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Giovedì, 01 Giugno 2000 00:00

gli anni passano

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gli anni passano

 La memoria è una macchina prodigiosa che va avanti nel tempo, fa congetture, sogna, costruisce e distrugge, torna indietro, ricorda e rende presente.
 Oggi vivo quasi esclusivamente nel ricordo rendendo presente il passato.
 Questo modo di procedere a ritroso viene da molti definito: vecchiaia. Il vecchio non ha futuro ha soltanto un passato che rivanga in continuazione.
Diceva non so chi: “Si è vecchi quando i ricordi diventano più forti delle speranze”. Sotto quest’aspetto non sono ancora vecchio se la Fede, che presumo di avere come dono, non mi lascerà. Da Lei scaturisce la mia Speranza. Forse chi parlava di speranze deboli non intendeva la virtù teologale della Speranza. Come cristiano non sono d’accordo con chi ha scritto quella definizione di vecchiaia. Mi piace di più pensare alla vecchiaia come un dono ricolmo di tenerezza e di ricordi. In questo senso sono un vecchio che fa i conti con il passato.
Tiro le somme: “Il tale anno mi ha reso.. tanto, il tal altro ho perduto...tanto”. Scrivo in nero il guadagno, in rosso la perdita. A sostegno del dare e dell’avere un album di fotografie che, quasi in didascalia, evidenziano gli anni passati.
 Tirando il totale ho scoperto che il perdere e il guadagnare non si possono catalogare con numeri quantificabili. Voglio affermare che non è un’operazione matematica dove due più due fa sempre quattro. I numeri, che ricorda la memoria, non coincidono con la matematica dove sempre due più due fa quattro. La memoria ha una numerazione bislacca, spesso soggetta alle gioie ed alle sofferenze che si sono vissute. I ricordi si ammucchiano uno sull’altro come cataste che salgono in verticale e si accumulano in orizzontale. Un ricordo spesso ne produce altri e cento e da ognuno di questi ne spuntano ancora altri.
 La memoria è come un gran fiume che prima di gettarsi in mare si divide in centinaia e migliaia d’altri rivoli, che a loro volta si suddividono, costringendola a distrarsi perché il cuore non regge.
 Alla mia età la distrazione dura poco. Non si è capaci, o meglio, non sono capace, di costruirmi interessi legati alla vita di quaggiù. L’entusiasmo per le cose, carburante indispensabile alla prosecuzione della vita, mi ha lasciato. Tutto diventa grigio, opaco, senza smalto. La boscaglia, o meglio il delta, dei ricordi invece è vivissimo. Ancora vivo rimane il desiderio di rivedere coloro che mi hanno amato, ed io ho amato, e che mi attendono in Paradiso.
 Con il tempo che scorre, i fatti, le situazioni, le persone, con cui si è camminato, si sono mutate, sia nella realtà che nel ricordo e la memoria si diverte a scartare o ad aggiungere particolari secondo la propria emotività o il proprio tornaconto psicologico. Essa può abbellire, imbruttire, dimenticare un fatto, una circostanza, una situazione. Non meraviglia che uno stesso avvenimento, ricordato da un altro, acquisti, a volte, connotati diversi, da non sembrare più lo stesso.
 La storia diventa tale quando più fonti concordano; ma vi potrebbero essere interpretazioni divergenti capaci di trasformare e leggere lo stesso fatto con prospettive diverse che non permettono a tutti di riconoscerlo nello stesso modo.  Gli uomini hanno una moltitudine di chiavi per aprire porte che immettono in strade diverse ma che, volenti o meno, portano tutte alla ricerca dell’AMORE.
 La mia storia, in ogni modo, non ha Storia e altre fonti, non è, perciò, importante che chi la legge vi trovi persone, fatti e avvenimenti che collimano con i propri ricordi.
Se scrivo è soltanto perché mi è stato chiesto e perché, non mi dispiace di sfogliare con altri il personale album dei ricordi, fatto di poesia, di malinconia e nostalgia per un tempo che non c’è più, ma che rimane racchiuso in una parte misteriosa del cuore.
Ciò che è avvenuto prima dell’ordinazione presbiterale è stato gettato nel pozzo infinito della misericordia di Dio ed il ricordo è pieno di stupore. Potrei descrivere quel periodo in mille maniere diverse, ma la Sacra Scrittura lo esprime meglio di come io sia capace: “Ex ore leonis traxit me Domine” Il Signore mi ha portato fuori dalla bocca del leone.
Dalla ordinazione in poi, è tutto un susseguirsi di grazie.
Grazia è stato l’insegnamento alla scuola Pier Crescenzi di Bologna;
Grazia l’apostolato del Rosario;
Grazia i tanti giovani della G. A. e i tantissimi bambini del Rosario Vivente.
Grazia i vari festival inventati per far cantare dipingere e poetare la Vergine Maria;
Grazia i tanti campi di preghiera che si sono susseguiti per anni ed anni;
Grazia i tanti pellegrinaggi a Lourdes, Fatima, in Terra Santa, sulle orme di S. Domenico, sulle strade percorse dall’Apostolo Paolo;
Grazia il sogno di Ganghereto;
Grazia lo specialissimo dono della Predicazione che mi ha portato in tante città, in tante comunità, in tante parrocchie;
purissima Grazia i confratelli con cui ho camminato e i tanti amici che mi sono stati donati;
 infine Grazia la Fraternità di Agognate, la città e la diocesi di Novara.
Ora la corsa volge al termine perché, come dice la Bibbia, “gli anni dell’uomo sono 70, 80 per i più robusti”. Ciò che è stata la mia vita è ora racchiusa nella misericordia di Dio.
Rimane l’attesa di un’ulteriore Grazia piena di speranza:
“Ne proicias nos in tempore senectutis, cum defecerit virtus mea”- Non mi rigettare nel tempo della vecchiaia, quando verranno meno le mie forze.
A tutti voi, amici carissimi, che mi avete dato la gioia di scoprire, giorno dopo giorno, il dono del ministero sacerdotale va la mia riconoscenza e la mia benedizione.

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