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Domenica, 01 Aprile 2001 00:00

clausura ed elezioni

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Ho appena finito di mettere per scritto il mio amore
    e la mia riconoscenza per le monache di clausura in un libro che spero potrà essere pubblicato con il titolo: “Al di la del... mondo”. Parlo di donne folli che, per amore di Dio e dei fratelli, si fanno recluse in un monastero per tutta la vita. Reclusione che sarebbe follia pura, o egoismo smisurato se il Dio che s’impegnano a servire fosse un Dio che se ne sta soltanto sulle nubi del cielo, astratto e distratto, altro da questo mondo, frutto della fantasia che le fa ricercare l’isola felice lontana dalle beghe di tutti i giorni. Se così fosse troverebbero soltanto una via orrenda per “sbarcare” i loro giorni.
Il Dio delle claustrali, il Dio dei cristiani, non è il Dio del disimpegno, dell’astrazione, dell’isola felice, ma è il Dio che si è manifestato nella Incarnazione, nell’impegno, nel coinvolgimento per e con gli uomini.
Si può andare in clausura soltanto con la certezza di portare con sé gli affamati, i lebbrosi, gli oppressi, ecc.. Discorso difficile da capire se non si è entrati nel mistero della Croce. Sulla Croce si annientano tutti i miracoli che ancora avrebbe potuto fare Gesù, spariscono le sue parole di vita, di consolazione, finisce, sotto l’aspetto umano, il suo impegno con l’uomo. Viene da domandare che senso ha una morte così atroce? Non poteva il Figlio di Dio salvarci in altra maniera? Come per le monache di clausura, si potrebbe dire a Gesù Cristo, non potevi impegnarti in un’altra maniera? Eppure la nostra salvezza, i nostri problemi sono strettamente legati a quella Croce. Ogni autentico cristiano sa, dopo quella morte, con quale amore il Figlio di Dio ci ha amati. Quella morte è più grande di tutti i miracoli operati da Gesù, vale più di ogni suo impegno e da quel sacrificio tutti i crocefissi della terra sanno di avere un fratello che è morto con loro. I poveri e i diseredati dalla vita, hanno un compagno che, come loro, “non ha dove posare il capo e non possiede né tana né nido”.
Se la strada scelta da Gesù è quella giusta, e per i credenti lo è, allora chi imita Lui sceglie la parte giusta. Attenzione però, perché anche qui potrebbe esserci l’inganno o la vanità di credersi imitatori di Gesù Cristo, nel senso che non si va in clausura perché convinti di essere capaci di imitare Gesù Cristo, ma si va in clausura per lo stesso motivo per cui il Verbo si è fatto carne: condividere con gli uomini le loro storie. È l’amore degli uomini che spinge Gesù sulla croce, ed è l’amore degli uomini che spinge altri alla clausura, ossia alla condivisione, non da salvatori, da potenti, da ricchi ma da crocefissi: “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per coloro che ama”.
La claustrale non sta sulla barca per trarre in salvo i naufraghi della vita, ma si fa naufraga, perdente, diseredata condividendone gioie e dolori e nello stesso tempo lotta, come tutti, per ciò che ama.
Perché scrivo tutto ciò? Perché la situazione delle prossime elezioni mi sembra analoga, simile alla questione accennata della clausura, ma rovesciata.
Tanta gente che conosco quando sente parlare di clausura si ribella e più o meno il pensiero uguale per tutti è: “Invece di chiudersi tra quattro mura perché non vanno a lavorare in un ospedale? Perché non partono per le missioni? Perché non si impegnano nel sociale? Costoro sono poi gli stessi che a proposito del voto dicono: “Perché votare se poi le cose non cambiano? È meglio astenersi dal voto, chiuderci nel nostro piccolo o grande mondo la “nostra isola felice” tanto non si riesce a cambiare nulla”. C’è nella nostra società un tirarsi indietro che spaventa. La claustrale non fugge dal mondo ma ne abbraccia prove e difficoltà, mentre la vera fuga dal mondo la fanno tutti coloro che si  chiudono nelle loro case. In costoro vi è un senso di potenza nascosto; non ci si vuole sporcare, non si vuole lottare e ci si barrica in casa e si sta alla finestra a guardare come la guerra dei due o più poli si evolverà. Non vedo l’amore per l’uomo; è scomparsa l’Incarnazione, il mescolarsi, l’impegno. Non c’è più l’amore per la polis (la città, il Paese) ma serpeggia il terrore di perdere quel poco o quel tanto che si è racimolato. Le scuse per il non impegno sono tante e tutte sembrano valide. Si sente dire: “Non abbiamo politici onesti, sono tutti uguali, tutti cercano soltanto i propri interessi”. Così, spesso, si trasferisce sugli altri i nostri stessi difetti. L’onestà si pretende dagli altri e non ci si accorge che se non si semina nulla, nulla si raccoglie.
L’impegno con e per l’uomo porta sempre con sé delusioni, sofferenze, tradimenti, ma non dovrebbe mai scoraggiare il discepolo di Gesù che deve continuare imperterrito a seminare amore e credere, contro ogni evidenza, che sarà il bene seminato a produrre frutto. Il nostro impegno è fondato sulla carità che, come dice S. Paolo: “E’ paziente, è benigna, non si gonfia, non è invidiosa, non si vanta, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Così come l’apparente inutilità delle monache di clausura è un impegno per risolvere la fame del mondo, la lebbra, la guerra ecc., l’apparente inutilità del voto ci fa uscire dal nostro guscio, rafforza la speranza ed è voce e forza di chi non ha più altro modo per parlare.     

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