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Giovedì, 06 Febbraio 2014 00:00

La falsa immagine di Dio

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La festa liturgica dell’Epifania (manifestazione di Dio) in questi ultimi anni mi ha permesso di vedere con occhi nuovi la fede in un Dio che ha spezzato tutti i confini che noi uomini creiamo tra popoli, razze, religioni, e culture diverse. Sono cresciuto convinto che Gesù Cristo era il Figlio di Dio venuto sulla terra e chi non riconosceva questa verità era un perduto. Cantavo con forza: Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera.  Non capivo che il suo regno e la sua vittoria partivano da Betlemme e fi nivano sul Golgota. Si vedeva tutto alla luce della gloria e Betlemme e il Golgota diventavano luoghi più o meno romantici. È stato facile, spesso comodo, mutare la stal- la dove Maria dette alla luce Gesù, in un romantico quadretto con gli Angeli che svolazzano intorno. Trasformare i magi in re che vanno ad adorare un altro re. Avrebbe dato fastidio vederli come stranieri che umilmente cercano Dio. Il nostro bisogno di potenza cambiava i pastori, miserabili e senza legge, in uomini buoni e servili. È stato sempre difficile accettare un Dio che si fa bambino come ogni bambino che nasce in questo mondo e muore sulla croce come un delinquente.
È difficile pensare l’imbarazzo di Maria che non ebbe neppure una vera stanza dove partorire. Difficilissimo portare alla nostra attenzione l’odore, certamente non di borotalco, di una stalla. Angosciante il pensiero di vedere il disagio di Giuseppe che, come tutti gli uomini che non possono dare nulla ai loro fi gli, si aggira cercando di sistemare come può quel luogo così poco adatto per un bambino appena nato.
Allora è meglio trasformare tutto e per una diabolica magia dimenticare l’unica porta da cui entrare, l’unica via da percorrere per seguire quel Bambino appena nato: la nostra effettiva povertà davanti al mistero. Mistero che ha accompagnato tutta la vita di sua madre, e da cui non sono esentati i discepoli del Figlio. Si dimentica volentieri la fatica che la fede porta con sé. Accettiamo di definirci cristiani se ci sentiamo privilegiati di appartenere ad una gloriosa e importante civiltà. Ci sentiamo possessori della Verità e questa verità l’abbiamo manipolata in un bene di consumo a nostro vantaggio, dimenticando che solo Gesù è la Verità. Così abbiamo trasformato la Madre di Gesù in una fata benefica, e il suo Bimbo in una statuetta tutta zucchero e miele. C’è poco di zucchero e miele nelle beatitudini evangeliche!
Non ho la penna così facile da poter descrivere la fede e la effettiva povertà di questa piccola donna che sotto la croce continua a vedere in quel corpo martoriato dalle frustate, coperto di sputi e di parole oscene, il Figlio di Dio l’Altissimo. Accetta umilmente di amare anche coloro che avevano trasformato suo Figlio in scandalo della vista. Non si è messa la crocetta d’oro al collo ma, con gli apostoli, ha continuato fi no alla morte a vivere di fede convinta che quel bambino, braccato da Erode, tradito e abbandonato dai suoi amici e morto sulla croce, fosse il Figlio di Dio. Nella vita terrena solo la luce della fede le ha permesso di cantare le lodi di Dio con la semplicità dei poveri di Jahvè: “L’anima mia magnifica il Signore perché si è degnato di guardare la mia povertà”. Il Vangelo non lo si comprende, se non si diventa bambini. “Se non diventerete come bambini non entrerete”. Solo i bambini si fi dano totalmente della madre e del padre. Essi hanno bisogno di tutto. Di chi li nutre, di chi li preserva dal caldo e dal freddo, di chi gli insegna ogni cosa. Inoltre Gesù ha sottolineato che è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri nel Suo progetto di vita. Ma anche la parola povertà è stata ristretta al solo concetto di privazione di denaro. Certamente il denaro non aiuta chi vuole seguire Gesù, ma è solo un tassello del programma. La povertà di cui ci parla Gesù è molto più vasta, parte dal peccato di Adamo (sarai come Dio) e si manifesta nel sentirsi ricchi di verità, ricolmi di virtù ed assetati di potere.
Papa Francesco recentemente spiegando la parabola dei vignaioli malvagi che vogliono impadronirsi della vigna dice che queste persone “si son sentite forti, si sono sentite autonome da Dio”: tale atteggiamento, ha spiegato il vescovo di Roma, equivale alla corruzione e i corrotti sono coloro che “erano peccatori come tutti noi” ma poi “hanno fatto un passo avanti” e si ritrovano “consolidati nel peccato”, come se non avessero più “bisogno di Dio”. Non potendo negare davvero Dio, costoro “fanno un dio speciale: loro stessi sono dio, hanno cioè dimenticato l’amore di Dio diventando “adoratori di se stessi”.
La povertà, come virtù di cui parla Gesù, la compresero bene San Domenico, che la vide vilipesa dai Catari (si sentivano gli unici a possedere la verità e ogni altra virtù), e San Francesco che la mise come fondamento della sua famiglia religiosa.
Senza la povertà, quella completa e totale, è difficile entrare nel Regno di Dio e solo i poveri pastori e alcuni stranieri, di reli-
gione diversa, si inchineranno a Betlemme davanti a quel Bambino senza tanto chiasso. Come sono stati tristi e ricolmi di rancore e di paura tanti dei miei anni in cui, da cataro, dividevo il mondo in buoni e cattivi, in cristiani ed atei. Ero infelice perché, magari incoscientemente, volevo diventare ricco di santità dimenticando che solo Dio è santo e, pur conoscendo il mio peccato, sognavo di trasformarmi in una specie di torre d’avorio. Così in ogni minima trasgressione che compivo contro la legge della Chiesa mi sentivo schiacciato dal peccato.  Mi era stato insegnato che anche la mia più modesta marachella mi allontanava da Dio e che, se avessi continuato su quella strada l’Inferno mi avrebbe eternamente ospitato. Il Dio che avevo in testa rassomigliava a un Giove sempre infuriato più che a un padre amoroso che va in cerca della pecorella smarrita. Il Gesù che amavo era il Dio dei prodigi che comandava il mare, che dava la vista ai ciechi, che guariva i lebbrosi. Mi era diffi cile vederlo fragile, uomo che piange, che soffre. La sua vita e la sua morte erano fi ltrate dietro il grande prodigio della resurrezione. Così escludevo dalla resurrezione tutti i non cristiani. Dimenticando la mia effettiva povertà, la sola virtù che mi poteva scoprire la infinita misericordia di Dio. Ogni uomo povero,
pregare) con la sua fede, anche se non conosce il Bimbo nato a Betlemme, rende gloria al Creatore di tutte le cose.

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