imprenditoriale chiuderla, senza domandarsi il perché non rende. Troppa fatica domandarselo, trovare insieme delle soluzioni, mettere al centro il dipendente che ha lavorato per l’impresa per tanti anni. La ditta, la fabbrica non rende qui, la sposto altrove. E il lavoro di quelli che ha permesso alla ditta di crescere e di far diventare ricchi gli azionisti o il proprietario che fine fanno? Che ci si può fare. Non rende, la chiudo e basta.
Poi leggo che il reddito di dieci italiani è uguale al reddito di cinquecentomila lavoratori e piango dalla vergogna.
 
In questo confuso stato d’animo che mi fa pensare ad una sindrome apocalittica che attraversa la società, come è possibile far risuonare il grande messaggio della pace evangelica in cui Gesù esorta i suoi a non preoccuparsi troppo per ciò che dovranno mangiare e bere e per come dovranno rivestire il proprio corpo?
Non credo di aver parole adeguate ai tanti che in questi giorni mi hanno interrogato su tutto ciò. Quello che capisco è che il Vangelo non porta con sé un modello di società da contrapporre a quello a cui accennavo sopra. Il Vangelo mette in primo piano i valori, trascurando i quali, qualsiasi società diventa fatalmente disumana. Il messaggio di Gesù Cristo è un messaggio che riflette innanzi tutto il primato dell’amore. È un messaggio che ha valore per l’uomo ed è la disposizione di fondo che deve dare senso all’esistenza. Se si prescinde da questa premessa, le parole di Gesù possono sembrare, come sembrano a tanti purtroppo, del tutto romantiche ed estetizzanti come quelle con le quali Gesù invita ad osservare come si nutrono gli uccelli dell’aria e come si vestono i gigli dei campi.
Noi non siamo né uccelli, né gigli. Ma diventa riduttivo il discorso degli uccelli e dei gigli se non lo si fa seguire da tutto l’insegnamento evangelico. Il Signore ci rimanda all’alternativa tra il servizio a Mammona e il servizio di Dio. Servire questo padrone, Mammona, significa appunto mettere l’uomo alla mercé della logica dell’accumulazione delle ricchezze. Questa logica non solo contraddice l’ordine morale, ma annulla direttamente anche l’aspirazione alla felicità che è costitutiva dell’uomo. Nel momento in cui si accetta di entrare tra i servi di Mammona, si decide anche di rompere il legame costitutivo di ogni società umana, ossia quello della solidarietà con tutte le creature. Si entra così nel versante scivoloso del profitto a tutti i costi in cui l’uomo diventa nemico dell’uomo. Questa alienazione radicale non può esser spezzata se non stabilendo la solidarietà tra le creature attorno all’asse dei valori. Valori che appartengono all’essere, il quale ha bisogno, per vivere, del reciproco vincolo di solidarietà. Il possesso, quando è ispirato all’esigenza della salvazione di sé, è, nello stesso momento, anche distruzione della cosa posseduta. La “monnezza” in ogni senso che si accumula, prima o poi, distrugge non solo l’operaio licenziato ma anche l’ingordo.

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